I primi ad arrivare, nell’aspettare gli altri, ascoltavano silenziosamente i racconti delle "Sciure" del paese, che ci rapivano facendoci immergere nella loro magia di gioventù, nostalgicamente sfumata.
Tra una lacrima e una risata, si facevano largo le gomitate appena accennate tra noi, che invece vivevamo, di spensierata allegria. Eravamo tutti armati del necessario per sconfiggere quelli che ironicamente denominavamo gli "Aerei," che in picchiata si gettavano a mitragliare le nostre gambe, e come unica difesa avevamo lo zampirone, contro gli zanzaroni della “Lanca.”
Un piccolo laghetto creatosi in modo del tutto naturale, dopo la rabattata da una sponda all’altra di Mezzana, dovuta a una memorabile inondazione del fiume Po, che dopo il rientro alla normalità, prese un nuovo corso. Da questa leggenda, nacque così il nome del mio paese, Mezzana Rabattone che prese il posto di Oltre Po Pavese.
Ed ecco arrivare chi, io con ansia aspettavo, la mia amica del cuore "Nadia." Compagna di mille e una avventura, dotata d'intelligenza sopraffina, l'ho sempre ammirata ma soprattutto, ci abbracciava una forma di bene naturale, come fossimo sorelle.
Quella sera per noi era speciale, perché il giorno dopo sarei partita per la terra natia dei miei genitori; Sicilia, andando via per sempre. Parlammo tantissimo finché arrivò il momento di doverci definitivamente salutare. Con il dolore negli occhi ci guardammo intensamente, tenendoci per le mani ormai tremolanti, ci abbracciammo commosse nel nostro indimenticabile attimo intenso, dove come una pellicola a bianco e nero, ogni singolo passaggio di vita insieme, attraversava la mia mente, che mi lasciava lo strascico di una triste paura, quella di non doverla più rivedere.
Da qui, la promessa che un giorno ci saremmo rincontrate proprio lì, in quel punto, a due passi da casa mia.
Dandoci poi le spalle piangendo, a voce alta ci ripetemmo:
"Ci vediamo al muretto."
Le tende sembrano danzare così dolcemente, portate dalla brezza estiva.
Sto seduta sul mio letto, silenziosa, scrutando il vuoto della stanza.
Un filo di luce illumina una parte del mio viso, portando un calore/gelido alla mia pelle.
Ogni attimo sembra sfuggire dalle mie mani, il tempo sembra lento ma in realtà sta fuggendo via.
La vita è fuori, non in questa stanza.
Era semplicemente uno in mezzo a tanti con una salda volontà votata e riflessa all'immagine e somiglianza di Dio, quel Dio che non amava a parole poiché fin troppo spesso e facilmente quelle volano via nel vento col tempo, ma amava col cuore e con l'anima attraverso le sue gesta vera essenza gradita che eleva ogni angelo figlio di Dio nel suo di giardino, per abitarvi per sempre circondato dalle sue di meraviglie in una particolare situazione di non più contadino ma concittadino in quel regno che solo i veri valorosi soldati della pace e dell'amore del bene, sanno meritare fin da questa terra!
Terra che fin troppe volte sporca le mani inquinando l'animo col suo terriccio sterile e avvelenato dal male, che incontrastato contamina chi lo sovrasta!
Ogniuno di noi è fondamentalmente contadino nella vita, se sa essere un vero soldato nelle battaglie tra il bene e il male sul suolo del giardino dell'anima, e il suo olezzo è nella volontà delle nostre mani, a noi la scelta se renderle pulite o sporche colme di fango!
No, non per gli occhi degli uomini, né per sé stessi, ma solo per lo sguardo di Dio che non tutti sanno accettare e amare nella propria vita, no non a parole, ma con le gesta dell'anima l'essenza del cuore quando vive la pace di essere figlio di Dio.
Reminiscente ricordo di proverbi, perle di saggezza:
"La lingua non ha ossa, ma taglia carne e ossa."
Verità assoluta che colpisce soprattutto le anime sensibili.
M'è capitato d'incontrarne tante ma, come quella lingua al veleno dai fari molto simili a serpente, mai prima.
Viscida s'insinuava ad ascoltare ma non a capire; conversazioni tra amiche.
Subito come per magia in paese, stile: "Don Camillo e Peppone", notizia non veritiera inizia a girare.
La donna mieteva vittime e sorrideva, "Io di quest'acqua non ne voglio bere, non si dice mai", questo finché non toccò a lei.
Mirò stavolta disgraziatamente una comarella dai modi e fari peggiori dei suoi, ed eccola di nuovo: insinuò per il paese un brutto fatto di "corna", che la fece cacciar di casa dal marito.
La vittima promise quindi di fargliela pagare, perché il fatto non era vero, così un giorno chiese ad un suo amico di aiutarla a compiere la sua vendetta.
Il piano che aveva messo in atto, vedeva l'intrufolarsi dell’uomo in casa della vipera, prima che rincasasse il marito.
Questo avvenne e quando la donna fece per coricarsi, trovò l'amico dell'altra in mutandoni nel suo letto.
Urlò la donna spaventata e nel frattempo, entrò il marito.
Aperta la porta, subito pensò l'avesse tradito.
Immediatamente la buttò fuori di casa.
Giustizia fu fatta facendo felice la comarella.
Son cresciuta a pane e proverbi, nel caso specifico vi do la morale: “Meglio è, non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te.”
Il suo respiro si fece affannoso, mentre dentro di lei un panico sempre più intenso faceva a gara di intensità con un'incredulità istupidita, sapeva che a breve l'avrebbe incontrato dopo quel brusco litigio che determinò la loro separazione. Ma l'idea di poter rivedere i suoi occhi scuri e riascoltare la sua profonda voce, le faceva traboccare il cuore d'amore sul suolo d'asfalto! Per non parlare della voce grondante dal cinismo della sua coscienza che le martellava continuamente la mente, urlandole che sarebbe stato un'incontro puramente spinto dalla pietà di lui unicamente per potersi lavare la coscienza, per averle tanto onta nella sua irruenta impulsività, ma mica per regalarle delle rose rosse e profumate come segno di pace, e anche se fosse stato così sarebbero state delle bellissime rose tempestate di spine pungenti, a farle sanguinare nuovamente le sue emozioni .Non le restava altro che attendere quel momento cinta di ansia che le fuoriusciva da tutti i pori della pelle, e abbracciare ciò che il destino serbava in seno ancora una volta per lei.
Riversa sul pavimento di marmo di marquina, lei in cuor suo era consapevole del dolore sordo che la stava lacerando l’interno del nocciolo del suo essere, così profondo e delicato quanto immenso da perdersi dentro volutamente, e con gli occhi gonfi bagnati dalle copiose lacrime che le rigavano le rosse gote inflitte dal dolore angoscioso, fulminó rapidamente con lo sguardo respirando a fatica col petto stretto nella nella morsa del duolo, quella foto che ritraeva chi fino ad un’ora prima rappresentava tutto il suo mondo. Maledicendo quell’immagine sgualcita dal calore delle sue mani infuocate dalla rabbia, e dal freddo sudore che il suo corpo emanava tremando come se il suolo fosse colto da una scossa tellurica lasciando vibrare tutto ciò che vi era sovrapposto. Strappò con violenza incontrollata quell’immagine come se volesse sfregiare il ricordo di quello che fu origine in lei di tanto amore, per poi riversarlo in chi sapeva concepire dentro di sé quelle emozioni senza eguali, per effondere il cuore di chi la sapeva ancora far sgorgare acqua d’amore che nasceva spontanea da un profondo intaglio in una cresta fatta di cuore, affinché il suo corso di sentimento che dissetava la sua anima s’immettesse nel mar profondo bruciante d’ardore, abbracciando e inebriando in ogni parte il suo amato. Ma ormai consumato e prosciugato dalla delusione di un tradigione compiuto senza rimorso, quell’oceano di passione si trasformava in un vuoto di animosità che pacatamente colmerà con nuovi impulsi inclini alla fiducia verso qualcuno, ed ora non vi era intorno a lei che una fievole speranza nell’oscurità dei suoi triboli, di riuscire ad accartocciare tutto il suo corruccio per rialzarsi lentamente raccogliendo la sua dignità per farne perno per il suo invigorire interiore.Affidó il suo cuore al tempo affinché cura vi possa trovare nelle sue sagge braccia, per ottener sollievo da quel lamento disperso sotto le ali della solitudine, per amore.
Il tavolino era molto piccolo, lo spazio utile per una tazza da caffè e un bicchiere d'acqua. Era ad un metro dalla vetrata che mi permetteva di seguire il passeggio dei tanti sconosciuti, così avrei potuto ingannare il tempo. Mi venne incontro la cameriera. Una ragazza dal seno procace e dai fianchi formosi. Il suo grembiule era macchiato, ma sembrava che lei non desse importanza all'opinione dei clienti. Strofinava le gambe, come se soffrisse di prurito, e vidi che le calze erano smagliate e sporche di rosso.
Ordinai un caffè ed una fetta di torta, anche se non c'era l'imbarazzo della scelta. Quando ritornò, posò in modo maldestro la tazzina e il piattino con il dolce. Non si scusò e meccanicamente asciugò il caffè che aveva versato con uno straccetto lercio. Mi scrutò come se volesse rimproverarmi perché la fissavo. Notai che il proprietario del bar aveva le dita rossastre e collegai il tutto... La ragazza continuò a strofinare le gambe per asciugarle. Avrei dovuto chiedere un rimborso? Pagai senza avere consumato e mi alzai per uscire. La cameriera mi gridò dietro con voce volgare: " Torni a trovarci! ".




