Elena Buzzati si sente felice. A pranzo il marito e i suoi figli hanno gustato le pietanze che ha cucinato con la solita esperta abilità culinaria. Ha preso per la gola Sergio perché così potrà convincerlo ad accompagnarla per acquistare i regali di Natale. Mancano quattro giorni a quella ricorrenza religiosa che lei ama tanto perché è credente e crede fermamente nei valori sacri della festa. Inviteranno i suoceri e la madre di lei per una riunione di famiglia all’insegna della generosità nello spirito del Natale. Sergio fuma in salotto, intento a leggere il quotidiano. Subdora che la moglie stia macchinando qualcosa a suo danno, ma deve fare buon viso a cattiva sorte, accettando di uscire con lei per quei stramaledetti regali il cui acquisto si ripresenta ogni anno come fossero una spada di Damocle sul suo capo. In realtà, Sergio è tirchio, anche se si definisce economo, ed eviterebbe di spendere denaro in modo superfluo. In giro per negozi Elena è costretta a comprare regalucci di poco conto, pressata dal marito che mormora scandalizzato sulle spese “folli” della moglie. Quando viene a sapere che deve fare un regalo alla tanto detestata suocera, s’impunta come un mulo da soma e trascina furioso Elena verso la macchina per ritornare a casa.
Elena è avvilita e non ha voglia di litigare con quel testone. Dispone quei quattro regalini sotto il bell’albero che addobba ogni anno con originalità e fantasia. Fabrizio, Marta e Giacomo, i suoi tre figli adolescenti, notano i musi lunghi dei genitori e decidono di indagare. L’architetto Buzzati si sente a disagio davanti alle domande dei ragazzi, è evasivo e risponde che la loro madre ama spendere troppo. I figli lo criticano perché a Natale bisogna essere più generosi e altruisti. Pensano a se stessi perché così potrebbero ricevere regali importanti. Il padre invece ricorda loro le spese sostenute per la casa, le vacanze e gli studi ed appare alquanto categorico nella decisione di dover risparmiare.
Elena confessa ai ragazzi che non lo sopporta più e che ha intenzione di tornare per un certo periodo dalla madre. Si guardano stupiti e temono un orribile Natale. Le consigliano di lasciar correre perché il papà sicuramente cambierà idea e sarà comprensivo. Sono preoccupati per la madre che è molto avvilita.
Elena ha un buon cuore ed ama suo marito. È pronta a giustificare le sue scelte, a patto che la nonna Eufemia trascorra il Natale a casa loro. Di fronte al diktat della moglie Sergio trasecola, ma alla fine deve accettare per il quieto vivere. Lui però ribadisce che non spenderà un euro per l’odiata suocera. Ricorda sempre quando lei gli rinfacciava i suoi difetti, comportandosi con un dire petulante e con un atteggiamento borioso e prepotente.
Le strade vuote sembrano finte
e si snodano leggere
come fili trasparenti.
I portici del centro sono
gioielli disegnati
che abbelliscono i pensieri.
L’umana assenza
parla una lingua lontana.
Appare sola… con i suoi palazzi di vetro
che rispecchiano
una luce tiepida e obliqua.
Le grandi porte di marmo e pietra
restano aperte e assorbono
il cielo più vicino.
I navigli sempre carichi di suoni e
rumori sono fermi
in attesa di una nuova
onda…
Indugiano le voci delle case
appese alle nuvole.
Il silenzio ricopre
ogni parte
di una città
immobile
e
sospesa
nel tempo.
Per non allontanarsi da lui avrebbe dato il meglio di sé.
Erano fatti l'uno per l'altra, almeno cosi lei pensava quando sentiva il calore e la passione dei suoi baci e abbracci.
I timori l'affliggevano se non si faceva sentire ma evaporavano come acqua al sole quando tornava.
Tornava sempre, come rondine al nido, a consolare la sua anima eternamente malinconica e poneva fine ai suoi dubbi.
Una notte lo vide in attesa nei gradini d'una cattedrale, scrutava l'orizzonte indicandole dove finiva il mare.
Doveva partire portandosi via due valigie piene di ricordi.
Una barca lo attendeva per condurlo lontano, dove vita e morte si fondevano, i sogni impossibili divenivano realtà, leggende d'amore indossavano abiti leggiadri e tristezza non esisteva.
Non esistevano neppure racconti e poesie impossibili da scrivere o da vivere, doveva solo trovare il coraggio di darle l'addio.
Lei non poteva seguirlo, non ancora, doveva ancora guadare il fiume dell'esistenza con la consapevolezza che prima o poi si sarebbero ritrovati per non lasciarsi più.
La sfiorò con sguardo triste e con un cenno di saluto scomparve nell'oscurità del silenzio.
Si destò sola e trafelata, aveva perduto il suo sogno.
Forse doveva pregare, ricordarsi che non si è mai del tutto soli se si ha fede.
Abbracciò il guanciale e si riaddormentò nella ricerca d'un nuovo sogno.
Il pensiero è quel momento in cui ti metti seduto
su una seggiola e cominci a girovagare con la mente,
magari con un sottofondo gradevole e dolce di una bella melodia musicale.
Possono essere rumori della natura,
possono essere anche le note dolci di un violino,
però tu sei sempre li seduto su quella seggiola a pensare
al mondo come era bello tanti anni fa, senza questa sofferenza e crudeltà, senza malignità delle persone.
Che magari di come sei preso a pensare che ormai nemmeno segui più le note della musica,
perché sei talmente preso del pensiero che ti senti l'universo crollare sulle spalle.
Tanto è solo un piccolo pensiero,
almeno cosi dicono.

La Tolleranza!
L’invidia preparò la valigia per andar lontano e lasciar la terra,
ogni anima e stelo d’erba si misero a far festa.
E Gridarono al mondo intero; “Evviva scenda il bene in ogni angolo di terra!”
L’arroganza che udì la filastrocca rivolgendosi all’invidia disse”
Amica, dovrai disfare la valigia siamo gemelle e se,non parto, tu non partirai!”
Siamo legate dal cordone ombellicare.
“Il mondo abbisogna di noi e siccome siam state create qui dovremmo stare!”
La tolleranza silenziosa che era nascosta sotto terra ascoltò il discorso,
e cheta,cheta uscì dalla buca,e rivolgendosi all'invidia e all'arroganza si presentò ”
Io sono la tolleranza ho ascoltato la vostra parola,
e se permettete vorrei dar la mia opinione
è da una vita che vi tollero e giustifico il vostro agire
cercando di riordinare ciò che voi con invidia e arroganza distruggete!”..
“Potreste abbissarvi oltre l' infinito spazio ove raggiungervi è impossibile:
Siete venute al mondo senza essere invitate,
tu invidia crei malumori anche a te stessa e sei un gran problema,
viver con te è impossibile, non sei umile, ne sincera e attacchi la linfa umana e
se dalla terra fuggiresti, ad ogni uomo nascerebbe amor sincero”!
“La tolleranza continuò a parlare rivolgendosi all'arroganza;”
Tu arroganza non sei migliore dell'invidia, credi di esser importante e
dar ordini a destra e manca e con prepotenza imponi la tua presenza
scompigli la gente e aggiri nel sociale, ove in rissa esplodi,
ti proponi con altergia, facendo tutti litigare.
Credi d'esser importante, ed esser l'unica ammirata e quando parli meriti un inchino,
ma or han compreso tutti che sei figlia all'ignoranza!”..
“Invidia e Arroganza per favore fate le valigie ed imbarcatevi per via mare
fuggite lontano ove non vi troverà nessuno, e sulla terra sbocceranno serenità e bontà!”
“Tolleranza e gentilezza son sorelle ed insieme vi diranno le ultime parole;”
“Per il bene del mondo, invidia e arroganza potreste andar in pensione,
il mondo vuole la pace e qui per voi, non v'è più posto, siete l'alleate dei malaffari,
create scompiglio ed aprite le porte alle guerre!”
“Non volete comprendere che la gente di voi è stanca!”...
Il sole splende e
luce illumina l'orizzonte
odo un cinguettar fugace tutto ha vita,
anche la morte appar lontana,
ed i fiori dolcemente si
lasciano accarezzar dal sole,
volteggian libere nel cielo le farfalle,
e l'erba si fa cullar dal vento.
L'anima rapita si
trascina con tenero fervor
nelle dimensioni del tempo.
Il giorno conta le sue ore e
un altro giorno verrà,
ma, non sarà lo stesso,
domani l'anima mia,
non sarà la stessa.
prendi tra le mani la mia,
quella buona che ti sente
e ascolta...
si, ascolta le urla nel silenzio
che m'intrappola in un corpo senza movimento.
Segui lo sguardo dei miei occhi,
sembrano senz'anima,
fanno tanta compassione ma,
ti prego non averne prometti, perché io conto.
Si! Conto... tutto il giorno ogni singola mattonella
e mi sembra d'impazzire nel ricordo di una volta,
quando le calpestavo senza fermarmi e ora...
mi rassegno.
Io so, che hai capito lo strazio dei miei giorni
e che mi ami, per questo adesso conti
accarezzando la mia mano... di far capire
il malessere del mio vivere
immobilizzata su questa sedia a rotelle
in un corpo senza movimento
con una mente che comprende quanto conti,
l'aver vicina la sensibilità di un essere gentile.
Il Commissario Carmelo Puzzanghera sentiva ancora gli effetti di una modesta sbornia.
era stato la notte precedente in casa del collega Aurilio Galliani per festeggiare la di lui promozione a questore. Lui invece aspettava ancora quella che era diventata una tardiva promozione, ma ,anche se sperava, non sarebbe giunta tanto presto. In paradiso i santi erano in disaccordo e davano credito alle istanze di certe autorità che volevano un Puzzanghera ibernato ancora per qualche anno. Il commissario aveva risolto dei casi , ma solo perché gli indagati avevano acconsentito a confessare tutto, pur di non ascoltare quell’uomo dal forte accento meridionale che li angosciava con le ripetute domande, senza smettere di fumare. Sapevano che avrebbero trovato persone comprensive all’interno di una cella e speravano ardentemente di vedere il sole solo nel cortile del carcere, durante l’ora d’aria.
Carmelo Puzzanghera strinse gli occhi per il forte mal di testa e finì di bere la quinta tazza di caffè, nero e forte come piaceva a lui. Efisio Serra attendeva ordini da un bel po’, ma non voleva far incazzare quell’uomo che sembrava distrutto. Rigirava tra le mani una denuncia di scomparsa presentata dalla signora Annabella Moretti. Suo marito, l’ingegnere Osvaldo Moretti, era assente da casa da tre giorni e non aveva dato notizie di sé. La donna attendeva di essere ricevuta dal commissario, dopo che era stata consigliata di rivolgersi a Puzzanghera quale esperto nel ritrovamento di persone scomparse. Il commissario Anselmo Scannagatti rideva a crepapelle al pensiero che la donna non avrebbe mai ritrovato il consorte, grazie a Carmelo Puzzanghera.
il commissario aprì gli occhi e intravide Serra che lo fissava col solito viso da ebete.
-Che c’è, Serra? Sei in stato catatonico? Eh parra, se hai qualcosa da dire!
-Commissario, una signora aspetta di parlare con lei.
e gli riferì brevemente il motivo della denuncia. Carmelo Puzzanghera maledì la signora e il marito che aveva deciso di sparire...
- Serra!
- Comandi!
- Unnè u commissario Scannagatti? Sa sta ciusciannu? Non se ne poteva occupari iddu?
-Ha un rapporto urgente da consegnare al questore. Così mi ha detto di riferirle.
-Uoggi nun iè iurnata! E fai entrare ‘sta signora Moretti!
la donna aveva circa quarant’anni, alta e flessuosa come un giunco, avvolta in un cappotto di cachemire rosso, due occhi grandi e arrossati dal pianto.
si sedette appoggiando la schiena alla spalliera della sedia e portò al naso un fazzoletto viola che sparse per l’aria una fresca fragranza di profumi d’oriente.
il commissario ebbe la sensazione di riprendere i sensi e si rialzò dal sedile della poltrona per darsi un contegno.
-Commissario,... mi è stato riferito... che è stato trovato un cadavere non identificato nel fiume,... nei pressi della località Cascina Pizzulla. Mi scusi, ma... non posso trattenere... le lacrime al pensiero che quel corpo sia di mio marito.
la donna pianse amaramente, senza potersi frenare. Poi si fece animo e riprese a parlare.
-Temo che si tratti di lui...sa...è scomparso da tre giorni.
il commissario pensò che quella bella donna sarebbe di certo piaciuta alla madre e fantasticò un po’ prima di rivolgerle una domanda:- Mi può dare qualche indicazione che ci aiuti a identificarlo? Sono scomparse alcune persone e sono stati ripescati due cadaveri di sesso maschile dalle acque del fiume.
Efisio Serra alla tastiera del computer attendeva e fissava davanti a sé la parete come se vedesse la foto del morto.
il commissario sentì il bisogno di aprire la finestra per respirare a pieni polmoni e, mentre stava per alzarsi, la signora Moretti rispose, frenando le lacrime che avevano sciolto il trucco dei begli occhi blu:- Ce... certo, commissario, è daltonico e... ha... un forte accento veneto...
serra si domandò che volesse significare “daltonico”. Tentò di trovare una risposta, fissando il soffitto della stanza.
Carmelo Puzzanghera respirò profondamente e si ricredette al pensiero passeggero che quella donna sarebbe davvero piaciuta a sua madre...
- Attualmente 1/5 meriti.
- 1
- 2
Il nostro paese è adagiato in un’ansa di pianura. Nelle mattine d’inverno si alza una foschia leggera che bagna i campi e li copre come un lenzuolo. È una spianata ampia e scura, ti affacci alla porta e vedi un mare di zolle già arate o di erba che cresce. Puoi quasi sentire il rumore di ogni seme che sboccia e buca la terra, è un crepitare di gusci, un mormorare lontano, è il chicco che muore e diventa una vita migliore. A me è accaduto lo stesso miracolo. Ti ho incontrato per caso nell’unico bar del paese, quello davanti alla chiesa, un rifugio accogliente e fumoso nel quale entravo ogni mattina per acquistare un pacchetto di Nazionali senza filtro. Le stesse sigarette di mio padre e di mio nonno, lo stesso vizio tramandato da generazioni. Afferrai quel pacchetto spartano, la lettera “n” in blu sul rettangolo azzurro, la scritta NAZIONALI bene in evidenza. Rassicurante, semplice e senza pretese, un po’ come quel 1958 appena cominciato. Tu andavi di fretta, tra le dita una busta bianca e un biglietto. Quasi ci scontrammo, mi scusai senza alzare lo sguardo dal pavimento. La nostra era un’epoca serena, nemmeno sfiorata dalle guerre che avevano perseguitato le generazioni precedenti. Nati in un periodo storico di ricostruzione e desiderio di futuro, di regole e certezze a illuminarci la strada, eravamo una generazione con la voglia di prendersi tutto ciò che la vita offriva, senza sconti o rinunce. Domenico Modugno cantava Nel blu dipinto di blu e in ogni angolo ne sentivi vibrare la voce. Quelli erano gli anni del boom e delle nascite record, dei giovani scaltri e irripetibili, con l’illusione di non invecchiare, pronti a tutto, pronti a una vita migliore. Era un’Italia ottimista e proiettata verso il futuro. Quattro anni dopo, un 11 ottobre di luna piena, al termine della fiaccolata che concludeva la giornata di apertura del Concilio, Papa Giovanni avrebbe pronunciato le parole che conquistarono il mondo. Tornando a casa troverete i bambini, dategli una carezza e dite: questa è la carezza del Papa. E tutti, nessuno escluso, ci sentimmo sfiorati da quella carezza, da quella mano illuminata dalla luce di una luna gigantesca nel cielo.
Abile sceneggiatore, il destino cominciò a tracciare un disegno, allineò le nostre vite come gli astri durante un’eclissi. Ci incontrammo il giorno dopo nello stesso bar, io tenevo tra le dita il solito pacchetto di sigarette, tu bevevi un caffè. Ti sorrisi, ricambiasti il sorriso.
«Scusa per ieri, quasi ci scontravamo. Andavo di fretta.»
Soffiasti sul caffè.
«Non fa niente.»
Eri una ragazza di appena vent’anni, i capelli tenuti da un cerchietto azzurro e le guance arrossate dal freddo, un vestito lungo a fiori e un cappotto di lana scura. Incontrarsi ogni mattina diventò una piacevole abitudine. Aprivo gli occhi e già aspettavo il momento che ti avrei rivisto, io e il mio pacchetto di Nazionali, tu e la tua tazzina di caffè. Mi lavavo in fretta e mi vestivo, uno schiaffo di dopobarba e un velo di brillantina tra i capelli, passi svelti lungo i vicoli del paese per arrivare prima e rubare qualche attimo in più al nostro incontro. Il destino ha fatto il resto. Non è stato difficile, è bastato lasciarsi andare, abbandonarsi agli eventi, come quando impari a nuotare e cerchi di opporti alla forza dell’acqua, e annaspi bracciate inutili e un gran movimento di mani. Non serve resistere, non serve agitarsi, è sufficiente chiudere gli occhi e galleggiare in un mare di piccoli segnali e occasioni che la vita ti offre. Briciole sparse sul sentiero, tasselli di un mosaico apparentemente caotico che nasconde un disegno già tratteggiato. Una mattina presi al volo il coraggio, accesi una sigaretta e ingoiai la paura.
«Verresti con me al cinema? Stasera danno I soliti ignoti, una commedia di Monicelli con Gassman e Mastroianni. Ci andiamo?»
Il film l’avevo già visto la sera prima, ma te lo chiesi lo stesso, non come semplice pretesto per uscire con te, piuttosto per il desiderio di condividere qualcosa che mi aveva colpito e divertito. Quel film l’avremmo rivisto insieme e avrebbe avuto un altro significato. Fu allora che mi colpì l’intuizione che ogni istante della mia esistenza, ogni attimo, tutto sarebbe stato diverso se diviso con te. Il pensiero mi attraversò il cervello come una pallottola, da una tempia all’altra. Ebbi la netta percezione che la mia vita avrebbe brillato di una luce talmente intensa da offuscare il sole e che noi, uniti, ci saremmo trasformati in un essere invincibile, un eroe mitologico capace di sfidare gli dei. Accettasti l’invito, anche tu cominciavi ad abbandonarti alla corrente di un oceano che avrebbe cullato e sostenuto il nostro destino. Nel buio del cinema allungasti la mano cercando la mia, poi il cuore impazzito e le dita intrecciate in un tocco caldo che da subito sancì il nostro appartenerci. Uscimmo dal cinema e ti baciai, labbra su labbra, la schiena contro un muro di sassi, le mani sui tuoi fianchi e uno spicchio di luna acceso nel cielo.
Tre anni dopo ci sposammo. Fiori gialli in chiesa e tu vestita di bianco. Un prete rugoso suggellò il nostro patto, una promessa sussurrata tra le labbra come chi racconta un segreto. Pochi soldi e tante speranze. Io lavoravo in cascina con la mia famiglia, foraggiavo gli animali e pulivo le stalle. Imparai a conoscere i ritmi della natura e l’orologio del tempo, ad alzarmi presto e a vivere nei campi con le scarpe bagnate di rugiada e la terra sotto le unghie. Anni di passione e coraggio, prendemmo in affitto un piccolo appartamento vicino alla stazione, una casa dai muri azzurri, una camera, un bagno e una cucina. Il nostro paradiso in terra. Attraversammo uniti l’epoca della ribellione e della musica punk, le prime radio indipendenti, il mito dell’America e dell’amore libero. Arrivarono gli anni feroci della contestazione e della lotta contro il potere, cortei e manganelli, giovinastri con l’eskimo che spacciavano ideologie all’ingrosso. Tutte voci che a noi giungevano in ritardo e in sordina, attutite dal silenzio dei campi e dai filari di pioppi che delimitavano la pianura. Quanta vita vissuta, giorni di luce e occasioni come semi gettati da un contadino fiducioso, sperando che attecchiscano nel terreno di un domani pieno di aspettative. Tu lavoravi come maestra elementare. Qualche supplenza e interminabili viaggi in treno. Partivi presto la mattina e rientravi a sera inoltrata, tra i capelli portavi l’odore di vagoni polverosi e solitudine. Ti abbracciavo, mi stringevi. Orgogliosa della tua professione, del tuo versare nozioni goccia su goccia a bagnare la lingua assetata di un gruppo di ragazzini vivaci. Avresti dato la vita per loro. Insegnare era la tua vocazione, da bambina mettevi le bambole sedute davanti a un foglio bianco e ripetevi una serie interminabile di tabelline. Ma la lezione più importante la insegnasti a me, io divenni l’allievo migliore, il tuo grande successo. Da te imparai che l’amore è un dare senza stancarsi, accettando i difetti e amando anche quelli. Col tempo compresi il significato di due parole che mai avrei immaginato sinonimi dell’amore. Pazienza e resistenza. La pazienza di accogliere i limiti cercando di superarli, la resistenza del combattente pronto a spargere il sangue per difendere la propria patria, in nome di un ideale altissimo. Da te imparai che l’amore è il miracolo più grande, un dare per ricevere molto di più, un dividere apparente che in realtà moltiplica la gioia. Strana banca quella dei sentimenti. Non ammette speculazioni o giochetti astuti, non accetta il risparmio, ma premia lo spreco e il dare folle di chi non si aspetta nulla in cambio. Tu la mia terra generosa, la mia radice e la mia linfa. Mi hai insegnato a tenere la porta spalancata e io duro a capirlo, cervello da contadino pragmatico, cinico e irriverente, malfidente e sfiduciato. Con te ho imparato a non fare baratti e a non cercare l’interesse personale. Con te ho imparato ad amare e a essere amato. Non è stato difficile, è bastato guardarti negli occhi e prenderti come esempio, è bastato restituire una minima parte di ciò che quotidianamente mi donavi.
Il tempo è un cavallo al galoppo, passarono i mesi e gli anni. Poi arrivò quella tosse leggera ogni giorno più persistente e fastidiosa, la prima radiografia e un’ombra inquietante sulla lastra grigia. Lunghi viaggi in città, accertamenti e visite in ospedale, un medico sudato come un’oliva che non riusciva a trovare le parole giuste per dirmi cosa covavo nel petto. Adenocarcinoma al polmone destro, era quello il nome del mostro che mi spezzava il fiato e pesava sul torace. Dopo anni di mani fortunate, scoprimmo insieme la carta nera che il destino aveva girato sul tavolo. Dalle nostre parti si racconta che la morte arrivi preceduta da un suono, un particolare sibilo simile a un oboe notturno che soffia alla luna. Canta l’infinito e quando lo senti è il momento di andare, di lasciare ogni cosa. E non hai altri futuri, e il presente si muta in passato. Sarebbe bello che qualcuno ti avvisasse prima, potresti chiudere i conti aperti, eliminare gli equivoci, chiedere scusa per l’ultima volta. Potresti abbracciare chi non vedrai più, toccare, annusare, asciugare le lacrime di chi ami e ingoiare il presente fino all’ultima briciola perché dopo non potrai più farlo e perderai le mani, le gambe, gli occhi e le orecchie. Perderai tutto, perderai la vita.
Richiudo gli occhi, sono stanco. Da dietro le palpebre intuisco le ombre, passi veloci in corridoio e la voce di un medico che si avvicina al letto per cercare di capire quanto tempo mi resta.
«Come sta?»
Domanda di rito, nemmeno ascolta la risposta. La tua mano stringe la mia. Hai giurato di essere pronta a lasciarmi andare, di essere preparata al distacco. Lo hai detto ingoiando saliva e lacrime, ma non si è mai pronti abbastanza. Pensi sempre che capiterà agli altri, che per te sarà soltanto un accadimento accessorio, qualcosa che succede e ti prende di striscio. Poi, quando te ne rendi conto, vorresti fermare il tempo e dire tutto ciò che non hai saputo dire, e fare tutto ciò che non hai saputo fare. Quanti rimorsi nello sguardo, quante parole nell’aria come brutti insetti neri. Non serve ingannarci, lo sappiamo entrambi che sentirai la mia assenza come il negativo maledetto di una presenza che non avrai più accanto a te. E ti domanderai il significato di tutto quell’improvviso dolore, di tutte quelle persone che verranno a trovarti solo per chiedere se hai bisogno di qualcosa. Gli amici vorranno prendersi cura di te, non glielo permetterai perché sei una donna forte che guarda in faccia la sfortuna. Non ci sarò, e penserai che nulla ha avuto senso, a parte l’esserci amati come bambini, con la purezza di una sorgente e il calore di un incendio. La vita ci ha donati l’uno all’altro, quella stessa vita pronta a separarci con la precisione di un bisturi che taglia un arto o di un colpo di vento che spegne una candela.
Stringimi la mano, le gambe pesano come pietre sotto il lenzuolo, il respiro stenta a uscire, è un cane affamato che raspa tra le costole. Immagino le mie guance scavate, il naso affilato e la fronte lucida. Ritornerò alla terra, madre della mia giovinezza, mio lavoro, mio pane. Sarò zolla arata, seme che muore e diventa radice. Stringimi la mano, resta con me ora che è arrivata la fine e l’oboe notturno sta intonando la sua canzone. La sento lontana, è una nenia antica che culla il pensiero, è il suono della tua voce che mi accompagna. È il tempo che finisce la sua corsa, il mio tempo con te, il nostro miracolo.






