ma non capiva che facendo cosi
peggiorava soltanto la situazione
già molto incasinata rischiando di rimanere sola
il suo comportamento non l'aiutava e più il tempo passava
e meno capiva, che quando si sta male bisogna essere buoni
non cattivi, perché solo cosi la speranza non muore
che presto può rivedere la luce del sole
Convinta di fare bene, rovinava i suoi piani
pure di chi avrebbe dovuto comprendere davvero
perché importante era. Lisa si sentiva incompresa
dicendosi, chi ho ammazzato per meritarmi questo destino?
Forse il carattere o quello che ho? Il suo cuore deciso combatteva
La sua testa le diceva di non arrendersi, che meritava una famiglia come molti
Temeva che la vita potesse dirle è la fine, nulla si può fare, se non, aspettare.
Bisogna essere combattivi, ma bisognerebbe esserlo, senza ansia
- Guarda un po', lo sai fare? - e si mordeva la lingua, la faceva sanguinare.
La guardavo schifata
Non ce la facevo, mi sentivo una vigliacca.
Si mangiava anche le unghie, le pellicine,
mi diceva - dai questo è facile, prova!-
Io invece volevo cambiare banco neanche il suo odore potevo sopportare.
Un giorno venne a scuola con una grossa novità: - mi sono venute le mestruazioni...-
Finalmente, pensai, sarà sazia di tanto sangue, invece qualche giorno dopo, durante l'intervallo, mi chiamò in bagno.
Tirò fuori dalla tasca una lametta.
Fammi un taglino qui - e si tirava su la manica del grembiule.
Mi disse che il sangue non usciva subito, potevo scappare - Fifona che non sei altro!-
Fu nell'ora di storia che la maestra, si guardò intorno e chiese - Ma Estevania?...-
In quel momento entrò la bidella senza bussare - Signora Ada! La bambina in bagno... Il sangue...!-
Tutti si alzarono in piedi, ci fu un trambusto generale.
Io restai seduta pensavo al mio nuovo compagno di banco...
L'obnubilamento serotino di tipo omofobico sesquipedale si caratterizza sorprendentemente in una sorta di agglutinamento gastroduodenale proteiforme,stranamente virato seppia, con indubbia consistenza onomatopeica cuneiforme, decisamente senza conservanti e assolutamente gluten free.
Ciò detto, è lapalissiano che la cesura ortoplastica dell'incunabolo dodecafonico sottocutaneo, privato della sua componente solanacea postprandiale, mal di coniuga con la più esacerbante fitocoltura rinofaringea fortemente persecutoria pregna, altresì, di insolite sbavature mitocondriali di notevole consistenza subliminale metempsicotica.
Sono stato chiaro o no!
Tutto era vecchio, tutto era malandato. Locomotive di vent'anni , con i loro sbuffi di fumo nero , si alternavano sui binari freddi e incrostati di ruggine rossa. Il treno per Versailles delle dieci e venti era in arrivo sul binario uno della stazione di Parigi. Poche persone attendevano quel treno e tra queste vi era un ragazzino sui dieci anni, Philippe.
Solo , appartato in un angolo , seduto su una grossa valigia avvolta da cinghie strappate, mangiucchiava un pezzo di pane duro e tra un morso e un altro , sbuffi di vapore uscivano dalla sue labbra infreddolite e secche. Indossava un paio di guanti neri di lana senza dita ; le scarpe rotte sulle punte lasciavano intravedere la presenza di calzini ricuciti un po' alla meglio; un lungo cappotto marrone di un paio di taglie più grande lo avvolgeva come una coperta ; il bavero alzato lo proteggeva dal freddo mentre da una coppola nera fuoriuscivano i suoi capelli biondo platino. Diverse persone gli passarono accanto ma nessuna rivolse lo sguardo verso di lui. Era solo sì , ma soprattutto invisibile agli occhi di tutti.
Il treno era in arrivo e si poteva scorgere da lontano la lunga colonna di fumo. La pioggia si fece più intensa e i passeggeri con i loro ombrelli si preparavano sul ciglio della banchina. Il ragazzino diede un ultimo morso al pane , si alzò, trascinò la sua valigia anch'egli verso la banchina, diede un'occhiata alla locomotiva , guardò la fitta pioggia venire giù dal cielo che come una sassaiola lo colpiva senza pietà e lo inzuppava dalla testa ai piedi.
Nel frattempo il mezzo che stava per entrare in stazione , emise un lungo e stridulo fischio. Il ragazzino portò fuori dalla tasca un vecchio orologio da taschino ramato, lo aprì , al suo interno vi era una foto in bianco e nero un po' sbiadita dei suoi genitori. Lo richiuse e lo strinse nella mano destra, poi diede uno sguardo ai suoi piedi, alle dita che fuoriuscivano dalle scarpe, ai guanti consumati , al cappotto di suo padre. Diede uno sguardo alle altre persone tutte in tiro con i loro ombrelli pregiati in mogano bianco. Pensò fosse strano che persone così diverse potessero coesistere sulla stessa linea della banchina . Come potevano, mondi così estranei gli uni dagli altri , trovarsi sullo stesso filo e condividere la stessa meta? Erano tutti lì davanti a lui, ridenti e felici ma perché? Perché mostrarsi così proprio quando lui era circondato da un alone nero di tristezza che come il cappotto lo avvolgeva togliendogli il respiro? La vita , la sua almeno , gli sembrò una macchina imperfetta , cattiva e crudele e la odiò per questo.
Il treno era entrato in stazione , era a pochi metri ormai , la gente già si accalcava verso le porte , un gran vociare si univa allo stridio dei freni del treno che non accennava ancora a fermarsi. Philippe era fermo e immobile dinnanzi al vuoto dei binari mentre il treno accorreva verso di lui. Lo sguardo basso e vitreo , le braccia longitudinali al corpo come paralizzate, le gambe e i piedi uniti in modo perfetto , una raffica di vento fece volare il suo pesante cappello inzuppato di pioggia , i capelli biondi ormai fradici erano di un colore scuro così come il suo volto impreziosito da alcune lacrime che si mischiavano alla pioggia. Ad un tratto alzò i talloni , si protese in avanti come un tuffatore olimpionico dal trampolino, le braccia rimasero attaccate al corpo. Solo il suo sguardo si girò in direzione della locomotiva in arrivo. In quell'istante vide nei due fanali i volti dei suoi genitori sorridergli , così anch'egli sorrise e cadde sui binari pochi secondi prima del passaggio del treno in frenata.
Nessuno si accorse dell'accaduto.
Il macchinista si concesse due minuti per sorseggiare un caffè con il capostazione , il tempo di scambiare due chiacchiere e risalì pronto alla partenza.
Un fischio , il rombo dei motori accesi e pian piano il treno ripartì in perfetto orario per Versailles.
La stazione ora era ritornata vuota . La valigia di Philippe , rimasta da sola sotto la pioggia , venne notata dal capostazione che andò a controllare. Controllò se vi era qualche nome , qualche iniziale , ma niente. La prese per portarla nell'ufficio degli oggetti smarriti ma la cinghia strappata che l'avvolgeva cedette e la valigia si aprì. Il vuoto. Non vi era nulla al suo interno. Alzò gli occhi e solo allora notò , guardando da sotto l'ombrello , che sui binari giaceva un abito arrotolato. Si avvicinò e vide la mano del povero Philippe senza vita che fuoriusciva dalla manica del cappotto.
Stringeva ancora tra le dita il vecchio orologio...
Stava partendo, ci era riuscita e non ci credeva. Sembrava quasi anonima nel pullman se non fosse stato per quel suo cappello di paglia. Osservò tra la folla. I suoi occhi da bambina li scrutarono tutti. Nessuno sembrava conoscerla ed uno strano senso di felicità parve impossessarsi di lei. Sentiva tutta la fatica di quell’ultimo anno abbandonarla.
A passo lento ripercorro il passato cercando di disimparare vecchie abitudini,
concentrandomi su ciò che sarò in grado di compiere da quest'attimo in poi.
Non penso d'avere dipendenze, le sigarette sono un lontano ricordo,
mio accertato difetto, scrivere, indispensabile come cibo per il corpo,
nutre la mia anima e non fa pesare la solitudine, mia compagna da anni.
Ho imparato ad entrare in sintonia con ciò che mi circonda cercando sempre
il lato positivo delle cose, allontanando le negatività del mondo sempre più ostile
verso le umane debolezze.
Le nuove percezioni mi inducono a dare ascolto alle intuizioni sbloccando l'ego
che le imbriglia, lasciano spazio al mio sentire che difficilmente sbaglia.
Non riuscirò mai a conoscere del tutto i segreti del mondo e a comprenderlo, essendo un pozzo di sorprese;
nel silenzio riesco a comunicare i miei, ne ho tantissimi da custodire e reinventare con la fantasia,
senza lasciar spaziare la noia che con me non riesce ad abitare.
Ogni giorno mi rinnovo per star bene con me stessa, il mio sguardo cattura,
la mente immagazzina per poi trascriverlo bloccando l'attimo, rendendolo immortale.
Come questo momento tutto mio, col canto dei grilli ininterrotto che funge da concerto
e qualche piccola o grande falena che corre incauta verso la luce, restandone intrappolata
come zanzara, lasciando quella scia di bruciato che rallegra e intristisce allo stesso modo.
Non esistono confini alla solitudine come non esiste dominio agli elementi della natura,
sempre ci sorprendono tra dolori e rancori incrociando destini e talvolta scompaginando l'esistenza.
Gli abbagli son sempre nocivi, la cautela non è mai obsoleta in ogni frangente della vita.
Dopo tutte queste sciocchezze trascritte, vado a nanna con quest'afa insopportabile,
riuscirò comunque a riposare... con gli agi del progresso.
- Non senti che la campana suona, Addolorata?
- Sì, mamma, ho sentito. E allora?
- Come? Non lo sai che dobbiamo andare alla messa delle sei? Che ti passa per la testa?
E poi perché ti sei vestita come se devi andare alla processione di Sant'Onorato?
- Uh, mamma, non l'ho dimenticato! Ma ora non ho voglia di ascoltare la messa, mi sono scocciata!
- E no, bella mia, tu mi devi spiegare questa improvvisa decisione! Come mai? E se ti vestisti così, dove devi andare allora? A passeggio per la via maestra, da sola, come una ragazza civettuola?
-E va bene! Mi vestii con l'abito azzurro perché mi aspetta in piazza Sofronia, la figlia di donna Prudenzia. Ci siamo messe d'accordo per passeggiare e andare a prendere un cono gelato. C'è qualcosa di male, mamma?
-Di male ce n'è assai! Tu in chiesa devi andare a pregare il Signore che ti faccia la grazia di sposare Onofrio Galantucci. Non ti piace più, ora? Sei una svergognata dopo che ti sei concessa a lui! Con lui ti devi sposare perché ti ama e farebbe follie per te! Ti ci porto io in chiesa, anche se dovessi trascinarti per la tua trecciolona.
-Mamma, finitela di scocciarmi! E poi per una messa! Che casino che state facendo!
Io ora esco e m'incontro con Sofronia. Passeggiamo per la piazza e ci pigliamo un bello gelato. Poi, se incontro Onofrio, lascio che mi faccia la corte, perché si deve decidere a chiedere a Voi la mia mano. Lo devo tenere a bada perché quello dice di amarmi, ma fa il cascamorto con tutte le ragazze.
- Addolorata, ma tu stai pazziando? Hai troppi grilli per la testa e so io come si chiamano sti grilli! A te ti piace u figlio di donna Rosetta e speri di incontrarlo per fare la svenevole con lui. Ma tu a bottana non la fai, mi hai capito?
- E che ci fa, se mi piace Cosimo Lupacola? Hai visto quanto è bello, che fisico che tiene? Lui è meglio di Onofrio che ha pure la gobba e i denti guasti. Perché mi devo sposare con lui?
-Il fatto è che tu ti metteresti con chiunque, con qualsiasi maschio che ti frughi in petto e tra le cosce! Sei svergognata e immorale! Che male ho fatto ad avere una figlia come a te? Tu devi pensare ad un matrimonio riparatore perché non sei più vergine, disgraziata! E siccome facisti l'amore con Onofrio, bello o brutto che sia, te lo devi sposare! Capisti, Addolorata?-
- Mamma, ora ti accompagno in chiesa e pregherò che il Signore mi faccia la grazia. Se mi sposerò con Onofrio, poi deciderò se frequentare ancora Cosimo... È così bello!
- Beh, altri tempi, ero un giovanotto, la casa non era lontana, il primo bagno era in aprile. -
- Sì, va bene, ma non mi hai detto come stai. -
- Così così… -
- Carenza di sogni? -
- No, per fortuna quelli non mancano! È che la vita mi prende, mi fa scordare chi sono. -
- E tu sai che devi fare? Alla vita, di’ che sei amico mio. -
- Lo sa, lo sa. Tu, invece, come procedi? Riesci sempre a spumare al meglio? -
- Mi do da fare. -
- Oggi sei di un azzurro antico. -
- Sentivo che saresti venuto e così ho chiesto al vento di assentarsi, di sfogarsi più a Nord. -
- Quale onore! -
- Senti un po’, so che scrivi poesie. -
- E chi te l’ha detto? -
- Si dice il peccato, non il peccatore. Ma tu, nei tuoi versi, mi nomini qualche volta? -
- Altro che! -
- E come mi descrivi? -
- Dipende da come ti vedo. -
- Vuoi dire da come mi vedevi, forse? -
- No, no! Da come ti vedo anche quando sono lontanissimo. -
- E dimmi ancora un’altra cosa… -
- Quale? -
- Hai mai svelato i nostri segreti? Hai mai parlato dei nostri incontri a sera? -
- Geloso? -
- Non si tratta di questo. Il fatto è che oggi sono altri tipi d’incontri. -
- Cioè? -
- La gente arriva, un tuffo e via, e poi si stende a pancia all’aria. -
- La gente non è tutta uguale. -
- In che senso? -
- Magari preferisce il lago, il fiume, i monti o le colline… -
- Fosse così, mi andrebbe bene. -
- Adesso però ti devo salutare. -
- Non andartene Auré! -
- La famiglia, la salute, il lavoro, il futuro… ma ti prometto che tornerò. -
- Io sono qui, io sono il mare. Appena sarai giù per il sentiero, ti riconoscerò. -
Mi avvio guardando, un po’, la sabbia avanti e, tanto, l’acqua indietro. Par che le onde si stirino proprio come me quando, al risveglio mattutino, distendo braccia e gambe. Forse è solo un’impressione, la tenera coda del sogno nella realtà. Sono già sulla stradina e i primi rumori mi rammentano dov’é che son diretto. Spedisco gli occhi al cielo e dopo, quando me li riprendo, si posano sul primo fianco della collina: c’è un salice che non piange.
Milos tra le braccia di Kronos tra le spire di Kairos
«Milos visse nella sua isola lontano dai tempi, vicino a ciò che amò, inseguendo i giardini dell'amore.
Ancora oggi il suo canto d'amore accompagna l'aria della sera e il vento lo trasporta dove dormono gli amori, ancor oggi il mare parla di lui nelle tempeste e nelle bianche onde che si infrangono sugli scogli.
Questo fu Milos poeta E questo il suo canto di lacrime…
Pianse il sentire nel cambiante suono di solitari passi esuli dall'essere, presenti nell'assenza, assenti nel presente e nella solitudine del poeta tutto cominciò a morire».
Io Milos
Morì la sensazione della sete,
perché da tempo non avevo più sete.
Morì la sensazione del caldo,
perché da tempo non avevo più caldo.
Morì la sensazione del freddo,
perché da tempo non avevo più freddo.
Quando non ebbi più tempo per le sensazioni,
nacque il tempo delle insoddisfazioni.
Perché tutto è relativo a esse.
La relativa percezione mutò nell'analisi interiore del tempo,
del proprio tempo vissuto.
«Quando il non tempo restituì al tempo me stesso e la porta dell'oscuro tornò a misurare l'umano agire passarono istanti o splendenti soli in cui l'agire avvenne senza avvenire in un reale che non fu reale.
Allora apparvero terre lontane e fuochi in quel che rimaneva dello scibile del pensare».
Il nulla
Terre vidi,
rosse come il fuoco.
Terre vidi ed esse furono incendiate da scrosci d'acqua.
Scrissi versi per te,
ti chiamai amore.
Nomi urlai al vento,
nulla servì a placare l'ira delle anfore di creta,
no, nulla servì.
Servì il nulla a dar tormento.
Il nulla tramutò l'essenza che, piegandosi alle ragioni, riscoprì il perso equilibrio.
Bilico.
Bilico tu sei per me,
pozzo senza fine.
Mare d'un tempo passato.
Bosco di stoppie.
Pane scialbo.
Bilico sei per me,
o dissipata tristezza
d'uno stupore ritirato.
«Apparve chiaro il legame con le terre e con l'amore che esse aveva irrigato,
mentre il tempo scompariva dal reale»
Bianchi Gelsi scrissi
Bianchi gelsi
d'adorne terre e cadenti foglie.
Nella casa dell'edera trovo voi,
da rincorsi sogni nell'anima flessi.
Vissi nel tempo del fu.
Fui tempo nel palmo di mano.
D'uno spento falò sfiorai lo scritto,
lasciando al tepore storie d'accesi deserti.
Vedo ancora i petali che ricoprivano i tuoi seni
sussultare nell'infinito scritto,
dall'impudico ghibli trasportati.
Or leggo il dorato profumo di Babilonia
tra pensili giardini e sussurri d'acque.
«Ecco che l'amore inondò le terre dello spirito e fiumi di esperienze
dettero linfa nuova all'amore vissuto».
Tempo
Tempo fu languida mia ricerca sul corpo tuo di giada,
immerso in rubini, fra cascate di smeraldi,
fontane d'ametiste e diamanti.
Sfregai lampade d'argento.
Divenni mito per assaporare i tuoi baci,
viaggiando sulle scie dei millenni.
Sì, fu tempo e ora che tempo non è più,
per te cucirò principeschi abiti con i versi delle fiabe.
Per te scriverò l'infinito libro dell'amore.
Per te imprigionerò l'essenza degli astri
e nell'estasi degli occhi tuoi,
finalmente vedrò le mille e una notte.
«Bianchi gelsi d'adorne terre,
son qui sdraiato a guardar di voi perdute guerre.
E dall'amore passò l'anima a volteggiare nel tempo in cui il tempo era tempo
senza tempo, tempo in cui contava la qualità del vissuto».
Kairos
«Nel tormento dell'incerto assoluto comparve l'estasi del dolore che trafisse l'anima con lunghe spine.
Rese viva l'esistenza, le concesse la forza del pensiero, indusse ogni singola emozione verso i “sentieri dell'anima” che portavano alla quiete dello spirito dopo un vagare triste e incerto.
In una notte, notte senza tempo, si materializzarono ancestrali vicissitudini, tra lampi e tuoni tremò l'intelletto e il verbo divenne amore.»
Se dovessi rincorre la solitudine d'una luce accesa,
spegnerei quella clessidra di vetro,
da troppo tempo logorata dalla polvere d'una stella cadente.
Se avessi la forza di graffiare le infinite trame tessute
dalla tristezza scolpirei sulla sabbia i tuoi occhi di cristallo.
Se la malinconia d'un vascello in fuga verso l'orizzonte,
ascoltasse i nostri lamenti, costruirei una piramide per racchiuderli dentro.
Se gli interminabili se che camminano insieme a noi,
rimanessero solo dei se, troverei il coraggio di sussurrare il tuo nome al vento.
Se un raggio di sole riflettesse nel tuo sguardo il labirinto che ci imprigiona,
vagherei per l'eternità alla ricerca del tuo amore.
Se ancora una volta potessi sfiorare con le mani il tuo viso,
resterei lì fermo a osservarti per ore nel silenzio d'una tempesta.
Se negli stralci di queste frasi potessi cancellare le incertezze,
forse mi ritroverei accanto a te.
Se d'un tratto scomparissero i vampiri che volano nelle stellate notti,
rimarrei ancora con te su quella panchina triste e fredda.
Nel calore d'un acceso fuoco annegherei il mio amore e con
infinita dolcezza cullerei i tuoi meravigliosi occhi di cristallo.
«Milos piange ciò che non si può piangere»
Gocce di rugiada lentamente scesero giù dalle foglie,
sguardi lontani s'intrecciarono, s'osservarono.
Piccole ombre nascosero il volto.
Lontano un bagliore scoprì gli occhi.
Immagini sbiadite, lassù vissero ancora.
Burattini come equilibristi corsero lungo il filo della vita.
Risero, piansero, poi in silenzio morirono.
Grida nel silenzio, qualcuno ascoltò.
Nell'oscurità occhi di cristallo brillarono, sorrisero.
Ancora una notte trascorse, una notte senza tempo.
«Continuò la tempesta s'aprirono porte e finestre, si chiuse l'anima in se stessa a cercar riparo dalle folgori. Il tempo si tramutò e nel passato annegò mentre fuori tutto era scuro. La notte urlò, il cuore sanguinò».
Ti cercai nei crepuscoli estivi, ti cercai sulle spiagge deserte.
Il vento spazzò via i tramonti lunari, piegò in due evanescenti realtà,
soffiò sul tuo viso di rugiada, dove eri?
E dove erano i tuoi occhi di cristallo?
Dirupi immensi intorno a me, scogliere di ghiaccio si sciolsero,
sussurrarono il tuo nome.
Eternità latenti dipinsero paesaggi lontani,
sprazzi d'azzurro cancellarono i solchi della vita,
piccoli ramoscelli s'intrecciarono.
Tenere foglie sorrisero alla terra.
Sensazioni fuggevoli piansero.
Echi dispersi nelle nebbie di tempeste stellari
ricordi velati da rigagnoli di sabbia,
fiumi di papaveri imbevuti di rosse emozioni ti invocarono.
Ti cercai sulle rocce dei sentieri, sulle ali delle statue,
ti cercai nelle maree scolorite della sera, ma invano gridai,
mi disperai.
Invano mi chiesi dove eri.
Fruscii d'un tempo immaginario soffiarono lontano.
Sprazzi d'azzurro scomparvero all'orizzonte.
Ricordi persi nelle notturne tenebre, ricordi sospesi, immagini stampate
sulle onde dei mari.
Pensieri... Solo delusioni dimenticate in un angolo
Guardai lontano nel tempo, rividi un volto, ricordai.
Poi chiusi gli occhi e sognai.
«Il sogno trasportò, ma quando la qualità lasciò tempo reale l'anima si chiuse e tutto divenne cupo vivere nello scorrere del tempo, un tempo vissuto...»
Kronos
L'alba della vita
porta in sé scritto il mesto tratto della morte.
Come in un viaggio inesistente scorrono immagini
vissute in altre vite.
Immagini spente
forse mai esistite.
Un evanescente fumo di candela accompagna
l'osservare stanco e vecchio della notte.
Un filtro magico che ridà esistenza
a cartoline sbiadite del passato
che bussano alla porta dell'anima
affrancandosi dal trascorso tempo
cercando un conto mai pagato alla nera falce dell'assurdo vivere.
Sfiorano spazi vuoti saturi di tristezze latenti i momenti
che tali non sono più.
Ti rivedo immersa nella nebbia,
tra righe tracciate e corde di canapa tese.
Rivedo percorsi mai vissuti,
assurdamente vivi che grondano sangue da dorate coppe,
irrigando strazianti ferite insonni.
Dormi accanto a me,
mentre le tempeste risuonano sulle rosse terre.
Dormi nel silenzio di questa scura ora,
ora che non conta
contando d'essere ora scandita dal tragico ballonzolare
d'una tremola luce.
Rendo indietro l'anima
correndo fra lontane grida e risa
che lente affiorano dal buio.
Rendo discorsi non fatti
appendo parole su panchine vuote,
appendo una goccia di rugiada
a un arrugginito lampione.
Come morsa che stringe il pensare
costringendolo in una lugubre prigione,
cosi il pensare attanaglia il vedere mesto d'un giorno di pioggia.
Dissi d'esser vento impetuoso
che dal mare dell'orgoglio venne.
Dissi d'esser polvere trasportata dalle mattutine brezze
nell'eden delle immortali passioni.
Dissi d'esser tutto non immaginando d'esser nulla.
Se il nulla fu nulla,
allora l'abbracciai in una vita non mia.
Se le nenie suonate da legni intrisi d'odio
bussarono alle porte del tempio dell'oblio.
Se tutto questo ebbe la sua ragione,
allora vissi morendo ogni piccolo istante,
senza aver mai compreso d'esser vivo.
Addio mio dolce sentire,
ti lascio solo in questa notte illuminata da una fioca luce.
Addio io torno ad addormentarmi nel sonno del non ritorno.
«Dormi poeta nel tuo sonno senza sonno, dormi nel tuo non tempo, l'unico che ti fece vivere nel tempo.»
Il gran bazar della malinconia
«Il tempo non è mai quello che appare e ciò che appare non è il tempo»
Vecchie ciarpaglie accantonate alla rinfusa su scaffalature arrugginite e sgangherate si presentavano in bella mostra all’ingresso d’un enorme capanno…
Licia era sempre un passo dopo l’entrata, accoglieva con un sorriso il visitatore e indicava la direzione da seguire in quel dedalo di corridoi e scaffali, a volte dava l’impressione di essere lì per sostenere il vecchio portone in legno scuro che chiudeva quel luogo pieno di polvere e oggetti vecchi e inutili.
All’interno del capanno una serie innumerevole di vecchie cose se ne stava, sporca e piena di polvere nerastra, accatastata in modo disordinato dando l’impressione d’esser stata gettata sulle scansie con imprevedibile casualità da chissà quale mano.
L’ingresso al gran bazar della malinconia, questo recava scritto l’insegna sul portone, era contingentato a un massimo di tre persone per volta; il posto era veramente un labirinto di stanze e corridoi ma la sua grandezza era tale da non capire per quale motivo si potesse entrare in così poche persone. Il negozio era aperto tutto il giorno ventiquattro ore su ventiquattro.
Non esisteva campanello all’ingresso e quando il portone era chiuso non v’era alcun modo di bussare per farsi aprire, chiunque avesse tentato di dare dei colpi al legno non avrebbe ottenuto nessun suono, quel portone sembrava essere fatto di spugna eppure era durissimo al tocco…
Licia aveva uno sguardo molto dolce quando accoglieva la gente che immediatamente si sentiva a proprio agio. Il soffitto del capanno era poco illuminato e risultava un po’ complicato vedere bene gli oggetti e il percorso, stranamente però dopo un breve lasso di tempo, la vista s’abituava alla luce e tutto si mostrava nel suo polveroso stato.
Visto dall’esterno sembrava un comunissimo mercatino dell’usato e non era pensabile che in realtà in quello strano luogo sarebbero entrate solo tre persone in un intervallo temporale che non era classificabile.
Proprio così, s’entrava con un orario e…
In un giorno qualsiasi d’un anno qualsiasi tre persone incuriosite dalla scritta, mentre passavano in auto, si fermarono davanti al gran bazar della malinconia. La porta era aperta e Licia era appena un passo dentro.
Due donne e un uomo scesero dall’auto e s’avvicinarono all’ingresso.
«Avanti entrate pure, il bazar è aperto»
«Grazie, possiamo?»
«Un attimo che vi indico il percorso da seguire»
Licia con la mano sinistra accostò la porta e fece segno di guardare la direzione delle frecce che erano disegnate sul pavimento.
«Buona permanenza»
«Grazie» risposero i tre con aria divertita.
«Chissà perché ha chiuso la porta» disse Eleonora strabuzzando gli occhi.
«Forse stanno per chiudere» ribatté Giovanni.
«Beh, seguiamo le frecce come ha detto quella signora» incalzò Elena.
Un lungo corridoio, che diramava in lunghi transetti laterali, appariva loro di fronte e ogni cinque metri in lunghezza s’aprivano delle stanze quadrate d’eguali misure.
Percorsero i primi passi nell’incertezza e nello stato d’animo curioso come s’addice a dei bambini che per la prima volta entrano in un negozio di giocattoli.
La prima stanza a sinistra conteneva una quantità enorme di libri usati, essi non avevano una catalogazione precisa ed erano poggiati negli scaffali alla rinfusa.
«Guarda Elena» disse Giovanni con occhi che parevano stregati, «Guarda, “I viaggi di Gulliver”, accidenti quanto tempo è passato, l’ultima volta che lessi questo libro fu per gli esami di maturità,
avevo scelto inglese come seconda materia. Porca miseria, ma questo è il mio libro, c’è il cuoricino che avevo disegnato e... la mia firma, non è possibile!»
«Pensa te, si vede che tua madre l’ha venduto a qualche rigattiere e poi sarà finito qua per chissà quale coincidenza» rispose Elena quasi divertita.
«Ehi, indovinate cosa ho trovato?»
«Cosa Eleonora?» disse Giovanni distogliendo lo sguardo dal libro che aveva in mano con un’espressione tra il sorridente e un velato senso d’incertezza e paura.
«Questo è il compendio di storia dell’arte di Arnold Hauser, quello stronzo del prof. Guido ci impose di leggerlo in una settimana per poi affossarci tutti nell’interrogazione, pensa che per come ero incazzata d’aver beccato quattro scrissi dietro l’ultima pagina: “questa è una storia di merda”».
Eleonora cominciò a sfogliare le pagine di quel vecchio libro oramai ingiallito e con grande meraviglia scoprì che sull’ultima pagina vi era scritto: “questa è una storia di merda”
«Ma... non posso crederci e non voglio crederci, questo è il mio libro del liceo, si proprio lui»
«Ma dai, guarda tu che coincidenza, ma... portano tutti i libri in questo posto?» disse ridendo Giovanni.
Poi i due sembrarono attratti da quei libri e s’estraniarono dalla conversazione tra loro vendendo letteralmente rapiti in un spazio senza tempo.
«Porcaccia vaccaaaa! Urlò Elena questo libro di chimica è il mio, ho riconosciuto le linguette delle pagine tutte rosicchiate. Ogni volta che la professoressa Calci spiegava mordevo le punte della pagine nutrendomi di cellulosa per il nervoso»
Giovanni fu scosso come da una scintilla e lasciò cadere il terra il suo libro…
«Ragazze forse è meglio andar via, questo posto mi incute molto timore.»
Eleonora ed Elena annuirono con un cenno della testa e si presero per mano. Con una certa paura i tre uscirono da quella stanza, ma il corridoio non esisteva più, al suo posto una stanza piena di orpelli, ninnoli di creta e piatti di ceramica.
Giovanni cominciò a gridare «Signora! Signoraaaaaaa, dove s’è cacciata?»
«Sono qui all’ingresso! Non mi vedete? Sono proprio dietro di voi» La voce di Licia, forte e chiara, risuonò come una eco in tutto il capannone.
«Ma dov’è signora? Non vediamo un cavolo e dov’è il corridoio d’ingresso? Signoraaaaa! La voce di Elena pareva percorsa da mille vibrazioni»
«Calma, calma sono qui proprio dietro a voi, terminate pure il vostro giro, non chiudiamo mica ora»
«Ma quale giro e giro noi vogliamo uscire, da dove s’esce porca puttana?» Biascicò con la lingua irrigidita e priva di salivazione Giovanni.
«Tranquilli, da qui si va via solo dopo aver terminato il giro, procedete pure e vedrete che dopo uscirete» La voce di Licia rimbombava sempre di più nel capanno…
La paura scorreva come un fluido freddo nelle gambe e nelle braccia, irrigidendo gli arti e rizzando ogni peluncolo che vi dimorava sopra. Altro non potevano fare e, appoggiandosi l’un l’altra, cercarono di proseguire a tentoni nella stanza in cui si trovavano.
Per ogni cosa esposta e impolverata essi trovavano sempre qualche oggetto appartenente al proprio passato.
Lo sconforto durò a lungo anche se una certa meraviglia nello scoprire quegli oggetti non mancò nel visitare tutte quelle stanze.
La realtà temporale non aveva senso in quel posto incredibile e, trovandosi nel suo interno, nessuno aveva più la cognizione di dove fosse e quale fosse l’ora, tutto era fermo nella polvere.
Di stanza in stanza i tre ragazzi sbucarono in un androne enorme dove v’era un gabbiozzo di legno a mo’ d’edicola con due finestre e una porticina. I vetri erano appannati e davano l’impressione di essere lì da qualche secolo, s’intravedeva all’interno una luce traballante e delle ombre…
Giovanni si fece coraggio e per primo cercò di girare una manopola d’ottone, ma il sudore ghiacciato della mano gli fece perdere la presa più volte, poi senza nessun tocco la porta s’aprì consentendo ai tre di entrare dentro.
Licia era seduta dietro una scrivania col piano in pelle, aveva un paio d’occhiali calati leggermente sul naso, dalla forma tonda tagliati in alto da una linea curva erano d’un colore nero striati con delle venature color osso.
Alzò lo sguardo dal libro che stava leggendo e sorrise…
«Finalmente siete arrivati, ce ne avete messo del tempo! Ihihihihihi...»
«Ma dove siamo, vogliamo uscire, fateci uscire da qui, per favore» disse con voce flebile Elena.
«Non siate impauriti, siete nel gran bazar della malinconia, nessuno vi farà del male»
I volti tirati e tesi come corde di violino dei tre cominciarono a stendersi e il pallore biancastro che aveva colorato fino ad allora le gote cominciò a trasformarsi in una leggera pennellata di rosso.
Intanto all’interno di quella edicola, v’era a sua volta un altro gabbiozzo con una porta ancora più piccola.
«Cosa c’è di là?» Chiese Eleonora.
«Quella è la porta del Giocattolaio magico»
«Giocattolaio magico?» sussurrò Giovanni.
«Giocattolaio magico... sì, da tanto tempo raccoglie i ricordi delle persone e li stipa in questo bazar, nessuno lo ha mai visto nemmeno io ho varcato quella porta»
«E non possiamo parlarci almeno?» chiese Elena
«No ragazzi miei, ora è meglio che andiate, la vita vi aspetta la fuori e poi siamo in orario di chiusura»
«Ma un attimo vorremmo capire» Giovanni facendosi più forte nella voce, fece un balzo in avanti verso la porta.
«Siamo in chiusura ragazzi, mi dispiace»... la luce della candela che illuminava il volto di Licia si spense di colpo e…
«Ehi ragazze che ne dite se ci mangiamo un panino in qualche birreria, conosco un posto che si chiama il gran bazar della malinconia è molto vecchio, pare che facciano dei panini da Dio»
«Ma sai che questo nome non mi è nuovo Giovà»
«E dove sarebbe sto posto?»
«Proprio qui dietro, una svoltata d’auto Ele»
«Beh, allora sbrigati, ho una fame, non so voi»
«Mah, però sto nome mi dice qualcosa»
L’auto si fermò a ridosso del marciapiede e... di fronte dalla parte opposta della strada un vecchio capannone con la scritta “Il gran Bazar della Malinconia”.








