Spalancò la finestra per osservare meglio il bel panorama che si vedeva dalla sua camera con vista sul mare. A malapena s’intravvedeva l’orizzonte, una linea sottilissima, appena abbozzata che definiva la fine del mare e l’inizio del cielo che in questo momento d’inizio d’alba, stava per tingersi di un bel colore rosato …
Poco più in là, oltre la lunga spiaggia arenile, si stagliava una lussureggiante e verde boscaglia che si faceva complice di centinai di nidi di svariate varietà d’animali boschivi.
Davide, dopo aver fatto un’abbondante colazione con latte e cornflakes, si spostò sorseggiando la sua prima tazza di caffè forte e amaro, sull’ampio terrazzo di quella casa vicino al mare sulla cui ringhiera troneggiavano ben allineati i rettangolari vasi di gerani con i fiori che ritornavano a mostrare il loro bel colore rosso vermiglio già alle prime luci dell’alba.
Rientrò dentro casa ed avvicinandosi al pianoforte a coda, schiacciò qualche tasto ma ascoltate poche note scosse la testa con fare scontento e sconsolato.
Davide era un giovane cantautore alle sue prime armi, aveva vinto da poco il suo primo concorso e una casa discografica gli aveva commissionato una compilation tutta di sue canzoni, qualcuna già l’aveva ed era a buon punto ma, per terminare il lavoro ne doveva scrivere ancora una inedita, il testo lo aveva già nella mente ma non riusciva a trovare l’ispirazione per la musica, era andato in quella casa in riva al mare per trovare la tranquilla serenità che gli desse lo stimolo necessario.
Sentì suonare alla porta e seccato pensò tre sé e sé:
“ma chi mai sarà così presto?” andando ad aprire.
“Non ho proprio bisogno d’intrusioni in questo momento!” continuò a pensare.
Si trovò davanti Giulia, una vecchia amica del posto, una bella ragazza con un bell’ovale, dei bei capelli castano scuro, lisci e lunghi fino al seno ed un corpo ben proporzionato; portava una Tshirt gialla e dei pantaloncini al ginocchio che lasciavano liberi i forti polpacci.
“Ciao Davide, stavo facendo footing sul lungomare quando ho visto la tua casa aperta ed ho pensato di passare a salutarti” disse sorridente Giulia con voce allegra e argentina.
“È tanto tempo che non vieni più qui!” aggiunse.
“È vero, sarà un anno e mezzo che non vengo qui” disse Davide.
“Sono venuto in cerca d’ispirazione per la mia prima compilation che la casa discografica mi ha commissionato ma purtroppo anche qui non sono ancora riuscito a mettere insieme due note!”
Giulia sapeva che lui era un cantautore ed aveva seguito, anche se solo un poco, il suo successo per cui si dispiacque di questo suo momentaneo arenamento.
“Dai non te la prendere, sai che questa casa ti ha sempre ispirato, vedrai , tutto arriverà in modo naturale come ti è sempre accaduto …” lo consolò convinta Giulia.
“Ma entra” le disse Davide aprendo tutta la porta “vieni che ti leggo il testo”
Davide lesse il testo a Giulia che lo trovò fantastico! Poi con quel suo fare spensierato gli disse:
“Dai, adesso non pensare alla musica, verrà, vieni che andiamo giù a camminare lungo la spiaggia.”
Lo prese di brutto per mano trascinandolo sul balcone e poi giù per le scale che scendevano verso la spiaggia, corsero ridendo lungo la stradina costeggiata dai doppi filari di splendide rose rosse, bianche, rosa e gialle che erano in piena fioritura donando al paesaggio magnifici colori e profumi tipici del luogo.
Ridevano felici, Giulia era proprio contagiosa, corsero e corsero ancora fino alla spiaggia a guardare le onde che s’infrangevano e si ritiravano sulla sabbia. Si tolsero le scarpe e come dei bambini felici, sguazzavano coi piedi nell’acqua giocando tra un’onda e l’altra.
Felice ora Davide di quell’incontro casuale, iniziò ad abbozzare un motivo, a canticchiare il testo della sua canzone e quasi senza accorgersene aveva trovato il feeling tra testo e musica!
Abbracciò Giulia con grande gioia e tenerezza di quel momento speciale che questa amica di vecchia data arrivata al momento giusto a rallegrare la sua vita e soprattutto a fargli trovare la giusta ispirazione.
Corsero in casa e velocemente Davide, mentre la mente ancora cantava quel motivo arrivato come d’incanto …. “con matita – spartito” scrisse frenetico le note sotto una forte ispirazione ed in meno di quanto si potesse immaginare il pezzo, una nota dietro l’altra, venne completato!
Quando lo suonò al pianoforte Giulia lo ascoltava estasiata, era veramente una bella canzone, la melodia appena creata poi, scatenava insieme alle parole, fortissime emozioni!
“Bravo Davide, è proprio una bella canzone” gli disse Giulia.
“Grazie Giulia, devo dire che è anche merito tuo, il tuo arrivo, la tua allegria, il tuo sorriso e la tua spensieratezza sono stati determinanti” ribadì Davide.
Decisero di continuare la giornata andando a ritrovare gli antichi posti della loro bella amicizia parlando dei tempi passati di uno e dell’altra.
Il giorno dopo i loro impegni li avrebbero di nuovo separati, ma si lasciarono con la promessa di ritrovarsi durante l’estate successiva.
"Ciao Carlotta! Sono felice di rivederti! Come stai?" chiede lui, felice di rivedere la sua ex.
"Caro Giulio, è bello rivederti. Purtroppo a me le cose non vanno molto bene."
"Oh, mi dispiace, spero nulla di grave! Vieni, andiamo a sederci su quella panchina, così potremo parlare un po', se ti fa piacere" le dice lui, premurosamente.
Carlotta accetta la proposta e i due giovani si siedono.
"Se ti va, puoi parlarmi dei tuoi problemi. Sai che io sono sempre stato un ragazzo dal cuore grande. Cerco sempre di aiutare gli altri, se posso"
Carlotta guarda Giulio intensamente negli occhi. Ricordando i tempi in cui erano insieme, decide di aprirgli il suo cuore, mentre calde lacrime iniziano a bagnare il suo dolce viso.
"Giulio...sono disperata!" dice Carlotta tra i singhiozzi.
"Non fare così, cerca di calmarti! Ora ci sono io! Dimmi tutto e cercherò di aiutarti come posso!"
"Grazie. Sai, è un periodo terribile per me: tutte le persone a cui volevo più bene al mondo, hanno tradito la mia fiducia!"
A questo punto, Giulio sente una stretta al cuore. Anche se non vedeva Carlotta da anni, gli fa male vederla ridotta così. Nonostante la loro storia sia finita da anni, egli nutre ancora affetto per lei.
"Amica mia, non fare così, ora ci sono io! Te la senti di spiegarmi cosa è accaduto?"
"Sì Giulio" mormora la ragazza continuando a lacrimare.
"Dopo che io e te ci siamo persi di vista, ho passato un periodo da single in cui dicevo a me stessa che non mi interessava avere un fidanzato, che stavo molto meglio da sola. Poi, un giorno, in palestra ho conosciuto un ragazzo che mi è subito piaciuto. Abbiamo cominciato a uscire insieme e ci siamo fidanzati."
Giulio, nell'ascoltare il racconto della sua amica, comincia a provare un vago senso di rimpianto, e anche un pizzico di gelosia.
"E poi, cosa è successo? Avete avuto dei problemi?"
"Lui era tutto per me! Non ho mai amato nessun altro uomo intensamente quanto lui!"
Giulio, nell'ascoltare queste parole di Carlotta, diventa sempre più cupo. Il pensiero di questo ragazzo che la sua ex aveva tanto amato dopo di lui, lo irrita un po', ma cerca di non darlo a vedere a Carlotta.
"Vai avanti..." le dice.
"Ebbene...ho da poco fatto una scoperta...terribile..."
Ora Carlotta piange talmente tanto da non riuscire più a parlare.
"Coraggio Carlotta, io ti voglio ancora bene, sono tuo amico, di me puoi fidarti! Dimmi tutto!"
Le dice lui stringendo dolcemente le mani di lei tra le sue.
"Ecco, vedi...la mia...la mia migliore amica...è...incinta del mio fidanzato!"
Dopo questa dichiarazione, Carlotta torna a singhiozzare ininterrottamente. La ragazza appoggia la fronte sulla spalla di Giulio, per cercare conforto. Giulio non sa cosa dire. Si rende conto che per Carlotta è davvero un colpo durissimo.
"Carlotta, mi dispiace! Immagino che brutta delusione per te, ma non devi disperarti così..." le sussurra lui all'orecchio.
"Ah, non devo disperarmi?" dice lei alzando la testa dalla sua spalla e interrompendo improvvisamente il suo pianto.
"Lo sai che anche mia sorella minore aspetta un figlio da lui?"
A questo punto, Giulio sente salirgli un senso di rabbia verso questo ragazzo che tradisce la fidanzata con persone a lei care, e la fa soffrire così tanto!"
"Carlotta...è davvero una situazione incresciosa..." le dice."
E non ti ho detto ancora tutto: anche mia sorella maggiore è in stato interessante! Indovina chi è il padre del bambino?"
"E'...è...sempre il tuo ragazzo?" chiede Giulio titubante.
"Certo, è lui!"
Giulio, ora, oltre che arrabbiato comincia ad essere perplesso.
"Carlotta, ma..."
La ragazza non gli permette di continuare la frase e prosegue con le scottanti rivelazioni:
"E lo vuoi sapere? Lo vuoi davvero sapere cos'altro ha combinato questo porco?"
Ora il tono di Carlotta è aggressivo. Ella ormai non piange più, la disperazione ha lasciato il posto alla rabbia, è tutta rossa in viso, una vera furia!
"Certo, dimmi tutto" risponde Giulio quasi impaurito.
"Ha osato persino mettere incinta...mia cugina! La cugina a cui sono più affezionata!"
"Accidenti, Carlotta, ma questo tipo è tremendo!"
Ma il racconto di Carlotta non è ancora finito! Ella ha ancora altro da aggiungere. Si calma un po', assumendo un'espressione molto seria e dice:
"Giulio, forse ora non ci crederai, ma...ha messa incinta anche mia zia Graziella!"
Giulio ormai non sa più cosa pensare. Ricorda di avere conosciuto la zia di Carlotta. Non sapendo cosa dire, dice soltanto
"Ah, tua zia Graziella, è ancora abbastanza giovane, me la ricordo"
"Già! Ma la vuoi sapere un'altra cosa ancora? La vuoi sapere?"
"Certo!" risponde Giulio, ormai rassegnato.
"Anche mia madre sta aspettando un figlio suo!"
A queste parole Giulio non resiste: gli viene spontaneo chiedere a Carlotta:
"E tuo padre? Tuo padre non è incinto del tuo ragazzo?"
"Mi ha chiesto di andare in farmacia a comprargli il test di gravidanza!"
Quando le due ragazze, appena adolescenti, udirono un urlo, si precipitarono nella camera da letto dei genitori e ad entrambe venne un colpo al cuore, si riempirono gli occhi di lacrime. Rosina era con il capo abbandonato sul cuscino, gli occhi vacui, persi nel vuoto, sbarrati, immobili. Ogni tentativo di salvarla risultò vano e mia nonna, da un giorno all'altro si ritrovò sola, in un mondo che le incuteva sempre più timore.Camminava per il paese in preda ad una continua agitazione da quel momento poi diventò sempre più sospettosa e prudente, per cui questa sua successiva paura la fece vivere in uno stato di infelicità permanente. Con il tempo diventò una bravissima donna di casa, una cuoca provetta ma aveva il cuore in continuo tormento. Divertirsi, per i paesani, era considerato un peccato; solo chi faticava manualmente veniva apprezzato. Ricamava molto bene insieme alle sue amiche Santina, Elena, Berardina, quest'ultima era l'unica che frequentasse il ginnasio a Leonessa. Con l'amica Stefania invece seguiva lezioni di cucito, impartite loro da una sarta che arrivava in paese due volte a settimana. Stefania era una ragazza dalla folta chioma bionda, che raccoglieva sulla nuca ed era ipovedente dalla nascita. Attraverso il tatto, toccando la stoffa con le mani, percepiva la fattura del tessuto e iniziava a ricamare ghirigori con grande maestri. Un episodio significativo che mi raccontava mia nonna che mi è rimasto impresso e si riferiva al giorno in cui Stefania ebbe il menarca e si trovava a casa sua. All'improvviso la ragazza si senti un liquido bagnarle le mutandine, quindi preoccupata, andò in bagno e quando tornò, aveva tutte le mani sporche di sangue." Ti serve aiuto?" le chiese dolcemente mia nonna, alla quale il ciclo era arrivato l'anno precedente e quindi era ben informata." Grazie" rispose lei e la seguì in bagno imbarazzata, ma ascoltò le sue raccomandazioni, si lasciò lavare nella tinozza e poi applicare una pezza di stoffa sulle mutande, fissata con due spilli, così come si usava allora, dopodiché, tornarono a ricamare. Sedute alla finestra, per carpire l'ultima luce del sole, prima del tramonto le due amiche se ne stavano quiete a chiacchierare tra loro mentre sostituivano i polsini delle camicie degli uomini di casa. Era un lavoro di estrema precisione nel quale chissà per quale strana capacità sensoriale o intuitiva Stefania era molto abile. Dai racconti che mi faceva mia nonna, credo che mia nonna ammirasse la sua amica, però segretamente.
I primi ad arrivare, nell’aspettare gli altri, ascoltavano silenziosamente i racconti delle "Sciure" del paese, che ci rapivano facendoci immergere nella loro magia di gioventù, nostalgicamente sfumata.
Tra una lacrima e una risata, si facevano largo le gomitate appena accennate tra noi, che invece vivevamo, di spensierata allegria. Eravamo tutti armati del necessario per sconfiggere quelli che ironicamente denominavamo gli "Aerei," che in picchiata si gettavano a mitragliare le nostre gambe, e come unica difesa avevamo lo zampirone, contro gli zanzaroni della “Lanca.”
Un piccolo laghetto creatosi in modo del tutto naturale, dopo la rabattata da una sponda all’altra di Mezzana, dovuta a una memorabile inondazione del fiume Po, che dopo il rientro alla normalità, prese un nuovo corso. Da questa leggenda, nacque così il nome del mio paese, Mezzana Rabattone che prese il posto di Oltre Po Pavese.
Ed ecco arrivare chi, io con ansia aspettavo, la mia amica del cuore "Nadia." Compagna di mille e una avventura, dotata d'intelligenza sopraffina, l'ho sempre ammirata ma soprattutto, ci abbracciava una forma di bene naturale, come fossimo sorelle.
Quella sera per noi era speciale, perché il giorno dopo sarei partita per la terra natia dei miei genitori; Sicilia, andando via per sempre. Parlammo tantissimo finché arrivò il momento di doverci definitivamente salutare. Con il dolore negli occhi ci guardammo intensamente, tenendoci per le mani ormai tremolanti, ci abbracciammo commosse nel nostro indimenticabile attimo intenso, dove come una pellicola a bianco e nero, ogni singolo passaggio di vita insieme, attraversava la mia mente, che mi lasciava lo strascico di una triste paura, quella di non doverla più rivedere.
Da qui, la promessa che un giorno ci saremmo rincontrate proprio lì, in quel punto, a due passi da casa mia.
Dandoci poi le spalle piangendo, a voce alta ci ripetemmo:
"Ci vediamo al muretto."
L’appuntamento è avvenuto stasera nel silenzio di questo bellissimo balcone illuminato dalla stessa luna a falce che qui da me nasconde il suo lato oscuro dietro la collina di Miralta mentre alla foce della Piave dove corre il Sile, caro amico, mi piace pensare ti resti accanto accarezzandoti soltanto, intanto che ti preoccupi di amare “la solitudine della felicità”.
Tra le pagine del tuo nuovo libro ritrovo “ogni passato che hai fatto riposare alle tue spalle”, bevo un bicchiere di vino e so che ne berremo un altro insieme lungo l'asta del fiume. Mi tremeranno le mani per ogni ettolitro (hl!) di vita che divideremo insieme, Michele.
Mi avevi detto qualche tempo fa del libro, le tue parole profumavano di quella felicità… Così dopo un Raboso ti aiuterò a rimanere solo. Ti lascerò al procedere lento e ostinato della vita, e alla tua naturalezza ne ”l’assumere sogni disoccupati”.
Siedo ancora nel balcone su una ballata folk pensando forse di essere altrove, tra poesie e riflessioni in prosa che accarezzano l’una l’anima dell’altra.
Mi manca il tuo approccio pratico alla vita.
"C'è sempre una soluzione", mi dicevi mentre ascoltavi i miei drammi, poi ti accendevi una canna alla finestra di cucina.
"Devi trovare uno come me" scherzavi.
Il giorno in cui nacque tuo figlio mi sei venuto a prendere lo stesso per portarmi a lavoro, come se fosse un appuntamento al quale non potevi mancare.
In macchina ascoltavo il tuo racconto: l'attesa, la tensione, poi l'arrivo di Carlo. Assorbivo tutta la tua fatica, tutta la tua felicità, avevo le palpitazioni per una storia la cui fine era scontata.
Alla guida ripetevi, quasi tra te e te :"Deve essere lei" .. e io guardando la strada ti dicevo che sì, era lei la donna della tua vita, era tua, l'avevi trovata.
Ti ho sempre capito, e tu hai sempre capito me.
Al momento di partire, mi hai detto che ci saremo rivisti, poi mi hai abbracciato e sollevandomi mi hai fatto girare per tutta la sala.
Mi manchi amico mio.
Parlerò di lei perché la sento. No, non che io le telefoni, questo no, ma la percepisco, ogni giorno. Dividiamo, o meglio condividiamo, la stessa sedia, beh, volevo dire passione, per dire che stiamo, entrambe,… si, insomma avete capito, no!?... Con lei è come stare su una sdraio a due passi dall’acqua, in riva la mare, a darsi un’occhiata d’intesa e qualche sorriso di assenso o dissenso, ogni tanto.
Ed è bello così proprio per questo: un’intesa silenziosa. Godiamo così!...
Passa tutto di lei, come attraverso uno specchio: basta un click. Mi soffermo, tante volte, a pensarla: io la vedo. E più penso, più l’immagino, più mi viene di vederla… in un ritratto.
Una signora d’altri tempi, certo un po’ anche per gli anni, ma più per la mia sfrenata fantasia che, seppur tal sfrenata è, vuol dire che, infondo, qualcosa vagamente di lei mi porta in altri tempi. Sarà il suo fare materno, tenero, a tratti protettivo, per niente sdolcinato, anzi, in certuni casi, energico. Sarà quel che non so che, che non saprei dire ma io sento che è una persona… vera. E poi sa tanto di poesia!...
Ed è lei, Vera, colei che immagino come in un quadro fantasioso.
Alta, magra e una gran classe; una donna elegante, dallo sguardo dolce, profondo, dato da due occhi azzurri come il suo mare che spiccano sui lineamenti fini, delicati del viso incorniciato dal bianco dei capelli, sempre ben pettinati. Poi mi giro, la rivedo in un’immagine in cui legge: occhiali, il libro tra le mani delicate e lo sguardo che sbircia dalla finestra… A volte mi viene di pensarla come la nonna dei fumetti: occhialini sul nasino, proprio quello di una bambina, e un sorriso fra il tenero ed affettuoso. Giusto quello di una nonnina! Tutto questo senza offesa, si capisce, anzi. Pure io ambisco a quell’immagine, e già ne acquisto quando leggo, ai miei nipoti, qualche poesia. Un po’ vanitosa io però, perché gli occhiali li scelgo colorati, imperlati e brillantati, cosicchè cancellino un po’ di.. anni all’atto d’inforcarli… Vanità di femmina!...
Lei è limpida, certo non le manda a dire: diretta, spontanea; un tantino come me, o meglio, io come lei. Arrogante, polemica, potrebbe sentenziare qualcuno. Ma no, non è l’arroganza prepotente che ti mangia e ti zittisce. E’, piuttosto, quel dire enfatico, dato da una carica emotiva e caratteriale, di fronte alla vita, a discorsi ed argomenti, a volte angosce e situazioni. Pronta, sempre, al confronto, momento di crescita e di scambio. E’ tutto un dire, non c’è che dire! E vuol proprio tanto dire, commentare!...
… Eppure in lei c’è poesia! Tanto amore si respira accanto a lei. Quanta voglia di cambiamenti, quanta speranza, tenacia, quanta voglia d’insistere. Perché in verità vi dico che lei è una persona VIVA! Mi ricorda tanto una vecchia zia: zia Maria, centenaria. Beh, non era proprio una mia zia, ma di amici fraterni. Ma tutti la chiamavano così per rispetto ed affetto, allora avevo preso l’abitudine di chiamarla anch’io così: ad un certo punto avevo cominciato a sentirla “mia”. Ci passavo pomeriggi interi con lei a parlare, ad imparare dalla sua saggezza, dalla sua vecchiaia, che non è una malattia! Lei mi ha dato più di chiunque altro, mi trasmetteva forza, una voglia di vita esagerata. E, se la vecchiaia fosse stata una malattia, beh, avrei voluto, molto volentieri, che m’infettasse!... Evidentemente, zia Maria era fatta della stessa pasta di Vera.: forgiata dalla scuola aspra della vita. Un tipino niente male: tosta ma amorevole, una grande fede, giusta e tenera. Per dirla in una battuta, mi sembra quasi un “copia e incolla”.
Eh, ma mi frulla un’altra idea. Si, mi dico che, prima o poi, andrò nella sua bella terra: tanto lì ci sono due amici. Lo farò, Vera, magari passerò da te, solo il tempo di un abbraccio.
Come dici? Devo brigarmi!... Ma va là, abbiamo tutto il tempo che vogliamo. E poi, scusa, tu lo sai, prima o poi ci rivedremo, comunque. Mi raccomando: porta un po’ della tua poesia. Come?... si, hai ragione questo scritto potrebbe assumere il tono di una lettera. Eh, lo so cara, qualcuno penserà che voglio rubare la scena. Pensa te in quanti lo vogliono, a questo mondo, e lo fanno in mille modi. Eccome se lo fanno!
Ma qui comando io, faccio quello che mi pare: questo è spazio mio, solo mio, faccio come voglio!
… E continuo e faccio!... Signora mia cara, non è una sviolinata: che motivo avrei? Non ti conosco, non puoi lasciarmi i tuoi beni, quelli terreni perché di quelli spirituali…. Di soldi manco a parlarne!...
E’ solo che m’ispiri un affetto prepotente, un grande amore: quello che mi ha nutrito fin da bambina. La mamma, la nonna, persino i cari vicini di casa e gli amici del mio papà. Ma erano altri tempi! Tempi dell’amicizia vera, del buon vicinato, dell’altruismo, della serenità d’animo. Ecco io con te respiro di quel tempo: quando guardavo, con gli occhi da bambina, le signore anziane. Oggi immagino te con i miei occhi di allora e sogno.
… Alta, magra, i capelli bianchi, due occhi chiari dolci, profondi, veri. Tutta vestita di pizzi e merletti, colletti con bianchi ricami e rouches. Una dolce, bella nonnina che si appoggia al bastone nel suo andare fiero ed elegante. Una signora d’altri tempi!...
Questo il mio ritratto di Vera e…. sa tanto di Poesia!
Un Anno di pace e amore
Un augurio per chi è in cerca di lavoro e chi soffre e non è felice
Un augurio a tutti i malati nelle case di riposo che una carezza le solleva il dolore e le porta un sorriso nei loro cuori tanti auguri a tutti e buon 2016
I tuoi occhi sono stanchi come i miei; è il prezzo che si paga dedicandosi agli altri; ma è un prezzo, uno spendersi, che dà soddisfazioni, non materiali, ma intime.
E vedi, colgo l’invito sottinteso di Silvana Montarello con la sua Club Poetico, per dirti GRAZIE, anch’io, perché scriviamo, scriviamo, ma alla fine è grazie a te se condividiamo, ci confrontiamo, ci misuriamo; in fondo questa community esiste perché ci sei tu a gestire uno spazio, virtuale si, ma dedicato, che poi, voglio dire, nel panorama, non è l’unico ma che io, grazie a Caterina Morabito, ho deciso di frequentare perché mi sono resa conto della sua valenza; io lo considero un’agorà per la qualità delle interrelazioni dialettiche che si sviluppano e per il significato dei messaggi che veicolano.
Enzo, ognuno ha le sue intuizioni e le sue percezioni, che rimangono fine a sé stesse se non entrano in gioco con altre; è interessante questo nostro dialogo interattivo, ed è importante questo tuo esserci equilibrato e attento.
Ho accolto con piacere l’idea di questi concorsi interni; è uno stuzzicare in più la nostra smania di sbriciolare, (pardon!) di declinare versi e di migliorarci.
Questo è un periodo di grandi impegni per me, ma non ho resistito all’urgenza di visitare il nostro spazio e di riprendere a pubblicare con un Ciao a te dedicato.
Alla fine meriti la nostra attenzione e il nostro affetto e ci dobbiamo ricordare di più di salutarti.
Buona giornata, buon lavoro e un caro saluto a tutti.
Ancora, Ciao e a presto.
Naturalmente, anch'io, come gli altri ragazzi della scuola, la guardavo, valutavo i suoi seni, che apparivano sodi sotto la blusa accollata, ammiravo le sue lunghe gambe, forti, ma armoniose, con le quali aveva vinto la gara di salto in lungo femminile. Ma più di tutto mi piaceva la sua pelle, tenuemente rosa, con lentiggini sparse, e profumata naturalmente, come quella di un bebé di sei mesi. Bastava starle ben vicino, per sentirlo, quel leggero, delicato profumo.
Gli altri ragazzi le ronzavano sempre intorno - lei era certo la ragazza più bella ed interessante fra quelle che frequentavano il liceo - e lei domava i loro bollenti spiriti con la freschezza del suo sorriso luminoso. Io invece, me ne stavo un po' in disparte, non mi sono mai piaciuti i posti affollati, e l'ammiravo da lontano. Ogni tanto ci capitava di scambiare qualche parola, specie durante le lezioni di francese, che avevamo in comune, benché io frequentassi il liceo scientifico, lei il classico. Sedevo nel banco dietro a lei, dove ogni tanto mi raggiungeva un alito del profumo della sua pelle.
Ma per il resto, le stavo appunto distante, forse per timidezza, più probabilmente per insicurezza.
Poi arrivò il giorno delle stringhe.
Come quasi sempre accade, è la donna che sceglie l'uomo che la sceglierà; meglio ancora, sono spesso le donne che fanno il passo determinante perché una possibile storia abbia inizio.
Quel giorno, erano circa le otto e un quarto di un bel mattino soleggiato, eravamo quasi tutti fuori della scuola, in attesa del suono della campanella che chiamasse alla prima ora di lezione, quando la vidi staccarsi dalla nube di corteggiatori che come sempre l'avvolgeva, e venire verso di me sorridendo. Non era mai successo prima.
"Ciao, Francesco, come stai?" mi chiese.
"Ciao, Valeria, bene, grazie, e tu?"
"Senti, non ti offendere, ti ho comprato queste" e mi porse un paio di stringhe da scarpe, marroni, sottili, arrotondate.
La guardai interrogativamente, senza capire bene cosa stesse succedendo.
"È un po' che ho notato che le stringhe delle tue scarpe sono tutte rotte, penso che fai fatica persino a fare il nodo, e non è bello da vedere. Così ieri sono passata dal calzolaio e te ne ho comprato un paio. Voi ragazzi siete un po' pigri per queste cose!", mi disse ancora, sorridendo e continuando a porgermi le stringhe.
Io le presi e non sapevo cosa dire; non sapevo se sentirmi umiliato per essere stato colto in peccato di sciatteria, o se essere esaltato per il fatto che lei mi avesse guardato con particolare attenzione e pensato a me, andando a comprare quelle stringhe, che ora stringevo nella mano.
"Non me le devi pagare", aggiunse, sempre più sorridente,"magari sabato m'inviti a prendere un tè in pasticceria"
Sono passati ormai più di venticinque anni da quella mattina. Abbiamo avuto due figli, ed oggi il primogenito, che fa anche lui il liceo scientifico, era raggiante: pare che la brunetta che gli piace tanto gli abbia portato un CD, da mettere su quando fa i compiti.
Se tanto mi dà tanto...









