Giulio raccatta i piedi da terra e bastonando la sua giovane gamba destra di legno, persa in falegnameria, saltella con la sinistra ancora in uso prima d'andare in disuso e si fionda a corsa di bradipo tartarugato presso la panchina vuota esposta al sole.
Sole sono spesso le anime quando di loro non resta che il ricordo.
Ora Giulio, nel suo incedere nel mondo, finalmente ha il suo posto sotto i riflettori del cielo.
Un palco niente male su cui esprimere tutta la sua virile forza di pensionato al minimo e con il minimo dei desideri.
La gazzetta dello sport si legge bene oggi con un occhio solo, la luminosità non è eccessiva e nemmeno scarsa.
Nessuno vede l'altro occhio di vetro sempre concesso al valore ligneo del lavoro, si può mettere in tasca. Approntare l'apparecchio acustico non interessa, meglio non essere disturbati: la passione per il calcio ha la precedenza.
Cazzo, se non fosse per la carenza di calcio nelle ossa magari oggi si potrebbe anche fare un po' di jogging in questa bella giornata spensierata, invece no ecco Giulio seduto in santa pace con le sue tre dita a tener fermo quel giornale di merda che invece tremola tutto.
Due dita si possono anche concedere alla sega circolare a nastro.
Bei ricordi quelli andati. Sì, andati a “morì ammazzati”.
Il tempo scorre tra un rigore non dato e un arbitro consueto alle figure retoriche d'alci e caproni.
A vederlo si descrive quasi un salto nel tempo, quando queste cose contavano ancora.
«Cosa guardiamo ora, di contro?»
Un uomo sulla mezza, mezza, mezza età della superata quarta età.
Vale a dire un uomo che si sente un bimbo di cinque anni col pisello d'un vetusto signore, no correggo un uomo vetusto col pisello di uno di cinque anni.
Beh insomma non c'è né l'uomo e né il pisello e che cazzo!
Ma lasciamo in pace il baby e diamo uno sguardo in giro tanto lui è confinato nella sua macchina del tempo.
Una giovin pulzella alta quasi quanto un platano sta “platanando” sui tacchi per i viottoli erbosi del prato cittadino in questione.
Bionda “parruccata” con occhi magnetici da reggere comodamente anche un paio di tende da salone e pure le tette rifatte e il culo a tiramisù.
«Sarà mica una prostituta, che ammicca i poveri pensionati per spillargli soldi?»
No, lei è una serial ladra.
L'ultimo colpo è stato magro: trenta euro a un sognante uomo con tanto di foto d'amori e famiglia passata.
«Che sventola ragazzi. Quella sculetta come le onde del lago di Garda!»
Vaffa... al giornale: occhio di vetro (legno o altro materiale bio-logico) a posto, guanto alla mano perfetto, pantalone allargato sotto a nascondere il legno, cavallo sopra la panza a stringere i coglioni per mostrare il pacco e...
E... “coglione abbassa i pantaloni se no te castri!”
Accidenti per poco non mi sviene.
Una boccetta d'acqua di colonia spruzzata qua e là, giù e su, più giù che...
“Tralla e lero e tralla e là” la ragazza biondona adocchia la preda che, impettita come un leoncino alla revisione della motorizzazione civile, luccica al sole nelle sue borchie argentate che lo saldano e lo tengono unito.
La giovane avvenente ladra, dopo aver contato di soppiatto il bottino che ha in borsa, s'avvia in tutta la sua platonica “platanità”. Accidenti cinquemila euro, non male per inizio di giornata.
“Ciao bel vecchiaccio intrigante sei solo oggi? Posso aggregarmi al tuo splendido pacco?”
Già l'odore della moneta pecuniosa si staglia lungo tutta la sua taglia.
“Certo bella zoccola che non fa la prostituta, oramai non mi si fila più nessuno, pendo dalla tua maglietta succinta”
“Non sono incinta, ma mi siedo volentieri con te, che stupendi zigomi che hai!”
“Modestamente me li sono tagliati da solo, facevo il falegname”
“Allora te ne intendi di quella roba lì”
“Sicuro mi chiamavano il re delle s...”
“Che spirito, ma dimmi sei solo nella vita?”
“E sì, sono rimasto solo da quando m'è morta quella barboncina di mia moglie, che dolore immenso, la portavo sempre qui e faceva i bisognini nell'aiuola senza sporcare, che meraviglia!”
“Poverino hai bisogno che qualcuno ti dia una mano per la spesa, io ti posso aiutare volentieri, poi per un uomo interessante come te...”
“Che carina che sei, guarda, vorrei comprare un paio di quotidiani da leggere, l'edicola è lì di fronte”
“Figurati ci vado subito!”
“Ecco cara prendi il mio portafoglio, è qui in tasca davanti sfilalo tu io non ci riesco”
“A… bricconcello pisellone!”
Una mano fa qualcosa mentre un'altra con astuzia di mestiere da taglio, apre la borsetta della ladra e ripulisce tutti i soldini, richiudendo con magistrale perfezione il tutto.
“Vado allora ammaliatore, prendo i giornali e torno”
Lui la controlla con lo sguardo da lontano.
«Mi dia quei due quotidiani, un attimo che prendo gli spiccioli, ma! Cazzo il portafoglio è vuoto» “Stronzo d'un vecchiaccio! Un' attimo guardo meglio in borsa... m'ha fregato pure i cinquemila euro!”
“Signorina, si sente bene? Non importa prenda pure i giornali, lei è così bella!”
Una panchina nel parco ospita una ladra che singhiozzando legge i giornali.
«Ladro ripulisce le persone, la polizia indaga in seguito a numerose denunce su un geriatrico frequentatore del parco per la prostidudine»
Kyros
«Nel tormento dell’incerto assoluto comparve l'estasi del dolore
che trafisse l'anima con lunghe spine.
Rese viva l'esistenza, le concesse la forza del pensiero.
Indusse ogni singola emozione verso i “sentieri dell'anima” che
portavano alla quiete dello spirito dopo un vagare triste e incerto.
In una notte…
Notte senza tempo si materializzarono ancestrali vicissitudini.
Tra lampi e tuoni tremò l'intelletto e il verbo divenne amore».
Se dovessi rincorre la solitudine d'una luce accesa spegnerei quella clessidra di vetro da troppo tempo logorata dalla polvere d'una stella cadente.
Se avessi la forza di graffiare le infinite trame tessute dalla tristezza, scolpirei sulla sabbia i tuoi occhi di cristallo.
Se la malinconia d'un vascello in fuga verso l'orizzonte ascoltasse i nostri lamenti, costruirei una piramide per racchiuderli dentro.
Se gli interminabili se che camminano insieme a noi rimanessero solo dei se, troverei il coraggio di sussurrare il tuo nome al vento.
Se un raggio di sole riflettesse nel tuo sguardo il labirinto che ci imprigiona vagherei per l'eternità alla ricerca del tuo amore.
Se ancora una volta potessi sfiorare con le mani il tuo viso resterei lì fermo a osservarti per ore nel silenzio d'una tempesta.
Se negli stralci di queste frasi potessi cancellare le incertezze forse mi ritroverei accanto a te.
Se d'un tratto scomparissero i vampiri che volano nelle stellate notti mi appoggerei ancora con te su quella panchina triste e fredda.
Nel calore d'un acceso fuoco annegherei il mio amore e con infinita dolcezza cullerei i tuoi meravigliosi occhi di cristallo.
«Gocce di rugiada lentamente scesero giù dalle foglie,
sguardi lontani s'intrecciarono, s'osservano.
Piccole ombre nascosero il volto.
Lontano un bagliore scoprì gli occhi.
Immagini sbiadite,
lassù vissero ancora.
Burattini come equilibristi
corsero lungo il filo della vita.
Risero, piansero, poi in silenzio morirono.
Grida nel silenzio,
qualcuno ascoltò.
Nell'oscurità occhi di cristallo brillarono,
sorrisero...
Ancora una notte è trascorsa, una notte senza tempo»
Continuò la tempesta s'aprirono porte e finestre, si chiuse l'anima in se stessa a cercar riparo dalle folgori. Il tempo si tramutò e nel passato annegò mentre fuori tutto era scuro. La notte urlò, il cuore sanguinò.
Ti cercai nei crepuscoli estivi, ti cercai sulle spiagge deserte.
Il vento spazzò via i tramonti lunari, piegò in due evanescenti realtà, soffiò sul tuo viso di rugiada.
E tu dove eri?
E dove erano i tuoi occhi di cristallo?
Dirupi immensi intorno a me, scogliere di ghiaccio si sciolsero, sussurrarono il tuo nome.
Eternità latenti dipinsero paesaggi lontani, sprazzi d'azzurro cancellarono i solchi della vita, piccoli ramoscelli s'intrecciarono, tenere foglioline sorrisero alla terra, sensazioni fuggevoli piansero.
Echi dispersi nelle nebbie di tempeste stellate, ricordi velati da rigagnoli di sabbia, fiumi di papaveri imbevuti di rosse emozioni ti invocarono.
Ti cercai sulle rocce dei sentieri, sulle ali delle statue, ti cercai nelle maree scolorite della sera, ma invano gridai, mi disperai.
Invano mi chiesi dove eri.
Fruscii d'un tempo immaginario soffiarono lontano, sprazzi d'azzurro scomparvero all'orizzonte.
Ricordi persi nelle notturne tenebre, ricordi sospesi, immagini stampate sulle onde dei mari.
Pensieri... Solo delusioni dimenticate in un angolo.
Guardai lontano nel tempo, rividi un volto, ricordai.
Poi chiusi gli occhi e sognai...
«L’universo si apriva nel sentiero delle memorie perdute dove ogni realtà umana diveniva illusione e le immaginazioni erano reali.
La porta per accedere al viottolo che introduceva alla piccola strada era inesistente e si poteva trovare solo divenendo oblio con l’anima in una simbiosi con i fili di pensiero che legavano ogni cosa nell’intera esistenza cosmica.
La reminiscenza era la personificazione d’una dimensione e infinite risultavano le esperienze che appartenevano alle dimensioni stesse»
Lasciai il mondo conosciuto per entrare negli oblii di Morfeo nel tempo di dicembre accompagnato nelle movenze da un freddo vento di grecale che spirava da Oriente, la mia sensazione di essere vivo veniva dalla pungente necessità di cercare il tepore delle reminiscenze.
Avevo dimenticato ogni legame con la conoscenza di me stesso e a muovermi in quel sentiero era
un refolo di puro Amore che mi spingeva ad andare avanti.
La strada era molto stretta, ai suoi lati v’erano intrecci di rami azzurri e di fiori color arancio che non avevo mai veduto, negli spiragli fra gli arbusti emergeva un blu intenso puntinato da bagliori dal colore dell’oro che a ritmo alternato sparivano e apparivano.
Il cielo si apriva e si chiudeva con il moto del pensiero e ogni movimento poteva avvenire sia sul selciato sia sospeso in una nebbia surreale che non era altro che polvere di stelle.
L’aria profumava di gelsomino e tutto era abbracciato da umide gocce di rugiada che scendevano da i rami più alti degli alberi, il rumore da esse creato donava alla mente una melodia meravigliosa che lasciava il peso della vita avvolto da un inesistente peso.
Mi cercavo con le mani toccandomi il viso ma avevo perso la materialità e ogni percezione avveniva in uno stato di non coscienza che non si poteva spiegare essendo comunque in grado di percepire tutte le realtà di quel luogo.
Saltavo tra fiori coloratissimi, profumi inebrianti e oblii di notturni mondi in cui le porte dell’universo si spalancavano al galleggiare dell’anima, cieca a ogni visione ma pienamente appagata da tutto quello che le visioni stesse potevano raffigurare allo stato imperscrutabile che ogni anima aveva.
Ero bambino e adulto al tempo stesso, potevo parlare all’universo e sentire le risposte in me senza udire nulla realmente.
Accanto al sentiero apparivano altissime cascate d’acqua e flauti magici circondavano l’aurea di infinito, formata dal cadere irruente e tempestoso dei fiumi in strapiombi senza fine.
Alzando lo sguardo al di sopra della mia coscienza apparivano in prospettiva infiniti arcobaleni che
erano innanzi a me e io mi sentivo parte di un immenso trompe-l’oeil che sembrava catturarmi nell’inganno.
Ma non era realtà e nemmeno immaginazione… qual era allora la dimensione in cui mi trovavo.
Non riuscivo a trovare nessuna risposta corrispondente alle mie immaginifiche domande e... per il primo infinito istante, da quando ero entrato nel sentiero delle memorie perdute, in me era comparsa inquietudine e paura.
Poi una lieve carezza sfiorò la mia incorporeità, una mano affusolata dalla pelle bianchissima lasciò il suo pensiero sul mio volto. Alzai la mia mente verso la concezione d’ogni dimensione e vidi accanto a me una donna vestita da bianche sete e merletti. Aveva dei lunghissimi capelli neri e degli occhi color cristallo e un grande cappello bianco con una velatura trasparente che l’adornava a completare l’estasi che aveva stregato il mio tempo. Chi era?
La sua voce soave non era udibile eppure io sentivo ogni sua parola e sembrava che avessi conosciuto da sempre il suo pensiero… La bianca Signora, lasciando nell’aria una scia di color verde smeraldo, con movimenti lentissimi cominciò a muovere le mani sulla mia testa e io in quel momento mi resi conto della mia esistenza nel tempo del non tempo.
Dentro di me un’eco risuonava e io potevo ascoltare il suo senso: «Ho tagliato i fili che ti legavano, va libero dove vuoi mio piccolo burattino, è tempo che tu vada».
La Sintonia degli Universi, la Madre del Caos Iniziale, nella sua infinita bontà aveva aperto le porte della coscienza unica a tutto ciò che io ero lasciandomi libero di divenire polvere di stelle.
«Ecco finalmente apparir la fine del sentiero.
Tutto ora e più chiaro.
Pace trova l'anima dal freddo fluire delle nubi, mentre un viso di donna resta impresso dentro fra mille sensazioni floreali»
«Nell'andare verso nord, sotto la cintura delle Alpi, un crogiolo di case riempie la pianura veneta, qui vi scorre irrequieto il Bacchiglione attraversando le terre del Palladio e gli Euganei colli fino al Patavino capoluogo dove si dirama fino a toccare il Brenta dolomitico e di là va poi a trovar sbocco in quella che chiamano laguna di Venezia.
Guarda l'altopiano d'Asiago dai sui erti monti il comprensorio sottostante invidioso della nebbia che frequentemente lo riempie.
Non lontano dal luogo di nascita del Mantegna se ne sta il borgo che m’accoglie con la sua torre comunale e il campanile della vecchia chiesa.
La vista che accoglie volge in fronte al colle della Madonna ai piedi del quale, prima d'iniziar la salita che al parco regionale porta, si trova l' Abbazia di Praglia, con la sua millenaria storia.
Al suo interno la biblioteca nazionale ospita molte delle opere di Antonio Fogazzaro lasciate in eredità ai monaci Benedettini, un suo romanzo fu ispirato ai luoghi stessi»
V'era una stradina nel luogo di mia dimora che amava circondarsi d'orticelli così piccoli e quadrati da sembrar quasi una grande scacchiera dove qualche alto stelo di pomodorini si dava aria d'essere il re e delle verdi zucchine pensavano magari d'esser regine e tutta la corte erano poi i vari ortaggi di stagione.
Codesta picciola viuzza s’inoltrava formando uno stretto sentiero all'interno d'un bosco di tigli e querce che a cintura circondava un lago dalle acque verdi e chiare.
Percorrendo quel cammino, sotto un arco di rami intrecciati, s'andava all'interno della vegetazione fin quando poi non si godeva di stupenda vista.
Un casolare antico nascondeva la via d'accesso, rendendo quei luoghi riservati e nascosti al rumore e agli affanni del quotidiano vivere.
In inverno la terra, intrisa d'umido e nebbie ricorrenti, si presentava tanto fangosa da rendere l'accesso al lago meno agevole.
Spesso andavo per esso accompagnato da raminghi pensiero e in quel venire di cercati ricordi dettavo al mio diario sensazioni di melanconiche vedute.
Pensieri sfiorarono i tuoi sensi.
S'ammantarono di fresca
mattutina bruma,
in un insolito gennaio
che al freddo rideva di sé,
fra nuvole e spogli campi.
«La vecchia chiesa pareva diroccata seppur d’essa s’udiva ancora il tocco delle campane, qualche scoiattolo, balzellando qua e là, raccattava bacche per poi scomparire nel nulla del sottobosco o su alte fronde che miravano più alla luce che al fosco umido della natura sottostante».
Arrivò un tenue sole,
s'accese di pallide
sensazioni la strada.
La percorsi
scivolando sull'erba,
ma non trovai ragione alcuna
per essere lì.
Nella distrazione d’un istante perduto
colsi dalla fresca terra un cuore.
Pareva ancora pulsare.
Cercai d’accudirlo con amore
prima di riporlo in me.
«Frastuoni velati provenivano da germani che dell’acqua non pativano il gelo e forse nemmeno esistevano se non in qualche anfratto boscoso della mia mente. Ero solo con me stesso avvinghiato agli scricchiolii che le scarpe concedevano alla pietraia bianca e scivolosa»
Pensieri sfiorarono
i miei sensi in gennaio
ma non raggiunsero
mai i suoi.
Di me ella era fantasma senza voce
carisma imprescindibile
del mio calamaio.
Le portai indietro il cuore,
ma un altro ne possedeva
e non il mio.
«Allora scrivevo steso su di una radice che tra le secche foglie usciva fuori a curiosare fino a morire con il suo legno nell'acque del lago.
Nulla poteva il freddo su un uomo già freddo e inerme.
Mi tenevano compagnia i canti dei miei perché e immaginavo primaverili merli che gironzolavano qua e là in cerca di vermetti e qualche anatra di cui mi divertivo a imitar verso.
Era una natura perfetta tanto da rendere lo spirito giovane e sognante seppur il grigio e la nebbia circondavano ogni cosa»
Mentre una brezza leggera
dal lago saliva
dal taschino presi un cuore,
smarrito per caso
nella bruma del mattino,
lo baciai teneramente
per poi lanciarlo verso l’acqua più profonda.
E nel far questo
lasciai per sempre quel bosco,
un giorno d'un gennaio inesistente
«Ma i versi a volte finiscono e il freddo spesso risveglia il bisogno d'umano calore.
Quel calore non era molto lontano, la mia casa era poco distante; mi svegliai dal mio sogno, salutai quei luoghi con il mio infantile garbo, raccolsi le mie membra in un unico corpo e m'alzai ancor vivo nei pensieri»
Una notte distrutta
lasciò il posto
a un’alba timida e nascosta,
traversò il mio amore
e io venni a cercarla ancora
in luoghi dove il dolore
trova sempre cura.
La soffitta della soffiata soffritta.
Genoveffa Frau
Nei lontani giorni di fine ottocento due cugini sprovveduti decisero di mettere per iscritto i loro pensieri da tramandare ai posteri.
Scelsero come base una vecchia soffitta impolverata, chiusa da tempo per inutilizzo, dopo una bella ripulita sarebbe stato un luogo ideale per scrivere in santa pace lasciando che la fantasia facesse le sue evoluzioni in totale libertà.
Per non disturbarsi a vicenda decisero di utilizzare quello spazio a giorni alterni dopo aver dato una bella sistemata al locale munito di piccole finestrelle che permettevano alla luce del sole di infiltrarsi illuminando tutto lo spazio, lasciando solo piccole zone d'ombra che non intimoriva i ragazzi.
In un angolo ricoperta da un lenzuolo un tempo bianco, troneggiava un'antica sedia a dondolo ben conservata, nessun tarlo aveva osato profanarla. Ancora non sapevano i ragazzi dei nuovi tarli con cui avrebbero dovuto combattere.
Con grande sorpresa scoprirono un antico pianoforte, neppure un graffio lo aveva intaccato, i vecchi proprietari amanti della musica, non vollero cederlo a persone incompetenti, per timore dei ladri lo fecero riporre in soffitta, con le dita rattrappite e doloranti per i reumatismi non erano stati più in grado di poterlo utilizzare, non avendo figli lo preservarono per l'unica parente ancora in vita, la sorella Emily.
Cosi era stato raccontato ai ragazzi dalla loro zia che ereditò quel vecchio casolare, un tempo maestosa villa nel verde d'una ridente vallata di Axeminon appartenente alla contea di C.Caunti Valley.
Ultimati i lavori di riassetto e pulizia, i giovani ben presto iniziarono a giorni alterni la stesura del libro che avevano in mente. Scrivere in soffitta si veniva a creare un'atmosfera ispirante, i versi fluivano leggeri come cascate verso un fiume, trascrivere le loro emozioni soggettive che poi avrebbero assemblato in un unico volume sarebbe stato un gioco.
Non si incontrarono mai nei giorni dedicati alla scrittura, rispettavano gli impegni presi e tutto procedeva per il meglio fino a che un intruso si intrufolò nella soffitta facendo man bassa dei loro appunti.
Incaricarono un investigatore privato e in breve scoprì l'autore del furto.
Messi al corrente i ragazzi compresero d'aver a che fare con uno psicopatico, individuo bipolare con manifestazioni compulsive maniacali edonistiche.
Voleva predominare su tutti, essere il migliore di tutti senza scrupoli abile nel danneggiare chiunque gli capitasse a tiro.
Convinto genio della scrittura, era solamente genio dell'inganno.
Pensava d'essere al sicuro celato dietro innumerevoli nomi fasulli, anche di donna, su cui trincerarsi, talvolta facendosi aiutare da sprovveduti complici coinvolgendoli nelle sue malefatte.
Tanti altri hanno avuto a che fare con lui e ne sono venuti fuori stremati e sfiancati.
I ragazzi presero una saggia decisione, denunciarono il fatto alle autorità competenti, il furto è un reato punibile con l'arresto e risarcimento dei danni alle vittime.
Non l'avrebbe spuntata con loro, oltretutto era ben dimostrabile il furto e il successivo plagio dei testi.
Decisivo il suo sbandierare ai quattro venti la sua capacità di trafugare opere non sue.
Presto avrebbe varcato le soglie del carcere, nonostante l'età avanzata, non avrebbe avuto sconti di pena essendo già stato condannato per altri reati.
Il libro avrebbe visto presto luce mentre il ladro avrebbe ritrovato il suo mondo oscuro dietro le sbarre.
Ragazzi muovetevi, oggi siete insieme e non sentite il profumo delle frittelle?
Sono la zia Emily, vi ricordate di me? In quale pianeta siete finiti?
Presto, la cena è pronta, poi mi spiegherete quali segreti mi nascondete, non sono nata ieri, voglio sapere cosa vi rende cosi euforici.
Zia Emily, l'odore di soffritto arriva alla soffitta, arriviamoooo zietta bella, non urlare, ti abbiamo sentita, poi ti raccontiamo...
Ore senza tempo e tempo senza ore nelle anfore segrete dei ricordi volavano trasportate dal bizzoso Eolo che con l’ausilio dei suoi venti raccontava storie ed emozioni. Esse si rincorrevano sui fili sottili dei pensieri e delle immaginazioni arrivando a rasentare il reale per sconfinare nell’irrealtà di mondi immaginifici. Gli orologi erano divenuti sostanze appese alle caverne del mai e un popolo di giganti li usava come segnali per convertire le ragioni in illusioni.
Potrà mai la forza della poesia superare le barriere e mischiarsi nei racconti tanto cari ai quattro venti che d’ogni vita son padroni...
«Se dovessi rincorre la solitudine d'una luce accesa,
spegnerei quella clessidra di vetro,
da troppo tempo logorata dalla polvere d'una stella cadente».
Se avessi la forza di graffiare le infinite trame tessute
dalla tristezza scolpirei sulla sabbia i tuoi occhi di cristallo.
Se la malinconia d'un vascello in fuga verso l'orizzonte,
ascoltasse i nostri lamenti,
costruirei una piramide per racchiuderli dentro.
Se gli interminabili se che camminano insieme a noi,
rimanessero solo dei se,
troverei il coraggio di sussurrare il tuo nome al vento.
Se un raggio di sole riflettesse nel tuo sguardo il labirinto
che ci imprigiona,
vagherei per l'eternità alla ricerca del tuo amore.
Se ancora una volta potessi sfiorare con le mani il tuo viso,
resterei li fermo a osservarti per ore nel silenzio d'una tempesta.
Se negli stralci di queste frasi potessi cancellare le incertezze,
forse mi ritroverei accanto a te.
Se d'un tratto scomparissero i pupazzi di latta che volano
nelle stellate notti,
mi siederei ancora con te su quella panchina triste e fredda.
Nel sogno d'un sorriso annegherei il mio amore e con
infinita dolcezza cullerei i tuoi meravigliosi occhi di cristallo.
“Gocce di rugiada lentamente cadono giù dalle foglie,
sguardi lontani s'intrecciano,
s'osservano.
Piccole ombre nascondono il volto,
lontano un bagliore scopre gli occhi.
Immagini sbiadite,
lassù ritornano a vivere.
Burattini che corrono lungo il filo della vita.
Ridono, piangono,
muoiono.
Grida nel silenzio, qualcuno ascolta,
nell'oscurità occhi di cristallo brillano,
sorridono.
Ancora una notte è trascorsa,
una notte senza tempo”
La notte urla, il cuore sanguina, dove sei?
Ti cerco nei crepuscoli estivi,
ti cerco sulle spiagge deserte,
dove sei?
Il vento spazza via i tramonti lunari,
piega in due evanescenti realtà,
soffia sul tuo viso di rugiada,
dove sei?
E dove sono i tuoi occhi di cristallo?
Dirupi immensi intorno a me, scogliere di ghiaccio si sciolgono,
sussurrano il tuo nome.
Eternità latenti dipingono paesaggi lontani,
sprazzi d'azzurro cancellano i solchi della vita,
piccoli ramoscelli s'intrecciano,
tenere foglioline sorridono alla terra,
sensazioni fuggevoli piangono,
dove sei?
Echi dispersi nelle nebbie di tempeste stellari
ricordi velati da rigagnoli di sabbia,
fiumi di papaveri imbevuti di rosse emozioni ti invocano,
dove sei?.
Ti cerco ancora sulle rocce dei sentieri, sulle ali delle statue,
ti cerco nelle maree scolorite della sera,
ma invano grido,
mi dispero.
Invano mi ripeto,
amore dove sei?
Fruscii d'un tempo immaginario
soffiano lontano.
Sprazzi d'azzurro
scompaiono all'orizzonte.
Sogni persi nelle notturne tenebre,
ricordi sospesi,
immagini stampate
sulle onde dei mari.
Pensieri...
Solo delusioni
dimenticate in un angolo.
Guardavi lontano nel tempo,
rivedevi un volto,
ricordavi un sorriso.
Poi chiudevi gli occhi e sognavi.
Irraggiungibile come una Dea per lui diviene ossessione d'amore.
Nessuno, nemmeno il gran sacerdote del tempio, può sfiorare la purezza di Sut.
La perdizione eterna nel mondo dei non morti attende chi oserà violare questa sacralità.
La vicinanza con questo tormento diviene sempre più insopportabile per Akenafis che affida allo scrittura la sua violenta passione.
L'occhio dal cielo.
Scruta l'occhio dal cielo i segreti degli amanti e d'essi accoglie i lamenti nelle notti gelide dei deserti.
Scruta in silenzio Akenafis che legge le parole sacre.
Pulsa il cuore.
Muore la mente nella pazzia.
Arde la pelle nel non toccare, si scioglie come miele,
colando lentamente dalle pareti dell'amore.
A nulla servono i poteri,
a nulla serve il nulla che distrugge il sacerdote.
Ti avrò Sut,
sarai mia nella casa delle intenzioni,
nella valle dei lussuriosi,
nei sotterranei delle acque nere.
Vento del deserto spira nella notte.
Granelli inondano ciò che non vede.
Il buio divora morso dopo morso
il tremore della genesi.
Gli organi vitali si scuotono sotto i colpi
del male oscuro.
Oscura è l'alito della morte che sputa il suo veleno
sulla vita di Akenafis.
Io sono ombra.
Io sono destino.
Io sono Akenafis sacerdote del sacro tempio di Sefor
ora e sempre nel corridoio dell'oblio infinito.
Il terzo alito della cenere
Terzo di cenere
nel soffio.
Sguardo di carbone.
Affusolate le gambe
scuotono le sensazioni,
vibrano le percezioni.
Ti volti,
pietra fredda in me,
caldo amante sarò.
Sciolgo il nodo
del sole morente.
Mani affusolate
lasciano segni
sul manoscritto di sabbia e conchiglie.
Amami nel tramonto delle dune,
amami come amante del tempo defunto.
Quarto di templi
del deserto dell'eden illusorio.
Losanghe disegnate
di monde paure.
Lesene del decoro,
falso inganno,
fatuo sostegno
sono i tuoi modi.
Idillio della città perduta,
oh sacerdotessa del principio delle ipocrite verità.
Sarò così per te
fra archi d'oscuro
e monumenti del torbido
sarò cosi.
amante
del tuo perso dormire.
Labirinti di perversione.
“Labirinti di perversione
tu che in me sei ossessione.
Trancio serpenti ingoiando occhi.
Scruta il falco nella notte,
il fiume dei morti ribolle d' anime.
Passi inconsistenti appaiono.
Labbra infuocate nel destino del suono.
Sfioro turgide emozioni,
sigillo in tombe mere passioni.
Re del trapassato pensiero,
manovro le membra dell'uomo.
Osservo le fattezze tue.
Nelle trasparenze m'immergo
per morire rinascendo.
Siano notti nella lussuria del dio Amos,
siano effluvi della disciplina di Sefor.
Siano corpi privi di sembianze,
nel contorcersi dell'essenza del peccato.
Io sono nel sibilo del vento
che attraversa le tue vesti,
io sono acqua che nelle tue forme si compiace,
freddo come il mondo che non esiste,
caldo come l'anfora del divino nettare.
Io sono privo d'inizio,
senza orizzonti finiti.
Io sono tramonto sul Nilo.
Io sono luce delle parole,
io sono freccia persa
nella valle del fremito,
nei sentieri della tua pelle di luna,
nell'arco delle infinite perdizioni.
Io sono Akenafis signore del silenzio,
padrone dei vasi sacri,
custode dei segreti dell'immortalità,
io sono tutto e nulla,
sono in ogni dove e in nessun luogo.
Sono quello che sono,
schiavo dei tuoi occhi di smeraldo,
oh mia regina Sut”
Io sono.
Io sono,
quello che sono.
Signore del mondo dell'oltre,
padrone delle tenebre di Assurbal.
Tra rive di reconditi perché mi ritrovai
e cascate di nubi
sorte dove non erano tentazioni.
Io che del corpo tralasciai discipline
per essere empio e poco.
Cercai il colmo
d'un bicchiere vuoto.
Come fiori d'un deserto
assaggiai il corso del sapere
avidamente affamato,
digiuno dell'universale moto.
Seppi di te,
oh dea,
amante di perdute reminiscenze.
Da te venni a imparare
turgide carezze nel bagno del peccato.
Bevvi da infuocati seni,
l'arte della incoscienza
perdendomi nel tempio dell'oblio.
Io che vissi morendo,
fui vita quando morte colse
il senso del nonsenso.
Quando l'abbandono nel tuo flessuoso velluto
mi rese avido di te.
D'avorio e mirra vestii le mie mani,
d'oro furono i gemiti,
di mosto e miele
fu il succo dell'amore.
Ventagli di spezie adornarono il pulsare,
onde del mare s'infransero nella calma d'obliate lagune,
scrosci di tempeste mi inebriarono del tuo amplesso.
Fui tutto in un momento.
Fui esistenza,
spegnendomi in quel momento.
Mai più vissi,
mai più compresi.
Lasciai la foresta delle gocce di lussuria,
lasciai il tramonto sui tuoi occhi d'argilla pura,
mi specchiai nel regno del mirto in fiore.
Divenni fiore
dell'oscurità
per esser preda
d'un convulso esistere.
Divenni lacrima per bagnare il tuo viso.
Divenni sole per prosciugare la tua sete.
Divenni effimera sospensione d' acque di rugiada
per acquietare i tuoi sensi.
Divenni emisfero di luce
per illuminare il tuo lato oscuro,
Infine divenni ombra per ghermire le tue sembianze
e custodirle nel mio paradiso dei sensi.
Trascorro il tempo.
Akenafis s'abbandona a se stesso nella dolcezza dell'amore impossibile.
“Trascorro il tempo
sospeso tra il crepuscolo che abbraccia il mare
e le tue labbra rosso fuoco.
Intreccio le onde
con i tuoi capelli scuri come profonde acque.
Freme l'aria,
scossa da fulmini e tuoni.
Freme la tempesta che sferza il cuore.
Solco le acque senza timore
per giungere da te,
mia regina.
Spargerò d'ambrosia il sentiero degli dei.
Trasformerò in oro i calici in cui berrai
il nettare dell'amore.
Riempirò le otri di novello succo.
Miele sarò per i tuoi sensi.
Sarà amore a far germogliare aridi deserti,
sarà amore,
per sempre scritto sulle pietre dei templi,
che al vento offrono passioni e desideri”.
Akenafis s'addormenta nel desiderio e la sua passione diviene amore puro.
Dolce miele,
delizia della mia lussuria,
di te mi nutro in ozio
saziando l'insaziabile,
estinguendo il pulsante tremare del desiderio.
Tu che sei rovente sabbia del mio crogiolo,
lascia che io ti assapori fino all'ultimo lembo,
lascia che io stenda le mie mani sul tuo inebriante
profumo.
Lascia che il notturno gemere svegli l'universo
dal suo oscuro torpore,
lascia che io sia quello che sono:
l'amante tuo.
Amore se mai accarezzerò
il colore della vita,
ascolta le frasi scolpite nella mia pazzia.
Ascolta il torrente di solitudine
che scorre nel mio cuore.
Ascolta il lamento del mare
che sussurra nenie dimenticate.
Oceani confusi
oltre l'orizzonte danzano nella libidine.
Laggiù l'eco s'inchina al tuo splendore.
Laggiù la profondità dei tuoi movimenti
innalza le onde delle nostre paure.
Ultimo atto la morte
Akenafis si sveglia dal sonno dell'oblio e nel tormento assoluto decide di suicidarsi con il veleno.
Ancora una volta
attraverserò le più remote regioni dell'impossibile,
per stringere a me l'origine del peccato.
Tu che fosti mio peccato
tu che silente ascoltasti il mio ultimo “ti amo”,
cantato per te.
Ascolta ora il mio ultimo respiro oh mia regina.
Per distrarmi da queste sciocchezze, decisi di andare a sciare a Sciaffusa con un bel paio di sci nuovi marca Schuco, della sciolina, il mio cagnolino sharpey di nome Shaki e una sciccosa sciarpa in shantung con l'effigie dello Shuttle, firmata da Chanel.
Salendo sulla sciovia, sfortunatamente , caddi scioccamente, sciancandomi la schiena.
Fu un vero choc che mi procurò un incubo tale che ebbi la visione di uno sceriffo vestito con uno chemisier in Shetland che, dopo una bevuta di uno Chardonnay sceccherato,pedalando su una bici con cambio Shimano, sciorinava frasi del filosofo Schopenhauer ascoltando brani scelti di Chopin e Schostakovic mente giocava a Shangai e a chemin de fer vicino ad una chaise- longue... Che sciocchezze... scialla!
Piange la città!
Giorno di meraviglia e di stupore,
in luccichio a specchio di colore,
la strada è imbiondita di torpore,
e la gente corre tenendosi le mani..
Piange il cielo,
son gocce a penetrar la pelle,
un viso stanco ad armonizzar dolore,
la pioggia bagna ogni sentor di vita..
Anime ed anime inumidite dal folcore intorno,
camminano i pensieri per le vie della città
rimbalzano spontanei, ma nessuno li vede,
e la pioggia lava ed asciuga ogni sudore,
che dal cielo riversa sulla terra.
Camminano anime vagabonde,
mentre la pioggia bagna la città,
la città piange!





