Respiro aria
odorante di mare calmo;
mi rincuora sentire pace nella natura
tra il sole ormai alto
e il mezzogiorno ancora lontano.
Osservo l’agave orgogliosa
mostrare le foglie grasse,
piene
di spine e sale luminoso.
Osservo te amore mio
che sei con me
a confondere il canto del mare,
con la voce dei violini
ad incantare il giorno.
Sei con me,
tra un’orchestra d’onde
che, vibrano come corde d’arpa
in una Zorba antica.
Respiro aria…
aria fresca quasi pungente,
ma calda la musica
che m’avvolge.
Immagini di carezze
le tue…
saporite, di salsedine
e labbra umide a lambire le mie.
Aria nuova
che sale a ritrovare...
dopo il vento dall’urlo forte...
la vita.
come della tramontana lo schiaffo
a rammentarti l’ordine delle cose
nel luminoso incedere del giorno.
L’amore che stai tenendo per mano,
spianato dall'urto del suo stesso pensiero,
sdraiato sul cuore a fruir di riposo,
al dopo rimanda il resto del canto.
Accade, così, che il freddo ti prende
e lana su lana di corsa tu aggiungi
mentre in fila già arrivi alla cassa
dietro chi come te non può sognare.
Così procedo
e fingo
pur di non mangiare cinese,
fingo
sprecando battute,
fingo
di fidarmi approssimativamente del prossimo
come di me stesso,
per davvero,
però niente altra guancia
e se trovo qualche parola magica
è solo per il dessert.
Non ho amato essere oracolo,
salire sul pulpito e tollerare Serse,
ma nemmeno essere ilota.
Ricucio le ali della folla
che sa eleggere un principe oggi
e spolparlo l’indomani.
Scrivo sempre un filo del discorso
anche fingendomi tonto,
mentre introduco l’appuntamento:
sarai davvero al mio fianco,
così non sguscio dall’equilibrio?
Fingo
che so contare oltre le mani,
per questo vivo,
anche se la matematica m’arrugginisce.
La mia città ha superato 7 assedi
usando kilometri di cunicoli:
gente cieca li faceva,
gente muta li tramandava,
gente sorda a guardarti.
Appena posso mastico liquirizia,
fingo
di non aver fame,
ti dono una carezza e mendico tutt’altro,
contropartite d’amore
Facciamo una serie di fotocopie,
un sole pallido rimbalza,
nella fretta dell’eros mi spogli a metà
quasi a strappare.
Spero di essere per te
più di un fiammifero sfregato,
vuoi dolcezza, non solo spinte,
sento vento forza tre,
magari mi smarrisco su qualche cresta.
L’orizzonte? Un blu notte.
Abbasso il finestrino appannato
fino a metà,
nel circumnavigare il vicinato
evito vicoli ciechi
e attacchi di hezbollah
coi razzi perforanti a sfiorarci la testa,
meno ancora la gente non commestibile
di legno levigato
che sogghignando finge,
ma è nervosa
per questo mio aspetto infarinato.
Rispondo
e mi fingo educato
intrufolando domande provocatorie,
non tocco mai chi non so incontrare,
il bagagliaio è vuoto,
fingo,
niente fiocine stavolta,
meno ancora armi pronte all’uso,
la vita ha già troppo da piangere.
È già la terza volta che incontro nei fari
un branco di randagi,
sono controfigure di un film surrealista
o per davvero stanno aumentando?
Oltre il finto muro
hanno ripreso a bruciare copertoni,
il puzzo infradicia la striscia di Gaza:
si parla di accordi,
ma non per questo.
Per davvero
ti racconto un sogno ricorrente
dove sto in mezzo a un mare piatto
coi piedi a mollo,
le alghe fosforescenti la notte,
tu lentamente ti volti,
le mani raccolte a nido,
le labbra si allargano
e dici “Sargassi, il mar dei Sargassi hai sognato”.
facciamo un patto
gioca mangia,
salta in alto.
Se ti accarezzo
non graffiarmi la mano,
corri in giardino e
salta sul ramo.
Fai le fusa
se ti tocco la testa,
accoccolati vicino al fuoco
quando c'è la tempesta.
Sogna i grilli,
lucertole e ragni,
gioca col gomitolo
senza dubbi e inganni.
Scaldarmi i piedi
col tuo pelo caldo,
aspettami sull'uscio
se sono in ritardo
Essere indipendente
che vuole girovagare,
infine sulla mia coperta
ti vuoi raggomitolare.

Petali di bianco candor e gocce di pioggia a
sospirar su foglie verdi.
Ricordi a sbocciar
nel cuore e tante goccioline a
scoppietar di pianto ed evaporar nel mondo.
Ricordi fra prati valli e boschi a
scivolar su nubi stanche
fin sfiorar il sole,
ed ivi riposar nell'eco
di un dolce canto!
Chiudendo gli occhi
scrivo con la fantasia
immaginando le tue mani
sospiro alla vita
mentre
dandomi dello sciocco
immagino il tuo volto
cercando nel vento
le tue parole
prendo tra le dita
il tuo profumo
ascoltando il tuo respiro
su di me
quell'essenza
che sa di te
e tra queste pareti
della mia fantasia
inalo il tuo calore che lasciasti
tra queste mura
ascoltando ancora il nostro silenzio
Tregua sul lancio delle pietre
Carissima, al secondo scatto il nottolino sforza
piegando la chiave made in Taiwan:
le do di Svitol
come sulla mia sporca lingua,
o alla carta da zucchero che trattieni
sotto i tuoi vestiti
fin dove firmo con le fiamme
tacendo sui cucchiai sporchi di burro d’arachidi.
Sorgenti luminose sul soffitto
e donne ottuse a gridare dabbasso
in un tosto mal di testa,
ho ancora dei coriandoli nelle tasche
insieme alle mentine.
Dal belvedere le dune sembrano più sporgenti:
le conosco e le temo,
qualcuno non è tornato,
le ossa sbiancate da qualche parte
ora raccontano alle intemperie
della iella in un giorno assassino.
Cinque secondi per girarmi
dieci per fuggire,
surrogati di caffè e Coca-Cola,
Depalgos per alleviare il dolore,
così discendo dalla grondaia fino in strada
e raggiungo la tua mano
per baciarti da ventenne.
Oggi non scriverò niente di buono,
me lo sento,
anche scandagliando qualsiasi immensità
che m’invita,
ti siedo accanto e sbircio il seno
e chissà perché mi viene in mente lo sciroppo di ciliegie
spremendo le tue labbra che circondano la voce.
A volte sento d’essere un materassino sgonfiato
sul fondo della piscina,
ma ti girerò come un vortice del vento
afferrandoti dal trapezio.
In fondo la vita è una bilia che rotola:
tutto dipende
dallo spazio che si prende.
La serratura solletica i miei occhi
cosa scelgo,
d’essere un cane che azzanna,
o il pesce che abbocca?
Sono avanzato fino nel giorno
che mi hai rapito
camminando all’indietro,
ti ho salutato sulla maiolica.
A volte ritorno ad anni prima
e li limo per non trasformarmi in iena.
1600 anni di ripetizioni permalose,
di pire perennemente accese,
di felini gettati insieme a un ballo
invocando il nulla
per uccidere il garbo.
Intingo il pane vicino a una grotta,
Gerusalemme mi guarda,
i soldati pretendono,
gli ortodossi m’offendono,
un giorno prego, l’altro saccheggio…
Ho abbandonato i discorsi eroici,
i cibi precotti,
posteggio nei posti bui
anche se mai sono a mio agio
nei territori arabi
ma non do nessune colpe,
suono da te e salgo
per un budino al caramello.
rivela un doppio volto:puro e infido.
Affresco di un pittore,
immortalato da varie sfumature di color
Ruggire sembra il suo cavalcare,
quando
si alza con tratto da sbruffone.
Esterna spesso terrore ed ogni imbarcazione
sballotta nell'acme del suo furore.
e nella gola trova dimora.
Mi rivesto d'arroganza
trascinando il dolore
in un baratro senza fine.
Sarà tempesta prima o poi...
per occultare le grida del cuore
ed uccidere l'enfasi della rabbia.
Nel silenzio soffoco le parole
che nella testa sono in attesa.
E di maschera mi ricopro ancora
di un finto ed odioso sorriso.
Tutto diverrà inferno nell'inverno.
l'alba si allontana,
“Some days I can't get an idea, and I think, 'Man, I'm just washed up,' but it's just a mood.“
Jean-Michel Basquiat
New York City d’estate
è un bambino annoiato
che aspetta che l’afa
si dissolva
con i mostri
dei suoi fumetti.
Ed è così anche per noi,
che da un po’ si vaga sedotti
verso il disagio dell’irrilevante,
verso l’ebbrezza della fama.
Siamo ancora troppo fragili
per piegarci al criptico
e troppo infantili
per cedere
alla piaga
dell’ansietà.
SAMO è morto,
ma la sua psiche
è rimasta bloccata
nei miei incubi.
Vive qui ora:
fra il lobo
temporale destro
e la mia irrazionale paura
di invecchiare senza crescere.
Io conosco un tempo sospeso:
l'Ora del The con i biscotti, due.
Celeste e la sua bambola cullata,
schiocchi di labbra per parole rotonde,
ripescate da un lontano fiume di gioie.
"Tartufèna Tartufèna,
mo che bii uc
ca t'am poort stamatèna"
Il piccolo diventa grande,
il grande ritorna piccolo.
Come il mio stupore
altalenante
“Happines will find you when you stop hiding”
Jean-Michel Basquiat
^^^^^ (scritto da Sabina e Charlie) ^^^^^
Apro il file:
le bandierine rosse circoscrivono gli ordigni,
navigo come un hacker nel sistema,
labbra secche
e una carica a molla conficcata nelle vertebre.
Ero? O sono?
Adesso non importa molto,
percorro questa strada in fretta
evitando di curvare,
tanto non scorgo poeti
tagliarsi le vene alla mattina
per ricucirle alla sera.
Raggomitolato nel sonno subacqueo
ti cerco per spogliarti
dal cotone intrecciato e un’anfora colma,
hai ancora Mogadiscio nel respiro
ed alcuni di quei numeri segreti,
il diavolo tra le bancarelle del pane
l’acqua e limone contro la dissenteria.
Sono sempre armato da cattivi propositi
pur accarezzando goloso
l’odore della folla,
posso comprare quello che voglio,
ma mai quello che spero
con questo dito levigato dal grilletto
non vendo porta a porta spazzole e affini.
Se tu mi sposassi
aggiungerei un posto sull’aereo
non uno via mare con burrasche.
Accetto il latte di capre filtrato
come pure il formaggio stagionato
con le focacce,
questo paese che m’umilia
con un dialetto gutturale,
ma se lo amo è decifrandoti.
di finti sorrisi.
Dimenticare il dolore
giocare
a chi fa più scena
cancellando le parole.
Placo la rabbia
per non piangere
vittima delle emozioni
per il bisogno di amarti
ennesima notte insonne
fra lacrime e occhi gonfi.
Accantonare rancore e odio
vivere per il bisogno
di sentirti parlare.
Ascoltando il tuo silenzio.










