si susseguono i giorni.
Inarrestabili
e implacabili
nel loro divenire.
Sembra solo ieri
che sognavo
traguardi impossibili,
lontani nel tempo.
E quali vittorie
quali trofei
ora giunto, mi aspettano?
Solo il voltarmi
e gioire...
O morire di ricordi!
Carissima/
un vento farsesco
ha ingoiato l’angolo del mio breve giardino
in cui di solito mi rintano.
Ha appiattito il basilico
e fatto sanguinare i gigli.
Sono furibondo anche per il vestito di fogliame
con cui sconfissi Montezuma.
Aspro, recupero dal pozzo
ciò che scriverò sul diario
da cui difficilmente mi divido,
magari mentre la pioggia incardina
quel picchiettare conciliante
o le nuvole nascondono il sole a tratti
creando momenti fulgidi
ed altrettante ombre
sicuramente diverse da come le vedi tu.
Lo sai come scendo nel metodico
segnando tutto,
perfino gli anticorpi,
unico chiasso che emetto dalla penna
in questa vita così abituale
da sfiorare la noia, che tu odi.
Mi domando se hai già letto
la penultima lettera che ti ho spedito,
magari sorseggiando il caffè all’americana
nella tua vestaglia rosa,
seduta sul terrazzino
affacciato alla riviera di ponente,
le gambe accavallate con malizia
tanto da permettere una sbirciatina.
Se chiudo gli occhi vedo mentre sbuffi,
con in una mano la busta strappata
e nell’altra il foglio
contenete le curiosità ( si fa per dire )
che ti espongo.
Forse addirittura preghi
che io perda la speranza d’attirarti
e mi uccida con le pietre in tasca
in qualche torrentello in piena
come fece Virginia Woolf.
Ma non illuderti
sono troppo stupido
per tentare un gesto così estremo.
Vero che altri,
non riuscendo a intraprendere
una vita troppo dissimile
dalla loro voglia d’amare,
son finiti su quella discesa
a velocità smisurata.
Io al massimo rischio di strozzarmi
con qualche boccone mal masticato
o prendo una congestione
dopo aver tracannato acqua dal frigo.
Ah! Passando in rassegna le stanze
ho scoperto come l’acqua si sia infiltrata
da una finestra socchiusa
radunandosi sotto il tappeto persiano
che tu ami tanto
e che io da tempo penso di buttare.
Anche oggi termino di scriverti
nel silenzio serale
di questo paese montano.
Prima di cena
farò la solita passeggiata fino al crinale
invece di masturbarmi,
sperando d’incontrare
un tasso o una volpe frettolosi
anche se la mia vera speranza rimane il lupo.
Qualche miserabile
s’è mangiato un altro gatto,
i resti gettati alla rinfusa nella pineta
parlano umano.
Spero tutto bene dalle tue parti…
Frequenti sempre certi salotti
decorati d’oro,
dove il pettegolezzo entra a dismisura
nelle scommesse clandestine
di cani e galli massacrati
per la follia attorno?
Forse sarebbe meglio un tresette
col vino a caricare barzellette becere,
avresti quel gancio in su al lato delle labbra,
di ritorno faremmo sesso
dove ci capita.
Ok, ok rischio di inacidire
e non voglio… ti lascio
forse è l’ultima che scrivo,
o…forse…mai!
convergono su di te.
Amore possessivo;
indifferenza tanto marcata.
Rapporto nascente nell'oscurità
di quattro pareti.
Ospite: il garbato e discreto
silenzio.
Esso vede e scruta
due cuori.
Si astiene dal profferire
commenti inopportuni.
Inchioda il rumore
sul letto logorato.
Tacito consenso muove
da equivoco insoluto.
Una felicità vissuta
per pochi minuti appagante;
si trasforma in cronica
amarezza.
Il trillo di un telefono
annuncia una voce
che si vorrebbe spegnere.
Eppure suoni labiali
anelati ardentemente,
istante dopo istante.
La fiabesca tensione
di un imminente abboccamento;
desiderato sul nascere;
confuso nella morte.
Vorrei non essere io
e concedermi la parte
che vi si addice,
rivoltare il calzino
della vita e credere
che l'interesse cieco
urti in contraddizione
coi propri desideri.
Vorrei essere specchio
e soddisfare la curiosità
che resta appesa alle smorfie
di un giorno da incominciare,
credere che non v'importi
se taccio o smusso i pensieri.
Vorrei essere lingua lunga
che dileggi con falsi verbi
le improprietà dell'egoismo,
scrutare lontano i miraggi
che creano solitudine,
piegare le barriere alte
dell'indifferenza muta.
Vorrei essere un faro
che illumini i disastri
della notte affamata,
essere il ripensamento
che allontana il dolore
e dare un premio d'oro
a chi non conosce la via.
In bilico tra crinali d'esistenza,
nel coraggio la forza di non cadere.
proseguo il cammino senza voltarmi.
Ho ancora ferite aperte nel costato
e il cuore ha perduto quel fremito
che solo tu riuscivi a sentire
quando mi stringevi a te.
Ho di nuovo gettato i dadi
allontanando giorni ombrosi e solitari
d'un tempo che avanza senza freni,
riscoprendo così il gioco della vita
e tu, in nuove vesti, mi regali ali
per riscoprire azzurri,
in ritrovati orizzonti.
Non ha rime questo eco
nell’estate dei tuoi occhi,
neppure questa pinacoteca d’aurore
regalata all’indirizzo del mio cuore
ed un’amaca di solitudine
interroga questo spartito di luglio
confessato ad un girasole
come questo bicchier di mare
perduto nel vuoto dei tuoi baci.
Lenzuola d’ombre minute
rincorrono la nostra storia
in un respiro senza sole
ed anche il cielo s’annoda al silenzio
su questo guanciale d’arena
morso dal tempo del nostro passato.
simulacro del male
il velo sorride
del tuo boia graziato
Sinuoso finire
dal pregio serrato
di un circo bendato
Serpe ingabbiata
bisbiglio assetato
dolce attesa
non serve
il paggetto è beato
non salta di corda
lo scorcio è deviato !
L'antipasto
Di poca nebbia e molto fumo.
Incalza, a volte la domanda
se funerale sia su misura
per chi resta o chi va via
e, nell'unità stessa
dove sia posto il confine,
a ridosso del punto, poi morto
o del vivo, che frenetico balla,
tra il sì ed il no. Capisaldi
d'evoluzioni inverse
da barriere indivisi.
Neppure scoscesi livelli
affaticano il passo
da un estremo all'opposto.
Sicché facile risulta la scelta
un piede salva l'altro
e la palla avvelenata
non fa più da giustiziere.
Vien diviso il fai dal faccio
e poi tutto... diviene intreccio
un laccio - radicato groviglio -
e nel districarsi in questa vita,
nascosto, è l'atto di coraggio
di un eroe... vero.
Il primo
Di poco sole e molti lumen.
Come quel: cerchiamo il pusher
l'altro gladiatore gettato nell'arena
buttato, per le fiere in pasto
sacrificato per il buon nome
che deve mantenere questo colosseo
ristorante d'avanguardia
- finché pentola non bolle -
Ma oltre il dito verso, oltre i fili
cambieranno le sembianze?
Di fronte iene, facilmente
i veri leoni del circo
che, nel circolo vizioso
cercano solo d'allietar la noia
- pori animali, anche loro, pare
debbano campare -
... e domani all'atelier, oggi
tocca cercar tra 'l fumo
con la lampada negli occhi
... fissa.
Il secondo
... e se
ancora non bastasse
ogni angolo di mondo rimasto
senza voce, per aver urlato al pasto
a buon mercato, di bombe e artiglierie,
certo non tace inique, immonde nefandezze
di molto caro petrolio e la troppo poca acqua.
Dove la raffinazione incide e più sono versanti
dove purtroppo uccide, senza lasciare traccia
tra i rannicchiati agli angoli rimasti al mondo
nascosti tra la pece per aver usato la peste
in modo improprio piuttosto che artigliare
e difendere re, ori, reliquie e bandiere
a spron battuto. E sembra che
finanche l'aria arranchi.
Osare, ma non per Marte, per riuscire a fermare abusi e poter servire
un mondo nuovo su piatto d'argento.
- Ed il futuro, se vorremo
ci regalerà frutta, dessert
caffè e chi l'ammazza
e un grazie
per un conto a basso costo -
Non avrei mai voluto
essere un poeta
per non scrivere
con quella frenesia
di raccontare
l’anima a brandelli
cercando poi di ricomporli
per non offendere quel cuore
che d’improvviso può tacere.
Non avrei mai voluto
essere un poeta
per non forgiare le parole
sopra un incudine di fogli
e non fare morire quella fiamma
che arde sotto ad un’emozione.
Non avrei mai voluto
essere un poeta
per non mentire ai miei pensieri
solo per quella forza che hanno
di graffiare anche la pietra.
Per tutto questo
e per molto altro ancora
non avrei mai voluto esserlo.
Avrei magari voluto
essere un menestrello
e cantare
alla polvere dei cortili
e come lei dissolvermi
per non provare quella vergogna
nel denudare i sentimenti.
21 Marzo/ Carissima non ho ancora letto Moby Dick,
ma frequento casa sua come la mia,
con gli anni inventati da un sopralluogo,
la testa ricamata da flirt.
Per ora trattengo l’idiozia fuori dalla porta,
prima di andare all’inferno
consigliano di passare da New York (Bukowski).
Avrei delle cesoie da regalarle
per quel perdono ombelicale,
vomito a pensarci che con la scusa dei dinosauri
Papy è scivolato con la mano nell’incesto,
sulla prospettiva circolano un miliardo di caramelle
e qualche farmaco con peluche.
Lubrifico due canne rigate,
so sparare fino a un chilometro,
ma essere anche un bravo chierichetto.
10 Settembre/ Mamy che resiste
ama frequentare alle 21,30 del mercoledì
l’anonima alcolisti:
lì non la perseguitano,
racconta favole e speranze
con i suoi occhiali neri
ingoiando biscotti.
Invece, gigolò numero 5
dorme fino a mezzogiorno
e il suo alito puzza come un mattatoio,
giura di possedere 3 jolly
mentre sniffa anfetamine:
lei preferirebbe fosse già morto,
nessun testimone sulle ali dei gabbiani.
7 Maggio/ Lo sai? Siamo nati lo stesso anno degli sciacalli.
Lei in cima alla montagna,
io al numero 70 di un buco del guappo,
periferia sgarbata,
però non sono dalla parte loro
o dell’agnello divorato,
non ucciderei nel plenilunio
per tirare a campare.
La neve al 26 febbraio è già bollita
lasciando viottoli in pessime condizioni,
conosco chi butta il naso oltre lo steccato,
le siringhe nel lavatoio,
chi di una frase fa scompiglio al piano bar.
So quanto ho scritto in 2 anni,
30 cartoline e 11 lettere d’amore,
che ho trovato puntualmente nei raccoglitori gialli.
10 Giugno/ Gli scarafaggi escono dal battiscopa
nonostante il lusso circondi,
chi l’ama non afferma,
mentre Tom e Jerry sullo schermo
scontatamente s’inseguono.
Sono così esaurito d’essere il moccolo
del suo affare,
d’averla quando è stanca di rosicchiare,
so che alza il prezzo della corrida
nel sole delle quattro,
in fondo ha l’abilità negli interrogatori,
stringe il cappio senza sudare,
nel 50% della benedizione.
Così accarezzo la mia 98fs sotto il braccio,
mi soppeso gli attributi,
studio il russo come una grattugia il pane:
era bello a suo modo ieri
quanto noioso oggi.
3 Agosto/ Paranoia a volte ritorna
dal suo mondo di banche,
con la Porche 911
passa dalla porta di servizio
col golden retriever castrato,
intinge non soltanto il pollice
in tutto quello zucchero,
e sussurra con l’erre moscia
“ovunque tu vada non fermarti
finché non vedi il mare, baby”.
So che scekera red bull con variopinti pappagalli,
sdoppiamento d’immagini.
Per i miei gusti non ho quel tempo
d’entrare nel vortice di una tossicodipendenza
con le masserizie sulla veranda a puzzare,
il 70% delle persone già esplode
per mancanza di fellatio.
Evito di parlare di vittorie per non cadere in altrettante sconfitte
tragediante nel mondo
Uno di questi giorni
la tua folle corsa assassina
finirà per sempre
La pioggia e il vento cancelleranno
le orme del tuo passaggio
su questa terra
Di te rimarrà solo un ricordo sbiadito
come una cartolina
mai spedita.







