false attenzioni.
La maschera perbene
allevia il tuo dolore...
rimane pur sempre
l'interiore malore.
Buone e belle parole
sono mistura di veleni...
c'è invidia a tacere il marcio
per falsità di dissenso
laddove sei sempre bugiardo
e non vuoi mostrarti lercio...
I rintocchi angelici e discreti delle campane si mescolano al vino frizzante, dorato, lungo una striscia colpita dal sole, che sa di verde e di pastura, erba mangiata e masticata un tempo da splendide vacche dall'occhio placido e profondo.
Le ultime rondini sfrecciano nel cielo, gaie messaggere del domani.
Un cagnòlo latra.
Prepariamo una calda zuppa fumante di terra.
Non sentirti Autunno se
mescolanze azzurre
ti assistono ancora , la finestra è dorata!
Forse è un ricordo sparso tra i girasoli
...quel secco sotto i passi
segue i filari della vigna matura nelle vallate
dove tra i gelsi e le querce
un vento fresco torna a danzare .
Si rinnovano i colori rubicondi delle foglie
i silenzi ritrovati tra le persiane chiuse
i pensieri tristi e malinconici dei versi .
Torna il vuoto sul mare increspato
la corposità dei temporali
i riverberi chiaroscuri delle nuvole
dove scorrono paesaggi infiniti
rifugi, crepe , primula neve e poesia.
Da ascoltare , da amare,
da raccogliere se si vuole con gli occhi.
nun è cchiù tiempo che me circo a ffa.
Cammino io sulo contro a tutta sta città,
comma a 'na foglia 'o viento ca se fa traspurtà.
A sta vita 'na cosa sola aggio cercato
e so' stato felice sul quanno t'aggio truvato,
me so sentuto l'ommo cchiù furtunato
nzieme a te... dinto a sti braccia arravugliato.
Affruntavo o tiempo cu tutte 'e tempeste
ire l'aria fresca arapenn sti feneste
po' me ritt: scusa, l'ammore pe me nun è chest
e t'aggio perzo... senza forz e senza protest
Nun me ancora passato, ma scuordete 'o stesso e me
ca tengo o core chiuso ancora e mille piezz pe te
ormai vaco cammenanno dint a st'eternità
ricurdanneme l'uocchie tuoie comme simbolo 'e felicità
Pensieri strappati dal tempo frenetico
Pensieri in una gabbia di circostanze
Pensieri camuffati dal presente
È tanto che non dico ti amo
È tanto che non guardo il cielo con il cuore
È tanto che non abbraccio il vento
Dovrei andarmene al mare a contare le onde
Dovrei andare ai monti ad ascoltare il mio eco
Dovrei dimenticare i lunghi cammini
Scrivo e fermo l’attimo
Scrivo oggi ed è già domani
Scrivo di questa effimera vita
Abbiamo tutti lo stesso destino
e i suoi sogni erano sempre gli stessi
diventare il re della fantasia
dove nessuno avrebbe mai potuto spodestarlo.
C'era un uomo che amava la vita
sia nelle piccole che nelle grandi cose
e si compiaceva di esistere
perché era felice di vivere.
C'era un uomo che amava la realtà
sapeva che era a volte dolce e a volte amara
ma nel suo quotidiano era un re che aveva realizzato i suoi sogni
ed era un uomo che amava la vita come un prisma dalle mille sfaccettature.
Secerne un succo di prigionia
- acido -
questo silenzio dentro me.
Immerso in schiume di vita,
una volta mi parlavo più spesso
senza guardar dalla finestra il fuori.
Non ascoltavo i sospiri dei vecchi
o gli schiamazzi di chi pensava
che i vecchi non esistevano.
Dovrei rivisitarmi con cura,
spazzolare i persistenti dubbi,
ripianare zolle mai coltivate,
accendere luci nascoste.
E guardar dalla finestra il fuori,
ascoltare i sospiri dei vecchi
o gli schiamazzi di chi pensa
che i vecchi non esistono.
(Al tempo del coronavirus)
Tra le mani il niente
se non la speranza
di gocce frammentate
sgorgate dalla sapienza
e da assimilati tomi
di qualche romito vate
che dall’alto dell’olimpo
sputa sentenze
restando a debita distanza.
A loro la priorità
del diritto alla parola
e a noi poveri artigiani
l'illusione della parvenza
che tutto debba finire
così come è cominciato.
Non prendete atto
di queste mie parole
sono solo lo sfogo
e non la pretesa di un richiamo
per l’incontrollata paura
di quello che ci vive intorno.
La paura del subdolo
è la peggiore
lo è da sempre stata.
Allora non resta
che impadronirci di quel tempo
dando voce alla resilienza
per rinascere migliori.
come nido di memoria
leggera vaga la farfalla
posandosi lieve sulla dolcezza
trattenuta nel ricordo di una carezza,
fatta di solidale bellezza,
virtù manifesta la comprensione,
si abbandona al cuore che strappa
come un soffio di vento una lacrima,
immortalando il silenzio.
nostra Madre del Creato
ci elargisce i suoi doni
con generosità di madre
sopra di essa con i suoi
bei doni come i frutti
che ella produce per nutrirci
e anche come i bellissimi fiori
che allietano la nostra vista
di cui tutti noi dobbiamo esserle grati
perché lei è la nostra vita terrena.
Ero tornato alla casa dell’infanzia
dove il tempo non era stato crudele
dove i ricordi vivevano senza chiedere
in cambio rancore o pentimento
ero tornato per riprendere quei brandelli
di passato che reclamavano però un loro spazio
negli angusti angoli alienati del presente
non era cambiata tanto quella casa
stava sempre sotto lo sguardo
di San Giovanni Evangelista
forse era cambiata un po’all’esterno
aveva mutato colore ed i suoi inquilini
si nascondevano dietro anonime tende
mentre dalle finestre non riecheggiava
più la voce di un bambino
ero tornato dove la vita era cominciata
niente era cambiato di quel luogo
nell’apparenza
i sogni ingialliti di un’epoca felice
riemergevano dal mare dell’inconscio
mentre la mente navigava
lontano nel suo sonno profondo
disperdendo la spensieratezza in irraggiungibili
contrade oniriche
ero tornato alla casa dell’infanzia
i muri erano nuovi, asettici
i passeri non cinguettavano più
sui rami del giardino di fronte
diventato parte di un museo
ed il rumore di un pallone
non risuonava più nella calle
c’era solo un silenzio adulto
tutto era mutato svanito il sogno.
Tra queste poche cose
ti lascio il suono dell’armonica
che ti fermavi ad ascoltare,
insieme alla prossima alba
tagliata sulla strombatura.
Mentre inizia un po’ a bruciare
la sostanza che mi entra dentro
dalla cannula, chiudo gli occhi oltre le sbarre.
La luce del primo mattino sul viso, e mi pare
di sentire il profumo del miglio soffiato
e di vedere muoversi la tua coda.
Adesso amico mio dovrai cercare
qualche altro per un morso di formaggio.
Mi son sempre chiesto perché fossi rimasto al di
qua delle fessura… per entrambi è ora di andare.
che striscia silente,
la notte è un serpente,
avvolge non regala niente.
Coperta oscura,
di passi impietosi
cortese attenzioni
spazzolano suoni.
Vedere lontano
tra ombre e chiarore
di notte non c'è il sole
ma un vento tagliente.
Salta la moneta
che sporge il destino
ansiose folate,
da un calice di vino.
Lo vedi il silenzio
che spinge geloso
un sogno gustoso
incolla il mio tempo.
Le pagine dei ricordi
golosi regali
impressi per sempre
in clessidre di sale.











