Lo sguardo inerte, fisso verso il vuoto
la mente assente, senza sentimenti
è solo un corpo vuoto che a momenti
sembra stia per cader ma resta immoto.
*
Il cuore batte ancora, lentamente
come un ultimo rantolo di vita.
Lieve il respiro, un anima assopita
senza pensieri, totalmente assente.
*
Ma è in trasferta, in altra dimensione;
la mente abbraccia tutto l’universo
sta navigando verso un cielo terso
parte di un tutto, sta in contemplazione.
*
L’anima appesa al filo del compiuto
in estasi, rapito, cuore e mente
fuori da ogni passato, ogni presente
per raggiunger infine l’assoluto.
Possenti braccia
che spingono pensieri esili
leggeri come foglie
che perdono le proprie radici
e si fanno strada
guidate da un vento di passione
e di illusione
che le ha costrette a scegliere
se germogliare piano
o appassire rapidamente.
Siamo film proiettati
nell'universo
deboli granelli
in viaggio
nella realtà
della finzione
risucchiata
dal buco nero.
Immensità
dell'essere
affacciato
sulla falsa
onnipotenza.
Vano il tentativo
di
esorcizzare la
morte
che resta l'unica
verità.

Si sente che il cielo
non è come prima
hanno visto pure una stella
non brillare più
piangeva, voleva guarire
senza morire di dolore.
Ci manca la pioggia
che non c’è
ed il vento chissà dové.
Si sente il cuore
perché non ve rumore
la gente l’odore delle prime viole.
Ci manca il sorriso
ma non manca la voglia
di urlare e tornare a rifare.
Si sente e ci manca
che non è primavera
e di notte la luna accompagna le ombre
come dentro nel limbo.
sarà bello ridere ancora a squarciagola
cedere, nudi, alle braccia protese
con l'eterno che spalanca le sue porte.
Sarà gioioso ascoltar l’erba che cresce
bevendo ambrosia da grappoli dorati
nell’aria rarefatta dell’empireo
con stelle fortunate a farci strada
Ma dove saremo, dove saremo noi,
quando tutto questo avrà una fine?
Pe sconfigge’ ‘sta iella dilagante
che da quanno so’ nato me vie’ appresso
me so’ detto: annamo, nun fa’ er fesso
va’ a consurta’ ‘na brava chiromante.
Così ciannai. Lei stava ar terzo piano
e cominciò cor leggeme la mano.
*
Come la vidde cambiò de colore
diventò rossa quasi paonazza
me disse: vedo un fiore de regazza
che aspetta te sortanto pe’ l’amore
e questa qua è la linea de l’affetti.
Adesso, sempre se me lo permetti
*
a ‘st’artra linea vojo da’ ‘n occhiata
quella de la fortuna. E in un momento
-chisà se me volesse fa’ contento
ne la speranza poi d’esse’ pagata-
la lesse e disse: ‘mbè, pòi sta’ beato
perché te vedo proprio fortunato.
*
Che vò da di? Pe’ nun resta’ deluso
je pagai tutto, comprese le tasse
poi perché la fortuna nun scappasse
scesi le scale ma cor pugno chiuso.
Questo è successo che ormai so’ du’ anni…
Ma, la fortuna ‘mbè, che dio me scanni
*
Se l’ho mai vista ma, comunque sia…
ieri sera ar bare da Romano
me so’ deciso a ‘n tratto a opri’ la mano
e la fortuna se n’è annata via
poiché pe poco nun me la fò sotto
ho fatto ‘n cinque ar super enalotto.
*
De ‘sti ladroni se po’ avecce fede?
du’ anni co’ la mano sempre chiusa.
Mbè quanno uno è imbecille nun c’è scusa
po’ anna’ a ammoriammazzato chi ce crede!
Oggi so’ annato subbito a riscòte’
e domani in vacanza a Lanzarote.
della polvere
sul davanzale
morta
raccogli cenere
pozzanghera
sigaretta spezzata
scheggia
vento
frastorno
rosa stanca
tintinnio di labbra
stelle cadute
buco
steppa
Gola fredda
circolo
Fine, no
Corda
Sì e no
Prova
Mani
Occhi chiusi
Pozzanghera di smog
È la tua pelle
Non riesco a non pensare
Al tuo umorismo peculiare,
una leggerezza che mi stupisce
molto di te mi incuriosisce,
fuori dal coro dei dilettanti
con cautela fai passi da giganti,
quel modo buffo ma anche audace
devo ammetterlo mi piace,
difficile sorridere ad un difetto
ancora di più trovarlo perfetto,
scavo dentro la tua follia
una parte di te è anche la mia,
a volte cerchiamo il consenso di qualcuno
ma le nostre scelte non dipendono da nessuno,
diamo troppo peso a giudizi effimeri
ma infondo siamo tutti liberi,
dietro l’impossibile sai cosa vedo?
La nostra possibilità ad un noi ci credo,
io l’improbabile non lo prendo a calci
ci sbatto la testa voglio provarci.
vestita coi colori d’oltremare
protesa a coglier cenni del tramonto
e non dormire per salutare l’alba.
E pur svanisce il sogno del bambino
a consumare suole nel viaggio
per giungere a bussare al bronzeo uscio
di un futuro spoglio di dolore.
Silenzi si confondono ai ricordi
e brividi di pura ingenuità
modellano cristalli in sospensione
al centro della sala resoconti.
È forse giunta l’ora di assettare
sconnessi cuori ed anime confuse
nel tempo intriso di veleni e pene,
distratto, che chimere disconosce.

Incontrerai un altro sogno
Sembra
che il cielo
raccolga le nuvole
intorno,
si circondi
di sussulti
laboriosi,
un dolore spaurito
di raggi in fuga
per il mondo,
si sollevi
a cercare il dono
dei sogni
perché sia
un desiderio raro
sulle palpebre
che amo,
io adulatore
di bianche mani,
di occhi
sulle case di paese
di falso effetto,
un miscuglio
dei miei baci
che arrossano
la tua pelle,
sembra
che il lato buio
della stanza
nasconda le risate
d’infanzia,
c’è un trastullo
di voci di donne
ridenti
prima che gli occhi
si aprano.
Le comiche
*
Ier’sera so’ annato a l’osteria
pe’ beve un goccio, e pe’ smorza’ la sete.
Lì er vino nun lo danno a porta’ via
così so’ entrato e me so’ messo a sede’.
*
Siccome er cammeriere nun veniva,
pure si me sentivo così stanco,
ho capito che lì me conveniva
d’arzamme in piede e d’anna’ a beve ar banco
*
e dissi a l’oste: -Si nun bevo casco,
tengo tutta la lingua appiccicata.
A sor Ora’, passateme quer fiasco
che me lo scolo tutto ‘na tirata.-
*
E me lo so’ bevuto per davero
co’ ‘na tirata. Doppo chiesi a Orazio:
-Dammene un artro litro ar vetro, e spero
doppo de quello de sentimme sazzio.-
*
Ma sazzio nun ce fui manco pe’ gnente.
E chiesi: -Un artro mezzo litro!- Allora
la sete era passata veramente.
Ma er sor Orazzio me rispose: -Ancora?
*
-Ma scusa Ora’, a te che te ne frega
si vojo beve, che nun te lo pago?
Poi che ce fai te drento ‘sta bottega,
ce venni er vino o ce tiri lo spago?-
*
-Io te ne posso da’ quanto ne vòi
che ciai raggione, io sto qua pe’ venne’.
Tiè, bevi. Si te senti male poi
vedrai ch’abbasserai tutte le penne.-
*
Ma siccome nun ce pagavo er dazzio
e quer vinello era bòno assai,
je dissi: -Un artro quarto a sor Orazio,
bòno così nun l’ho bevuto mai!
*
Finito er quarto: -Famme un po’ er piacere,
-tanto pe’ fa’ completa la misura-
de famme beve un urtimo bicchiere
armeno spegno ‘st’artra po’ d’arsura.-
*
Ma, er bicchiere l’avevo ancora in mano
quanno la vista me se fece nera.
Piegai le cianche e allora piano piano
co’ un botto so’ cascato giù per tera.
*
A riarzamme su, so’ stati in troppi.
Così me dissi: è mejo beve a fiaschi!
Lo vedi ? Meno bevi e più te intoppi;
come te fai un bicchiere imbriaco caschi !
***
per rubare un biscotto
e l'occhio cade sempre su quella foto,
avevi diciotto o diciannove anni
sembravi un attore di Hollywood.
Ti dico sempre che la vorrei io,
un giorno,quella foto.
Ah se potessero vedere tutti
com'eri bello! Coi tuoi capelli
alla brillantina, puro anni cinquanta!
Come potrò non vederti più seduto
vicino alla stufa?O fuori sulla panchina in estate?
A scaldare le tue vecchie ossa
rimproverando nonna di non stare mai ferma.
Come potrò non sentire più le tue storie
e gli aneddoti di quegli anni?
Mi dici sempre che eravate poveri ma felici.
Anni che avrei voluto vivere,
che ho imparato a conoscere
attraverso le tue parole e immaginato,
guardando i tuoi occhi lucidi.
Gli anni al tempo di quella foto,
in cui eri più bello di James Dean.








