Scommetto la mia pelle contro un chiodo
che un poveraccio non sarà mai santo,
ha l'anima ristretta, rinsecchita
sempre protesa a quello che gli manca.
Non parlo di quei Santi della storia,
non parlo di quei Santi della chiesa.
I poveracci la storia non la fanno,
i poveracci in chiesa non ci vanno.
Cercano un Dio, ma questo non lo sanno,
troppo distratti da quello che non hanno.
Sono ombre, fantasmi provvisori
che passano la vita con affanno.
Guardano in basso, hanno il respiro corto
sono più soli di un cane abbandonato.
Non hanno desideri, né speranze
non hanno prezzo e nemmeno facce.
Sono una specie che non si è mai estinta,
sono una specie che non si è mai contata.
Vivono il mondo da quando questo esiste
in ogni luogo, da quando il mondo esiste.
Hanno imparato, pagando vari prezzi,
a star lontani, a vivere in disparte,
come a salvarsi, come per pudore.
Per essere dagli altri differenti.
Di rado accade che aprendo gli occhi,
in un qualsiasi giorno della vita,
come per caso te li trovi accanto...
fratelli di miserie e di rimpianti.
...e in quel momento, senza più difese,
anche per te non ci saranno sconti.
Era una sera di dicembre
la neve scendeva fitta
aveva imbiancato
quasi tutta la città.
Perso tra la neve
con il freddo addosso
cercavi di raggiungere
il caldo del cuore.
Una voce ti chiamava
voce calda di donna,
tu correvi più forte
che potevi
volevi quel calore
la neve sfiorava il tuo viso
ma tu senza arresa
sei riuscito a scaldarti di lei
anche se il freddo
pungeva forte!
Vado per la mia strada,
ora come ora non ne conosco altre.
Di strade ne avrò viste centomila:
certe più belle, altre più sicure,
molte da fare a piedi lentamente,
altre più dritte, libere e tranquille
ed altre più sconnesse e più tortuose.
Poche tra tutte sono silenziose.
Alcune scelte per la loro ampiezza,
alcune scelte per certa percorrenza,
per le premesse di una gran lunghezza,
lunghe ben oltre la mia buona vista,
iniziate con gioia o forse per gli inganni
che alla fine le rendono apparenti
quando poi stanco, le scopri senza sfondo.
Tra quelle che ho percorso inutilmente
alcune costeggiavano la mente,
sempre propensa a comode passioni.
Altre sembravano da tempo abbandonate.
E molte altre mi sono state regalate,
tanto per fare insieme un po' di strada,
come compagni, come cercatori,
come per gioco, come per paura
per dar rimedio in due...
a quello che non trovi.
Io della mia di adesso conosco solo un tratto,
quel piccolo [o grande] pezzetto che ho percorso.
Quel giorno che l'ho presa
ho visto un'ombra, solo le sue spalle,
era davanti e c'era un po' di nebbia,
era davanti e non la conoscevo.
Eri davanti quando ti ho raggiunto.
Sei ancora lì, avanti qualche metro,
ma io cammino e non sono stanco
ma io ti vedo e adesso ti conosco.
Se solo potessi
fermerei il tempo
lo fermerei adesso
dentro questo tuo sorriso
e dentro questi
occhi stanchi.
Lo fermerei
rimanendo incantata
a guardare quel tuo viso
e quella ruga che ti segna
e che ti rende speciale.
Se potessi resterei
ad ascoltare i tuoi racconti
con la tua goia dentro il cuore
e intanto mi inviti
a rimanere.
Se solo potessi
non vorrei mai
che andassi via
allora vorrei
fermare il tempo.
Aride schiene,
solcate un tempo dai fiumi
e prosciugate
dal soffio delle stagioni,
aride terre brune,
solo ora scorgo nitide
le crode lontane.
A chi volgete lo sguardo?
non verrà la neve
a ricambiarvi il velo.
Oggi la cornacchia canta ancora.
E tra i tronchi incerti e sottili,
trapassa come luce tra le fronde,
il vento della vecchia estate
che come l'eco di una voce,
dall'alta catena laggiù,
giunge a me -quasi un sussuro-
congedandosi.
C'era una nave e c'era un capitano,
diverse stelle per l'orientamento
c'era una brezza che aiutava il sogno,
luci lontane di coste salutate
ed una chiglia immersa nel futuro.
C'eran sirene distese sugli scogli,
miti, eroi e polene dai volti minacciosi
di giovani donne con i capelli d'oro,
che sorridenti laceravano le onde
per affrontare l'ultimo nemico
e proseguire poi lungo la rotta
compagno il vento, compagni i propri dei,
per la fortuna, per la buona sorte.
C'eran tempeste vissute con mestiere,
bonacce che fermavano la vita,
e funi e corde per imbrigliare il vento.
C'era pazienza, c'era tutto il tempo
per viaggiare verso un nuovo sogno,
verso la fine...là, dove il mare precipita,
all'inferno.
C'erano donne salutate in porto
che solo gli anni potevan riportare
e figli che aspettavano suo padre,
come si aspetta chi non si conosce.
C'erano sogni di ori e di ricchezze,
che la fatica poteva conquistare.
C'erano Dei degni di rispetto
e brande strette senza nessun tetto.
C'era un uomo in un grande mondo,
isole e mari sempre sconosciuti
e muscoli tesi, gonfiati dallo sforzo
per una guerra che si chiamava UOMO.
Ora le navi sono tutte in porto.
Ormeggiate fuori, lontane dal ricordo,
stanno marcendo insieme a tutto il resto,
il vento è fermo, come è fermo il tempo.
Le donne in porto non pensano al ritorno
Gli eroi di un tempo non trovano la rotta
e i figli sono arresi all'abbandono.
Nessuno tornerà da quei viaggi
e nuovi Dei, famelici e corrotti,
scopron gli artigli e lanciano ululati,
senza ritegno chiedono la guerra
tra ombre d'uomo senza intelligenza...
e un mondo nuovo che esige la saggezza.
Legato ad un filo
tra l'abisso
la vita
e l'ignavia,
libero nell'aria
i miei cupi pensieri....
li'
, in agguato
tu mi assali....
e mi torturi
..”lasciami in pace “penso...
..” belva immane “…
.ma tu pian piano
disarmi le mie volontà,
uccidi la ragione
e corrodi,corrodi .
corrodi…l'animo di un uomo già finito
in cerca di ogni appiglio alla vita,
costretto tra la gente
a recitar commedie gioiose
..un tipo simpatico e spassoso..
ma guarda, ..
è un finto sorriso da pagliaccio
sipario tra il vuoto e la vita.
mi guidi silenzioso in
grigi giornate ,
mi graffi l'anima
e dei brandelli
ne fai vita esangue .
Le tue labbra,
pugnali d’amore,
così agili nel ripetere
il mio nome,
si stringono alle mie
suggendo nettare
dal cuore
mentre i tuoi occhi,
celanti segreti pensieri
d’amore,
arditi voli di falco
in un cielo senza nubi,
socchiusi,
bevono i miei
in un turbine
di brividi che sale
attanagliandomi alla gola.
Uccidimi!
Pugnalami!
Morirei felice
avendo le tue labbra
sulle mie!
Venezia ammirata
ti attraversavo
guardandoti incantata
con i piccioni intorno
che beccavano briciole di pane
lasciate nei sorrisi stupefatti
per l’imponenza dei tuoi tesori
e della laguna che fa piangere
e innamorare
non appena la si guarda
nelle luci della sua lucentezza
misteriosa, ammaliante
dal fascino impeccabile
mosso dalla sua frenesia
e dall'essere al centro dell'attenzione
di artisti famosi
che non dimenticheranno
i regali più belli, di lei
signora innamorata
non so se esisti, non so come sei fatto
se sei reale come un luogo vero
una promessa, una percezione
o invece il frutto di una fantasia
che ogni tanto appare e poi svanisce.
Quello che so è che non trovo un nome,
un modo di chiamarti con la voce,
un indirizzo, una direzione.
Sulle mie carte tu non sei trascritto,
sei in assoluto senza posizione.
So che confini con infiniti luoghi
sui quali ho camminato...ed ho vissuto
So che confini con centomila volti,
poche vittorie, decine di sconfitte
con amicizie, con dimenticanze,
con la passione e con diversi amori.
So che confini con le mie esperienze
alcune vere, alcune solo scritte,
alcune prese in prestito alla vita,
altre rubate, come faccio spesso,
ai personaggi che mi porto dentro.
Sui tuoi confini ho scritto la mia vita,
quella reale...e quella di scrittore,
pagine e pagine che si son riempite
di sola vita, di mille sensazioni
tutte pagate, con il giusto costo
tutte pagate, comprese le illusioni.
Adesso voglio superare i tuoi confini
entrare dentro, conoscerti davvero.
Se assomigli alla mia campagna,
se sei di mare, se sei freddo o caldo,
se c'è il mio amore, se c'è la mia casa...
se sono lì le cose che ho raccolto
con la pazienza che non ho mai avuto.
Sarai protagonista di una storia
che con il tempo scriveremo insieme,
se ci sarà la carta necessaria,
se la mia penna avrà ancora voglia,
se conterrà... abbastanza inchiostro.
Dietro di essa
tutto fu solitudine.
Rimasi in silenzio
ascoltando i suoi passi
allontanarsi.
Sperai in un ultimo sguardo
dietro un vetro lapidale,
attesi in silenzio
immerso nel
freddo tombale
un suo respiro.
Attesi dal mio corpo
la separazione di colei
che mi diede vita.
Anima mia
non lasciarmi andare via
rimani a vegliare il mio corpo
che freddo assapora dalla sua pelle,
involucro senza vita.
Fammi sentire cosa vuol dire
amare.
Fammi ancora volare
oltre il confine
della mente.
Dove le speranze
rimangono in disparte
lasciando spazio
alla vita. 16/02/10
Questa poesia è stata scritta in una notte particolare quando ti senti sprofondare dal sonno e non sai se è sonno o è la tua anima che ti abbandona.
Diverse identità, tempi diversi,
angolazioni varie di una stessa vita.
Trasformazioni, strappi,
stop e ripartenze,
leggibili dai segni sulla pelle,
visibili nei passi intimoriti
che tempo addietro erano incoscienti.
Diverse identità vissute a caso
di molti me, di mille circostanze,
di episodi che sfuggono in un attimo,
di storie lunghe, di epoche diverse,
di Ere intere ormai dimenticate.
Poi ti racconti che è passato il tempo,
che è stato lui che ti ha cambiato,
che per te non c’è nessuna differenza,
sei ancora quello,
sei sempre quello che hai costruito.
Ma sai che tutto questo non è vero:
il tempo che è passato
in questi anni, ha fatto solamente
il suo mestiere.
Sei tu che hai scavato la tua pelle,
sei tu che a volte non ti riconosci,
sei tu che hai sempre amato trasformarti,
sei tu che ieri eri qualcos’altro
e vuoi domani almeno essere nuovo.
Sei tu che inventi sempre nuove storie
capaci di stupirti così tanto
da darti quel coraggio necessario
a vivere la vita come un sogno…
che si rinnova ogni nuovo giorno.
Sempre lo stesso,
sempre più diverso.
Siamo in pochi
a sapere
dove una foglia nasce,
dove spicca poi il volo
il pensiero.
E' un fossato la terra
che gira intorno dissanguata;
si affacciassero le rondini
vedrebbero semi leggerissimi,
come frecce dalle torri,
nel chiaro di luna.






