quando verrò lascerò
sul suolo le mie orme
di animale braccato
dalla vita.
Un'altra primavera
si adagerà
sui davanzali
di finestre socchiuse
all'amore
e tu indosserai
i colori che ho rubato
per te
da queste immani praterie
e cieli sconfinati,
dai ricordi di naufraghi
in cerca d'amore,
dagli astri
di un cosmo in fuga perenne.
Si sgretolano tutte quelle strade
e veloce l'acqua diventa fango,
ma non in tutti i luoghi dove accade:
è trasparente l'acqua con cui piango.
Sacchi di sabbia ai piedi dei negozi
e ragazzini lì sotto a spalare,
e con quegli eroi che urlano negli ozi
nessuno ha idea di dove cominciare.
Vomito nel cielo e urlo marocchino
davanti alla stazione che è bloccata,
strano oggi il mondo e l'acqua nel camino
che ha preso anche una palla e l'ha buttata.
Come farò a spiegare a quel bambino
che forse un altro bimbo l'ha trovata?
E l'immenso pagato sottobanco,
un po' come un soldato mercenario,
oggi pugnala la città su un fianco:
ieri era un panorama straordinario.
Caro diario, ci sono undici gradi latitudine di differenza oggi,
fra il mio voler essere eternamene un bambino,
ed il perverso meccanismo che scandisce il passare del tempo.
La legge del cambiamento, appunto, il ritmo settenario,
lo spazio siderale, l’astrologia araba medioevale;
il piccolo irrilevante e insignificante messaggio
celato nell’inconscio di chi non sa adattarsi.
Abbiamo toccato le note giallo chartreuse,
Brian, Jimi, Janis, Jim ed io,
che fuoriuscivano da uno strano spettro astrale:
e forse era proprio quello che stavo pensando.
Così mi sono girato, e la tua lontananza era vicinanza,
a cospetto di questa quasi immobilità planetaria.
di gocce di rugiada
vestendomi di sole
e di stelle
mi sono incamminato
tra girasoli e vitigni
profumandomi di cielo
e di tramonto
mi sono tuffato
dentro lo sguardo
riflesso dall’argento
delle onde
ti ho aspettato
seduto sotto l’ulivo
sottraendo colori
al mondo
ed ora sei arrivato
coperto di promesse
che solo il disgelo
scioglierà
Io abito qui
tra queste floride colline
e stornelli del vento,
abito qui
tra il rigoglio del fiume
e lo zefiro del mare,
tra gli uliveti che fasciano e ammantano
gli irti sentieri e le montagne,
tra le ascese nel cielo di battiti d'ali
e squittii acuti e striduli
nell'erba dei campi.
Abito qui
tra bicocche, vie serrate e portali di ricordi,
tra nenie di Natale e sussurri di fantasmi.
Abito qui tra la mia gente,
qui la mia casa,
qui la mia vita.
i miei pensieri ti avvolgono come serpenti,
sezioni anime, passioni, gioie e sentimenti,
bivacco solitario sul sentiero dei perdenti.
Bizzarro il breve cammino di questo cuore,
plano sui tuoi sogni come abile aviatore,
sopravvivo ai tuoi silenzi con immane fragore,
ma per conquistarti dovrei essere uno scalatore.
Usami, sono la parola che colora il tuo pensiero,
sono il quasi inizio di una fine incerta.
E poi bevimi, che sono un milione di gocce d’acqua
attraversate dalla forza dell’illusione,
dal brivido che presto imparerai a provare.
Credi a me, alle mie tinte cangianti,
alla rivelazione che può seguire il fenomeno,
e alla rifrazione della mia luce sul tuo contorno.
Così sarò uno spettro, la gloria, la luce di Buddha,
l’arcobaleno che squarcia la notte di Valpurga,
mentre tu, ritrovata strega, mi insegnerai a danzare:
e ci toccheremo fino a confonderci,
per una notte, per un momento,
come solo i colori sanno fare.
Eccole qui le parole che mi mancavano
per descrivere la mia paura:
“sono solo e sono effimero
in questo viaggio fra mente e occhio”
capita di saltare sulle crepe del tempo
nella dissolvente distanza
intensa senza radici
con corpi adulti e
suture di consapevolezza
inspirando l'odore della pioggia
sugli abiti di sconosciuti
rivivendo sguardi a mille
nel bagno di un metrò
ridendo, per vomitarli
perdonandomi assenze
che nulla pesano.
Non chiedermi di amarti:
ho donato il mio cuore
ad un cane randagio solitario
che è volato sulla luna.
Non chiedermi di seguirti:
ho donato le mie gambe
ad un profugo che inseguiva
il suo sogno.
Non chiedermi il sole:
ho donato la sua luce
agli occhi tristi di anziani
prede del buio originale.
Non chiedermi il cielo:
l'ho donato come aquilone
per i giochi distratti
di bimbi vittime del mondo.
Non mi rimane che
un verso vuoto,
un freddo sguardo
di linee geometriche
che solcano irriverenti
questi giorni.
Ti amerò
quando rinascerò
con i colori caldi
di un'altra estate.
Sono le 20.29
e la dovrò raggiungere alle 21.30.
Il panico trafelato, ore di prova, di immaginazione,
di trucchi sciolti dal sudore.
Ore passate a mangiare mentine che provocano gastriti.
Il panico che annoda la gola,
tamburi disertori fuori dalle bande.
Voglia di portare maschere,
voglia di portare maschere.
Respiro:
lo fanno tutti gli esseri umani.
L'aria dentro, l'aria fuori;
l'aria dentro, l'aria fuori.
Alcalosi.
Lo prenderò come viene quello sbadiglio.
Ennesimo piano militare,
ennesima guerra che dura più del previsto.
Non esisto più,
o forse più che mai.
Sono un pezzo di legno
che si gonfia alla deriva,
che si infiamma se il mare è nero.
Il segreto era l'autoironia
ma glielo hanno spifferato:
ecco perché mi vedo passare nel canaletto
mentre aspetto alla ringhiera
a Porta San Pietro.




