inseguito da un poliziotto e poco più
cercava un segno dopo averla combinata grossa
cercava un angelo nella radio
o una via d'uscita nella fossa
Correva dopo aver spinto sua madre contro l'armadio
per i soldi che non gli aveva voluto dare
Correva pensando allo sguardo sfibrato di suo padre
che l'aveva dovuto cacciare
E quella polvere bianca delle fate
ha qualcosa di oscuro come la magia
Quella mancia d'intenti con le scorte finite
in un attimo appena l'aveva portato via
Quegli amici che c'erano sempre
non c'erano a raccogliere le loro tempeste
Dicendo che non si raccoglie a novembre
se ne andavano tagliandosi le creste
Correva la vita in un piccolo istante
Correva quel vuoto dal serbatoio forato
Tanto dicono che ne sono tante
Tanto dicono che è colpa di chi ha sbagliato
Buongiorno fiore,
delizia del mattino,
il sogno della notte
qui dentro le pupille
mi fa sperare ancora
nel lago dell'amore,
nel mare del piacere,
nel fiume che trascina
nei vortici del cielo.
Buongiorno amore,
che sia questa giornata
distesa di magnolie
di bianche margherite
di rose inumidite
da gocce di rugiada.
Buongiorno amore,
che il bene che mi dai
ti sia di ricompensa
per tutta la tua vita.
Grazie Penelope
Quando ero un povero cacciatore raccoglitore,
nomade in un mondo di nomadi,
avevo solo te come amico.
E non era una questione di luce
saperti apprezzare per quello che eri,
vedere o non vedere l’essenza delle cose.
Era la sopravvivenza di una società arcaica,
erano i valori e le doti tipiche dell'età giovane:
l’audacia, la decisione, la forza, la resistenza alla fatica.
Ci capivano, tu ed io, e non eravamo mai soli,
tra gli uomini di un paleolitico al tramonto,
molto prima di Re Salomone ed il suo anello.
Ma ero comunque io, lo sai, il detentore esclusivo
dell'oggetto culturale per eccellenza, l'arma,
che sembrava comparsa per pormi il cruccio dell’inegualità.
Così, mentre io mi rovinavo, tu imparavi a trarre prestigio
dalla tua innata capacità di nutrire gli uomini,
non come me, con le frecce avvelenate, ma con la fedeltà.
nei baccelli di quell'orto
coltivato a dovere
di calore e giovani germogli
di frutti del ritorno in quantità immense
nei fazzoletti verdi
umidi nelle notti
arsi nei giorni
pettinati ed accarezzati
di profumi altalenanti cosparsi
cruccio del giardiniere
nomade e rugoso, che si sentiva proprietario
felice della loro ebbrezza
Lo sorprese un giorno
il sonno del mezzadro
con un fiore in bocca
ed il suo cappello di paglia
a coprir gli occhi
Non attese nuovi baccelli
non sentì altro calore
affondò nella terra, smossa da poco
che per molto aveva sovrastato.
Di notte
è tutto diverso
nascondo le lacrime
e sono libero.
Di notte
la realtà è un libro senza pagine
ed io non ho età
non ho maschere
sono un gatto che fa le fusa alla luna.
Di notte
ho spasmi d'inconscio
desideri e paure
e il sole è un sogno
che non vorrei mai più vedere.
Di notte
sono un matto
sono io e non lo percepisco
non ho cuore e non ho mente
sono un mago, uno stregone
o forse soltanto un Dio silente
che cerca la luce nel buio inventato.
Di notte
sono una spina impiantata sul labbro
nei giorni d'agosto
sono la morte e la vita
l'ala di un gabbiano
che combatte nell'aria
e cerca quel bacio
rimasto appeso sugli occhi
alle prime luci dell'alba.
un sorriso scaduto,
occhi peni di sabbia
di questo deserto
di ore desolate,
attimi di un treno
che deraglia
sui binari di un'esistenza
grigia e sconsolata.
Ti manderò una rosa
dal colore affievolito
di una passione
annegata nell'oceano
dei dubbi.
Ti manderò una rosa
che ha il colore
della distanza e della solitudine.
Ma con le rose o senza rose,
con il sole o senza sole,
tu
rimani il mio mondo,
che non è mai ieri,
non è mai domani.
Come un ebreo
Ennesimo numero del delirio,
Volto ideale del martirio infinito.
Come un ebreo: impotente.
Con la schiena spezzata
La pelle strozzata
E il sangue agli occhi
La moltitudine delle sue cellule
Disgregate, miste a fumo.
Ombra cenere e lacrime
Tossiche, oltre il camino.
Come un ebreo dovrai essere
Nudo e sofferente.
Per meritare il perdono,
La saliva in faccia o lo sguardo
della mia gente.
passeggia coscientemente
per le strade notturne
della città.
Viuzze e stradicciole
labirinti di sensazioni,
dolorosa nozione d’irrealtà
e finta esistenza.
Lunghe file di lampioni,
finestre illuminate e buie,
portoni chiusi e aperti,
sagome imprecise.
S’imbattono nel mio udito
frammenti verbali d’invidia,
lussuria e trivialità.
Come mormorii sussurrati
spiragli di luce
ondeggiano dentro la mia coscienza.








