Poesia scritta
da Silvana Montarello e Caterina Morabito
in nome dell'amicizia
nata tra versi ed emozioni.
Nacque cosi
come un fiore in inverno,
un germoglio di pesco
la nostra amicizia.
Tra ciuffi di nuvole e
sprazzi di luci,
importante,
intrecciata di versi ed emozioni,
tra distanze fragili
intrise di vita e un leggero vento di poesia.
È una danza di promesse dai mille colori
che trascina l'oblio sul vento di primavera
nella leggerezza del risveglio alla natura
Che bella la carezza del sole sulla pelle
quando s’espande rassicurante e cara
È un sorriso infinito di tepori e fiori
che s’aprono accolti all’anima della terra
M’assale lo zefiro d’estasi in sogno
È un battito di zolla nel cuore del tempo.
Del tuo amore
non mi rimane
che l’immagine
delle mie labbra,
serrate, mute.
A mano a mano
che schiarisce la sua voce
il giorno,
come i passi che ritrovano
la via smarrita dopo un cammino
estenuante, vedo quello che resta
e quello che era
è già tra me e la notte.
Così del tuo dire
non mi rimane
che un frammento di suono,
inciso su una pellicola invecchiata
ed è solo la mano protesa
che tradisce ancora
il dolore
del vivere
d’assenza,
immortalata
in un ricordo.
nel sentire
un'intenso fragore
Il mio cuore a pezzi,
per l'ultima volta.
Stupida donna,
ancorata alle tue fantasie,
di una vita vissuta
nella sincerita'.
Si puo' mai
essere poeti,
e pensare che la vita
sia come la nostra anima.
Pura
Forse ti ho incontrato
nell'ora scura
vagabondando tra i pensieri
dormiente tra le morte foglie
mentre in cerca di un viso amico
la luna assente e in lacrime
dissetava le labbra.
In verità non ho più memoria
di dove ti ho incontrato
forse tra le saette del cielo
o tra vicoli e segrete vie
che dividono attimi e memorie
e spengono il cuore.
Forse ti ho incontrato
in un accennato battito d'ali
sotto furtivi occhi
di un'anima che respirava amore
ti ho incontrato
là dove i silenti passi
hanno accarezzato l'alito
della mia primavera.
Ma guarda trattamento da signore,
non avrebbe neanche tutta questa fame;
finge di lasciarne un po' per buon cuore
ma chi mangerebbe tutto quel letame?
Com'entra vigoroso accanto al fosso,
infelice si leva gigantesco,
e quanti figli piangendosi addosso,
quanti altri corteggiando il vento fresco!
Viver di una vita lenta e dolorosa:
era meglio una pelle dentro spoglia.
Guardando l'ennesima zolla acquosa
tende alla piralide un'altra foglia.
angeli che ballano e ridono.
Condividono
lo stesso destino.
Volano nell’aria
stoffe di ogni genere.
Sui banconi del mercato
seta, cotone, lana.
Mantelli
da super man.
Cercano di sconfiggere il mostro
sperando che non torni più.
Vestiti messi, dismessi
volano verso le nuvole.
Su nel cielo
cercando un pò di pace.
Strane nuvole, ma perché dirmi strane? Ve ne sono d'ogni forma,
a bocca aperta lasciano l'una intravedere come da una maglia rotta
il mio satellite dalla gualdrappa rossa -
quella successiva, un mese più in basso, e rasoterra,
una terrazza da castoro
riflessa nella terra umidiccia, e sembra un po' la mia intenzione
d'andarmene presto a dormire.

Scusatemi ma sono troppo arrabbiato amareggiato e spaventato.
Poveri ciechi disgraziati e sordi
che seguono la scia come i tordi,
perché non si mettono d’accordo
per fare fronte unico nel bordo
del mare del terrore che si avanza
e quasi ci troviamo nella stanza?
Ma sanno questi stronzi del comando,
che “quelli”, non so come non so quando
ci ammazzano qui dentro i nostri siti
vedendo differenze inganni e liti
del nostro Parlamento; ma perché
bisticciano fra loro invece che
unirsi nella lotta al terrorismo
lasciando a monte tutto l’egoismo
amorfo sciagurato senza meta
per battere il nemico in linea retta?
Possibile che siano così sciocchi
da non vedere a un briciolo dagli occhi
pericoli che bussano alle porte
e sono ambasciatori della morte?
Ma loro continuano a scontrarsi
pensando alle poltrone da spartirsi
e quando finirà questo rodeo
vedremo frantumarsi il Colosseo
o le opere dei nostri grandi artisti
tesori di millenni ma sprovvisti
del giusto normalissimo buon senso
di essere italiani, perché penso,
e spero di sbagliarmi, ad un concerto
che suona il Dies Irae in un deserto.
« If the doors of perception were cleansed, everything would appear to men as truly it is: infinite. »
“Pamela, siamo soli,
in ogni caso e situazione,
quand’anche mi tieni la mano;
è il mio esilio questo, il destino,
il numero 17 di rue de Beautreillis,
non puoi dirmi che non lo sapevi.”
“Ma se tu sei il linguaggio, Mojo,
se sei l’amore che filtra il momento
e che ci accompagnerà dissociati
(attraverso le miserie della vita)
fino a quel di Père Lachaise,
chi sono io realmente?”
“Sono finestre i tuoi occhi,
e sono fiori scossi dal vento
le mie parole, sono miti, magia,
sono ponti stesi fra mondi diversi,
dove davvero non germina niente,
dove la terra è umida ma infeconda
e la vita non è passeggiata al chiaro.”
“Le tue visioni sono la lingua dell’anima,
sono profumi, suoni, colori, sono versi,
sono il nero, il bianco, il rosso, il verde
e poi alfine il blu del cielo azzurro:
non immaginazione, non sogno,
ma l’esistenza umana stessa.
E io ho paura dell’ignoto.”
“Non temere il mio viaggio,
l’immensa e ragionata sregolatezza
che mi regalerà una croce e tre chiodi,
perché è chiaroveggenza questa mia,
e non sarà certo un tragico epilogo.
Sarà struttura flessibile il futuro,
infanzia, maturità e vecchiaia
che alfine convergono:
trance, metamorfosi
combattimento,
ma poi ritorno.
La mia morte
è un adito,
è passaggio
a miglior
vita”
che ci avvolge,
dagli estremi di un bene o di un male
che vorrebbe fagocitarci come un infido insetto,
fuggo dai viali troppo frequentati,
dalle miriadi di voce senza un suono,
dalle luci asfissianti di una vuota pubblicità,
dai consumi misurati in giga,
dalle finestre socchiuse,
dai colletti bianchi, dai giovani in carriera,
dalle finte ambizioni democratiche,
dai pluralismi regolati, dalle corse incanalate nei viottoli della disperazione.
Amo arrampicarmi sugli specchi viscidi
di un pomeriggio qualunque di periferia,
amo arrampicarmi e basta ciò,
amore e salita,
per riempire il mondo assente
di una qualunque vuota periferia dell'anima.
scavasse lontananza
ricoperta di mare e cielo
io dilaterei il buio
nel pungente inverno
percorso in silenzio
da stille di malinconia
e tremolii di giovane brina
ancorata alla gelida ombra
una stella senza cielo
intinta di favole
e di bellezza rara.
Se la storia al bivio
traghettasse la ferita
sulla pallida riva
incatenando il cuore
io supplicherei l’infante
accecato timido arciere
senza pietà e senza cuore
di tessere sicario di parole
la scritta Amore
a effige della vita sul portale
nel ventre del tempo
ricamato di dolore.
Confiderei questo
al sole nel tramonto
riempendolo di vita
e ai superstiti in agonia
che chiedessero d’amare.
anche la carne viva
è così stupida da credersi morta
e un brutto voto
che di certo non è il voto della vita
Le ansie da prestazione
e durante la prestazione
che mentono su quanto ne sai
E chi lo sa che dirò dopotutto
le prime volte non arrivano mai
se non si capisce che le seconde sono le più belle
anche ora
appoggiato ad un mobile
seguendo il vetro nel suo grondare di sudore
pianto di voci
colori fuori momento
nei rumori di aerei impazziti
suonatori di fisarmonica dall'est
nella piazza
molte volte camminata
ricordo fra le cose normali
dei volti spariti, dalla terra ripresi
risucchiati nelle fotografie
colmanti cuori tranciati d'increduli familiari
di quanti partiti
Nessun miracolo
cambierà l'umore di questa stanza
sveglierà gli occhi
asciugherà i vuoti
prenderà per mano
cancellerà il pulsare
passerà il gelo con il mantello aperto
alzando la cenere
trasformando la chiara luce
in un'infetta ferita
già cicatrice.











