degli anni 70' d'attesa
intrisa dal luogo
mi accompagna ad appoggiarmi al muro freddo
di calce cadente
rovinata dai chiodi di piatti avanzati
regali dimenticati
d'eredità lamentate, tristi colori
Non è rimasto un albero
sul quale la neve dondolava nei giorni invernali
nemmeno la neve
Fuori dal vetro
s'ode la vita d'impalcature di uomini muscolosi
grida di sollecito
acciai barcollanti
Facciamo qualche passo
sotto lampade spente
odorando le parole
fra qualche sorriso spontaneo
A braccio, chiedi di ombre che non si vedono
le risposte faticose e ricercate
si nascondono nelle lacrime trattenute
Le ultime macerie escono dalla cantina.
Alle porte di S.Pietro ti sto accompagnando.
che avremmo potuto
toccare con un dito
ed innamorarsene come
si ama un figlio
Quel cielo è inafferrabile
si avvicina ma non ti guarda
resta indifferente, e se lo cerchi
si volta spaccandoti il cuore
nella tua imminente
devastazione
Quel cielo però, fa capolino
avvisandoti che devi fare dietrofront
e guardarsi nel cuore sconsolato
in mattine che si svegliano e non sanno
se sorridere o recitare
oppure abbandonarsi
Un alberello, misto ad altri fiori,
spuntò tra i vasi del suo verone.
Una donna bella di viso e di cuore
innaffiava il suo giardino con amore
ed esso le donava spesso l’emozione,
che danno i profumi e i bei colori.
La solinga donna era mia mamma,
che nei dì di mia quiete vesperale
incontravo nella sua dimora antica.
Fu sempre solidale come una formica,
visse santamente, pur se fu mortale,
ricordando della croce il dramma.
Con ella piacevolmente dissertavo,
rimembrando mio padre e la “pipina”,
per la quale il bene fu la sua dottrina ,
ch’io facevo mia quando l’ascoltavo;
per quel che m’insegnò e che mi disse
“la pipina” fu terrena sol perché visse.
L’alberello, che io prima mentovai,
è un nespolo, che divenuto adulto,
dello stesso mia madre attese il frutto,
ma non ebbe sorte e per me fur lai.
Morì!
La sua casa dei ricordi fu venduta
e gli oggetti ebbero altra dimora,
ma il nespolo a “Mattè” trovò il sito.
La pianta con tanto zelo fu cresciuta,
io ne ho premura ancor tuttora
ed essa produce il frutto saporito.
Sfiorando le sue foglie, io m’illudo
di sentire viva la mia dolce mamma
e teneramente di carezzarla ancora.
La sua effigie nel mio cuor racchiudo,
la mia mente al suo pensier s’infiamma
ed io la vedo, mista alla sua flora.
La “pipina” fu mia zia Marietta, sorella di mia madre. Mattè è la contrada Portella di Matteo in agro di Pietraperzia, dove abbiamo la nostra campagna.
Il mondo è una favola
inventata da te,
dove tu sei regina
e l'uomo il tuo re,
ma il trono dorato
lo meriti tu.
Che mondo sarebbe
se non ci fosse donna
bisognerebbe inventarla
ed io la inventerei
immaginando una Madonna.
Il mondo è una favola
inventata da te,
non c'è bisogno d'inventarlo
perché lo hai fatto tu.
Ti porgo una mimosa
e poi ne prendo un'altra
e un'altra ancora,
milioni di mimose
a te che sei la donna
nata e non inventata
dolce e profumata...
e d’erba greca.
L’alba si preannuncia
con la luce dorata
di un giorno ventoso.
Eccitato
fiuto gli odori.
Sento il fresco delle sorgenti
sul volto
e il fiato di un cavallo
nelle mani.
Dimentico tutto
e la vita s’allunga,
tra viottoli conosciuti.
Fresche fonti,
puledri arzilli,
ciliegie, fichi e uva.
E i ricordi si trasformano
in speranze.
sulla strada,
con i tuoi calzoni
da viaggiatore stanco.
Forse un giorno
chiederai la luna o una sua foto,
o l'immagine ingrandita di un neutrino.
Con te sulla strada:
poche ore nei bar,
sulle giostre, all'equatore,
con te nelle antiche danze
mentre ruotiamo contro
il tempo che incalza.
Rimani sulla strada:
passeranno altri cosmi, comete,
profeti di profeti di sventure,
nuove immagini su schermi innaturali,
altri cuori, altre acque;
con te poche ore nei bar,
sulle giostre, all'equatore,
poi sulla strada ancora.
apra le finestre oltre l’orizzonte
non è necessario che tu
scriva ancora sulla sabbia
non è necessario che tu
dipinga sensazioni svestite
ancora una volta
dietro il tempo
nella rincorsa di te
ancora una volta
come un equilibrista
sui pensieri della mente
credimi
non è necessario che tu
apra le finestre oltre l’orizzonte
non è necessario che tu
scriva ancora sulla sabbia
non è necessario che tu
dipinga sensazioni svestite
sopra di te
il cielo parla
e so chiede il perché
sopra di te
il vento raduna
e disperde promesse
credimi
non è necessario che tu
apra le finestre oltre l’orizzonte
non è necessario che tu
scriva ancora sulla sabbia
non è necessario che tu
dipinga sensazioni svestite
io so perché sei pazzerello,
chiudi l’inverno con il suo grigiore
le notti profonde di buio stupore
le ore di pioggia di freddo di neve
le aurore biancastre dal battito lieve
di ali impaurite che aspettano il sole
nel dolce ricordo di rose e di viole.
Ma apri al tepore che l’anima spera
portando nel grembo la tua primavera
con canti d’uccelli che cercano i fiori
attratti dai loro stupendi colori,
tu apri alla vita che porta speranza
che brilla che gioca che ride e che danza,
tu porti allegria che dona l’ebbrezza
all’uomo che sogna la sua giovinezza,
intanto che sente il profumo di un fiore
in fondo allo spirito pieno d’amore.
Ci son poeti
che sanno di verità
li riconosci dal colore degli occhi
e da quel luccichio
che si perde nel cielo.
Ci son poeti
che lasciano la scia
che si nutrono di eleganza di parole
non sanno rubare alla luna
non sanno tradire le stelle
sono loro che colorano il mondo.
Nel dolce cammino della vita
non hanno paura del male
nè di inganni logorati dal tempo
ma sorridono ancora con occhi
che sfiorano il cuore.
Ci son poeti
che regalano emozioni
che non si consumano
con raffiche di vento.
Rosa rossa dal lungo stelo senza spine,
petali vellutati e lucidi
imperlati di rugiada
da mane a sera brillavi
Hai vissuto una vita d'amore
tempestata da bui momenti
superati sempre con la tua forza
di donna bella, intraprendente
Moglie esemplare, mamma amorevole
solo buon esempio hai lasciato
in eredità, più alto valore
di ogni bene materiale
Col tempo i petali son sbiaditi
caduchi su un letto di morbido prato …
l'ultimo è caduto ieri
e nella luce di Dio hai intrapreso
l'ultimo viaggio,
nuova stella in cielo,
nuova luce ad illuminare
il cammino di chi ti ha amato
Rosa rossa ora sei nel giardino
dei cieli eterni, unita di nuovo
al nostro amato papà,
innamorati come il primo giorno,
vivi insieme in eterno a nuova vita
Già mi manchi, già mi manca il tuo abbraccio,
il tuo sorriso, a volte il tuo cipiglio
lacrime non ho più mamma
oggi ti ho salutato con un sorriso,
posa una carezza sul viso di papà
come fosse mia ….
Ti sento sei qui, mi sosterrai ancora ed ancora …
ti ho amato e sempre ti amerò,
ora riposa e dormi sonni tranquilli
cullata dal canto degli angeli ….
Ciao cara mamma !!!
*******************************************************************************************************************************************************************************
Alla mia cara mamma
che ha lasciato la sua dimora terrena
ieri mattina, lasciando un grande vuoto nei nostri cuori
ma sempre tanto, tanto amore ....
senza udire il cigolio delle parole
senza nemmeno dar importanza
al cader delle foglie sui giorni
mi siedo anche su ogni inverno
ruotando di continuo sull'aurora
dentro l'anima mia schiacciata
che non si affaccia più al cuore
mi siedo sul triste silenzio
pesante e muto come i sassi
che scagliati verso il mare
affondano soli come i pensieri
mi siedo sul fluire della vita
tuttavia... piove ancora
e la luce gli occhi rischiara
al risveglio del mattino
febbricitante tremito all’alba
per sentire il rantolo del tempo
come una rosa colta chiusa
nell’attesa di pioggia soffusa
con la fragilità della farsa resa .
La paura di suturar paura
specchio in frantumi d’ora
nel cuore una musica infinita.
L’anima uccide quel che ama
per tenere in caldo la promessa
e aspettar la tempesta alla costa
divertendo il dialogo col buio
avvolto nella gemma d’una stella
L’anima uccide quel che ama
nel silenzio dagli occhi chiusi
nel sentire perduto il domani
nell’adagio della caducità di stagioni
strozzando l’anima nel sorso.
L’anima uccide quel che ama
a inganno di quiete alla fine
inascoltato urlo al lume
cielo bruciato nella fossa
cesellando assenza e catarsi
riscritti al gemere del darsi.
L’anima uccide quel che ama
con l’ardore divorante della sorte
per sfidar vite appese alla morte
compianto vivere d'esserci.










