Lunedì mattina da tregenda. Dopo una domenica trascorsa fra le rocce e l’umidità del fiume con la mia nuova canna da pesca, il portone del mio studio mi sembrava la bocca di un antro soffocante.

Aprii malvolentieri la porta d’ingresso dello studio legale, di cui sono indegno titolare, che ancora avevo negli occhi lo sciabolare, nella bruma mattutina, del filo di nailon che tratteneva le mie sacre esche. Ero convinto di essere arrivato per primo ed invece, il mio apparire, troncò un cicaleccio inusitato nella sala d’aspetto. Avevo dimenticato che, in quel giorno, c’erano i colloqui per l’assunzione di un/a segretario collaboratore, poiché l’attuale sarebbe andata a breve in pensione! Questo non fece altro che aumentare il mio malumore per quell’inizio settimana. Tuttavia sono un lavoratore indefesso, per cui mi armai di buona volontà ed entrai nel mio studio per iniziare la mia giornata lavorativa. Avevo tutto il tempo che volevo e se non bastava ne avrei usato dell’altro. Vivo da solo, mai sposato né fidanzato ed ormai le mie sessanta primavere, mi fanno presagire che manterrò questo stato per sempre. Le donne mi piacciono tanto, nonostante possa sembrare il contrario e nella mia vita ne ho conosciute tante, senza che però arrivassi ad amarne compiutamente nessuna. Si, in effetti una c’è stata, Luisa, aveva gravitato attorno alla mia vita proprio nel momento del mio gran lancio nel mondo degli azzeccagarbugli. Ero stato convocato negli States da uno dei più grandi uffici legali, per ricevere l’incarico di seguire un procedimento che si sarebbe svolto in Italia. Era un grosso attestato di stima, che un giovane avvocato rampante, non poteva rifiutare. Sarei stato proiettato nell’elite della giurisprudenza mondiale e, anche a costo di notevoli sacrifici, non potevo rinunziarvi. Avrei dovuto, necessariamente, sacrificare del tempo a chi mi stava vicino e questo lei lo capì, cosicché, quando tornai, non la trovai più. All’epoca io ero sistemato bene perché viveva ancora la mia mamma con cui stavo bene e che non mi faceva mancare niente. Solo…solo quando avevo le mie avventure, ero costretto ad affittare “un dolce nido d’amore” dove sollazzarmi, altrimenti, mia madre, mi avrebbe pianificato anche quello ! Un mammone, insomma. Con Luisa, però, era stato diverso. Mi incontravo con lei in un appartamentino ammobiliato, in periferia. Lì facevamo l’amore ma, nello stesso tempo, costruivamo i progetti per un futuro da vivere assieme. Per sempre. Chissà perché ci vuole poco a far svanire certi sogni. Lasciare discorsi a metà non è mai bello, ma è ancora più brutto non conoscerne i motivi. Sic transit gloria mundi !

Feci entrare il primo candidato e iniziai la mia giornata. Al sesto ero già stordito e svagato ed ebbi bisogno di un buon caffè. Lo avevo appena sorbito che la porta si aprì sul settimo o meglio sulla settima aspirante. Una donna di bell’aspetto, vestita sobriamente, il portamento deciso di chi sa cosa deve fare. Dopo avermi stretto la mano si sedette ed io l’osservai con più attenzione. Mi dava l’impressione che, nei suoi tratti somatici, ci fosse qualcosa di familiare ma, pur sforzandomi, non riuscii ad associarla ad alcuno. Eppure…quel volto somigliava…somigliava… e poi, quello sguardo penetrante e costantemente fisso, sembrava penetrarmi fino a dentro. I ruoli si erano invertiti, a quel punto. Quasi che fossi io a cercare lavoro e non lei ! Non voleva provocare nessuna reazione, quello sguardo. Era come se lei volesse interrogarmi, al di la del colloquio, su qualcosa di mio. Non so se per difesa divenni professionale al massimo, quasi fossi stato in tribunale, dove, mi dicono, sembri un mastino quando interrogo. Alla fine del colloquio avevo già deciso, il posto era suo. In fondo era anche laureata in legge e si esprimeva con proprietà di linguaggio, denotando un grande carattere. Poteva essere di grande aiuto. Così, dopo qualche giorno me la trovai ad orbitare attorno alla mia scrivania, con competenza e autorevolezza. C’era, tuttavia, da tenere in conto quella familiarità del suo volto e la curiosità di quello sguardo che, diciamola tutta, m’indispettiva un po’, nella misura in cui non ne capivo le motivazioni. Però, tutto migliorò nello studio con la sua presenza. Aumentò anche il mio tempo libero, cosa strana. A trarne beneficio non fui solamente io ma anche il negozietto dove acquistavo le esche, perché ne diventai un assiduo compratore. Potei ricominciare a seguire la coppa dei campioni, in tv, sicuro che la segretaria-collega non avrebbe permesso che fossi disturbato, di sicuro. Fui smentito solo una volta. Mentre sistemavo la bottiglia del mio cognac preferito e gli immancabili pop corn sul tavolino posto di fronte alla tv, squillò il telefono. “Ahi”, pensai, non prima di aver imprecato. Rispondo controvoglia. Le parole che ascoltai non furono molte, anzi mi bastò il semplice “Pronto ?” per dare un nome alla voce al di là della cornetta. Ero nello stato di chi, come racconta molta letteratura, trovandosi in fin di vita, vede scorrere questa come un film. La mia modesta vita era costituita da diversi episodi ma di un solo nome fino ad allora. Questo nome era Luisa.

  • Luisa ! – gridai incredulo ! –
  • Guido, non credevo che potessi riconoscermi dalla prima parola che ho pronunziato !
  • Come avrei potuto non riconoscerti tu…tu…io….io
  • Ahahah, tutto mi sarei aspettata tranne che parlare con un avvocato balbuziente. Stai pure calmo e vedrai che sei in grado di esplicare il tuo pensiero. – disse la donna con fare sornione –
  • Luisa, Luisa, Luisa. Questa non è balbuzie è gioia, una grande, immensa gioia. Risentirti mi porta indietro con gli anni e riapre un periodo felice e doloroso nello stesso tempo. Cosa posso fare per te, chiedimi tutto quel che vuoi.
  • Nulla. Non voglio nulla, solo ringraziarti per aver assunto mia figlia. Te lo dovevo.
  • Ma io non ho assunto….non ricordo, almeno….
  • Sei proprio invecchiato. Da ospizio, direi. Ma se l’hai assunta non più di due settimane fa! Si vede che siete uno studio importante, di quelli che assumono personale ogni giorno. Sto parlando di Marilù, Marilù Corbelli, la nuova praticante e tua personale segretaria.
Che rincitrullito che sono ! Ma certo ! Il cognome che mi aveva dato la ragazza, avrebbe dovuto ricordarmi qualcosa. Mi ripresi subito.

  • Dai non essere cattiva, proprio da ospizio non sono anche se, a breve, mi ci porteranno con la forza. Ma niente ringraziamenti. Non bastano ! Mi devi una cena, se solo vorrai essere mia ospite.
  • Potrei denunziarti, lo sai ? Ma costi poco, anzi, niente, visto che vuoi pagare tu. Mi sacrificherò, allora, purché, al ristorante tu non debba usare il bavaglione, vista l’età !
  • Non pensare a me. Tu, piuttosto. Vedi se riesci ad essere più bella del solito, sarai rimasta, mica, lo scorfanetto di tanti anni fa ? Ci vediamo domani alle 21.
Riattaccai soddisfatto, che dico, felice. Mi sembrava di aver fatto gol anch’io come….accidenti, la partita, l’avevo dimenticata proprio mentre la mia squadra faceva gol. Che mi frega, mi dissi, il mio vale più di un euro gol ! Presi il fascicolo  che riguardava la mia nuova assunta, così, per rileggerlo meglio, la curiosità cominciava ad assillarmi. Diedi uno sguardo alla sua età, 25 anni, alle sue note e tutto sembrava a posto. Si, lo era. Ottimi voti. Un momento. Era nata venticinque anni fa…proprio l’anno seguente in cui Luisa mi aveva lasciato, sparendo. Strano, mi sarei accorta se fosse stata incinta ! E poi di chi se stavamo assieme già da un paio d’anni. Un brivido mi percorse la schiena. L’immagine della ragazza con quello sguardo interrogativo stampato sul volto, mi perseguitava. Una folle idea mi ronzava per la testa ma non osavo darle un significato. L’indomani avrei chiarito tutto. Si, ma intanto avrei dovuto dormire, quella notte, e le premesse non erano buone. Arrivai all’appuntamento con Luisa qualche attimo prima. Giusto il tempo di far aggiungere una rosa al posto che avrebbe occupato in tavola. Il ristorantino era sempre lo stesso. Quello che avevamo usato spesso quasi trent’anni prima. Pulito, discreto, caloroso, accogliente, insomma. Della luce avrebbero potuto farne a meno. Bastava quella che emanava la mia ex, quando entrò. Era di poco più giovane di me ma era rimasta splendida. Solo qualche traccia del tempo che scorre  segnava il suo viso, naturalmente, il resto era rimasto intatto nella sua bellezza. Mi guardò, rise ed infine si diresse verso di me. Rimasi, per un attimo, abbagliato da quella figura che mi veniva incontro. Le baciai la mano ma lei volle abbracciarmi…e baciarmi sulle guance. Il tocco delle sue labbra calde non mi fu indifferente. La feci accomodare e le diedi la rosa.

  • Sono sbalordita ! Mi accogli con lo smoking e con una rosa. Non ti riconosco più ! Non riconosco più il giovane neolaureato, quasi squattrinato, che vestiva casuals e che mi offriva sempre dei ciclamini, mentre ora siamo alle rose. – disse continuando a ridere di gusto -.
  • Quando abbiamo cenato qui l’ultima volta ? Circa venticinque anni fa ? – risposi io, mescendo un vinello bianco come aperitivo. – Tra altri venticinque sarò costretto a trovare un trono, per farti sedere se continui ad essere così bella.
  • Già, come passa il tempo ! Dimmi, sei sposato ? Quanti figli hai ?
  • Tu pensi che avrei mai potuto sposarmi, dopo l’errore che ho commesso con te ? Perderti per la mia carriera è stato l’errore più grande che potessi commettere. Quando sei giovane si affronta tutto con molta superficialità. Io ho amato ed amo solo te, che tu ci creda o no. Piuttosto tu, ti sei sposata ed hai avuto anche una figlia. A proposito, mi sto arrovellando il cervello per capire come mai porta il tuo cognome e non quello di tuo marito…
Evidentemente avevo toccato un tasto dolente perché nei suoi occhi scese tanta malinconia.

  • Non sono sposata. Mia figlia ? Errori di gioventù !
Aveva fatto in fretta a commettere un errore di gioventù così grave, compiuto mentre ancora stava con me ! Infatti la figlia era nata appena sette mesi dopo che ci eravamo lasciati. Questi, tuttavia, non erano fatti miei…o si! In fondo mi aveva preso in giro. Solo adesso cominciavo a capire qualcosa sul perché fosse scomparsa così misteriosamente. Però…però io sono avvocato ed anche un po’ investigatore se vogliamo. Non sono nemmeno l’ultimo arrivato o uno sprovveduto, qualcosa non tornava. Decisi di andare a fondo, con molto tatto.

  • Avevo capito che eri stanca di me, per il poco tempo che ti dedicavo. Anche se….a nessuno fa piacere scoprire di essere stato tradito.
  • Parliamo d’altro.
  • Avresti potuto dirmelo prima –proseguii imperterrito – anziché….
  • Anziché, cosa ? – le sue guance si riempirono di porpora, sembrava una leonessa ferita, ora - Ti ho sempre amato, più della mia vita, ti ho rispettato prima, durante e dopo la nostra relazione. Se mi sono allontanata è stato solo per darti la possibilità di raggiungere gli obiettivi che desideravi, io…
  • Tu, però, tralasci un particolare importante e che particolare : tua figlia !
A quel punto, sentii che stavo per infuriarmi davvero. Ero, sono innamorato di lei  Mi aveva offeso, aveva offeso il nostro amore, quello che nel mio cuore avrei voluto si rinnovasse quello stesso istante. Ma, ormai, sapevo la verità e non volevo trovarne altre…a meno che…a meno che…Dio quanto sono stato sciocco, cieco. Dovevo capirlo, subito, era stato così chiaro dall’inizio. Solo che, io, principe del foro, professionista ammirato e stimato non avevo voluto vedere ciò che era di un’evidenza marchiana. La guardai e lei guardò me, mentre una lacrima faceva capolino ai lati dei suoi occhi, disastrando il pur tenue trucco.

  • Mia figlia, Marilù è MIA figlia ! – dissi quasi gridando –
Mi risposero solo dei singhiozzi trattenuti a stento e la sua mano che prendeva la mia. Sembrava tutto un deja vu per me che in carriera ne avevo viste situazioni del genere , in abbondanza direi. Tuttavia, questa volta, toccava a me e Marilù era MIA figlia. Mi ripresi, ripresi il contegno che mi era sfuggito, chiamo il cameriere a voce alta, perché tutti sentissero. “Champagne per tutti” ordinai, quindi feci distribuire i dolci destinati al ristorante a tutti gli avventori. Qualcuno mi chiese cosa festeggiassi, ”una figlia” rispondevo, “ho avuto una figlia”. I volti dei commensali erano quasi increduli per via dei miei capelli bianchi, ma non me ne ebbi. Anzi.

L’indomani arrivai  per primo allo studio. Fremevo nell’attesa di poter dire, a quella ragazza , che era mia figlia, anche se, pensai, la madre mi avrebbe rovinato la sorpresa. Ero ansioso, smanioso, sembravo uno scolaretto prima della recita di Natale. Finalmente, un tocco alla porta del mio studio, mi annunciò il suo arrivo. Avrei voluto precipitarmi alla porta, ma le gambe erano vuote e lo feci con molta difficoltà. Non le diedi nemmeno il tempo di fare un passo verso l’interno che l’abbracciai, la strinsi, la accarezzai mentre, dentro di me, l’emozione, la commozione avevano preso il sopravvento. Dopo i primi attimi di confusione, lei, garbatamente ma decisamente mi respinse. Restai deluso e titubante. Ancora quel maledettissimo sguardo interrogativo aleggiava nei suoi occhi insieme a un malcelato sdegno per il mio comportamento. Capii che la madre non le aveva detto nulla ! D’altra parte, la sera precedente, eravamo rientrati molto tardi, quindi era probabile che non si fossero parlate. Le presi le mani, che ricevetti non senza qualche riluttanza da parte sua. Chissà cosa si starà chiedendo, mi dissi. Forse pensava che suo padre, perché lei sapeva che io ero suo padre, me lo aveva confessato Luisa, fosse il classico datore di lavoro che si approfitta delle subordinate. La guardai e sorrisi.

  • Sei mia figlia, capisci ? – dissi io con un groppone in gola – Non dovrai più fingere da ora in poi. Voglio che tu capisca che tutto cambierà nei nostri rapporti. Abbiamo rinunziato entrambi a troppe cose che avrebbero rivoluzionato la nostra vita ed ora dobbiamo riprendercele. Con gli interessi magari. Voglio solo spiegarti come si è arrivati a tutto questo. Ha ragione tua madre quando afferma che io ero un giovane tutto dedito a far carriera, tanto che, quando tua madre scomparve, non la cercai come avrei dovuto, obnubilato dall’ossessione di portare avanti i miei progetti. Tuttavia l’amavo, l’amo ancora con pari intensità. Luisa ha ritenuto di dover allontanarsi da me per lasciar spazio alle mie ambizioni e non crearmi problemi con la sua gravidanza. Questo giudizio è la sola cosa che le rimprovero. Non mi ha valutato bene. Io non sono così. Per un figlio voluto o non voluto avrei lasciato tutto, volentieri. Forse, lei, non voleva che ciò accadesse. Purtroppo questi nostri errori, non voluti, sono ricaduti su di te. Te ne chiedo scusa e sono pronto a farne ammenda…per amore filiale.
Bastarono queste poche, striminzite parole, dette col cuore, sentite, a far cambiare espressione a quello sguardo che mi aveva tanto infastidito. Non lo speravo, ma lei mi gettò le braccia al collo piangendo. Le stetti dietro…con le lacrime, fino a quando esaurimmo i fazzolettini ! Poi, ancora la mano nella mano, le chiesi di accompagnarmi a casa sua. Dovevamo prendere la sua roba e quella di sua madre perché si sarebbero trasferiti a casa mia. Ci aspettava una nuova vita. Insieme.
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Profilo Autore: Bronson  

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Nuoce ‘no spìffero

giunto a n’Autorità…

Forte il sol forte?







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Verseggio (Stile metrico haiku 5-7-5) nato dalla lettura di un pensiero del celebre scrittore e aforista francese del 1700 Sébastien-Roch Nicolas da Chamfort:

“Spesso si lascia in pace chi ha appiccato l'incendio e si castiga chi ne ha dato l'allarme”.
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Profilo Autore: Rocco Michele LETTINI  

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alcune aziende provano la tua capacità
di una certa flessibilità,
che non è un segno di debilezza,
ma un tipo di responsabilità,
se questa è la tua descrizione del lavoro,
cio' vorrebbe dire solo una cosa:
fare tutto per gli altri,
fare schacchi e dei salti
per i nemici stregati e fratelloni-
lasciatevi riposare nei loro covoni
per testare
la vostra fedeltà,
prima di ottenere qualsiasi regalità.
lasciali mettere le colpe su di te,
come sei un po ' più nuovo-
quella e' una dura prova:
sono molti i cercatori dei difetti
ponendoti dei confetti,
lasciali cucinare il loro riso selvatico,
e non lo discutere! -
sii bello per muta-mutere!
reale e' il denaro. nervi sono i pidocchi
nel mondo delle bugie,
molte o anche poche.
    Ivan Petryshyn
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Profilo Autore: Ivan Petryshyn  

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C U O R E            A M O R E            D O L O R E



C OME  U N  O NDA R IBATTE  E

A FFONDA M ENTRE O GNI  R AGIONE  E LIMINA

D A  O GNUNO  L' O VVIA R ESISTENZA  E STERIORE

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Profilo Autore: Valerio Foglia*   Sostenitore del Club Poetico dal 28-02-2024

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Dentro di noi

a cercare lo stormo 

del vento d'estate

l'impulso al volo

fra terra e cielo, acqua e sale

Settimo tocco: (quasi) 

nella bontà della roccia si ripara

la cantilena del mare,

si abbraccia

Ottava della sera - aria bruna -

tremoliamo nei nostri contorni di carne

dei gabbiani abbiamo appena le mappe

ci metteremmo in fila

ad aspettare
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Profilo Autore: Rita Stanzione*   Sostenitrice del Club Poetico dal 18-07-2015

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Cerco in te,
quello che non c'è.
Lo cerco sempre,
lo trovo spesso.

Mi basta ammantarmi
lentine di cemento armato,
bagliore riflesso di cuore
semplice interesse
parole,vuote parole.

Cerco in te,
un senso, che non c'è
Lo cerco sempre,
lo trovo spesso.

Mi basta tuffarmi
in un rhum and cola,
o almeno in tre.

Cerco in te la vita,
quella che c'è,
la cerco spesso,
la trovo sempre.

Mi basta guardarti davvero,
vivere spietata,
oltre i confini,
delle convenzioni sociali.
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Profilo Autore: Demonius  

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Torni a casa

Come zavorra
ti trascini col tuo bagaglio di attese
Cerchi lavoro senza tante pretese

Occhi stanchi
lunghe scie di fumo
le energie ti consuma
questo digiuno

Chilometri e chilometri di strade
senza  sosta
vuote
avare di risposta

Torni a casa

Un senso di sollievo ti pervade
Fuori la porta scivoli la fatica
e respiri  aria  leggera e pulita

E’ un buon mattino

Dimentico di ansie 
il tempo lento
per un momento
lasci andare
e ti attardi a curiosare
 
Una vecchia 
che passa
dalla vetrata vede
ciò che ti succede
e ti regala un saggio sorriso

Esiti stupito
e ti sorprendi a ripensare
al mistero stampato sul suo viso

D’un tratto
un volo inaspettato
di gabbiani

Di luce vestirai
i tuoi fantasmi
domani

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Profilo Autore: Giovanna Vecchio  

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Un tepore perso ha 
la risalita dei campi.


Frenesie di fango 
gonfie di bruma ottobrina
i ciottoli odorosi di vischio
e le  foglie accartocciate.


Odo voci in lontananza
 sorde  di memoria e pungenti aghi di pino e 
raspi arrossati.
 
Rubo  l'incertezza  
a quel volo d'ali tra i rovi e
 mi  solleticano  le gambe.

Il  vento 
 intreccia le mie parole
 i miei capelli  i miei fianchi 
e le mie sere.




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Profilo Autore: Caterina Morabito*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 14-03-2014

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Non sono bravo come te 
a starmene in silenzio
sto tutto il tempo a chiedere
a me, perchè ti ho perso

ma le risposte le hai messe
dove la mente non vuole arrivare
tra le passioni ormai dismesse
e tra gli amori sprofondati nel mare

e quando capisco che devo lasciare
che il tempo faccia il suo corso
faccio fatica a respirare
e mi ripeto non devo, non posso

perchè non sono bravo come te
a starmene in silenzio
anzi vorrei gridare al mondo perchè?
...ti ho perso!
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Profilo Autore: tempo di poesia  

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Scavo ancora nei ricordi
quante volte mi sono avvicinato
per poi fuggire dalla verità

sempre mi ha seguito
dai profumi intensi
fino alle colline scoscese sul mare

davanti allo specchio
ho persino rifiutato
di vedere e sapere


ho chiesto scusa al destino
per non avergli creduto
anche nei piccoli segni

ho chiesto scusa al destino
per non avere visto i suoi occhi
anche nelle ombre

ho chiesto scusa al destino
per non avere ascoltato
ascoltato e ascoltato
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Profilo Autore: Giuseppe Casazza  

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Che voglia di perdermi

nel mucchietto di foglie,

due bacche, 

tre atomi salgono -

la manina dal guanto di fucsia ed il violino

la musica di chi è solo

dietro le sottane bordeaux

di un palazzotto chiuso ai più.



Risultati immagini per robert walser




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Profilo Autore: Alberto Automa  

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Se ancora riuscirai a veder la luce
sarà un miracolo del cuore
che ha assorbito ogni paura
e s'è convertito all'amore.

E quando ti accorgerai di ciò
riuscirai a vedere il paradiso
e le beatitudini ad esso riservate.

Sarai nudo dei tuoi silenzi.

E percorrerai la strada
sull'arcobaleno delle tue emozioni
sicuro
altero
come mai lo sei stato,

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Profilo Autore: Francesco Paolo Catanzaro  

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Rammenta che,
la sinfonia
della vita
perde l'acuto
della solidarietà
umana,
quando i muri
sostituiscono i ponti

e l'io s'avvita
su se stesso,
senza vedere
il noi,
sensa sentire
il voi,
al di là del luogo,
al di là del tempo.


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Profilo Autore: Sergio Camellini  

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Un rospo se ne stava, ’na matina,

appollaiato sopra ‘no scojo de ‘no stagno antico.

Pensava de cantà co ‘na vocina,

e non col gorgogliar di tono avito.

Puro provanno ancor e riprovanno

riusciva a riprodurre a malapena

un gracidar odioso con affanno

 all’intonar di simil cantilena.

Su di un rametto guardava un cardellino

li tentativi der rospo cantatore,

“Lassa perde” aggiunse er canterino,

“nun pe cantà t’ha fatto er Creatore.

Vedi, je disse, venendogli vicino,

ognuno è fatto pe quello che sa fare,

tu te ritrovi in questo acquitrino,

magna l’insetti e nun me imitare.

‘Nte crede d’essere un tenore

si ‘nchai la voce pe poter cantare,

magna l’insetti e fallo con fervore

fai quer che sai e più non scimmiottare.”

Ma er rospo sai che fece ? lo mangiò …

perché la voce sua potesse avere,

ma appena l’ucelletto trangugiò,

morì d’un ossicino nelle vie aeree.

E fu se stesso per la prima vorta,

un rospo repellente e ignavo

che pensanno de fare cosa accorta

cambiando voce fu di essa schiavo !


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Profilo Autore: Bronson  

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Oggi ‘na pagnotta
la schiaccerà… leccando.

Far pecorone!



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Questo verseggio (Stile metrico haiku) è stato forgiato leggendo l’aforisma di Stanislaw Jerzy Lec, scrittore, poeta e aforisma polacco del 1900:


"Ci sono stati tempi in cui gli schiavi bisognava comprarli legalmente".

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Profilo Autore: Rocco Michele LETTINI  

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