attendono tramonti d’un sole rovente
a chiudere il giorno,
accolgono la luna comprese le stelle
e si specchiano
tra ballate notturne riflesse nei mari
mentre s’infrangono
in silenzio le onde.
Poi dopo mesi di calura
arrivano piogge scroscianti
tra lampi e tuoni rombanti,
rilasciano grandine
che come massi di gelido ghiaccio
rovinano a terra
tra danni incombenti
mentre venti minacciosi,
sconvolgono il mondo
scoperchiando tetti
e sradicando alberi secolari.
Poi, in un attimo,
come nulla fosse tutto si placa
e ritorna il sereno.
Ti affido trepidante
i miei sogni di Icaro stanco,
stupenda viaggiatrice che turbi
galattiche immaginazioni;
va’, tu che puoi e che torni,
cercami Dio nei silenzi cosmici
e, come cometa, narragli di noi
soprannominati uomini,
sempre più ricchi di angoscia
e sempre più soli
ad ogni tuo giro di boa.
Ecco, tu passi
a ricordare
che non dovrà svanire,
come scia impalpabile,
la nostra vita.
Sonetto standard, ABBA ABBA CDC DCD di endecasillabi canonici leggibili a maiore nel vano tentativo di sdrammatizzare con tono enfatico. Scherzi a parte, non è ciò che non troverebbero a preoccuparmi ma ciò che immagino troveranno.
Domani con la T.A.C. me lo diranno
se ancora c'è cervello dentro il cranio,
frattanto per il dubbio mi dilanio
e il cuore ballerino dà l'affanno.
Se batte così forte mi fa danno
con quel suo valvolone di titanio;
passeggio dentro un parco del demanio,
ma il senso d’ansia proprio non l’inganno!
Un’altra settimana c’è d’attesa
perché possa tornare a passo incerto
col dubbio ch’ora in testa più mi pesa
a ritirare il lugubre referto:
non suonerà per me certo inattesa…
«Il cranio è vuoto, siamo allo sconcerto!»
27/08/2026
non pretende
non cerca applausi
in piazze affollate
ma cammina piano
e si interroga
sulle proprie certezze
Riconosce il peso
di ogni parola
esige misura e distanza
accetta il dubbio
respinge il rancore
e non alza barriere
Sa che il dettaglio
in particolare
può trasformare l'errore in saggezza
ambite prede.
Uomini che si combattono,
si offendono e si uccidono fra loro.
Uomini che con alti stivali
camminano nel fango:
fra sterpaglie, carogne e avvoltoi.
Uomini che si sentono coraggiosi,
quando armando le mani
dei loro simili...
mercanteggiano morte.
Uomini che lanciano missili
per produrre macerie.
Uomini che depredano
e si impossessano
delle altrui terre.
Uomini che hanno posto limiti
perfino agli occhi...
privandoli delle lacrime.
Uomini virtuosi e valorosi,
che per ogni morto ucciso
ricevono una medaglia.
Uomini dai cuori freddi,
come il metallo dei
loro fucili.
Uomini che uccidono
le madri dei loro figli.
Uomini che possiedono le donne,
ma non le amano.
Uomini che non si inteneriscono...
perché la tenerezza limita
e indebolisce.
Miserabili uomini senza un credo...
senza un Dio.
Io, che quando mi guardo attorno
vedo terreni aridi, polvere, detriti
e corpi sepolti sotto le macerie.
Io, che sempre più spesso,
vedo volti privi di umanità
e uomini sempre più simili
a belve assetate di sangue.
Io che vedo solo uomini
che sopprimono se stessi.
Io, che non vedo negli uomini
più nulla di umano...
io mi domando: "dov'è l'uomo?"
Accade
che davanti al mare,
compiacente la luna
e il languido ritornare
della luce del faro,
ti riveda ancora.
Catturo di nuovo
quei sopiti sapori
e profumi scomparsi
dietro ai miei anni
e le dolci carezze
e piccoli affanni rivedo.
Cerco, ma invano,
un sorriso di labbra
nere di liquirizia
mentre onde incalzanti
sussurrano ancora
frasi dimenticate.
Tendo una mano
con assurdo slancio
e sfioro appena,
scosso da tremore,
quella che fosti:
tenera mia giovinezza.
Ho edificato la mia casa sulla roccia
a fondo scavandone le fondamenta,
per darle genuina robustezza,
perché possa nel tempo durare
e mai rovinosamente crollare.
Ho arato e un tenue seme piantato
nel campo tra le robuste pietre del suolo,
ho in abbondanza innaffiato,
e pur tra i duri sassi un virgulto è nato,
divenuto germoglio, pianta e fiore.
Frutti genuini mi attendo
dal mio impegno e cura ivi profusi.
Sotto la grondaia del tetto,
tra le sue curvature più recondite
e tra i rami degli alberi del mio giardino
troveranno protezione e riparo
i preziosi nidi degli uccelli e la prole.
Nella raggiante casa del mio cuore
accoglienza e calore troveranno
i miei fratelli che cercheranno amore.

A zig zag tra i rami
fulmineo nel cielo,
in volo al crepuscolo
all’ombra della coda
incisivi a scalpello
schivo ed arzillo,
custode del bosco
saltello col rospo
col folto pelo rossiccio
la noce veloce rosicchio,
riposo su un pino supino
in bocca un morbido pinolo.
Ho raccolto
conchiglie nuove,
sconosciute,
su questa spiaggia
violentata
da sferzanti libecci,
o spesso carezzata
da basse maree.
Le ho mostrate al sole
colto da nuovo impulso
e ho ascoltato ancora,
poggiandole all’orecchio,
il sussurro del mare.
Un’alba tenue
appariva pian piano
ai miei occhi,
lasciandomi stupito
davanti a una vita
nuova e da scoprire,
ancora
meravigliosamente.
Distici di endecasillabi canonici a rima baciata.
Sfogo nel cibo triste ogni mio male,
divento tondo come un gran maiale,
trangugio tanto da mattina a sera,
sempre di più somiglio a mongolfiera
ripieno sì di gas ma non leggeri
per cui volare credo non s'avveri.
Attento debbo star che qualche spina
non buchi la mia pelle ed assassina
diventi per la gente tutto intorno
facendomi scoppiare in pieno giorno
che con questo calore allucinante
il mio fetore arriva più distante.
Intanto corro a prendere un gelato
che metabolizzando in questo stato
con zuccheri che dona alla mia pancia
aumenterà sudore e la bilancia
nel rivedermi avrà molto terrore
e lo spiattellerà al mio dottore.
Ma trangugiare spegne i miei pensieri
o per mezz'ora li fa meno neri!
Vero vizioso circolo che assale
tra l’ingrassare ed il restarci male
mentre a fatica lento caracollo
senza più meta, grullo come un pollo.
Avanza questa inutile giornata
e d’appetito sento la chiamata…
ma per fortuna là nell’isolato
m’appare un bar, mi faccio un bel gelato!
26/08/2026







