L’alba assaggia le nuvole,
bacia le mie scarpe
sporche delle ultime stelle
e poi mi incipria le vene
come vele svezzate d’eterno
a navigar fra la pioggia del silenzio.
Il suo profumo nasce sulla pelle,
timido d’esistere, come bucaneve,
e poi carezza finestre socchiuse,
strade addormentate,
voci inscatolate nelle piazze.
Aratri sbadigliano nei campi
ed allora la poesia
nasce per il mondo:
nasce l’alba,
è rugiada di sguardi.
Il sole filtrava tra i peri
nel freddo internato,
fioca la luce pei sentieri
nel cielo abbrunato.
Foschi oscuri i corridoi
di mura muffite
e puzzolenti i pisciatoi
di vite passite.
Bambini figli di nessuno
guardavano il pero
ed in attesa del tribuno
speravano invero.
In fila mogi ad aspettare
brodaglia di verza
ed un intenso scodellare
al vento che sferza.
Giunse presto la fresca sera
nell’algido cielo
e già nitida la frontiera
lontana dal gelo.
Sonetto ABBA ABBA CDC DCD.
Se il mondo fosse dentro me davvero
meglio farei a prendere una purga
onde evitar provveda una chirurga
a liberare il mio intestino nero
per sopraggiunta nècrosi ma spero
che a ben del mondo il fatto pure assurga
e la boccetta¹ paia taumaturga
togliendo al mondo odor di facocero
di cui l’intride mia profonda essenza.
Certo sarebbe alquanto liquefatto
ma della luce chiara la presenza
potrebbe far sentire soddisfatto:
fluidi pensieri con intelligenza…
liquefazione avrebbe un bell’impatto!
¹: di purga.
03/05/2026
fischia nei botri, sega i crinali.
E’ luce tagliente che si dirama,
roca eco di plaghe settentrionali.
La tramontana ora rade il fiume,
flette salici, calami e giunchi.
Strappa le onde, fogli di volume,
con folate quali artigli adunchi.
Squarcia le nubi nel cielo di vetro,
vortica sull’arena delle prode.
Ed io ancora e sempre impetro
il soccorso, ma l’angoscia rode
l’anelito estremo, soffoca il cuore.
Vorrei che il rovaio spazzasse via
il tempo, le nere ombre, il dolore.
Invano: assenza, vuoto, agonia.
M-0-0-0-1-2
che travolge litorali,
spiazzi, auto e vite,
la tua dipartita
ha sconvolto
la mia esistenza.
Ancora adesso
soffro e cerco
conforto in amici
e poesia...
Ma la mia anima è
cambiata,
la solitudine come
un macigno è difficile
da affrontare.
Sonetto standard nato come risposta al commento fattomi su un sito da Sisifo per il precedente sonetto «737 - Cuore sbronzo».
Prologo:
il 28 aprile pubblicai in un paio di sito un sonettino, il «737 - Cuore sbronzo», scritto il giorno prima; tra i commenti mi ritrovo:
# Sisifo Gioioso 28-04-2026 22:53
Sbronzarsi di qualcosa che non c'è,
sol rimedio sarebbe la presenza.
Ma quando irreversibil è l'assenza,
fanne ragion e bevi un buon caffè.
Gli rispondo improvvisando un sonettino:
# ioffa 29-04-2026 00:41
Se agli occhi suoi mi porta un verde prato,
[…]
eccccetera ecccetera eccetera, e lui mi risponde:
# Sisifo Gioioso 29-04-2026 08:55
Quest'ultimo tuo sonetto merita la pubblicazione. Solo qui è sprecato.
Al che reagisco:
# ioffa 29-04-2026 09:28
Va bene, mi hai convinto, ma dovrò per forza citarti per dare un senso al testo autonomo, diventerà il «739»
Quindi è colpa sua se vi tocca di sorbirvi un sonetto in più! ????
Se agli occhi suoi mi porta un verde prato,
con il caffè ne immagino i capelli,
castano scuro oserei dir ramato¹,
lievi, ondulati², ricciolini, belli.
La vedo ovunque e resto senza fiato,
sconfitti di Ragion sono gli appelli;
mi rendo conto che son fulminato,
me stesso prendo pure pei fondelli:
l'ammiro, vedo ovunque e poi ci parlo
nei miei pensieri; pur se resta assente
occupa il cuor, non riesco ad evitarlo.
Cammino ancora, fo finta di niente
ma nella testa mi corrode un tarlo
che mi ripete: «Tu sei deficiente!».
¹: oserei dirlo solo per far rima;
²: ondulati solo per la metrica, in realtà son proprio ricci.
29/04/2026
un brivido guizza
lungo la schiena
e nasce
nel profondo dell’anima,
un senso soave
che si perde nel vento.
Respirando
a pieni polmoni
l’ossigeno
scorre come linfa.
Ora, la libertà di essere,
la libertà di avere
e di appartenere
lascia la sua impronta
e si espande trovando,
tra folate di vento,
un profumo
che sa di libertà.
sembra piombo.
Le tue ciglia giocano a nascondino
per celare la tua ombra
nelle nuove iridi che brillano.
Ed io taccio al tuo sorriso celato,
fatto di falso e briciole di speranza.
Le onde in corsa del mare,
dietro di te,
sembrano una platea,
un applauso frastornato
di rabbia e rancore
che non mi lascia respirare
il tuo profumo, che appare estraneo.
Ed io resto immobile,
con le mie gambe fragili, senza terra.
Sento il mio cuore morire
nel petto, accettando il tuono
delle tue bugie sulla pelle.
Brucia questo squarcio
nel silenzio che cade.
Ed io resto a guardarti rinascere
da vecchie rughe,
vecchie pagine scritte
dal nostro amore ingiallito,
dal tempo che, come sabbia, scivola.
Nel sapore d’amaro
che le tue mani raccontano,
allontanando le mie,
spiegano confini.
Ed io, inerme, sciolgo il nastro rosso
e libero lo lascio precipitare
nel vuoto che punge.








