Parole stonate
Mosse da fili dell’indifferenza.
Sul selciato della vita
calpestii di passi sempre più lontani.
Parole cadute come petali di rosa,
spine lasciate alla luce ad essiccare.
Cadono le illusioni.
Un freddo inverno congela gli ultimi sogni.
.
La vita spesso matrigna
tortura chi vuol guardare il sole.
Restano in cielo nubi scure
dal capo rivolto.
....Sulla terra, polvere
coprente barlumi di vite.

Son nata a Naracauli
la mia casa non c'è più
qualcuno l'ha distrutta.
Uomo, tempo e incuria
han spento tutto,
solo la miniera
nell'incanto vive
testimone di gioie
fatiche e sudori.
Cimeli d'un passato
giacciono in rovina
tra pietre frantumate.
La natura si ribella
prepotente rifiorisce
emanando i suoi profumi.
Son mentucce, lentischi
giunchi, ginestre,
euforbie e tamerici
a colorare ricordi
d'un infanzia lontana.
E quel mare testimone
di gioie e tragedie
di minatori e pescatori
continua a brontolare,
mostrando la sua forza
senza ragioni o torti
rotolando e accarezzando rena
dorata come il sole.
Modellate da un Dio scultore
son le dune che ho nel cuore,
trascinate dai maestrali
non soccombono agli strali
impietosi della vita,
mirando albe e tramonti
continuano a mutare
per i vivi e per i morti
come fossero risorti.
E ti disfi del mio cuore
come fossi una bambola senz’anima
piegata allo squallor dei tuoi desideri
ed il silenzio delle tue mani sulle labbra
mi si spegne prepotentemente addosso
sporcando i miei labili sensi.
Ecco straripar nei miei occhi
il tuo vocabolario di violenza,
nel battito di un no impotente
che gioca esausto al ribasso.
Hai strappato la mia vita
come i petali ad un fior
ed ora giaccio su un letto di schiaffi,
il mio corpo è lavagna dei tuoi peccati
venduto al mercato dei piaceri
e mai più rincaserò
da questa sporca solitudine
cucita addosso alla mia sorte,
perchè non ha più senso elemosinar
l’alba delle tue bugiarde promesse
in un ricatto di brividi e carezze.
Audio
Mia aura dove tu sie non cognosco,
veggo di te sembianze remote
'sì rosse di tramonto in tue gote.
Fui io a sfiorare dulci mani
e d'esse non toccai palpiti.
Rifuggisti pel sentiero del maggio in fine,
che petali sparsero lacrimanti note
e leggii piegaronsi alla voluntà non disiata.
Or solingo migro il randagio passo
non scrutando oltre un defunto masso.
Son scritti parvi d'inchiostro
che l'alma a te più non mostro.
Di beltà non m'abbevero in codesta forma
nel rifugio mio non consta fonte d'acqua scrosciante
e par che oramai nell'occhi tua vita s'addorma
che versi son solo rimembrosi pianti.
D'imago s'adorna la mente
e sorriso mesce jorno
a terminare del canto il ritorno.
Te priego amami ancor amor mio andato,
non in voluntade ma in grazia espressa
pria che membra appaiano in forma defessa,
pria che luce sorga dimani
lascianno del novo fin di maggio
in trascorsi vani.
Com’è caduca la geometria
Gli esseri - e le cose
Nell’immortalità -loro- provvisoria.
-E com’è caduco il poeta
Nell' immortalità –sua- superba
Nella sua perdita d’identità.
-Ora vedo lo smontamento di Orfeo
Ad opera delle Baccanti
Ed è pura disfatta.
-Nel silenzio monacale
E’ tutto il lutto di ciò che potrebbe essere
E invece non è.
- La fervente decomposizione -tutta-.
scendo solo su un pendio aggrappato a bianchi sassi,
colgo spesso dalla terra fiori rossi non sinceri.
Provo sempre con ardore a ritrovar i giusti passi,
gli occhi sono spenti e il cielo ormai s'offusca
un'ombra sul cammino nasconde la paura
difficile è il sentiero e la strada si fa brusca
stride forte il mio passo incollato su quelle mura.
Scorre lento il tempo delle emozioni
alta sorge una torre a spiare il paesaggio,
ricolma è la mano d'un turbinio di sensazioni.
Un ramo secco si spezza al mio passaggio
e un tuffo al cuor rompe le pulsazioni
come a mandar triste messaggio.
non capisci e non vedi
i colori belli che ti stanno
vicino li mescoli con quelli scuri
non comprendi d'esser tu
ubriaca di vendetta tempesta
marina vuoi conoscere le cause
di quel male che nuoce
ad una matita ma sai
conosci il motivo
di quel disturbo che riaffiora
lentamente tacendo
tenendosi stretto un cancro
da troppo tempo
sopportato. Protesta, facendosi
accompagnare dove vuole
senza far riposare
e fa bene. E' soltanto così
che può farsi vedere
da te, che poco ascolti

Nel sigillo del tempo
rallentano memorie,
non seguono più
correnti del pensiero.
A intermittenza s’accendono
e all’imbrunire s’arrendono
nell’opacità d’uno specchio riflesso
nella fossa d’un grigio cemento.
Stenti e solitudine presenti
a lacrimare iridi assenti.
Sono volti scavati,
solchi profondi e scuri ,
sanno di rame invecchiato,
han perduto l’originario splendore
di quando al desco tutti
s’abbuffavano
e col prosit brindavano.
Il passato è andato,
dimenticato dal presente.
Ora passato e presente
vorrebbero amore,
quell’amore
che non andranno a caritare.
Aspetto l'ora giusta.
Persisto nel distanziar la morte,
accetto i pegni che sono da pagare
in un percorso avido di prove.
Dimmi, intanto, che sembianze hai,
se sei da immaginare mia coscienza,
se è soltanto sciocca confusione
vedere in te la cara madre mia.
O forse tu sei me, piccolo uomo,
quando lanciai la prima sfida
a fare carne di quei primi sogni
dove spiare la trama del romanzo?
A sera, nei momenti che mi avvito
alla ricerca dell'angolo migliore,
ti parlo, angelo mio, e poi ti invoco
per essere sicuro che ci sei.
Intanto che decidi di mostrarti,
del tuo respiro dammi un cenno,
disegna là sulla parete azzurra
gabbiani che sorridano di me.
Ti prego, non contare troppo
sulla promessa che mi sono fatto
di coltivare vita più che posso
perché del non morir mi illuda.
D'accordo, continuo a guardare stelle,
nel cuore incastro flussi di marea,
ma rassicurami, fa' presto!
Anch'io ho paura!
e pensieri che aspettano
il giorno seguente.
Una casa s'illumina,
linee confuse appaiono.
L'alba nuova nascerà un'ultima volta.
Un giorno qualunque,
in un anno qualunque,
d'una vita qualunque.
La vita d'uno in quella di milioni.
Dall'alto voli anonimi
e morte
e terre falciate nelle viscere.
Colombe senza ali,
canteranno melodie di morte.
Ucciderai te stesso raccogliendo
petali recisi,
In silenzio,
per non far sentire l'apocalisse intorno,
maledetto Uomo.
Suona per noi
questo violino che ho scordato
sull’uscio indifeso di me stessa
e d’improvviso con la mente,
danzo come un tempo
fra i campi di cotone
come la magia di una stella
caduta dal cielo di maggio
ed il vento mi ricuciva l’anima,
era quel carillon dimenticato
che un tempo eran le tue braccia.
Ed il riflesso
d’una coreografia d’orizzonte
tagliava in due una nostra vecchia foto:
mamma, contavo i tuoi biondi capelli,
parevan raggi di sole che sfioravo
come fossero sogni di cristallo
e tu, solo per me, lacrimavi una nenia
di fate, principi e cavalieri.
Mi manca mamma,
disegnare i battiti del tuo cuore
che musicavano un orologio di storie,
mi mancan mamma
le tue mani stanche, come pane di luna,
perdute nella sartoria dei tuoi affanni,
mi mancan mamma
i tuoi occhi verdi, come scampoli di mare.
Ecco chi sono io:
una piccola conchiglia abbandonata
sulla spiaggia dei tuoi ricordi.
l’aura che offusca
quando passa sola in cammino
da altezze funamboliche d’odio
silente nel manto, scostante
e cieca, d’un oppio di duramadre
-un’orgia di nicchia che arride dagli inferi.
Vorresti raggiungerla, carpirne il sottinteso,
le punte chiodate delle iridi.
Amarla e detestarla
scolpirne la statua d’altera
il suo graffio intangibile
come la morte quando spigola
dietro l’esasperante veletta.
Violini le tue labbra
soffocati nel silenzio,
mimose affaccendate
le tue lacrime accasciate,
donna nata dal cielo,
sei vento d’alfabeti
che l’uomo non comprende,
chiave del suo petto
che d’amor s’accende.
Carillon di dolce luna
è la curva del tuo grembo,
fame d’acerbo orizzonte
l’eterno grano delle braccia tue,
donna nata dal cielo,
scorda il tuo ritratto d’anima
chi gioca al ritornello del possesso
affrancando il tuo nome
ad uno stupido battito d’inverno.
Donna nata dal cielo,
telefona alla memoria del mondo,
annodati al petto d’una coscienza
che osi sfidar un’emorragia di violenza,
che non osi spegnere il tuo corpo
come la notte il respiro del sole
e più non sporcheranno i tuoi baci
quei portafogli schiavi del peccato.
Donna nata dal cielo,
t’aspetto vestita con sguardi d’amore.









