e non c'è albero ov'esso non sia scritto
Vaghi ancor nella mia selva
come glicini in mese di timorosi soli
Vorrei il tuo lazzo catturar con mano
ferma
che mai da te mi indusse
e chiudermi ancor nido di sollazzi
cullandomi dell'afono mio sbiancare
Ho fatto L’Araba Fenice
e sono apparsa ancora.
Mi hai guardato con stupore
ed hai sorriso.
Non aspettavo coriandoli,
ma li ho avuti.
Perché ti sei tolto
gli occhiali scuri
per dire “ti trovo bene”
Non volevi mi perdessi
quello strano scintillio…
Tranquillo! L’ho intravisto
e registrato.
E’ da lì che tutto s’è confuso.
Quante volte vorrò risorgere
nell’istante che m’uccidi.
Canta placida luna
soave e la musica del tempo
tra fiorite stelle,
vaga lontano mio solenne sentire
drappeggiando nel cielo
l'enigma in fragorose fiammelle,
valicano sopra solitari monti e pendici,
e sotto lo splendore
dei sapienti salici,
giace muto l'acre odore
verso dormiente attico
tra buie stanze,
e di ronde festose rituali
anche mio animo prende le distanze,
risveglio ogni prospettiva
col fiato sospeso,
lasciando mio sogno
ad un filo di speranza
verso l'infinito appeso.
Colui che cerca con curiosità scopre che questo di per sé è una meraviglia.
(Maurits Cornelis Escher)
Il bisturi che danza sulle tegole
fa la punta alle stelle,
un ritorno di musica
sui meridiani.
Passati ritorni, li vedi
minuti, grandiosi da un pozzo
un ossario di pesci che nascono volando
le mille piume
dall’inguine del nervo, la spirale
abbozzolata in una mano. Immensa.
Perfino i corvi dalle spighe
perfino Vincent
che si dà al vento e prega eternità.
Eternità precise cerimonie
di felci e scaglie, delle ali
del battito cardiaco della rosa
che aspetta sulla pietra
di profumare
nell’arco del miraggio.
D' un vagito sommesso
l'aria s'imbeve di trilli
un frinire in crescendo
di labbra mai stanche
ero serpe di giada
sul letto arruffato
candido il chiarore
di luce inerte
un abbraccio dorme
sulla piega dei corpi
un pube scoperto
ricorda l'amplesso
eri un'arma bipenne
leziosa e sfrontata
nella ghirlanda del crine
merce cara invaghita
soffoca la memoria
il tempo s'è arreso
sulla cresta dei baci
minuzie svagate.
Continuo ad inciampare sulle lancette
dell’orologio di questa piccola stazione
dove nella vita ho aspettato il treno giusto.
Per poi salire e sedermi con trepidazione.
Superfluo parlar di distanza se già mi abiti
nella mente: cosa può forse tenerci lontani?
E’ la distanza che deve star lontana da noi
se vuole salvarsi, perché pur se ti allontani
mi scorri sotto la pelle come l’inchiostro
nei miei versi… mi auguro discreto.
Se mi donassi i tuoi pensieri, non lascerei
finissero con la polvere sotto un tappeto.
Che quando si ama non si sbaglia mai
e se l’amore è sano,
non può che restare pulito
come la tua pelle color del grano.
Le parole a volte fuggono per chiudersi
in una danza lenta di abbandono alla poesia.
Io provo a non abbandonare, ma nella lacerante
attesa è così arduo raggiungerle in quest’agonia.
s'è addentrato
dalle porte dei tuoi occhi
nell'antro dove sta
il primordio dell'amore,
architettura fragile
infondata d'esperienza
e adombrata negli anni
mesti, assillanti
che lasciano l'eco
di tregua lunga un'era
con l'udir le note dolci
del tuo imminente arrivo.
Nella pioggia
ho lasciato scivolare
lacrime amare
e ricordi dolci
come i tuoi baci.
La pioggia
ha lavato ferite
purificando
l'anima mia perduta
nell'abisso del tuo amore.
Sei stato uomo virile
a tratti rude e gentile
quando piangevo
supplicando amore.
Amico e amante
hai curato le mie paure
con saggezza e attenzione
indicandomi sentieri sicuri.
Oggi nella pioggia
il mio cuore zigano
rinfrescando ricordi
ancora ti cerca.
So che tornerai
in un giorno di pioggia
e stringendomi al petto
placherai l'assenza.
Nei brani d’infanzia
ritorna eccitata
la fuliggine
della sua voce,
uscita dall’incanto
d’un rifugio,
per poco stempera
la trama
dei ricordi nel calore
stagionale del sogno,
senso della memoria
nudo come setaccio
del riso e della burla
nella mente
d’un cantastorie.
Nel parlare
interiore d’affetti.

E lucido lo schermo di questo cellulare
sperando di sentirlo poi squillare,
lo appanno con il fiato e strofino,
che sia di notte, di sera o di mattino.
Un gesto che è ormai una mania,
nevrosi e psicosi sono vera malattia,
ma lui tace, non fa mai uno squillo,
la mente pensa e tutto è un assillo.
Ho sbagliato tutto ed io l’ammetto,
le ho mancato anche di rispetto,
l’orgoglio non porta mai cose buone
e non ci piegano i colpi d’un cannone.
Io ti amo troppo, quasi da morire
e, prima o poi, sarò io a venire,
per me sei l’aria, acqua ed il pane,
non farmi qui morire come un cane.
Amore che riempi i miei pensieri,
che rendi veri i sogni e i desideri,
ti ho detto vai via, di non cercarmi
ma ora ti chiedo di venire e perdonarmi.

Vuote stanze
colmano pensieri
dipingono ricordi
di quel lontano ieri.
La mente sfiora
amato sussurro
un tocco lieve
ravviva l'azzurro.
Tutto prende vita
la casa si colora
nella stanza dei ricordi
l'amore vive ancora.
Resiste al tempo
resiste al fato
risiede nel cuore
che ha tanto amato.










