Scettico. Fu quella la mia prima reazione alla situazione e credo che chiunque altro sarebbe rimasto disorientato in simili circostanze. Stavo seduto a gambe incrociate al centro della piazza, con lo sguardo incantato a guardare quella statua. Riflettei a lungo, in quella posizione e in totale solitudine … Mi chiedevo “Ma perché proprio a me?Ero un prescelto oppure veramente tutti coloro che si fermavano dinnanzi al memoriale erano costretti a tali visioni?”
Nel frattempo, osservavo la margherita e la accarezzavo come fosse mia figlia. In effetti, quell’ectoplasma mi tormentava ancora la mente e, condizionato dal terrore, pensavo che era meglio trattarlo con cura quel semplice ma bellissimo fiore.
Nonostante lunghissime ore di meditazione in quel luogo arido e solitario, rimasi con molti dubbi sulla mia sorte, ma decisi di non farli pesare sulla mia coscienza.
Mi venne all’improvviso un bestiale desiderio di bere qualcosa: l’estate imperversava ed io non avevo un goccio d’acqua a portata di mano. Entrai quindi nel bar del paese, con fare da forestiero, come in effetti risultavo essere. Restai per qualche minuto immobile all’ingresso, imbarazzato per avere gli occhi di tutti puntati addosso. Feci dunque un passo avanti e un signore alto, robusto e dai lunghi baffi brizzolati si avvicinò a me, con un fare da superbo che mi rendeva visibilmente preoccupato. Lo squadrai da capo a piedi e entrai all’improvviso in uno stato d’angoscia. Magari era la persona più benefattrice al mondo, ma a me non rassicurava, proprio per niente.
Balbettò qualche verbo in maniera confusa, di modo che io non capissi nulla. Infastidito da ciò, invitai
il signore a ripetere gentilmente ciò che aveva detto. Egli non esitò e mi chiese, con chiare parole: “Ciao ragazzo … Sei tu per caso quell’ignorantello che è caduto alla fregatura della statua?”
Io navigavo sempre di più nello scetticismo e mi domandavo come questo scorbutico avesse potuto vedermi nella piazza a parlare con quell’ectoplasma. Mi diedi del tempo , per meditare una risposta sensata ad una domanda così scema … Alla fine, farfugliai una frase, forse due, del tipo: “Ignorantello lo va a dire a qualcun altro, signor Villano. Forse Lei ritiene sia facile avanzare offese ai ragazzini come me, ma lei non sa che dietro questo esile corpo da ragazzino c’è una mente da gigante. Se quella statua si è rivolta a me, significa che la mia superiorità rispetto agli altri è evidente, signoraccio ignobile!”
Il signore digrignò i denti e strinse i pugni dalla rabbia: era palese il suo rancore e, molto probabilmente, si sentiva trattato come un fantoccio. Cercò allora di deviare il discorso, forse perché lo avevo lasciato a bocca asciutta. Aspettò qualche minuto e disse, in tono provocatorio: “Mmh … Bello quel fiore! Ho una moglie altrettanto bella che lo meriterebbe alla grande! Cosa ne diresti di regalarmelo? Tanto tu non avrai nessuna donna da accontentare, piccoletto di mamma!”
Dopo aver udito tale richiesta, cominciai a fremere dal desiderio di vedere la sua faccia sanguinante. Iniziavano sul serio a darmi fastidio questa arroganza ingiustificata e la continua incoerenza di questo tizio: ubriaco, a mio parere, uno stupido ubriaco che si divertiva a disturbare i ragazzini attraverso atteggiamenti idioti. Lo guardai in viso con la cattiveria di un lupo, concentrai tutte le mie forze nelle mie braccia, colsi al volo l’istinto e il destro mi partì dritto e violento verso il suo volto. L’uomo bloccò con prontezza il mio arto cinico, stringendomi lievemente il polso.
Mi guardò con l’odio feroce di un assassino e mi avanzò una proposta alquanto strana: “Vuoi da bere qualcosina? Magari un whisky o una tequila, così ti calmi un po’.” In effetti, ero entrato in quel locale per bere qualcosa, di conseguenza accettai subito di farmi ordinare un bell’alcolico di quelli dissetanti. “Tequila, grazie!” replicai serio e nel giro di pochi minuti mi arrivò un bicchierone da litro pieno di quella bevanda.
Perplesso come al solito, iniziai a gustarmelo, provando un piacere estasiante e iniziai ad apprezzare la compagnia di quel signore. Egli se ne stava seduto di fronte a me ad un tavolino del bar e si dilettava a raccontarmi la sua vita, fatta di rapporti incestuosi e crisi d’alcool.
 Nel frattempo, ci stavo per entrare io in una bella esperienza alcolica: ero felice sì, ma iniziavo a comprendere la metà delle parole di quel villano.
Poteva fregarmi?Sì, poteva farlo da un momento all’altro e persino senza troppa fatica; fortunatamente, nonostante il mio stato alterato di quella sera, ricordo ancora tutto ciò che è accaduto ed ho potuto riscriverlo nella maniera che ritengo ancora oggi la più veritiera in assoluto.
Continuò il dialogo e il signore arrivò improvvisamente a parlare del fiore; così mi domandò, in maniera schietta, senza farsi troppi problemi: “Senti ragazzo, non è che tu abbia maturato un certo disprezzo verso quel fiore che porti in mano?” Con uno scatto rapido, abbassai la testa sul tavolino e toccai compulsivamente il fiore, per accertarmi di averlo ancora con me. Con la foga di chi è sobrio, gridai: “No, non te lo do questo dannato fiore! L’amore non si compra caro mio!” Il mio interlocutore si passò le mani sul viso, esternando un’imbarazzante difficoltà.
Mi spiazzò ancora una volta, in quest’occasione ancora più terribilmente. Lo fece suggerendomi una partita a biliardo contro di lui, in quello stesso bar. Io accolsi al volo l’idea e mi portai verso il tavolo da gioco con lo sfidante e con la margherita in mano.
Non mi venne alcun dubbio: forse perché il mio stato d’ebbrezza mi portava ad ascoltare le parole degli altri con una certa passività e ad accertarle per quel che erano, senza indagare tanto sulle stesse.
Bene, era la mia prima partita a pool da ubriaco: emozionante, direi; ero galvanizzato dalla presenza di tre amici del villano, che si erano accomodati sulle panchine situate attorno all’arena di battaglia. Lasciai il fiore in custodia a questi tre individui e iniziai la sfida amichevole di carambola contro quell’ignorante.
Si vedeva che ero fortemente ebbro: non centravo una buca, a favore del mio avversario che sembrava un vero campione di biliardo. Ah, brutta cosa l’ubriachezza: mi prese il cervello e me lo mandò in poltiglia … Beh devo dire che me ne fregai: cosa c’era di più divertente di una partita a carambola in quelle condizioni? Non me ne importava nulla se ci fosse stato qualche secondo fine dietro quel giuoco: l’importante era lo svago, il resto rimaneva superfluo … Bah, ragionamenti da ubriaco: sta di fatto che persi la partita e fui costretto a pagare tutto.
Prima di andare alla cassa, osservai per bene le panchine famose e mi accorsi con grande amarezza che non vi erano più quegli amici del signore. Quest’ultimo mi scrutava con sguardo vittorioso e disse, sogghignando: “Ah, canaglia! Pensavi di farla a me! Ora paga, brutto stolto: ti aspetto all’uscita e bada bene di non perdere il tuo amato fiore.” Oddio, quel signore aveva pronunciato quasi le stesse parole che aveva enunciato il fantasma della statua. Mi riguardai alle spalle per vedere se casualmente mi balzava agli occhi quella margherita; no, di essa nessuna traccia, nemmeno l’ombra: sudavo freddo!
Tornai a chiedermi: come può quest’uomo sapere quel che è successo? Ipotizzai per un momento che quel signore potesse essere una rudimentale incarnazione del monumento. Bah, pensieri poco carichi di lucidità, emersi mentre barcollavo stordito verso la cassa.
Saldai con prontezza il debito verso il bar per il biliardo e mi mossi verso l’uscita del locale, con una camminata confusa e traballante. Feci per uscire definitivamente da quel posto, ma ecco che mi balzarono davanti i tre amigos col fiore in mano.
“Buonasera vigliacchi! Colpitemi alle spalle, razza di deficienti!” pensai ad alta voce mentre i miei nervi fibrillavano per la tensione.  Uno dei tre, quello apparentemente più prestato fisicamente, mi prese per il collo con uno scatto felino e mi minacciò violentemente, usando i seguenti termini: “Ehi piccolo scellerato! Abbassa le alette da gabbiano: non siamo nel mondo delle fiabe! Lasciaci questo fiore: serve al nostro padrone, quel signore che tu chiami Villano. Ti conviene ascoltarci, altrimenti ti condanneremo ad una impiccagione durissima!” Ascoltai con disinvoltura queste parole, ma la mia minima attenzione fu sufficiente ad alimentare l’ira feroce che dominava le mie cellule.
E di nuovo caddi in atti impulsivi: senza esitare, tentai di sferrare un cazzotto potente a quel ladro bastardo. In quel momento decisivo, mi girò follemente la testa e scivolai rovinosamente a terra, mancando l’obiettivo e facendo una pessima figura. Per fortuna, i tre uomini fecero un passo indietro, per evitare il mio colpo sferrato con insuccesso. Difatti, inciamparono contro un cestino e lasciarono scappare il fiore dalle loro mani.
Nel frattempo, io stavo con la faccia piena di sangue e di polvere schifosa, spiaccicato al pavimento come una formica.
Ubriaco ero, solo uno stupido ubriaco, ma avevo il fiore tra le dita, per grazia del caso, senza neppure sapere come fosse finito in mio possesso. Mi scappò un sorriso di consolazione quando mi accorsi che la margherita era ancora intatta e stupenda, come lo era prima di tutte queste vicissitudini che state leggendo ora. Sì, quel fiore, quell’unico appagamento che mi faceva stare bene, anche se era poco tempo che lo portavo con me.
Mi alzai in piedi, affaticato e distrutto dalle mie avventure, ma con quel piglio di determinazione per affrontare al meglio quella situazione scomoda.
Tenendo tra le mani l’unico oggetto della mia felicità, guardai con un’espressione di pietà il Villano. Gli allungai una mano sulla spalla, ormai stremato dalla giornata stravolgente. Speravo che avesse compassione di me e che non mi avanzasse altre proposte indecenti. Così non fu; aprì quella sua boccaccia e mi chiese, con falsa gentilezza: “ Ti andrebbe, piccolo giovane, di venire a casa mia per gustare qualche buon bicchiere di whiskey? Te lo meriteresti davvero, dopo aver dimostrato tutta questa audacia!” Lo fissai con gli occhi luccicanti e il viso rovinato dalle ferite.
Accettai l’invito, senza troppe esitazioni e uscii dal locale affiancato da quell’uomo.
Speravo di non cadere in altre angherie e tenevo il fiore tra le mani, per non rischiare di perderlo di nuovo …

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Profilo Autore: Diego Crozzolin  

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Entrai in quel locale accompagnato dai miei amici. Da solo non l’avrei mai fatto. Era pieno di giovani ragazze, e questo non mi dispiaceva. Una mora da una botta al volo ci accompagnò al tavolo. Ci sedemmo, secondo una disposizione ormai collaudata. Ognuno di noi già sapeva vicino a chi stare. Quella incinta di tre figli, col pancione enorme, nel posto più comodo. Quella che parlava troppo, vicino a quella che parlava poco. I maschi con i maschi e le donne con le donne. Tutti intorno allo stesso tavolo, tutti a parlare con tutti, e tutti a guardaci intorno. Il tavolo era proprio di fronte alla pista.

Il volume della musica, lentamente, diventava sempre più forte. Più aumentava il volume più la pista si riempiva. Più la pista si riempiva, più aumentava il volume. Il Dj era un cesso, ma nonostante tutto era circondato da belle ragazze. Tutte, appena entrate nel locale, andavano ad abbracciarlo. A volte alle donne basta poco, quasi niente. 

La pista era il centro del mondo. In quel momento il mondo era dei giovani, di quelli che lo erano per davvero e di quelli che li imitavano. Nell’aria si respirava l’odore del sesso. Sembrava un laboratorio di chimica, dove continue reazioni a catena avvenivano in quel nucleo, tra quelle luci, con quella musica, in quel momento. Era il centro del  mondo.

Lo skyline della pista era formato da orli e tette su un mare di calze a rete. Dai balconcini che la sovrastavano, prosperose ragazze si dimenavano come ossesse al ritmo di musiche che non avevo mai sentito, ma che facevano muovere in me muscoli mai usati.

Tra quelle birre, le ragazze erano il contenitore delle mie voglie, dei miei desideri. Ma loro erano ignare. Volevano solo piacere agli altri e a loro stesse.

Una ragazza poco lontana dal nostro tavolo, baciava con trasporto il suo amico. Lui sembrava alquanto sorpreso. Lo baciava e guardava in alto. Forse baciava lui e pensava a Dio. Forse lo stava redimendo. Forse guardava qualcun altro che le piaceva. Forse stava semplicemente dando sfogo alle sue voglie. Forse io non dovevo guardare così insistentemente.

Era un continuo accavallarsi di scene. La sensualità del ballo, le tante birre, la musica a volume altissimo, le chiacchiere ormai grida, la mia vista a raggi x che attraversava i vestiti delle ragazze, le stesse che mi guardavano e ammiccavano, altre seminude, la musica, la birra, le luci, le luci, le luci…

All’incrocio una brusca frenata mi fece svegliare di soprassalto. Una curva a destra e subito una a sinistra e la mia testa finì sul piantone della macchina. Mi portai la mano alla testa, guardai al mio fianco e vidi che tutti tacevano. Chiesi cosa fosse successo, e la futura mamma disse senza girarsi: «La festa è finita.»

Mi girai verso il finestrino e rimasi incantato a guardare il ciglio della strada che scorreva veloce come una vecchia pellicola. Iniziai a vedere davanti agli occhi quelle giovani ragazze che ballavano e si dimenavano sensualmente. All’improvviso si girarono tutte insieme verso di me e con un sorriso perfido… iniziarono a chiamarmi “Papà! Papà!”. Chiusi gli occhi e non sperai altro che arrivare subito a casa, da mia moglie e mio figlio.


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Profilo Autore: Pietro Damiano  

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Una canzone, parole che sin dall’inizio hanno voluto significare qualcosa, parole che mi ricordano momenti fantastici, sguardi, intuizioni, desideri, parole vane disperse nel cielo, come questo treno che dopo una breve sosta corre via su delle rotaie immutabili, lasciando a terra qualcuno, ignaro dell’altalena del mio cuore e dei chiaro-scuri della mia psiche.
Che stupidi che sono i sentimenti, decidono la vita di una persona per poi sparire, sciocchi, vani, indesiderabili, nemici di chi non sa dominarli.
Ti ho cercata, amore, nelle stazioni di mondi remoti, fra pioggia, neve, nel sole d’agosto, perso fra genti ma vuoto e impaurito, al ritmo sublime  di note già spese.
Nessuno può dirsi immune ai sentimenti, neppure io che ti ho persa senza mai averti avuta, neppure io che ti rincorro nella scia improbabile di sette note dalle mille possibili tonalità, neppure io che vivo nascosto fra pieghe d’asfalto e dormo ubriaco agrappato a un ricordo.
Tutti sono capaci di donare amore, e di riceverlo, proprio tutti, ma sempre dopo, senza fretta.
Come l’eco di questa canzone, che si disperde nel vuoto e che io posso solo rincorrere, ormai cieco, nell’attesa che il treno mi rubi alla vita.




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Profilo Autore: Charlie  

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Guardavo dritto, con lo sguardo perso. Correvo senza controllo per le vie del paese. Mi fermavo ogni tanto e mi levavo quelle sporche gocce di sudore dalla fronte. Non mi calmavo più: il fiatone dominava i miei respiri e le mie gambe si piegavano dalla stanchezza. 
Poco dopo, mi trovai come un sasso, al centro della piazza, tra i suoni delle campane. Mi bloccai a riflettere, ma non pensavo a nulla. In questa situazione, toccai con convinzione il fardello che portavo sulle spalle: fardello di esperienza, direi. 
Feci per svenire, ma riuscii per tempo ad appoggiarmi ad una parete. Alzai lo sguardo: una statua di pietra mi fissava, seguendomi con gli occhi nella sua febbrile immobilità. Un terrore angoscioso mi assalì e io abbassai gli occhi nella mia debolezza. Feci un passo, per avvicinarmi di più a lei. Non so bene le motivazioni di questo gesto, ma restavo affascinato da questa imponenza che a dir il vero mi spaventava. Mi bloccavo davanti a questa immensità e non riuscivo a osservarla per più di un minuto filato: si sbarravano le mie palpebre ed io ero costretto ad abbassarle.
In realtà, mi fissavo con una targhetta bianca, incollata al pietrone che sorreggeva il monumento. Scorrevo velocemente i nomi che stavano scritti su di essa e mi balzava all'occhio qualche data. Ma chi erano questi? Mah, forse erano i caduti delle guerre mondiali: minuto di silenzio...
Sentii un vento freddo alle spalle: rabbrividii in un istante. Voltai timidamente il capo e mi trovai di fronte una figura indistinta, forse spettrale. "Ehi Diego", sentivo. Mi guardai di nuovo intorno: non c'era un'anima viva. Molto perplesso, mi avvicinai alla statua e raccolsi un fiore da terra, forse una margherita. Sentii di nuovo una voce robusta echeggiare nella piazza: "Ehi Diego. Come mai non ti allontani dalla mia ombra?" mi chiese con tono solenne. Io risposi, senza neppure sapere a chi mi stavo rivolgendo: "Eccomi! Ehm sì osservo una nobile statua, il ricordo dei caduti. Ma come può un pezzo di pietra chiamarmi col suo timbro di voce?" Un piccolo tocco sulla spalla: mi girai di scatto ed iniziai a sudar freddo; un bianco ectoplasma mi fissava con sguardo spaventevole e io tremavo in silenzio, a testa bassa.  
Mi allungò una mano sulla spalla e mi disse: "Sono la statua, un caldo uomo di pietra che si innalza con orgoglio tra queste mura. Tengo la lancia in onore di tutti i tuoi compaesani cancellati dalle guerre mondiali. Mi presento così a tutti coloro che si avvicinano alla mia carcassa inorganica. Voglio dimostrare che io resterò viva, finchè qualcuno mi verrà a trovare!" Bene, avevo rotto il ghiaccio ed ero già più rilassato; feci un respiro di sollievo e allungai la mano verso quella figura: fuggì dalle mie dita, urlando: "Io ti proteggerò: tu sei stata la persona che più si è fermata davanti a me! E ora tieni quel fiore e bada bene di non perderlo..." 
Detto ciò, svanì nel nulla, lasciandomi solo e perplesso con una margherita in mano...

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Profilo Autore: Diego Crozzolin  

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C'è una stanza nella mia casa, posta al centro, tra il giorno e la notte; tra quello che si vede e quello che non si vede; tra la realtà e i sogni. Una stanza dove spesso mi nascondo.
Le pareti sono spoglie e non hanno colore. Al centro c’è un piccolo tavolo, piccolo, e sul tavolo una radio. Una radio a pile, di quelle che non si vendono più. Di quelle che raccontano il tempo anche da spente. A volte l’accendo, ma non mi allietano canzoni, solo del fruscio, rumori gracchianti e brevi pause. Sembrano i silenzi di un cuore che batte.
C’è una finestra, ormai bloccata da anni, che non si apre più. Sulle pareti, umide di un freddo sudore, scorrono gioie, dolori, immagini e suoni di parole ormai dimenticate. I sensi non mi aiutano, faccio fatica a ricordare, guardare, ascoltare. È lo scorrere del tempo che ne accresce l’importanza. Quello che rimane fa fatica a tirare tutto fuori. Il tempo è uno, perché dargli un limite? Difetti umani.
Oltre me, nessun altro è mai stato in questo posto. Solo io conosco l’ingresso.
A volte, uscendo dalla stanza, incrocio mia moglie che sempre più spesso mugugna: «su questa parete, prima o poi, appenderò un quadro».

 

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Profilo Autore: Pietro Damiano  

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«Siete in un manicomio, senza più speranze. È finita!».

Erano queste le parole scritte da Mario sul muro di recinzione del cimitero. Era il pazzo del paese, era il suo benvenuto, il suo messaggio d’aiuto. Aveva sempre sostenuto che i pazzi fossero gli altri, non lui. La massa si sentiva minacciata da Mario. Faceva paura. Qualche anno prima pensarono di correre ai ripari, subito. Se non vai con il branco, il branco ti sbrana. Etichettarono Mario come PAZZO.

Quando lo incontravano per strada, lo evitavano, lo schernivano, lo prendevano in giro. I ragazzi gli tiravano anche le pietre. Era il prezzo da pagare. Povero Mario, povero Uomo.

Tutte le volte che lo incrociavo ci fermavamo a parlare, e lui non smetteva più. Avevamo la stessa età. Diceva sempre la stessa cosa, ma ogni volta la diceva in modo diverso. Ogni volta più accattivante. Lui non era così, lui lo era diventato. Iniziò tutto durante una campagna elettorale di qualche anno prima. I soliti politici che vivono di consenso, di facciata, non potevano perdonare un uomo che li sputtanava di continuo.

Mario non poteva offrire nulla alla gente, i politici si. Tutti stavano con i padroni del paese, e Mario restò solo.

Quando si resta soli, non si vive più. Quando gli altri non ti accettano, la solitudine ti cambia. Quando sai di non essere tu quello che sbaglia, e nessuno ti ascolta, la mente ti logora. È come avere un cappio al collo che si stringe sempre più forte. Più passa il tempo e più stringe, fino a farti male, fino a farti morire.

Come passava in fretta il tempo. Entrai nel “manicomio” per dare l’ultimo saluto a Mario. Ero da solo. Ripensai alle sue parole più frequenti: “Vedrete il mondo gonfiarsi e poi scoppiare.”

Andai via piangendo. Ciao Mario.

 

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Profilo Autore: Pietro Damiano  

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Entro nella stanza e un brivido mi percorre. Mi sento come investito da un improvviso soffio di vento freddo, ma è solo una mia sensazione. I parenti alzano gli occhi, mi guardano. Aspettano che li saluti, che gli dia il mio cenno di solidarietà. Aspettano di piangere per un nuovo spettatore. Condividere il dolore piace. Il dolore, anche quello sincero, vero, sentito, sofferto, ha necessità di essere comunicato. Non posso salutare tutti, dovrebbero alzarsi e poi io dovrei baciarli sulle guance. Tanti prima di me lo hanno già fatto: giovani, belle donne, uomini, vecchi. Mi fa un po’ schifo sentire il loro odore.

Mi faccio il segno della croce, ma è solo un’abitudine. Osservo i fiori sul letto, manifestazioni di vanità che dovrebbero farci riflettere. Fratelli, figli, nipoti, amici, tutti a piangere il caro estinto, e scriverlo sui manifesti rende meglio l’idea. Di caro c’è solo il costo dei fiori.  

L’estinto è nel letto, aspetta qualcuno che lo porti via. Da morti si diventa sempre più piccoli. In quel letto quasi scompare la fisicità.  Forse si diventa solo anima, e quel corpo è come se si dissolvesse nell’aria.

Per ognuno di questi incontri riemergono emozioni. Quando è morto mio nonno l’ho osservato a lungo nel letto. La mia adolescenza non mi ha tenuto lontano dalla morte, ma non sono stato neanche capace di comprenderla. Mi hanno detto di salutarlo per l’ultima volta, un bacio sulla fronte. Lo ricordo ancora. Quando l’ho baciato mi è sembrato di sentire quell’odore stomachevole di carne marcia. Mi è sembrato. Cazzo se lo ricordo. Dopo qualche giorno sono andato a dormire in quella stanza, in quel letto. Non ho chiuso occhio. Aspettavo che apparisse mio nonno per portarmi con lui. Non l’ha fatto, mi ha sempre voluto bene.

La gente entra ed esce dalla stanza in un composto silenzio. Osservano. Anche in queste occasioni l’occhio condivide la bellezza. Non puoi scindere le emozioni della vita. A certi stimoli non puoi essere insensibile. Condividi tutto, anche quello che non ti piace. Condividi la morte, la comprendi, la assimili, semplicemente perché non sei coinvolto e non scalfisce i tuoi sentimenti. Sei un semplice spettatore. Senti sussurrare “Soffriva da un anno. In quest’ultimo mese era peggiorata. Da una settimana non si aspettava che la sua morte.” Riposi in pace, almeno non soffrirà più.

Ricordo quando è morta mia nonna. Siamo rimasti intere giornate ad aspettare che accadesse. Non puoi scindere la vita che hai vissuto dall’agonia della morte. È un tutt’uno. Quello che hai fatto ti viene riconosciuto, ti accompagna. Si tirano le somme e la gente giudica, valuta. Una benedizione.

Pochi giorni prima che mia nonna morisse, suo figlio si sedette vicino a lei, si accostò all’orecchio e le sussurrò qualche frase che noi non capimmo. Lei gli rispose. Il cervello, i ricordi, le emozioni sopravvivono fino alla fine. Il corpo no, muore prima. Anche sua moglie si avvicinò e le sussurrò qualcosa. Con un rantolo di voce tremante mia nonna gli rispose “Non mi ricordo di te… chi sei?”. La moglie insistette, e mia nonna ribadì “Non mi ricordo di te...”. Non puoi scindere la vita che hai vissuto, il tuo carattere, da questo giorno. È un tutt’uno.

Arriva il prete, entra nella stanza. Benedizione e poi tutti fuori. Entrano dentro con la cassa. È l’ultima volta che potranno vederla. Di materiale non resterà più nulla. Oggetti personali, foto dei suoi cari defunti nella cassa, qualcuno vorrebbe mettere anche il telefonino. Tutti fuori. Fuori dalla stanza, dalla casa, dal giardino. Tutti in strada. Il corteo funebre l’accompagna in chiesa, poi al cimitero. Migliaia di parole l’hanno salutata. Decine di sguardi hanno condiviso la tristezza. Qualcuno ha pianto. Qualcuno è andato via prima. Altri non hanno partecipato neanche alla messa. Chi deve lavorare, chi ha un impegno, altri si defilano. La vita continua e non possiamo aspettare.

È buio, scendo a prendere la macchina al parcheggio. Torno a casa, giornata lunga. C’è l’attacchino. Un nuovo manifesto funebre annuncia un decesso.


 

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Profilo Autore: Pietro Damiano  

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Arrivava tutti i giorni in ufficio puntuale alle 9:00. Lei era il capo, senza mezze misure o mega presidenti a cui dar conto. Il suo abbigliamento kitsch era diventato proverbiale. Ogni giorno cercavamo d’immaginare cosa potesse indossare. Sempre peggio. Le più ambiziose cercavano d’imitarla, ma non riuscivano a far meglio, o peggio a seconda dei punti di vista.

In quell’ora di tranquillità tra le 8:00, orario d’entrata, e la sua venuta, ne approfittavamo per scambiare qualche chiacchiera, opinioni. Una terapia di gruppo che ci permetteva di tirare avanti. Con lei presente non si poteva parlare, distrarsi, o andare in bagno più di una volta. Guardava dal suo ufficio le nostre scrivanie. Ci controllava, si accertava che lavorassimo. Aveva trasformato le ore di lavoro in ore di angoscia. Ci procurava ansia. Ci teneva appesi ad un filo, pronta a bruciarlo.

Era opinione diffusa che il padre fosse stato un gerarca nazista e la madre una suora. Quando passava vicino a noi non ci degnava neanche di uno sguardo, di un saluto. Ma noi si, la degnavamo di uno sguardo augurale e un saluto estremo.

La sua venuta era preceduta da una fragranza piacevolissima, di quelle che trasmettono sensazioni, piacere. Di quelle che lasciano immaginare bellissimi corpi con addosso solo qualche goccia di profumo. Leggera brezza nei capelli, passo leggero e sensuale, bacino ancheggiante e seno che indica la via. Quel profumo c’inebriava, ci eccitava. Poi appariva lei…

Il suo ufficio era in fondo allo stanzone, e per arrivarci doveva percorrere un corridoio delimitato dalle nostre scrivanie.  Io ero all’estremità di questo corridoio, nella posizione più lontana dal suo ufficio: ero ultimo nella scala meritocratica; ero ultimo nelle sue simpatie; ero l’ultimo arrivato; ma ero il primo ad essere visto, controllato e oggetto di attenzioni. Nulla era lasciato al caso.

Quando ci passava vicino non la vedevamo mai in volto, e non ci restava che guardare quel suo grosso culo ancheggiare. Ne andava fiera, anche se era enorme e castigato in abiti sempre più attillati. I pantaloni erano come incollati sulla pelle. Il passo era pesante e scomposto e il suo ancheggiare le faceva quasi toccare le scrivanie con i fianchi.

Ci divertivamo a lasciare le pratiche sui bordi, in modo che fuoriuscissero alcuni centimetri, e scommettevamo sulla possibilità che le toccasse coi fianchi. Il suo passo pesante faceva leggermente tremare il solaio, come piccole scosse di terremoto. Avevamo creato un sistema d’allarme per monitorare i suoi spostamenti: bicchieri d’acqua che producevano cerchi concentrici ogni volta che si muoveva.

Il corridoio era lungo una quindicina di metri e largo due, e lei lo percorreva in pochi secondi. Quel suo culo enorme sembrava diventare sempre più grande. Più si allontanava da me e più si allargava. A metà già toccava con estrema facilità i bordi delle scrivanie. Verso la fine doveva girarsi di fianco, leggermente, per superare le ultime due postazioni di lavoro. Non riusciva neanche più a passare nella porta del suo ufficio, che diventava sempre più piccola rispetto al suo culaccione adiposo, che cresceva e prosperava come frutti chimicamente alterati. Nell’ufficio lo custodiva in un’enorme poltrona di pelle nera. Morbida. Comoda. Dietro quella scrivania, sorretta dal suo culo, i suoi occhi scrutavano cosa accadesse al di là del vetro, al di là del suo mondo. Lei, il culo e il telefono. Conversazioni a voce altissima, grasse risate, falsi complimenti. Era tutto sotto controllo. Il suo grasso culo controllava tutto.

Poi un giorno, un fatidico giorno di luglio, accadde l’irreparabile. Sarà stato il caldo, l’aria condizionata rotta. Sarà stato il peso delle responsabilità, gli abiti sempre più kitsch. Sarà stata troppa pelle al sole, troppo oro addosso. Sarà stato che non può durare per sempre e anche i culi grossi devono sgonfiarsi. Fatto sta, che a metà del corridoio, quel giorno di luglio, il culo già toccava vicino alle scrivanie. Anche se si girava di fianco c’erano problemi a passare. I pantaloni sempre più sofferenti. Le cuciture erano al limite. Fece pochi metri, e mentre si girò per guardarsi indietro i sui occhi incrociarono i nostri. Mancavano solo le prime due della fila. Le più meritevoli. In quel preciso istante, mentre ci guardavamo, il culo esplose. Esplose esplose, credetemi.

Ci svegliammo in ospedale, nell’infermeria. Eravamo tutti vivi. Ci guardammo e quando ci fecero uscire,  senza dire parole inutili e senza neanche guardarci, tornammo ognuno alla propria abitazione. Da allora ho perso il lavoro e vivo di espedienti. A casa mia non c’è il corridoio, vivo in una sola stanza. Alcune notti, le più inquiete, mi sveglio gridando. Forse avrei dovuto scalare quel corridoio e occupare uno dei primi posti. Forse. Avrei dovuto fare altre cose, comportarmi diversamente. Dovevo stare al mio posto. Ma che importa ormai, adesso come allora nessuno mi ha chiesto niente.

 

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Profilo Autore: Pietro Damiano  

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“ Comandante la bussola non funziona!”: dice il marinaio. “Come sempre!”: aggiunge il Comandante.
Navigazione empirica, grazie stelle, care stelle, quanti marinai avete aiutato. Ma non è facile, non lo è mai stato d’altronde.
Quanti anni di navigazione a vista, troppi, ma bisogna andare, un nuovo porto ci attende.
Quanti anni di navigazione ed in quanti porti abbiamo attraccato, tanti, forse troppi.
Nessun porto è un posto così nobile da essere conosciuto.
“ Domani mattina all’alba si salpa”: dice il Comandante.
Quante volte è stata ripetuta questa frase, accolta dai marinai con un lieve cenno della testa, un semplice gesto che però dice tutto, ovvero; Non c’è mai felicità nel partire ma va fatto, è quello che si deve fare.
Quanti anni di navigazione, quanti mari visti, tutti diversi ed uguali allo stesso tempo.
Quanto vento, tanto vento, quanto freddo sulla pelle, quanto freddo nelle ossa, quanto freddo nel cuore.
“Comandante terra!”: dice il marinaio. Una nuova isola per metterci al riparo dalla tempesta che sta arrivando. Una nuova isola dove rifornirsi di provviste, riposare.
Una nuova isola dove riscaldarsi il cuore.
Una notte, un giorno, una settimana, un mese ma poi; si salpa ancora.
Quanti anni di navigazione, quanti mari, quanto freddo sulla faccia, quante onde infrante dalla prua di questa stanca nave.
Il vento cala, mare forza due. Una leggera brezza ora accarezza i nostri volti, mare forza uno poi, calma, niente onde, motori al minimo.
Un’isola è all’orizzonte, alte vette si scorgono, siamo ancora lontani, ma sembra già di essere nel suo porto. Questa leggera e calda brezza giunge dall’isola, tutto è sempre più calmo.
Entriamo nel porto, attracchiamo. Tutti i marinai guardano il Comandante come se volessero chiedergli:” Che posto è questo?”
Non si può descrivere quel luogo. Solo chi ha avuto la fortuna di conoscerlo puo’ saperlo.
Per quanti mari abbiamo navigato, quante isole abbiamo visitato.
Quante volte abbiamo provato la sensazione di trovarci lontani da casa, di trovarci su terre straniere guardati quasi con disprezzo.
Qui è diverso, non sappiamo quanti anni ha l’isola, quanti anni ha questo porto e quante navi ha visto approdare.

Non lo sappiamo ma la sensazione è che la nostra sia la prima nave della storia ad entrarci.
Il capo dell’isola ci accoglie:” Benvenuti, questa è casa vostra.”.
Poi, ci vengono dati alloggi confortevoli, cibo, frutta fresca, una frutta così dolce che nessuno di noi ricorda di averne mangiata di più squisita.
Viene indetta per la sera stessa una festa in nostro onore. Musica, balli e tanta gioia negli occhi di quella gente.
Le loro mani sui nostri cuori, danziamo tutta la notte ed io piango, piango di gioia per la prima volta dopo tanti anni.
Il calore dell’isola ci abbraccia sempre più ed io, mi sento come a casa.
Quanti anni di navigazione, prima di provare questa sensazione ormai dimenticata.
L’abbraccio di una madre, l’abbraccio di mia  madre.
Ma questa non è mia madre, è un’altra cosa, simile ma diversa.
Questa non è mia madre, è un’isola, un’altra isola, un’isola che si chiama :“Maria Sofia”.
 
A mia Figlia

 
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Profilo Autore: Mario De Vincentiis  

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È notte, fa caldo, e il fumo  dell’ennesima sigaretta cerca di portarsi via quei pochi pensieri rimasti, un po’ troppo ingombranti. Dal terrazzo conto le macchine che passano veloci. Dieci anni fa avevo anche smesso di fumare, poi la solitudine, alle due di notte, ti fa riscoprire le cattive abitudini.

Ancora un sorso di coraggio. Col tempo quel goccio di grappa si è trasformato in un bicchiere, e poi in una bottiglia. E poi in altro.

Il più delle volte non riesco neanche ad andare a letto, mi addormento qui, sulla sdraio. La mattina mi guardo allo specchio, e la mia barba è sempre lunga. In ufficio si lamentano in continuazione. Faccio sempre tardi e sono impresentabile. Ma andassero a fare in culo.

La mia ex moglie l’ha capito in fretta. Un giorno, stufa delle mie paranoie, mi ha cacciato di casa. Disse “o la smetti di vivere solo per te, o è meglio che vai via.” Mi presi qualche giorno per riflettere, ma lei aveva già deciso. Mio figlio non mi telefona neanche più. Neanche io lo chiamo.

Fuori dalla porta c’è una lunga fila di problemi che prima o poi entreranno. Ci vorrebbe Mr Wolf, mi aiuterebbe a risolverli. Definitivamente.

Negli ultimi mesi ho passato intere giornate al computer. Facebook mi ha risucchiato in una spirale senza fine, alla ricerca di qualcosa che soddisfacesse al meglio i miei
desideri. Ma qui non si scopa. C’èPoetessa lussuriosa che sembrerebbe anche disposta ad uscire, ma abita a Milano… E come ci arrivo? La macchina, o quello che resta, al massimo mi porterebbe dall’altra parte della strada. Senza capelli e con la pancia molle, ma dove voglio andare!?

Anche stasera la solita civetta. È un violino che mi lacera il cuore. Forse è meglio bere: Mr Wolf, dove sei? Fumo l’ultima sigaretta.

D’improvviso un brivido mi sveglia, qualche secondo per capire dove sono. Giro la testa verso la cucina e riesco a vedere l’orologio al muro. Sono le 5:28, mi sono addormento sul divano e fa freddo, anche se è settembre e di giorno fa un caldo che toglie il respiro. Mi alzo, e barcollando vado in cucina, mi ributto sul divano e senza neanche accorgermene ripiombo nel sonno. All’improvviso riapro gli occhi, sono le 7:52 e tra 8 minuti dovrei essere in ufficio. Anche stamattina arriverò in ritardo. Se arriverò.

Accendo una sigaretta e mi scolo il fondo del bicchiere di ieri sera. Nel frattempo vado in bagno. Accendo la radio, ogni mattina la stessa storia. Ormai dà solo notizie economiche. Da quando c’è la crisi, sembra che tutti siano diventati degli economisti. E tutti degli affamati.

Mi vesto alla meglio, e vado al lavoro. Mi fermo a fare colazione: un caffè, un sambuca e un’imprecazione per questo tempo che corre, corre… ma dove sta andando!?.

Dieci minuti e sono davanti all’edificio dove lavoro. Mi siedo sulla panchina e inizio a fumare. Questo impiego non mi è mai piaciuto. Arriva un barbone che rovista nella sua busta di plastica. Cerca per 5 minuti, finché tira fuori una salsiccia, che avrà almeno un mese. Bianca. Che schifo. Mi alzo e vado via. Mi rigiro per la curiosità di sapere: la sta mangiando.  

La monotonia che in questi giorni si sta accumulando è devastante. Tutti uguali. Non faccio che camminare, parlare da solo, e scopare da solo. Non ho i soldi per la compagnia. Oggi se non hai i soldi non sei nessuno. Se non hai una laurea non sei nessuno. Se non hai amici non sei nessuno. Io non esisto, è l’unica spiegazione. Credo di essere invisibile.

Dopo essermi fermato ad un altro paio di bar, ma forse molti di più, torno a casa come se tornassi da lavoro. La fame non abita più con me. Basta qualche buon bicchiere di vino e vai con Dio. Mi metto sul letto vedo scorrere scene di vita come un fiume in piena. Rammentare è sempre traumatico, qualche lacrima lo dice con certezza. La stanza inizia a girare intorno: primo tempo; intervallo; secondo tempo; fine. Sento il corpo abbandonarsi a se stesso. Dormo.

Mi alzo dal letto e apro la porta. Bussano da qualche ora. Inciampo nel più banale dei fossi. Dentro casa c’è un fosso? Lo copro con un tappeto e apro, spostando migliaia di palline da ping pong di colore verde che coprono il pavimento. Tante sono rotte. È Magda, l’amica del cuore. Si butta al collo e inizia a baciarmi. Cerco di trattenerla, per non cadere. Cadiamo. Poi ci spostiamo in camera da letto, e ci lanciamo nell’unico posto che ricorda un letto. Lasciamo i nostri desideri uscire dal corpo come onde di un mare in tempesta. Lei sbatte su di me come acqua sugli scogli. È salata e la mia sete aumenta. Finiamo a terra. Ritorniamo sul letto. Ritorna la calma di un mare piatto, custode dei riflessi del sole al tramonto. Restiamo in silenzio mentre l’acqua ci bagna i piedi. 

D’improvviso un brivido mi sveglia, qualche secondo per capire dove sono. Giro la testa verso la cucina e trovo Magda al mio fianco. Mi alzo, la guardo. Le tocco i capelli, le metto la mano dietro al collo e la sgonfio. La ripongo nello sgabuzzino, nella sua scatola. Mi ributto sul divano e senza neanche accorgermene ripiombo nel sonno.

 

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Profilo Autore: Pietro Damiano  

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