“Storie di donne che pur non conoscendosi s’ incontrano a vicenda
Ognuno inconsapevolmente nella storia dell’altra
Fino a ritrovarsi, un giorno, per caso l’una di fronte all’altra
Al tavolino di un cafè
E da li,poi, partirà un percorso di vita nel comune senso dell’amore per la vita!”
Cap. – I
- Un anno appena trascorso -
" Guardava fuori dalla finestra e d'improvviso un riflesso sfiorò il vetro; era il viso di qualcuno che non c'è, apparve lì come d'incanto a risvegliarla dal sonno nel quale era scesa. Fino a ieri, le pareva d'esser lì sospesa in un filo conducente solo all'altro capo della stanza poi, con l'arrivo suo aveva creduto di sorpassare strade larghissime per raggiungere la meta più difficile. C'è voluto un anno per capire che non era quella la meta. Incredibilmente certe cose, certi momenti, certe situazioni portano a scorrere lentamente.
Sapeva che da domani, con l'arrivo del nuovo mese d'autunno, guardando fuori non avrebbe più visto quel volto riflesso, ma, per il momento desiderava ancora guardarlo per provare a capire dove e come Livia, era riuscita a stravolgere cosi la sua vita che fino a quel fatidico giorno di ottobre del 2008, era tranquilla. Marinella non sapeva più cos'era quella strana sensazione che si portava ancora dentro, a parte la certezza della rabbia che cercava in tutti i modi di contenere pensando, nei pochi sprazzi di silenzio non confuso, che forse un significato l’arrivo di Livia nella sua vita doveva pure averlo avuto, ma, in quel momento non le era dato di capirlo.
S’ allontanò dalla finestra indietreggiando, quasi a voler cercare di prendere distanza. Non era una cosa facile, ma, le cose che si vogliono non sono mai facili da ottenere, è più semplice perderle. Intanto, fuori l'acqua continuava a scivolare sui vetri e la pioggia scrosciante lasciava un ecco anche dentro Marinella. Fu guardando il fuoco acceso nel caminetto che pensò di riscaldarsi l'anima, ma, si domandò l'anima, come si riscalda ?
Non era facile, per lei, in quel momento, trovare neanche un accenno di risposta, anche se la sua indole la portava sempre, in ogni occasione, a cercare tutte le risposte possibili agli eventi che si presentavano nella sua vita.
L'ultimo anno appena trascorso aveva lasciato in lei tanti se e ma, tanto che cominciava solo in quei giorni a camminare senza indugi, quasi come riprendere a camminare dopo lungo tempo senza muovere le gambe.
Si accese l’ennesima sigaretta che fumò in piedi davanti al caminetto, guardava verso la legna che ardeva ed emanava calore verso di lei, anche se, in quel momento, si sentiva addosso solo una sensazione di freddo. Come quando si afferma di avere dentro il freddo.
Non avrebbe mai pensato, un anno fa, di imbattersi in un incontro con una persona che avrebbe avuto la presunzione di entrare in lei spalancando le porte con impeto per poi trovarsi come immersa nell’incertezza e ritrovarsi ancora, poi, a scoprire una delle più belle amicizie che avesse immaginare di trovare. Avvolte s’ iniziano percorsi di vita quasi per gioco, anche se, niente nella vita dovrebbe essere visto come un gioco. Poi, gli stessi finiscono come sono arrivati, d’improvviso e senza preavviso.
Ottobre volgeva al termine e, forse, anche alcuni ricordi sarebbero andati conservati dentro qualche scatola che nessuno riuscirà mai ad aprire. Sapeva solo che in un anno nella sua vita erano entrare ed uscite molte persone. Alcune di queste non sapeva chi fossero, altre le aveva conosciute, altre ancora le aveva avute accanto e non sapeva che erano per lei. Quella sera, nella stanza, davanti al caminetto, dove da fuori si sentiva scendere scrosciante la pioggia, Marinella tornò a pensare a se stessa partendo da dove era rimasta quel pomeriggio del 15 Ottobre del 2009; all’aeroporto ad accompagnare Livia che ripartiva dopo essere stata da lei una settimana.
Il tragitto in macchina da casa all’aeroporto, quel pomeriggio, sembrava lunghissimo. In macchina tra lei e Livia c’era silenzio. Marinella aveva l’abitudine di metter musica durante i suoi spostamenti in macchina e fumava incessantemente, quando sentiva d’aver dentro un peso che la opprimeva. Ogni tanto lanciava furtivamente uno sguardo verso Livia, ma, non osava aprire bocca per chiederle se volesse riprendere il discorso che, a parer suo, era rimasto in sospeso e mal chiarito.
Era la seconda volta che Marinella e Livia si vedevano, da, quando, quasi un anno prima si erano conosciute in Chat. Livia pareva indifferente, non mostrava nessuno stato d’animo oppure lo sapeva nascondere bene, anche se, dal canto suo, Marinella sapeva cosa, in quel momento lei stava pensando; tornare quanto prima a Pisa. Questa per lei era una sconfitta perché in cuor suo sapeva che era cambiato tutto tra loro due, e quel tutto, era cambiato per la ferma posizione che lei assumeva ogni qualvolta qualcuno cercava di “entrare” nella sua vita senza che lei concedesse il permesso di farlo. Da sempre, Marinella, aveva posto dei paletti che separavano la sua vita famigliare da quella privata d’amicizie, conoscenze e lavoro. Marinella non amava intromissioni nella sua sfera privata, cosi come lei non lo faceva in quella dei suoi famigliari, riteneva importante e inviolabile la sua.
Questo suo modo di pensare non era condiviso da Livia, la quale, non solo sembrava non capirlo, ma, neppure lo giustificava. N’era cosi scaturita un’accesa discussione tra loro due che aveva visto coinvolte le sorelle di Marinella.
Lei era stata chiara fin dall’inizio, quando in Chat Livia le diceva: “ sento che tu metti un freno, erigi un muro come per difesa, non riesci ad aprirti completamente” - questo era vero e, lo era perché le delusioni e le batoste subite nella vita; avevano fatto sì che Marinella chiudesse le porte nel momento in cui percepiva un tentativo d’ingresso nel suo mondo da parte di altri. Aveva cercato di spiegarle come vedeva e curava i suoi rapporti d’amicizia, di quanto fosse importante per lei la sincerità, il rispetto e libertà di pensiero. Era da molto che non le capitava di allacciare un legame d’amicizia cosi profondo e, con Livia, fin da subito era diventato qualcosa di forte. Fu Livia a cercarla per prima. Lo fece incuriosita da un’immagine di Capitan Harlock che Marinella aveva utilizzato come immagine del suo nik name. - << ciao, mi chiamo Livia; mi ha incuriosito l’immagine che hai sul tuo profilo. Capitan Harlock! >> Era sempre stato il cartone animato preferito di Marinella, era uno che cercava e combatteva per la giustizia tra i popoli della galassia, uno di quei cartoni animati che oltre a divertire lanciavano dei messaggi idealistici. Questo accadde una sera di Novembre del 2008. Da quella sera era cominciato un percorso di conoscenza in Chat. Da subito si era instaurato quasi una sorta di simbiosi, avevano convenuto d’aver numerosi punti in comune, passione quasi simili che ognuna delle due coltivava nel modo più congegnale alla vita che conduceva. Livia, studiava legge all’Università di Pisa. Era fuori corso a causa di problemi di salute che l’avevano costretta in un letto d’ospedale poi, ripresasi aveva dovuto affrontare un lutto per la morte del padre. Le materie giuridiche, a Marinella, erano sempre piaciute tanto che, n’aveva fatto una disciplina che studiava da autodidatta. - << Sai, anche a me sarebbe piaciuto proseguire gli studi in Diritto ma, forse per incoscienza adolescenziale, i miei studi sì son interrotti al biennio di ragioneria. Anche se, non ho mai smesso di rovistare tra i libri per il puro e semplice desiderio di approfondire ogni argomento che catturava, via, via, la mia attenzione. >> - Era cosi, lo era sempre stato, Marinella inseguiva il gusto del sapere e quanto più questo era difficile da raggiungere, più lei lo perseguiva. Ad ogni modo negli ultimi anni aveva anche avuto la soddisfazione di essere integrata nella redazione di una rivista bimestrale che trattava argomenti d’attualità, politica, storia e società. Inoltre si era tolta la soddisfazione personale di occuparsi quel posto a discapito di una giornalista di professione che aveva cercato in tutti i modi di imporsi nella redazione. Livia dal canto suo amava il suo vivere da studentessa universitaria, contribuiva a pagarsi gli studi lavorando da estetista, aveva intrecciato un giro che le consentiva anche qualche piccola spesa extra e dei viaggi. All’inizio anche lei era convinta che Marinella avesse un diploma o, quantomeno, avesse un titolo di studio nella materia che lei stessa studiava, perché, in più di una occasione si erano ritrovate a parlare di esami imminenti e, Marinella l’aveva aiutata a risolvere certi quesiti di rilevante importanza. Insomma, tutto era nato come un gioco, un passatempo che via, via era diventato un legame di confidenza e scambi reciproci di consigli, idee, pensieri e di tutte quelle che sono confidenze in amicizia. Nonostante in cuor suo, Marinella, nutrisse ancora dei dubbi che, in svariate occasioni, durante le tante conversazioni che avevano, aveva espresso a Livia ottenendo sempre da parte sua la ferma rassicurazione che anche per lei era la stessa cosa, che conosceva numerose persone, aveva un buon rapporto con le compagne di stanza universitarie, con gli amici del suo paese d’origine, e con i nuovi che aveva incontrato a Pisa. Ma, nel loro caso, lei diceva, era diverso. Era qualcosa di veramente diverso che, fino ad allora aveva cercato ma, mai veramente trovato.
Il viaggio verso l’aeroporto proseguiva nel silenzio più assoluto tra loro due, silenzio disturbato solo dalla musica del cd di Giorgia, che Livia aveva regalato a Marinella la prima volta che era stata da lei. Livia scriveva messaggi al cellulare e guardava fuori dal finestrino nell’attesa di ricevere le risposte per poi riscrivere e ancora riscrivere: - << chissà a chi scriverà>> - si domandava Marinella, senza osare chiederlo per paura che anche quello potesse scaturire nell’ennesima discussione senza senso.
C’era nell’aria un’atmosfera che Marinella sentiva di non continuare a reggere e, rupe il silenzio chiedendo a Livia: - << ti da fastidio se mi accendo una sigaretta? >> - Livia per la prima volta, da quando si erano messe in viaggio in macchina, si voltò verso Marinella e disse : - << ti direi di no ma, lo faresti uguale, sai mio padre e morto di cancro e io ho smesso di fumare da allora. Ti direi di non accendere quella sigaretta se tu mi assicurassi che dobbiamo parlare ma, conosco già l'argomento e ti assicuro che non ho intenzione di riprendere quel discorso perché so che rimani ferma nella tua posizione che io non condivido per niente e so anche che tu non condividi la mia. >> - Livia aveva parlato tutto d’un fiato e Marinella aveva ascoltato pensando che forse aveva incontrato una più testarda e caparbia di lei ma, non riuscì a star zitta, si accese la sigaretta diminuì il volume della musica e disse: - << forse sono ferma sulle mie posizioni ma, rispetto quelle degli altri pur non condividendole sempre. In questo caso credo di non essermi spiegata al meglio e mi pare che tu abbia la pretesa di impormi il tuo di pensiero piuttosto che cercare, anche per un solo istante, di fermarti a pensare che si può trovare un punto d’incontro che, per certi versi so che condividi, anche se non lo vuoi ammettere. So che se, io mi fossi comportata in quel modo, anche tu avresti sicuramente espresso dissenso e posto l’alt.>> Le uniche parole di Livia, furono: << Manca molto ad arrivare in aeroporto? >> Marinella capì che qualcosa si era spezzato. Non era più sicura di niente, e forse sapeva anche che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto Livia. Mancava poco oramai, l’aeroporto era vicino, dieci minuti e il tempo delle operazioni d’imbarco e tutto sarebbe finito, entrambe sarebbero ritornate alla vita di tutti i giorni, una alla solita vita universitaria e al lavoro poi, chissà?
L’attesa in aeroporto pareva interminabile poi, d'improvviso, Livia parve cambiare atteggiamento, in un secondo, dal loro arrivo in aeroporto, aveva ripreso a sorridere, e le era venuto persino appetito. Marinella era sempre più sconcertata o forse stava conoscendo un lato di Livia che ancora le era stato tenuto nascosto. Forse c’erano ancora dei lati del carattere di Livia che non erano venuti fuori, anche se, era palese la sua forza interiore e la fiducia che lei aveva in se stessa, eppure a Marinella non piaceva che qualcuno poneva a lei dei veti, mentre veniva a lei imposto un limite. Questo provocava in lei una sorta d’irritazione incontrollabile. - << A che pensi? Perché sei cosi pensierosa? >> - Non si aspettava la domanda cosi a bruciapelo, ma, fu contenta che Livia posto la domanda anche se, non sapeva se la sua risposta sarebbe stata altrettanto gradita. - << devo sul serio risponderti? Vuoi sapere a cosa penso? Bene, penso che tutto questo è assurdo e il fatto che voglia evitare di parlarne mi dice solo una cosa, che non t’importa di quello che penso e di come mi senta dopo questa settimana non trascorsa insieme, pensando a tutte le cose che c’eravamo ripromesse di fare, le partite a tennis, le corse mattutine che non abbiamo fatto, le lunghe chiacchierate perse che dovevano essere un modo per conoscerci di più visto che, come tu stessa affermavi fino a dieci giorni fa, la prima volta che sei stata qui c’è stato poco tempo che hai dovuto suddividere tra me, impegni di lavoro e qualcosa da chiarire con Luca. Sono rimproverata solo per il fatto di essermi posta e averti posto il quesito in maniera che tu ritieni inopportuna e non ragionevole. Non mi permetti di spiegarti cosa e come ho vissuto questi non giorni.>> quelle parole vennero fuori come da un fiume in piena certa che in quel momento, Livia si sarebbe allontanata ancora. Marinella aveva sempre cercato di tenere lontana la sua famiglia da quella che era la vita privata. Non aveva mai avuto amicizie in comune né con parenti né con fratelli e o sorelle o meglio, le poche volte che questo era accaduto n’era sempre uscita con le ossa rotte e, di conseguenza, aveva imparato a separare le due cose non permettendo a nessuno di oltrepassare questo limite e, conseguentemente anche lei non entrava nella cerchia d’amicizie in comune. Al massimo, educatamente, instaurava dei rapporti di cortesia e permetteva che altrettanto facessero gli altri. Nulla di più. Era una regola che si era data. - << N’avevamo già parlato se ben ricordi, ti avevo affermato che io non ho mai voluto mischiare i miei affetti famigliari con quelli privati, per una questione di libertà di scelta e di pensiero diverso di quello che so essere dei miei. Tu, questo, sembra che non capisca. Mi disturba molto, è una cosa che non permetto a nessuno. Ci conosciamo oramai da quasi un anno, hai voluto conoscermi di persona, capire il mio mondo, come vivo, cosa faccio, la mia famiglia, quella che mi sono creata. Questo per me è stato importante, ti ho aperto completamente la mai vita, cercando d’essere più vera possibile, ma, ho la sensazione che questo non sia stato capito. Sembra che tu non lo voglia capire.>> - Livia ascoltò attentamente, o almeno pareva. Scosse il capo e disse: << Non lo capisco e non la ritengo una cosa corretta. La famiglia è molto importante e su questo ne converrai, perciò come puoi non voler condividere la gioia di un’amicizia con la tua famiglia? Ricordati che loro per te ci saranno sempre, mentre, non sai chi dei tuoi amici ci sarà domani.>> - era un discorso che non faceva una piega che, da una parte anche Marinella condivideva, ma, rimaneva della sua posizione che poteva anche sembrare egoista ma sulla quale non intendeva cambiare una virgola. Le delusioni erano state troppe. Parlare con Livia, in quel momento, sembrava di parlare con un’estranea che stava vedendo per la prima volta, tutte le cose che avevano condiviso negli ultimi mesi parevano essersi dissolte nel nulla, l’incontro di pensieri che era stato, ora sembrava solo un lontano sogno. Sembrava che ognuna delle due parlasse un linguaggio incomprensibile all’altra. Lo speaker dell’aeroporto annunciò ai passeggeri, del volo per Pisa, di recarsi per le operazioni d’imbarco. Marinella pagò il conto e si diressero ai cancelli per il chek-in.
Sapeva che non poteva entrare oltre la linea riservata ai passeggeri che dovevano imbarcarsi, si salutarono lì, con un abbraccio velocissimo. Completamente diverso da quello che Livia le aveva dato al suo arrivo il 9 ottobre, lunghissimo e carico di gioia per averla rivista cosi come anche Marinella aveva fatto. - << Chiamami quando arrivi, mi raccomando.>> - Livia accesso ad un sì con la testa, prese il suo troller e si diresse all’imbarco senza voltarsi. Era finita li? Marinella aspettò ancora un po’, cercò lo sguardo di Livia, che non trovò.
L’unica telefonata che ricevete da Livia, fu quella che le aveva chiesto lei di fare e cioè chiamarla per dirle d’esser arrivata a Pisa. Poi, silenzio. di Antonella soddu
Le sue gote cercavano un giaciglio per la notte, mentre i grilli annunciavano alla luna la loro fede. Tese la mano a prendere il bicchiere e le sigarette, sfiorò la mia. Io dormivo.
Jane era cresciuta a Nottingham e amava la pioggia. Jane aveva appena 18 anni, ma stava talmente bene sul suo corpo che sembrava ne avesse 30. Era strana JANE, più strana di me, o forse era come me, a volte andava in crisi d'artista, a volte si nascondeva dietro un bicchiere o un filo di fumo, a volte restava ore ed ore ad ascoltare me mentre suonavo il mio basso elettrico o mentre provavamo nuove canzoni.
La conobbi durante una nostra tournè in Gran Bretagna. E si, ci siamo esibiti anche li, nel nostro breve periodo di vita. Un locale alla periferia di Nottingham dall'improbabile nome, impronunciabile ma per me un pò paradossale: KING'S ITALY. Il proprietario ci aveva sentito suonare a Sorrento circa due estati fa aveva sicuramente uan cotta per la nostra musica cosi all'avanguardia, cosi piena di imperfezioni, ma piacevole...
...Suonammo tre ore di file, tra boys end girl scatenatissimi, eravamo contenti, ma quando intonai: gioco di bimba, una covere deLE ORME...JANA fissò il suo sguardo su di me...
Continua...
Le valige
Ai momenti tristi e bui seguono altalene d’alti e bassi; Francesca conosceva bene queste altalene, negli ultimi mesi si era dovuta spesso confrontare con il silenzio. Quel silenzio che, nessuno vorrebbe sentire, che non lascia spazio alla riflessione profonda, ma, contribuisce solo ad aumentare i dubbi. Improvvisamente si era ritrovata immersa in tante sensazioni che spaziavano dallo sconforto all’insicurezza fino a sentire la sensazione dell’abbandono fisico. N’aveva voluto fortemente cercare le cause allontanandosi da tutto e da tutti, forse inutilmente. Qualcuno, come a volersi discolpare, aveva ritenuto opportuno e conveniente credere che il motivo fosse dettato da gelosia e invidia, cosa da cui Francesca era ben lontano, infatti, non lo era mai stata neppure caratterialmente. Negli ultimi cinque mesi aveva come percepito da parte della sua cerchia d’amicizie, una certa distanza. Le cause? Piccoli segnali, flebili azioni che man mano si erano poi “mostrate” a lei e, l’avevano portata a dire basta. Continuava a domandarsi come poteva, una persona distante fisicamente, essere vicina e, chi era vicina fisicamente essere cosi distante tanto da travisare un momento di silenzio? Com’era possibile tacere senza un perché? Nessuno, dalla mattina alla sera, si alza volendo allontanarsi da tutto e da tutti; lei lo aveva fatto. Aveva preferito ritirarsi all’angolo e lasciar spazio all’andare di tutte quelle ipotisi che, forse, erano le più convenienti da credere in quel momento. In quel frangente lei, si era resa conto che nulla fu fatto per cercar di comprendere, anche solo in minima parte, i motivi dei suoi silenzi. Lei, dal canto suo, continuava a tormentarsi a porsi mille interrogativi ad incolparsi di esser troppo orgogliosa. E a giorni pensava anche di metter da parte il suo stupido orgoglio e la testardaggine e chiedere, a colei che le era sempre stata vicina negli ultimi due anni, tante risposte ai suoi mille perché. Sapeva benissimo che in alcuni momenti era bene mettere da parte l’orgoglio, ma, difficilmente lo faceva e di conseguenza sbagliava. Era talmente testarda e orgogliosa che spesso e volentieri si faceva male da sola. Riusciva sempre a mettere al primo posto la sua dignità e il suo orgoglio personale convinta che tale agire fosse diretta conseguenza della paura d’esser ferita. Forse era anche vero ma, era anche vero che lei, dagli altri pretendeva il contrario quasi come se gli altri dovessero esser pronti a rinunciare ai loro modi d’essere e agire.
La notte appena trascorsa non era stata delle più riposanti; anzi, a dire il vero, le prime luci del mattino l’avevano invitata a coccolarsi tra le coperte come a cercar colore per l’anima. Si ritrovò, in quel frangente, a ripercorrere gli ultimi tre anni della sua vita; ripensò al suo ex marito. Tre anni! Tanto era trascorso da, quando aveva deciso di metter fine al suo matrimonio oramai diventato una farsa capace di far male ad entrambi. Di questo n’ era pienamente consapevole. Entrambi molto giovani e immaturi quando giunsero al gran passo del matrimonio, non avevano mai cercato di maturare né insieme né singolarmente. Entrambi avevano sempre fatto prevalere sull’altro la propria personalità. Lei tanto forte, determinata e orgogliosa, quanto lui superficiale e immaturo nell’affrontare quelle che erano le strade che un uomo deve percorrere. Carriera e famiglia. Un giorno, l’ennesimo litigio e, in quell’occasione lui aveva offeso la memoria di sua madre che, lei aveva perduto a soli 17 anni. Da quel momento, Francesca aveva cominciato a vederlo con occhi diversi, si rese conto che l’amore di un tempo non esisteva più. Era cancellato per sempre. Al suo posto si erano insinuati l’abitudine, la noia, l’isolamento reciproco. Nessuno aveva diritto di ferire gli altri nei sentimenti più profondi, soprattutto la persona alla quale si affida la propria vita e, lui l’aveva fatto. Fu a seguito di quell’episodio che aveva cominciato a pretendere molto. Lei dava molto, ma, in cambio voleva anche molto. Forse, inconsciamente lo pensava, era una forma egoistica d’amare, ma non poteva esimersi dal difendersi. La sola cosa che rimaneva a fare era mettere fine all’inutile supplizio a cui entrambi si sottoponevamo da tempo. Decise che doveva assolutamente farlo, dove prendere una decisione e doveva pensare come e quando affrontare con Marco il discorso separazione. Doveva uscire, camminare, pensare, solo pensare. Camminò a lungo senza fermarsi, senza rendersi conto né dove andava né del tempo che era trascorso da, quando era uscita da casa. Si perse nei pensieri di quei giorni certa che, quella che stava vivendo non era la realtà. Oppure, se lo era, non voleva credere che lo fosse. Rientrò a casa che non sapeva nemmeno lei dov’era stata. Trascorsero i giorni, lenti e senza stimoli, quasi persi in quelli che erano passi compiuti da un unico cammino perchè, la sola realtà chiara in quel momento era che, non fu mai un cammino condiviso il loro. Decise all'improvviso, che doveva tornare indietro e riprendere ciò che aveva perso per strada, ma, c'era sempre qualcosa che glielo impediva; era il non sapere cosa avevo perso. Lo attese con ansia, seduta sul divano. Lui era fuori per lavoro, di lì a poco sarebbe rincasato ed era quello, lo sentiva, il momento per parlare insieme della soluzione al loro star male insieme. Marco aprì la porta e la vide li, seduta che fissava in sua direzione, in silenzio senza muoversi come se non respirasse, pallida, ma, non disse nulla oltre un semplice: << Ciao >>.
Lo osservò, mentre riponeva le sue cose al loro posto, si diresse in cucina e lei pensò: << sta cercando di prendere tempo, ha compreso che c’è nell’aria qualcosa, ha compreso che riguarda noi.>> Era quello il momento, quello e nessun altro, si alzò e rimase al centro della stanza nell’attesa che lui tornasse li, ne sentì i passi lenti avvicinarsi, e lo sentì vicino a lei, aspettò in silenzio che fosse lei a parlare per prima; lo fecce. << Marco, nulla è più un mondo insieme se nel nostro vivere insieme siamo più soli che mai. Se percorriamo strade perennemente separate, se ci facciamo male ogni volta che ci urta la nostra reciproca indifferenza, non possiamo più continuare a ferirci>>. - << Pensavo la stessa cosa, ma non avevo io stesso compreso che era questo il momento d’essere chiari l’uno con l’altra. Se vuoi che vada via ora, sono pronto. Abbiamo entrambi il diritto d’esser felici e se stare insieme c’impedisce d’esserlo ognuno di noi deve esserne consapevole>>. Stranamente si trovavano d’accordo. Francesca aveva immaginato una violenta discussione, urla da parte di entrambi, non aveva pensato che entrambi fossimo stanchi. Per la prima volta si guardarono negli occhi senza rabbia, forse sconfitta ma, senza rabbia. Fu lui che l’abbracciò, e lo fecce con un calore umano che da tempo non sentiva nell’abbraccio di Marco. Le disse solo : << è la cosa giusta >>. di Antonella Soddu
E poi lei sussurrò nelle mie orecchie le parole che conoscevo da tempo. avevo assistito incredulo all'apparizione della fata della luna. Leggenda narra che dagli scogli oscura un'ombra candida apparirà accesa dalla luna. Chiusi gli occhi, continuai a bere brindavo, mescolavo i giorni e le notti, le mie ansie, i miei affanni, i sapori del giubilo mi disegnavano negli occhi un dolore tranquillo quasi felice.
decisi di cambiare i colori della stanza, aspetando che la LUNA si intrufolasse nella mia camera, entrasse dalla finestra, senza passaporto, senza chiedere permesso. accadde ancora, la scrutai attento conobbi i suoi lineamenti, lisci, chiari, ruvidamente morbidi, conobbi il suo profumo, ascoltai i suoi capelli, cercai di fotografare quel momento, lei materializzandosi sorrise.
Tornò il giorno, col mio basso elettrico provai melodie, cercai di scrivere note su note, dimenticando il suo esistere, chiusi le tende suonai fino a tarda sera, non mangiai, non assaggiai vino attesi ancora...
E poi lei sussurrò il mio nome, piangendo rideva e cercava di ricordare i suoi giorni con me, era il passato, un futuro riveduto corretto, resettato, aveva dimora nei miei sogni anche se svegliandomi la ritrovai accanto al mio letto.
Svanì con un lampo indossando la sua veste nera,
oggi ho rivisto le sue foto la sposa vestita di nero ha tagliato i capelli e ha cambiato gli occhiali, mi saluta, mi offre una tazza di infuso di cianuro mi porta alla sua festa tra i miei nemici e milioni di vite. Sono io in anima e spirito il mio corpo è disteso alla luna aspettando il suo ritorno...
brillò la notte, la signora della notte attese in riva al mio letto
scrutò ogni angolo della mia casa
mi sorrise
mi porse una rosa
mi chiese di fare l'amore con me
io volevo che prendesse la mia anima
non la volle
voleva il mio corpo
intriso di cicatrici e Cristo
offuscato dalla nebbia e dalla vita
brillò la notte la signora della notte mi baciò
mi svegliai col sole
di lei rimase
la sua falce e quella rosa nera
m'affaccia verso il lago
e l'aspettai ancora
impaziente ricamai la notte
nell'attesa di lei
Si sentiva sola frustrata, ormai tutto era nelle sue mani, da quando il suo compagno fini in galera, per riciclaggio di denaro sporco. Seduta sul divano con gli occhi rivolti verso l'alto, iniziò a pensare, a cosa fare, per poter, andare avanti. Purtroppo non aveva un lavoro, Giulio si era sempre occupato di tutto, anche del suo mantenimento, voleva che lei vivesse al suo fianco, come una vera signora, soprattutto per non sciupare la sua bellezza, che poche volte passava inosservata. Laura si chiedeva: come avrebbe fatto, a superare il dolore e le difficoltà, appunto non indifferenti, mentre decideva di alzarsi e fare una bella doccia fresca, prima di andare a letto. Non appena entrò in bagno vide per terra, un foglietto, dove c'era scritto ti amo, mio dolce amore ma non posso abbandonare la donna che vive con me, se non mi avesse, sarebbe spacciata, ha una depressione, che l'ha costretta a lasciare il lavoro di cassiera in un lussuoso negozio di abbigliamento. Peccato, perchè la pagavano bene, avrebbe potuto mantenersi tranquillamente. Quando Laura fini di leggere si mise a piangere, con tanta rabbia, non pensava che fosse cosi falso e di essere un peso, anche se riflettendo pensò che avrebbe dovuto immaginare ciò, con un uomo affascinante, circondato da tante belle donne e in carriera. A un certo punto si accorse di stare malissimo, le girava la testa, facendo fatica a mantenere l'equilibrio. S'appoggiò sul bordo del lavabo, provando pian piano ad aprire il rubinetto, per rinfrescarsi il viso, irriconoscibile. Si guardò allo specchio, e con grande forza reagi, dicendo a sè stessa, che non doveva più pensare a lui, perchè probabilmente l'aveva ingannata, sin dall'inizio della loro relazione. A piccoli passi raggiunse la stanza, dove si addormentò, sognando l'amore, che l'ha tradita e svegliata proprio nel cuore della notte, con un lungo squillo, il quale la fece sobbalzare di scatto, tirando subito la cornetta del telefono, sul suo comodino. Dall'altra parte senti, un fievole lamento, che diceva: ciao, come stai? Era Giulio, costretto a parlare sottovoce, per non disturbare i suoi compagni di cella, che dormivano ma non profondamente. Lui si scusò, informandola, di quanto fosse dispiaciuto, per essersi fatto corrompere e che i soldi, il lusso, crescendo erano diventati molto importanti. I suoi genitori erano contadini, ed egli doveva privarsi di tante cose, anche se le desiderava tanto. Cara ho voluto, con tutti i mezzi possibili, costruirmi un ricco futuro, per ottenere anche quello che non avevo avuto da bambino. La telefonata di colpo fù interrotta per volontà di Laura, non era più disposta ad ascoltare ancora, si rese conto che voleva lasciarsi ogni cosa alle spalle, vivendo un'altra vita, incominciando immediatamente il giorno seguente, mettendosi a cercare una occupazione Si preparò, indossando un abito nero, che metteva in risalto la sua splendida figura slanciata, che guardò attentamente, con un gattino, dal pelo arruffato, che accarezzava le sue gambe lisce e morbide. Apri la porta di casa, prendendo subito l'ascensore che scese velomente.Trovandosi nell'atrio usci dal portone respirando a pieni polmoni l'aria fresca del mattino, che l'aiutò a sentirsi in gran forma. Iniziò a camminare, percorrendo un bel viale alberato, dove incontrò all'improvviso un amico, di vecchia data, il quale fissandola con grande ammirazione le rivolse la parola, dicendo:"ciao bella", ma quanto tempo è passato dall'ultima volta che ci siamo visti? Dimmi come mai dalle mie parti? Sai per essere sincera stò cercando qualcosa per mantenermi. A quel punto Mauro sorridendo, le fece sapere che poteva smettere con le sue ricerchè, perchè era padrone di un ristorante privo di una bella presenza. Essa avendo sentito quella bella notizia rise di gran gusto, affidandosi completamente nelle mani del suo amico e iniziando a lavorare in quel locale. Da quel giorno la sua vita era diversa, accanto a quell'uomo che l'amò, come avrebbe sempre voluto. Giulio dopo due anni usci dal carcere per mancanza di prove schiaccianti, a suo carico. Quando oltrepassò la soglia del cancello della sua prigionia trovò sul ciglio della strada quell'altra, che lo aspettava a braccia aperte, in una fredda soleggiata giornata baciata dal loro intenso amore, spiato, da alcuni passanti.
Tratto dal libro "I racconti del Maresciallo" di Maurizio Vecchi © Copyright 2005
casa Editrice Montedit - COLLANA "Le schegge d'oro" (i libri dei premi)
classificato finalista nel concorso letterario internazionale "J. Prévert" 2005
In quell’anno, l’estate fu la stagione più calda dell’ultimo decennio. Quella domenica, particolarmente, alle sei del mattino non si riusciva a muovere un passo, senza soffrire a causa della colonnina di mercurio che segnava 30 gradi già a quell’ora. Il solo pensiero di salire in auto per intraprendere il servizio mi faceva stare male.
Malgrado le condizioni atmosferiche si presentassero più favorevoli per una vacanza in Calabria, per dedicarsi al totale riposo, la giornata di lavoro ebbe inizio.
Feci prendere l’auto di servizio al giovane sottufficiale, mio sottoposto, salimmo in auto con ampio anticipo, in modo da poterci recare a bere un caffè al bar da “Giulio”.
Una volta all’interno del locale, notai Paolo Corti, un vecchio amico di famiglia, il quale, seduto nell’angolo, fissava nel vuoto e teneva stranamente tra le mani un bicchiere di grappa. Lo conoscevo da molto tempo, quindi mi incuriosì quel suo atteggiamento e nello stesso tempo mi preoccupava!
Mi avvicinai a lui e gli domandai:
- Che cosa fai a quest’ora al bar, Paolo?
Lui, dopo avere alzato lo sguardo ed avere focalizzato a fatica la mia persona, mi rispose:
- Ho litigato con mia moglie e lei mi ha scacciato da casa!
Era vistosamente ubriaco. A dire del gestore del bar, Giulio, quello che Paolo teneva in mano avrebbe dovuto essere il nono bicchiere di grappa!
Quindi, tenendo conto della nostra vecchia amicizia, mi sentii in dovere di richiamarlo per il suo comportamento, facendo lui rilevare che ubriacarsi non è mai stato il modo più idoneo per risolvere i problemi!
Paolo, alterandosi come non aveva mai fatto con quel suo vecchio amico, rispose seccato:
- Vattene! Non vedi che ho già tanti pensieri per la testa? Non assillarmi con tutte queste domande!
Ci rimasi male per quella reazione, ma, compatendolo per le condizioni in cui si trovava, mi rivolgevo a Giraldi, il mio sottoposto:
- Andiamo! Abbiamo qualcosa d’importante da verificare! – rispondevo preoccupato.
- Ma.... Maresciallo! - diceva il giovane sottufficiale - Non ha ancora consumato il suo caffè!
Bevvi quel caffè tormentato da quello strano episodio. L’istinto mi dettava che avrei dovuto andare presto a casa di Paolo, a parlare con sua moglie, Francesca Ferri, perché tra i due coniugi poteva essere accaduto qualcosa di più grave di un semplice litigio di coppia.
Strada facendo, pensavo alla risposta che mi diede Paolo: una tale reazione, avuta proprio da lui, che conoscevo da molto tempo, mi faceva preoccupare, soprattutto perché non avevo mai saputo, prima di allora, di litigi tra lui e sua moglie. Inoltre, il modo in cui mi trattò non era stato razionale, in riguardo al rapporto di amicizia che avevamo.
Ero sicuro che c’era una spiegazione…
Durante il tragitto, nell’auto di servizio l’atmosfera che si respirava era più pesante di quella esterna: l’unico che parlava era Giraldi, ma soltanto per chiedermi le indicazioni per raggiungere l’abitazione di Paolo.
- Vedi, Giraldi... Dicevo, mentre dentro di me pensavo all’accaduto.
- Per amore della nostra professione ed anche perché ascolto la mia coscienza, sento che dobbiamo agire con la massima scrupolosità anche se in questo caso si tratta solo di umanità.
Arrivati in via Roma, dissi a Giraldi di fermare l’auto nei pressi del civico 32: era lì che abitava Paolo.
Nel frattempo l’orologio segnava le sette e sulla via non circolavano molte auto. Suonai al campanello di Paolo e notavo che Ursus, il cane San Bernardo della famiglia Corti, si avvicinava lentamente alla cinta lamentandosi. Mi fissava in un modo quasi umano, tanto che pareva volesse fare capire qualcosa.
La porta della rimessa era aperta.
Dalla parte opposta della recinzione riuscii a vedere che mancavano entrambe le autovetture.
Insistevo al campanello ancora per qualche minuto, ma, non ottenendo risposta, decidevo di riprendere il servizio.
La Centrale Operativa ci inviò per un incidente stradale nel paese limitrofo.
Mentre ci recavamo sul luogo del sinistro, Giraldi mi chiedeva incuriosito il perché io avessi voluto recarmi a casa di quel mio amico.
- Come ti dicevo poco fa...la mia coscienza mi ha guidato lì…
- ...e ti dirò di più: anche adesso la mia coscienza mi sta tormentando e sai perché? Considera ciò che sto per dirti come una lezione di tecnica professionale: ricordi che cosa mi diceva il mio amico al bar?
- Sì. Che sua moglie lo aveva buttato fuori di casa e lui ne soffriva.
- Bene. Dimmi a cosa hai pensato vedendo la rimessa dell’abitazione aperta e senza auto al suo interno.
- ...che la moglie era uscita di casa, ovviamente!
- Questa è la deduzione più chiara! Ma tu, da vero esperto, dovresti usare la tua professionalità, tenendo presenti, in modo costante, tutti i fatti a cui hai assistito, collegando tutto ciò che hai rilevato o ascoltato alle altre informazioni che avevi precedentemente ottenuto. Inoltre, dovresti usare la tua coscienza! Tieni sempre presenti anche quei particolari che, secondo te, sono i più insignificanti, per esempio: il cane con quel comportamento!........ Non si può attribuire ad un animale di grossa taglia quell’atteggiamento di tristezza e sofferenza, se ciò non fosse causato da qualcosa d’importante! I cani si comportano a quel modo, solitamente in conseguenza ad un comportamento del proprio padrone. Quindi, la prima cosa da fare, eventualmente, per escludere le ipotesi più tragiche, è quella di utilizzare i mezzi che si hanno a disposizione ed accertare se durante la nottata precedente fosse accaduto un incidente stradale o se una donna con la descrizione collimante alla moglie del mio amico Paolo, fosse stata controllata in qualche località.
Perciò chiesi alla Centrale di accertare presso tutti gli ospedali ed i Comandi di Polizia della provincia se fossero avvenuti incidenti stradali in cui fosse protagonista una donna rispondente al nome di Francesca Ferri: età anni 32, alta 1,70, capelli castani, carnagione chiara, corporatura esile. Inoltre richiedemmo alla Centrale di verificare se la stessa persona fosse stata controllata durante la nottata precedente in qualsiasi località o se le pattuglie di servizio avessero controllato la sua autovettura.
Nel frattempo giungemmo sul luogo del sinistro, in cui ci aveva inviati la Centrale Operativa e prestammo i primi soccorsi al ferito, che si trovava al posto di guida privo di conoscenza. L’ambulanza arrivò dopo pochi minuti. Il medico dell’unità effettuò la rianimazione del ferito, che venne trasportato d’urgenza al pronto soccorso cittadino.
Quindi procedemmo ai rilievi dell’incidente stradale.
La chiamata successiva della Centrale Operativa, che ci informava dell’esito infruttuoso delle ricerche di Francesca Ferri, mi fece tornare alla mente il mistero di Paolo, che ancora non avevo chiarito.
- Ma, allora, dov’era finita Francesca B., come mai non era a casa?
Erano le domande che nella mia testa si facevano sempre più insistenti…
In tarda mattinata, la Centrale ci informò che era stata rinvenuta un’autovettura abbandonata, modello Y 10 di colore grigio targata XX111YY e che proprietaria risultava essere proprio Francesca Ferri, di cui non era stata trovata traccia neanche in quel luogo.
Il ritrovamento dell’auto era avvenuto in un paesino a circa quindici chilometri da Roccabianca. Diedi ordine alla pattuglia intervenuta di attendere il mio arrivo e di non fare avvicinare nessuno all’auto. Chiesi, inoltre, ad un’altra pattuglia di rintracciare Paolo Corti, informandola che avrebbe dovuto viaggiare a bordo di un’autovettura Opel Calibra, di colore azzurro, targata BS D55500 e di condurlo presso il Comando di Duegnaro per essere interrogato.
Giunti sul posto con la Sezione Scientifica, procedetti ad annotare tutto ciò che osservavo.
L’auto si trovava in riva al fiume Oglio: le portiere erano aperte, il motore spento, la chiave nel blocco d’accensione con il quadro acceso, la prima marcia innestata ed il freno a mano non azionato.
L’autoradio era accesa e riproduceva una cassetta musicale, sul tappetino del lato del guidatore vi era una scarpa da donna, di colore rosso taglia 37 con il tacco di lunghezza media. Nel portacenere c’erano i resti di due sigarette di marche diverse: una delle due aveva tracce di rossetto.
All’esterno dell’autovettura, in corrispondenza della portiera posteriore sinistra, l’erba era schiacciata ed una traccia larga circa 60 centimetri terminava in corrispondenza della sponda del fiume, come se fosse stato trascinato qualcosa o qualcuno.
Tutte le tracce furono rilevate dagli uomini della Scientifica, per essere poi esaminate in laboratorio.
Vennero rilevate alcune impronte digitali.
I miei dubbi erano terribilmente fondati: era accaduto qualcosa di tragico a Francesca!…Desiderai tanto di essermi sbagliato!
Giraldi mi chiese istruzioni e, nello stesso istante, la centrale avvisava che Paolo era stato rintracciato e che stava per essere condotto presso il Comando di Duegnaro, come ordinato.
Al nostro arrivo, Paolo si trovava in sala d’attesa, aveva il capo chino, come fanno i bambini quando si aspettano una paternale… Era taciturno...quasi abbagliato.
Dal suo comportamento, non capivo se egli fosse a conoscenza di ciò che poteva essere accaduto a Francesca o se, semplicemente, il suo fosse colo un comportamento di autocommiserazione dovuto alla discussione avuta con me quella mattina…
Entrai nel mio ufficio ed appendevo il berretto all’appendiabiti… mi sedetti comportandomi come se ciò che era accaduto… ciò che il mio lavoro mi aveva riservato per quella giornata fosse stato solo un incubo, ma la voce del Carabiniere di servizio, il quale mi chiese il permesso di fare entrare Paolo, mi scosse e capii che tutto, per quanto assurdo potesse sembrare, era reale!
Il momento di iniziare l’interrogatorio era giunto… Perciò feci accomodare Paolo e dissi all’Appuntato Scalisi di occuparsi del seguito degli accertamenti relativi al sinistro, recandosi all’ospedale per accertarsi delle condizioni cliniche del ferito.
Paolo, entrando, manteneva la testa bassa ed ostentava un’espressione di rimorso, ma dovevo attenermi a quanto avrebbe risposto alle mie domande.
Quindi gli dissi:
- Siediti!
Egli, con la freddezza di una persona rammaricata, seccata per la convocazione formale in un ufficio di Polizia, rispose:
- No, Comandante, resto in piedi, grazie!”(proprio come avrebbe fatto una persona estranea nella sua stessa situazione).
Paolo era diventato come una di loro, un estraneo, che aspettava solamente che il Maresciallo parlasse...
Dopo qualche attimo di riflessione, che mi consentiva di usare il giusto distacco con Paolo, dissi:
- Bene. Quando è stata l’ultima volta che Lei ha visto e parlato con sua moglie Francesca?
Paolo, notando il distacco nei suoi confronti, sgranava gli occhi ed allungava il collo come se fosse incredulo e nello stesso tempo mostrava chiaramente il timore di quanto potesse accadere…perché erano oramai anni che non gli davo del “Lei”.
- L’ultima volta...è stata ieri sera alle...22,00, ma...perché mi fa questa domanda, Comandante?
- Le domande le faccio io...Lei si limiti a rispondere …
- ... Dove si trova adesso sua moglie?
- Non lo so... è da ieri sera che non vado a casa!
- Che cosa è successo ieri sera a casa sua?
Paolo, dopo qualche istante, ripetendo ciò che aveva detto al bar quella mattina, disse:
- Erano circa le nove, ieri sera, quando io e mia moglie avevamo l’ennesimo litigio, che però è stato più violento del solito a causa del denaro che io spendo per quelli che sono i miei unici vizi, la passione per i motori e bere qualche goccio ogni tanto. Perciò Francesca ieri sera mi aggrediva a parole dicendomi che non saremmo riusciti a far quadrare il bilancio familiare, se avessi continuato a spendere tanto...”
Mi apparve strana la deposizione di Paolo poiché non avevo mai saputo del suo vizio dell’alcool e poi non mi era mai parso che i due coniugi potessero avere dei problemi economici.
C’era qualcosa che non andava nel suo racconto!
- ...Ed allora, io...
Continuava Paolo.
- ...le rispondevo che, se non le fossi andato a genio poteva anche lasciarmi! Quindi lei ribatteva dicendo che sarebbe stato proprio quello che lei avrebbe fatto e, dopo una violenta litigata, mi costringeva ad uscire di casa … ho girovagato per tutta la notte, rivivendo attimo per attimo la lite tra me e Francesca, pensando alle sue parole. Ad una certa ora… alle tre o alle quattro del mattino, sono tornato a casa e dopo avere suonato insistentemente al campanello di casa mia non ho ricevuto risposta. Notavo che Ursus stava seduto accanto alla porta del garage ma non rispondeva ai miei richiami. Solo allora ho capito che l’avevo combinata grossa, quindi ho proseguito a girovagare… Successivamente, alle sei circa, vedevo voi Carabinieri al bar...Ecco, questo è tutto.
Quanto raccontato da Paolo fu incredibile, ma, dopo avere terminato la stesura del verbale, dissi a Giraldi che avremmo dovuto recarci a casa di Paolo per fare un sopraluogo accurato.
Paolo non mostrò preoccupazione alla notizia della scomparsa di Francesca. L’unica cosa che affermava era di non essere in possesso delle chiavi di casa perché le aveva lasciate lì quando sua moglie lo aveva mandato via.
Questo problema venne risolto con l’aiuto di un fabbro, che senza procurare molti danni, aprì la porta che dal garage conduceva all’abitazione.
Una volta in casa, mi trovai davanti ad uno spettacolo preoccupante: tutta la casa era a soqquadro ed alcuni mobili recavano danni. Sembrava che lì dentro fosse passato un ciclone!
Paolo venne allontanato dalla casa per non fargli manomettere nulla e richiesi il supporto della Sezione Scientifica.
Durante i rilievi della Scientifica, io e Giraldi effettuavamo un giro d’ispezione intorno alla casa. Sul retro dell’abitazione notammo che la rete della recinzione era stata piegata dall’alto (come se qualcuno l’avesse scavalcata) e con inizio dal quel punto, nell’orto, vi erano tracce di passi che conducevano verso l‘abitazione; le orme lasciate avevano un disegno a “tela di ragno”.
Quelle tracce, confrontandole al momento con le suole delle nostre scarpe, avrebbero potuto appartenere a calzature taglia 40.
Facevo rilevare le impronte, mentre seguivo la direzione dei passi che facevano intuire che chi indossò quelle scarpe, dopo avere scavalcato la rete, si fosse recato al garage.
Poiché Giraldi era alle prime armi, dovevo aiutarlo a riflettere sull’indagine che stavamo conducendo.
Un agente della Scientifica mi chiamò in disparte per riferirmi che era stato ripescato nell’Oglio il corpo di una donna, nella provincia confinante.
La mia preoccupazione aumentò …
Uscendo dalla casa di Paolo, raccomandai a Giraldi, dopo averlo messo al corrente della notizia appena ricevuta, di chiudere la casa con i sigilli al termine delle operazioni della Scientifica e di condurre Paolo al Comando, quindi mi recai nel luogo del ritrovamento del corpo.
I Carabinieri ed i Vigili del Fuoco che avevano condotto le operazioni in riva all’Oglio, mi mostrarono il corpo recuperato.
La mia speranza, un po’ egoista, di potere verificare che quello non fosse il corpo di Francesca, scomparì nel vedere quel viso impaurito, rimasto tale per qualche circostanza orribile!
Era proprio Francesca!
Non riuscivo ancora a credere che potesse esserle accaduta una così terribile disavventura.
Parlando con il responsabile delle operazioni di recupero del corpo, riuscii a conoscere anche il punto esatto del rinvenimento, trenta chilometri circa dal ritrovamento dell’auto di Francesca.
Perciò potei calcolare che il corpo era stato trasportato lì approssimativamente in un tempo stimato di otto ore circa.
Infatti, la corrente del fiume, molto forte in quasi tutto il percorso, trovando dei restringimenti ed alcune deviazioni a causa dell’irrigazione dei campi agricoli e soltanto in quei punti subisce dei rallentamenti.
Pertanto, potei dedurre che il corpo aveva iniziato il suo tragitto, nel letto del fiume, tra le cinque e le sei di quello stesso giorno.
Esaminai attentamente il corpo di Francesca…
…indossava una camicetta rossa ed una gonna blu a righe gialle; aveva i piedi nudi (una delle sue scarpe era stata ritrovata nell’auto, mentre l’altra, durante il suo trasporto, poteva averla persa nel fiume).
Il rinvenimento del cadavere di Francesca mi convinse a sospettare d’omicidio Paolo, quindi avvisai al telefono Giraldi del ritrovamento di Francesca e gli dissi che sarei rientrato dopo poco per un secondo interrogatorio del sospettato.
Prima di partire davo un’ultima occhiata al corpo della poveretta, esaminandole le mani. Potei così notare che l’unghia dell’indice destro era spezzata e che sotto le altre unghie non vi erano tracce visibili ad occhio nudo, ma la Scientifica avrebbe approfondito gli esami con l’aiuto del medico legale.
Quindi mi recavo al Comando per interrogare Paolo…
Egli, appresa la notizia del ritrovamento di Francesca, non tradiva ancora alcuna emozione! Incredibile!
Alla mia osservazione, circa il suo comportamento all’apprendimento della notizia, Paolo rispose che oramai non gli avrebbe più fatto nessun effetto, dato che di Francesca non gli importava più nulla…perciò non esitai a dare inizio all’interrogatorio.
Chiesi lui di esporre le modalità della lite avvenuta tra lui e Francesca.
Con atteggiamento freddo, di chi non ha più niente da perdere, rispose con un’affermazione da fare rabbrividire: “Avrei voluto vederla morta, ma per questo voi non potete sospettare di me!”.
Nel corso dell’interrogatorio si apprese che Francesca ebbe graffiato Paolo al braccio sinistro durante la lite e lo stesso Paolo mostrò il punto esatto della ferita.
Terminato l’interrogatorio di Paolo ebbi un breve colloquio con gli uomini della Scientifica dai quali appresi che durante il sopralluogo a casa Corti era stata rilevata una traccia interessante nel salotto. Si trattava di una cravatta accanto al televisore rovesciato e da una successiva indagine di laboratorio vi erano state rilevate piccole tracce di sangue. Il reperto, molto interessante, venne rimesso all’ufficio del R.I.S. di Parma per le analisi ufficiali in quanto avrebbe potuto rappresentare una traccia importante per scoprire chi avesse lottato in quella casa.
Un dubbio si sollevò nella mia mente, dovevo controllare ancora l’auto di Francesca. Quindi mi recai al deposito per ispezionarla con attenzione.
Dopo un lungo controllo all’interno del veicolo, sulla moquette, tra la leva del freno di stazionamento ed il sedile del guidatore, scoprivo un’unghia spezzata che presentava la stessa tonalità di smalto rosso che aveva la vittima al momento del ritrovamento (senza alcun dubbio apparteneva a Francesca).
A causa di quella scoperta, dovetti ritenere vano il sospetto che avevo circa le circostanze che causarono la rottura dell’unghia alla povera Francesca. Infatti si era spezzata in auto durante un altro episodio e non in casa, come poteva apparire in un primo momento, a seguito delle dichiarazioni di Paolo.
Perciò l’indagine era ancora al punto di partenza: l’assassino di Francesca, che aveva commesso il fatto nell’auto era ancora ignoto. Chi poteva essere? Per quale motivo Francesca era salita in auto con lui?
A queste risposte non fu facile rispondere, anche perché s’era ormai fatto molto tardi e la stanchezza si faceva sentire.
Per quanto la stanchezza ci tormentasse, però, io e Giraldi andammo in cerca di nuovi elementi, parlando con la gente del luogo.
Dopo avere cercato per ore, verso mezzanotte, incontrammo un uomo anziano, nella zona della casa di Paolo e Francesca. Questi solitamente restava sveglio fino a tarda ora tutte le notti, perché soffriva d’insonnia.
Avrei dovuto pensarci prima che quell’uomo avrebbe potuto notare qualcosa d’interessante durante la notte precedente l’omicidio di Francesca!
Mi avvicinai a lui e mi feci raccontare della nottata trascorsa tra il primo ed il due luglio.
Narrava parecchie cose, pettegolezzi di poca importanza, come incontri d'amanti, passaggi di personaggi strani, ma nel suo racconto vi trovai qualcosa di molto importante: l’incontro tra Paolo e suo figlio Michele!
L’anziano signore raccontò:
- Erano le tre e mezza, quando vedevo Paolo Corti seduto sulla panchina del parco, quella che dà sulla strada: era molto pensieroso. Era notevolmente preoccupato e nervoso, lo si notava per il suo atteggiamento anche se non lo si conosceva personalmente. Pensavo che doveva essere accaduto qualcosa... Pochi istanti dopo, arrivava un’autovettura, forse una “Golf” di colore blu. Il guidatore arrestava la marcia vicino a Paolo e passava sotto al lampione. In lui riconoscevo il figlio di Paolo, Michele, quello che si sposò circa due anni fa ed andò a vivere in città. Costui si avvicinava a Paolo con passo molto svelto e dopo qualche istante di conversazione tranquilla i due parlavano animatamente.
- Quella sgualdrina... diceva Michele, ma era l’unica cosa che comprendevo. Poi, lasciando Paolo nel parco, si allontanava con l’auto a forte velocità in direzione di Roncacelle a bordo della stessa autovettura. Non ho visto altro.
Quell’uomo, senza saperlo ci aveva fornito nuovi elementi su cui lavorare. La presenza del figlio Michele in quella nottata era davvero interessante: bisognava indagare anche sul suo conto, senza escludere che egli potesse avere un movente per il delitto: quella frase urlata, mentre parlava con suo padre, poteva essere rivolta a sua madre!
Riflettendo su quel caso capii che una persona od una famiglia, non si può conoscerla mai a fondo. Infatti, le sorprese che incontravo nel corso delle indagini erano sbalorditive.
Così, mi recai da Paolo, che nel frattempo era stato trattenuto al Comando, sospettato d’omicidio. Gli chiesi con determinazione di raccontare ancora tutto circa la nottata del due luglio, ma senza omettere alcun particolare.
Egli capì di avere suscitato sospetti non raccontando tutti i particolari, quindi tornando sul suo racconto, piangendo diceva:
- Io non volevo coinvolgere Michele in questa storia, perché lui non ha colpa di nulla! Quando l'ho incontrato gli ho raccontato tutto sulla lite tra me e sua madre e lui, conoscendo i particolari, era andato su tutte le furie, dicendomi di non cercarlo per nessun altro motivo! Più tardi, tornando a casa, ho trovato Francesca a terra senza vita e, capendo che Michele aveva fatto qualcosa di irreparabile, decisi di portarla via per depistare le indagini, recandomi in riva all’Oglio, dove avete ritrovato la sua macchina. Lì l’ho trascinata in acqua.
Quindi io con voce alterata gli chiedevo:
- ...Allora, perché non me l'avevi detto prima che avevi incontrato tuo figlio?!
Anche se a questa domanda non mi aspettavo più alcuna risposta.
Decidevo immediatamente di recarmi a casa di Michele Corti per una perquisizione, mirata soprattutto a trovare tracce che potessero aiutarmi a capire qualcosa, circa quella notte terribile e di ciò informai il magistrato che mi dette il nulla osta senza pensarci un attimo di più.
In casa di Michele tutto sembrava normale, tranne il comportamento dello stesso sospettato, il quale, vedendo gli uomini in uniforme, immaginava forse delle conseguenze pesanti per lui.
Per prima cosa, dovendo giustificare ufficialmente la presenza di noi Carabinieri, chiesi a Michele di raccontare tutto circa l’incontro avvenuto la notte del due luglio tra lui e suo padre.
Egli, visibilmente imbarazzato raccontò che alle tre e trenta circa di quella notte aveva incontrato suo padre ai giardini pubblici di Grolato, perché lo aveva chiamato dopo la lite con Francesca.
Nel corso della perquisizione, venivano rinvenute, sul parapetto del balcone, un paio di scarpe sportive, le cui suole in gomma riproducevano proprio un disegno simile alle impronte rilevate nell’orto della casa di Paolo.
Repertai le scarpe di Michele e nel prelevarle notavo che erano sporche di terra.
Alla mia richiesta di spiegazioni in merito, Michele ostentò un sorriso fesso, seguito da un “…Ma, ehm… Non so…”
La perquisizione ebbe quindi termine, senza rilevare null’altro di utile alle indagini.
Michele venne condotto al Comando per la verbalizzazione delle sue dichiarazioni in merito alle scarpe rinvenute a casa sua.
Sembrò proprio di avere fatto centro, ma Michele non aveva detto tutta la verità. Anzi, aveva nascosto ciò che realmente era accaduto quella notte.
Quindi, una volta giunto al Comando, rimproverai Michele in modo deciso:
- Ora devi dirmi tutto, perché mi hai già mentito abbastanza! Per quale motivo non ci hai detto che ti trovavi a casa dei tuoi genitori all’una di notte del 2 luglio?!
Michele, sconfortato dalla determinazione con cui io gli posi la domanda e nello stesso tempo rassegnato all’evidenza della verità che stava per venire a galla, decise di parlare:
- Erano circa le dieci quando mi ero recato a fare visita ai miei genitori. Giunto davanti alla loro casa li sentivo mentre, urlando, si dicevano cose spiacevoli, come “vorrei vederti morta!” e poi ancora “vai via di casa bastardo!”. Restavo lì ad ascoltare per qualche minuto e notavo lo svolgersi della lite tra mio padre e mia madre guardando attraverso la finestra del salotto, ma non entravo perché volevo vedere come andava a finire. D’un tratto mio padre se ne andava sbattendo l’uscio e partendo a forte velocità con la sua auto. Piangeva come un bambino. Non avevo mai visto mio padre piangere e ciò aveva fatto nascere in me una rabbia che accecava il mio senso della ragione.
Aspettavo qualche istante fino a che mio padre si fu allontanato, dopo di che decidevo di entrare (ero ancora in possesso della chiave di casa che possedevo quando vivevo con loro).
Una volta in casa, mia madre mi aggrediva a parole, chiedendomi cosa fossi andato a fare lì e mi rimproverava dicendomi di tornare a casa mia, dicendomi con cattiveria:
- Porta a casa tua anche quello smidollato di tuo padre! A quelle parole, che giungevano alle mie orecchie ed al mio cuore come pugnalate, non ho saputo oppormi ... aggredivo mia madre dicendole che era una svergognata a trattarci in quel modo. Lei accennò un’aggressione fisica nei miei confronti, quindi, per difendermi, la prendevo dal collo e stringevo … stringevo, vedendo i suoi occhi diventare rossi, ero accecato dall’ira, vedevo il suo volto cambiare espressione, perdeva la vita poco a poco, fino a quando cadeva a terra priva di vita! Guardavo i suoi occhi che mi fissavano con terrore … ripensavo a ciò che avevo appena fatto, mi sentivo smarrito, avevo paura per ciò che avevo fatto, quindi telefonavo ad Emma, mia moglie, per raccontarle dell’accaduto e per chiederle un consiglio sul da farsi. Lei mi diceva di tornare il più presto possibile a casa, dicendo che mia madre era stata così cattiva nella vita, che aveva avuto ciò che si meritava. Questo è tutto!
Il caso era da considerarsi risolto.
Non mi rimase che dichiarare in arresto Michele per l’omicidio di sua madre.
Poi feci condurre nel mio ufficio Paolo, informandolo che per l’occultamento del cadavere di Francesca avrebbe dovuto rispondere davanti alla Legge e che quindi avrebbe avuto un giusto processo anche lui.
Informavo il Magistrato della svolta delle indagini e finalmente potevo andare a riposare.
Mentre mi recavo nel mio alloggio, mi vennero in mente le parole che Francesca aveva detto a Michele quando lo incitava ad andarsene a casa sua. Gli aveva anche detto di portare con sé quello smidollato di suo padre ...
Ci avrebbe pensato la Legge a rispettare la volontà di Francesca, conducendo Paolo e Michele nella stessa dimora, non quella calda del focolare domestico, ma in una più fredda e oscura: la galera!
Quando il posacenere è pieno di gelato, ed è lì fermo, che ti fissa chiedendo le sue cicche.
Il portafoglio è vuoto, la foto di una vecchia combriccola di amici è lì, tranquilla, sorridente.
E sul tavolo, quel bicchiere colmo di gasolio. Di marca buona, m’è costato un occhio della testa!
Sarà per questo che il portafoglio è vuoto…o sarà il tempo.
E quelle giornate che ormai non torneranno più, come quella mongolfiera che fece il giro del mondo in un centinaio di giorni. Una manciata di mesi a guardare dall’alto in basso, uno scasso!
M’incontro con l’amico di questi anni e andiamo alle giostre, se l’economia ce lo permette. Forse dovrebbe esser chiesto gentilmente, o forse no? Prego, si sieda! Ma se non c’è la sedia?
Oh, Signur.
QUESTA CHE SEGUE E' LA PREFAZIONE DEL MIO LIBRO AUTOPRODOTTO, CHIUNQUE SIA INTERESSATO E' IN VENDITA
Mi son vestito del mio mito. Inebriato dalle fantasticherie della mia follia, vagavo in maniera eccentrica, tra le macerie di una città che si definiva capitale.
Come una piccola scintilla di fuoco appena nata, incominciai a coinvolgere tutto ciò che mi era attorno, trasportando l’intera vita, in un tunnel di aspirazioni divine.
Facendo a gara con il mio delirio, mi presi gioco della salute, col solo obiettivo, di distaccare ogni senso ed innalzare la mia anima.
Mi armai contro le tradizioni e le mediocrità locali.
A volte, venni scambiato per un vandalo, ma gli interessi terreni non mi appartenevano più.
Solo il divino m’incuriosiva, attirando la mia attenzione.
Luce, insensibilità, visioni, a voi mi concedo e a voi domando la mia salvezza!
L’uomo può diventare Dio!
Coi giusti mezzi iniziai la danza più mistica che una persona possa creare.
Oh! Corpo continua a smaterializzarti sotto la mia insania!
Tormenti e dannazione, non intaccate più ormai la mia energia!
Diventai un tutt’uno con la pazzia, credo che a volte mi ci si poteva scambiare per essa.
Una tribù di “fedeli pensanti” si creò intorno a me. Passai giornate intere ad amoreggiare e a danzare con loro. Procreammo pura degenerazione. Alimentammo il seme.
Come un violento nubifragio, svegliammo i morti che abitavano nella capitale.
Di notte, divenimmo i sogni dei disperati.
Fummo incubi per i vinti.
La nostra mente si distaccò dal corpo. Non parlavamo più la nostra madre lingua, spaventavamo le figure indistinte ed il nostro potere si alimentava sempre più.
“Mmh…”
Willie era steso sul suo letto, non riusciva a prender sonno. Aveva aspirato del fumo di sigaro quella sera, quand’era uscito per la solita bevuta tra amici. Emetteva versi strani, la sua mente vagava verso immagini che nemmeno lui riusciva a visualizzare.
“Mmh…”
C’erano delle voci, che provenivano dalla strada sotto casa sua, voci femminili. A stento si alzò per andare verso il balcone e guardare a chi appartenevano quelle voci. Si appoggiò alla ringhiera e guardò in giù.
Rovistava nervosamente nella tasca del suo pantalone alla ricerca di qualche sigaretta. La trovò e se l’accese.
Individuò la donna che stava parlando sotto casa sua. La fissò per qualche secondo. Capelli rossi, cotonati e ricci. Camicetta nera, aderente, che evidenziava il seno in maniera quasi esagerata. Gonna in pvc che arrivava fino a metà coscia. Zeppe alte, bianchissime che riflettevano la luce del lampione. Non era magra, ma neanche grassa. Era una che sapeva il fatto suo. E stava parlando con una sua amica sotto casa di Willie. Non vide bene la sua amica, perché spariva dietro l’angolo della strada.
Dall’accento non dovevano esser dello stesso paese di Willie e questo lo eccitò un poco.
Decise di scendere di casa per spiarle meglio. Non si vestì neanche, scese in ciabatte e jeans, senza maglietta.
Era luglio, faceva caldo e, in più, era abbastanza brillo per sbattersene altamente le palle dei giudizi altrui. Quello che si dovrebbe fare sempre.
Prima di aprire il portone gli scappò una risata.
“Cazzo, c’è l’ho duro…” si disse fra se e se, poi uscì.
Si avvicinò piano alle due donne che parlavano. Le vide meglio.
Ad occhio e croce avevano una ventina di anni in più di Willie ed il perché erano in mezzo alla strada alle 3 e 45 di una notte estiva, in un quartiere così poco raccomandabile, era facilmente capibile.
“Mmh…” continuò a mugugnare Willie, avvicinandosi sempre di più.
Era notevolmente eccitato e si posizionò dietro un bidone della spazzatura per guardarle senza esser disturbato.
Da lì riuscì anche a vedere l’amica della sua amata “cotonata rossa”.
Quest’altra aveva i capelli biondi platinati, taglio corto. Era molto più magra dell’altra e portava una maglietta scollatissima di color rosso. Anche lei aveva una gonna, abbastanza corta da vederle le mutandine bianche come le zeppe della sua “collega”. Lei portava gli stivali a mezza coscia neri.
“Cazzo che donne. Mi ci potrei innamorare di due così…” pensò Willie.
Si infilò la mano in tasca ed iniziò a masturbarsi. Non era fatto con intenzione, gli venne spontaneo. Era affascinato da quelle due signore.
“Vacca troia, invidio chi se le farà stanotte…” disse poco prima di venire.
Lo tirò fuori e spruzzò sul cassonetto della spazzatura.
Prese una sigarette e se l’accese, fece un tiro e si diresse verso le due donne.
Appena fu a 2 metri di distanza da loro gli tornò duro. Le due smisero di parlare e si girarono verso di lui.
“Ehi, bel maschione vuoi?” le chiese l’amata “cotonata rossa”.
“Mi sono appena svuotato la dietro,” le rispose “però sappiate che vi amo a tutte e due, siete stupende.” Si voltò e si diresse a casa, dal suo letto.
Mentre si distese sul letto gli venne un pensiero, forse perverso per alcuni, ma estremamente eccitante per altri.
“Metti che ora quelle due vanno a leccare il mio spruzzo?” pensò.
“E poi si baciano toccandosi a vicenda…” continuò.
Si alzò di scatto per andar sul balcone, ma le due donzelle non c’erano più.
Si rattristò notevolmente e si avviò verso la cucina, in cerca di qualche alcolico.
Si erano fatte le 4 e 12, lo leggeva dall’orologio sopra il frigorifero.
“Si è fatta l’ora di bere la prima birra della mattinata” disse stappandola.
“A voi, mie care donne perse per tutta la città”.
In fondo anche questo può essere definito amore.


