Cap. VI

Un amore liberato 

<< Aveva 18 anni, quando incontrò il suo grande amore; Ad entrambi pareva d’esser come un’unica vita parlavamo quasi un’unica bocca che, senza stancarsi mai, respirava la stessa anima. L’amore poi, lo facevano tutti i giorni con passione e frasi dolci, il loro tempo era basato solo sul senso del duo, intorno non esisteva altro. Era raro uscire in compagnia, si amavamo tantissimo erano un unico respiro. Sono andati avanti così cercando un figlio, quel figlio che a guardarlo negli occhi avrebbe ricordato loro l’amore che avevano, per capire che uno o l’altro era sempre vicino.
Dopo 8 anni, ancora non capiva bene perché, fu la sua amica a sposarlo; si era fatta da parte e in quell’anno tutto in lei era cambiato, sentimenti e misure d’essere, si era chiusa in stessa piangeva di nascosto, aveva chiesto mille volte di morire a chi nemmeno lei lo sapeva. Accade quando si pensa fermamente di appartenere a qualcuno e che quel qualcuno ci appartenga. Dopo un anno aveva cominciato ad uscire dall’onda d’urto di un incubo nero, aveva ripreso a lavorare, a vivere o forse a cercare di vivere. Poi un giorno riapparve Carlo. Era lì, immobile al tavolino di un caffè con un gruppo di persone, forse colleghi, la guardava e lo sapeva, lei sapeva che la stava guardando ne sentiva il peso su di se. Sentiva quello sguardo come un peso a se stante su di se. Ne sentì i passi avvicinarsi, quasi incerti ma allo stesso tempo decisi : <<Angela sei tu?>> - Quella era la sua voce, quella stessa voce che per anni aveva sentito anche nei momenti in cui non erano insieme e che l’aveva accompagnata anche in quei pochi spazi vuoti in cui non erano lontani. Si voltò decisa a dire qualcosa, ma non riuscì pur avendo dentro le sillabe per dire: << Si, sono io, e tu sei Carlo >> Improvvisamente il vocio incessante all’interno del caffè parve zittirsi e le persone intorno sparire oppure come se loro due lì, in quell’istante, fossero invisibili come fantasmi di loro stessi o degli anni passati. Carlo non sembrò voler desistere, Angela era lì dinanzi a lui dopo tanti anni e fu come ripercorrerli ad uno ad uno quando lui disse: << Angela, ho commesso l’errore più grande della mia vita quella sera >> Incredibile tutto il tempo che era trascorso in cui lei aveva imparato a dedicarsi ad altro per rinascere, per trovare altri spazi da riempire erano li, riassunti nelle parole di Carlo, pronunciate nell’attimo di una pausa caffè in un anonimo caffè del centro. - << Lo abbiamo commesso in due, io e te. Abbiamo imprigionato un amore che alla fine s’è sentito in trappola ed è fuggito al primo accenno di nostra disattenzione. Carlo, sono passati 10 anni e tu hai la tua vita come peraltro io la mia>> - Aveva pronunciato quelle parole tutto d’un fiato quasi a voler porre fine in fretta e furia una conversazione o forse anche di più un capitolo del passato fermo lì in attesa di trovare la chiave adatta per chiudere definitivamente la porta .Fino a tre anni prima aveva cercato di dire a se stessa che era tutto finito ma nel contempo si domandava, in quei momenti di intrisa malinconia che ogni donna porta nell’animo, come aveva potuto tradirla, perché se l’amava come le aveva sempre detto finì col sposare la sua migliore amica? La conclusione a cui era giunta fu che non aveva subito un tradimento ma, due e forse tra i due il peggiore e più disarmante fu il tradimento di Francesca. L’amore spesso è infame ed egoista, e se una donna si innamora anima mente e corpo, perdona un tradimento. È possibile che accada, forse il pervadere della rabbia fa apparire lontano il pensiero del perdono ma ne era convinta. Si ricordo di quanto le confessò su a madre alcuni anni dopo la morte di suo padre. Un qualcosa che non aveva mai detto a nessuno e che mai ne lei ne suo fratello avrebbero mai pensato fosse accaduto. << Tuo padre mi tradì dopo la tua nascita. Fu come ricevere la notizia della morte di una persona cara all’inizio, poi mi travolse la rabbia lo cacciai via di casa ma lui dopo alcuni giorni tornò ogni giorno e io continuavo a cacciarlo via riversandogli a dosso ogni genere di ingiurie e minacce. Poi per alcuni giorni non tornò. Nella mia mente imperversavano tanti pensieri e tante immagini e la sola cosa che mi riportava alla realtà erano le urla dei giochi di tuo fratello e il tuo pianto perché chiedevi le mie attenzioni. Una sera dopo avervi messi a dormire mi avvicinai allo specchio della mia camera. Mi osservai, osservai la mia persona, il mio essere donna dove era in quel momento? Mi chiesi il perché di tante cose e di tante frasi, a mente fredda ricordavo alcuni discorsi di tuo padre che non avevo ascoltato. Allora mi dissi che non fu solo lui ad aver sbagliato ma fummo in due ad allontanarci, io in particolare lo allontanai due volte e, non nel momento in cui lo cacciai di casa dopo che mi confessò la sua avventura con la sua collega di lavoro. Lo feci dimenticandomi di lui come uomo. E, ancora più grave dimenticandomi di me come donna, divenendo solo madre. Due sere dopo tuo padre tornò, bussò alla porta nonostante avesse le chiavi ma lo fece forse perché comprese che non doveva forzare il perdono che avrei concesso di li a poco. Io aprì quella porta e da allora l'unica volta che uscì da casa senza più tornarvi fu quando dormì per sempre.>> Angela pensò che non era facile per una donna e sopratutto per una madre, parlare di si con una figlia sopratutto di una cosa cosi intima. Ma, comprese il motivo per cui lo fecce, era li che la osservava e mentre raccontava il suo volto era lieto, leggero e sorridente. Nel corso degli anni aveva trovato il giusto equilibrio nella sua relazione con il suo uomo. Avevano compreso entrambi d'esser uomo e donna e padre e madre. Avevano separato i due contesti fino a farne due opposti che s'incontrano. In quegli attimi comprese che a nulla serve costringere l'altro ad amare o viversi ogni giorno. Comprese anche che non serviva più provare a cercare un perché per il semplice fatto che la risposta la conosceva già; avevano entrambi imprigionato l'amore. -  da  Lo specchio in camera  - di Antonella  Soddu


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Profilo Autore: Antonella Soddu  

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… Parigi, nella via che attraversa il quartiere dove si respira ancora l’aria pregna d’arte e, dove ancora si ascoltano in sottofondo, le voci degli artisti noti e meno noti, facendo eco tra queste porte e vetrine più o meno grandi…
La Rue Montmartre…
Dove si avvicendano nuove aperture e infauste chiusure d’attività commerciali e laboratori d’artisti e artigiani vari.
Tra questi, cinque anni prima, Antoine Corsetti e signora rilevarono, su consiglio di un’agenzia immobiliare di cui era titolare l’amica della sorella d’Antoine e suo marito, Benedetta, un piccolo negozio di un artista di strada, adibito a laboratorio, trovandoci anche alcune opere, ritratti vari, tra le altre cose, anche molti utensili artigianali.
Ristrutturandolo completamente con gusto e cura ma, lasciando le opere più espressive, come soprammobili e alcuni utensili opportunamente restaurati, così inaugurarono il loro laboratorio di gioielli, mettendogli nome “L’angolo delle cose perdute”.
Da quel periodo, Antoine, ha avuto molti cambiamenti, sia nella vita sia nell’attività.
Già dal primo anno, con le loro particolari creazioni di gioielli, fatti con ricercate pietre venute da varie parti del mondo e, dalla originalità dei disegni, avevano ottenuto, lentamente un discreto successo. Lavoravano creando sia gioielli personalizzati, su idea dei clienti, sia su proprie “creazioni”. La conseguenza di questi risultati, ad Antoine, gli aveva fatto crescere l’idea e, il desiderio, di avere un suo agente, che girava per il mondo alla ricerca sia di pietre sia di nuove idee. L’occasione per esaudirla accaddè una sera, durante le feste di Natale, in casa di amici. La signora Corsetti aveva incontrato un suo compagno di scuola, Alberto Lacroix, che non vedeva da molto, presentato ad Antoine, avevano legato subito. Avevano molti interessi in comune, l’estrosità, l’inventiva, l’originalità, la creatività, così la stessa sera gli aveva proposto di lavorare  per loro.
Subito dopo quel periodo di festività, Josephine iniziò  a stare male, Antoine per seguire sempre più la moglie, non la lasciava un momento da sola, la accompagnava ovunque tra le innumerevoli visite, analisi e controlli, sempre purtroppo con esiti positivi, riscontrando il male dei mali... Trascurava il laboratorio, così chiese aiuto ad Alberto, affidandoglielo completamente, altrimenti non avrebbe potuto occuparsi di entrambi gli impegni. Alberto, alla sua richiesta, rispose che avrebbe fatto del suo meglio.
Nel breve tempo di tre mesi quel male la portò via con se.
Trascorso un breve, naturale periodo, per riprendere la vita normale ma, con la notte nel cuore, Antoine, per non pensare, si dedicava completamente al lavoro, ormai stava più tempo in laboratorio che in casa, “già”, la casa non era più quell’appartamentino preso in affitto all’inizio ma, con i progressi fatti, si erano comprati una villa, appena fuori Parigi, con tanto di cameriera e domestico, che purtroppo Josephine non ha potuto vedere finita. Non riusciva a trovarsi in quella villa, ora che la compagna di infinite avventure, l’amante di infinite notti, non c’era più, cercava di sfuggire da quel vuoto, anche se Michele e Marie-Claire non gli facevano mancare la loro costante presenza. Anche la villa fu una proposta suggerita dall’amica di Francoise e Maxim, titolare di un’agenzia immobiliare.
Antoine riprese la sua attività in laboratorio e, notando l’eccellente e curato lavoro svolto da Alberto, era sempre più convinto ed entusiasta delle sue capacità. Stava maturando la decisione, di proporgli di diventare suo collaboratore nonché socio. Ad Alberto non sembrava vero, poter realizzare il sogno di avere una propria attività, senza esitare un momento accettava la proposta senza nessuna indecisione. Per l’occasione avrebbero inaugurato un nuovo laboratorio.
Aprirono il laboratorio a Nizza, anche questo su consiglio di Benedetta, che cercava di frequentare sempre più spesso Antoine e, sempre più in maniera confidenziale… .
I due soci iniziarono a dividersi tra Parigi e Nizza ma, in seguito presero la decisione che Alberto sarebbe potuto andare di persona, alla ricerca  di nuove pietre e nuove idee. Mentre Antoine tornava di nuovo, a gestire i negozi. Il lavoro andava sempre per il meglio e, cresceva l’esigenza di prendere altro personale, almeno due responsabili, uno per ogni negozio ed anche un altro disegnatore.
Lentamente con il passare del tempo, Antoine, iniziò ad uscire qualche sera nel fine settimana, con la sorella Francoise, il marito Maxim e la loro amica Benedetta.
Così Benedetta, in punta di piedi entrò nella quotidianità, iniziarono  a vedersi anche senza la sorella ed il marito e, non solo nei fine settimana. Diventarono sempre più frequenti, più assidui sia nel sentirsi sia nel vedersi, diventarono più intimi. Una sera di un fine settimana, organizzarono una festa, l’occasione per annunciare il loro fidanzamento, invitarono tutti gli amici, parenti e collaboratori, nonché il socio. Alberto arrivò quasi per ultimo, quando entrò, gli andarono incontro entrambi, Antoine lo salutò cordialmente e, credendo che i due si incontravano per la prima volta, gli presentò Benedetta ma, senza che lui si accorgesse, si scambiarono uno sguardo d’intesa.
 
I cambiamenti continuavano a susseguirsi inderogabilmente, dal giorno della festa di fidanzamento ormai era passato già un anno, stavano facendo i preparativi per il matrimonio e, definendo gli ultimi aggiustamenti, in piena armonia, del loro accordo pre-matrimoniale. Per l’occasione dell’imminente festa, Benedetta trovò un suggestivo locale, non molto grande, per aprire un nuovo laboratorio a Milano in via Monte Napoleone.
Lei andava spesso in Rue Montmartre, apparentemente per Antoine ma, con il recondito pensiero di vedere all’opera il disegnatore che l’attraeva molto, Maxim. Anche lui desiderava da tempo poter avere il modo di vederla, parlarle, da solo, in modo più confidenziale, era da quando con la moglie Francoise erano diventate amiche, che lui l’ha sempre ammirata, desiderata e, non mancava mai l’occasione per corteggiarla ma, non aveva ricevuto mai conferme di essere ricambiato, questo fino al matrimonio con Antoine. Da quando si erano sposati il suo atteggiamento era cambiato.
Un pomeriggio, Antoine e Alberto erano a Nizza, nell’altro negozio, Benedetta capitò ‘per caso’ in laboratorio, come capitava spesso negli ultimi tempi, soltanto che ora non c’era Antoine, attraversò l’atrio del laboratorio avvolta in una delle sue particolari camicette, che lasciano poco all’immaginazione, delineando i contorni di un perfetto e grande seno, troppo perfetto per essere naturale, con intorno all’esile collo un foulard di seta fermato da una spilla di ricercate e rare pietre, fasciata da una gonna di raso lunga appena sopra il ginocchio, mettendo in risalto splendidi fianchi ed accentuando la dolce rotondità del fondo schiena, il tutto sopra un paio di scarpe a decoltè in pelle finissima con un alto tacco a spillo, salutò come sempre il responsabile e le due commesse, si diresse nel retro, al laboratorio, dove dal disegno nascono gioielli. Maxim era intento al montaggio di alcune pietre quando lei entrò, delicatamente chiuse la porta dietro di se, girò la chiave, nel silenzio i loro sguardi si incrociarono, l’uno entrò nell’altro, Benedetta si avvicinò con passo leggero e sinuoso, dove era seduto, lui le cinse i fianchi posando il viso sul ventre, dalla leggera e ricercata stoffa della gonna, poteva sentire le emozioni di lei, crescere e le vibrazioni aumentare, quelle mani che prima le cingevano i fianchi lentamente scesero, delicatamente sfiorando le gambe da sopra la stoffa, arrivare a lambire il ginocchio nudo e, dopo un attimo d’indecisione, altrettanto lentamente risalire ma, questa volta senza avere la stoffa che si interponeva, lambivano le ben tornite cosce, le sentivano fremere, nel medesimo tempo senti le mani di lei premere sulla nuca. Nel salire portavano con se anche la gonna, scoprendo in quell’avanzare, sempre una parte in più di gambe, lei premeva ancora, in quel salire le dita incontrarono un leggero bordo elastico, la gonna era completamente sollevata ed il viso di Maxim era sul morbido e delicato pube di lei. La sentiva premere con il ventre sulle sue labbra, le delicate dita di lui, scivolarono dietro quel bordo elastico ed iniziarono a scendere portandolo con se, lentamente in quello scendere prendeva luce un morbido giardino dove si posarono le delicate labbra come ali di farfalla quando si posano su di uno splendido fiore, lambirne i delicati petali completamente irrorati di molteplici piccole gocce di rugiada. L’eccitazione di Maxim era al massimo come quella di lei, delicatamente ma con presa ferma, le abbracciò di nuovo i fianchi, la sollevò e la poneva sulle ginocchia, nel posarsi lei liberò dal suo castigo il turgido membro e, nel sedersi lo accolse completamente in se. Avrebbero voluto esprimere, con gridolini e urla di piacere, il loro appagamento ma, nell’atrio c’erano sia il personale sia i clienti, così dovevano soffocarlo sul nascere, non trovarono di meglio che unire l’una contro l’altro le labbra nel più dolce e sensuale dei baci, fino a sentire l’estasi dell’altro. Sussurrando prima di alzarsi, nell’orecchio di lui, << Maxim, un piacere così intenso non lo provavo da tempo>> e lui in risposta << mi hai rapito l’anima oltre la ragione, dal primo giorno che ti ho vista>>. Liberò Maxim dal suo dolce avvolgere e, si ricomposero.
Era da tempo che sua moglie, Francoise era fredda e distaccata, dormivano in camere separate, apparentemente per diversità d’orari, lei avrebbe voluto un figlio ma Maxim non si sentiva ancora pronto, il vero motivo era che non voleva far subire traumi, come quelli che ha avuto lui ancora adolescente, sentirsi non accettato e abbandonato dal padre. Si certo le voleva bene ma, non avevano più quella scintilla che accendeva ogni loro respiro. Così entrambi si orientarono diversamente, facendo finta di non saperlo.
 
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Profilo Autore: Piccolo Guerriero della Luce  

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Faceva freddo, le sue mani non sentivano più niente, sembrava quasi che avesse perso sensibilità, lucidità, sotto quella coltre di neve bianca, che le aveva fatto dimenticare come lei e Giorgio si fossero lasciati, quella giornata, iniziata bene, ma finita male, vicino alla propria abitazione, “villa stupenda”, con piscina, dove ai bordi della vasca prendevano spesso il sole, vicini vicini, senza staccarsi gli occhi di dosso, per un paio d'ore, finchè il tempo glielo permetteva, e la voglia non smetteva, di conoscere bene, il vero motivo, del perchè, volevano stare insieme per sempre, viaggiando su strade che li conducevano sul posto di lavoro, “edificio enorme”, frequentato da colleghi avvocati, due dei quali uomo, e donna, che si davano da fare, per complicargli la vita, cercando di farli dividere, per riavere il controllo, di un processo, che avrebbe dato ad essi maggiore popolarità, maggiore ricchezza. Laura piangeva, ripensando al diverbio avuto con lui, alle parole cattive, che dicevano: vattene, tu non puoi stare con me, stamattina sono stato dal dottore, e mi ha dato la conferma che tanto temevo, dicendo che non potrò avere figli, con nessuna, per una malattia avuta da ragazzo, in un'età un pò avanzata. Essa a quel punto, scappò, e si ritrovò sola, chiamando un taxi, che la portò all'aereoporto, dove prese un aereo, per una destinazione molto lontana, affianco a uno, che la guardava, mentre si sistemava i suoi lunghi capelli e lasciava Firenze, addormentata
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Profilo Autore: poesie profonde  

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… Un giorno nella vecchia torre, arriva una lettera, il destinatario è assente. Un tipo, non più giovane ma, con lo spirito di un venticinquenne, ancora desideroso di perdersi in un tramonto, riflesso in uno sguardo. È in riva al mare ammirandone la bellezza, inebriandosi della sua brezza. Quella torre l’aveva desiderata e cercata tanto, da sempre presente nei suoi scritti, da sempre compagna dolce e silenziosa dei suoi pensieri. L’opportunità, inaspettata, si presentò dopo aver conosciuto Alexia, sua intima amica. Lei nei suoi infiniti giri per l’Italia e oltre, nel cercare vecchi casali e costruzioni in disuso, da restaurare, mentre percorreva la litoranea tra La Spezia e Genova le si presentò all’improvviso, attraversando le cinque terre, dopo l’ennesima curva, un’incantevole visione. Quattro promontori uno di fila all’altro e, sul secondo, contando dal più esterno, si ergeva dominando quell’area di mare, una piccola torre, con sottostante una piccola spiaggia inviolata. Ha subito pensato a lui.
Alexia…
Con abbastanza meno anni di lui, non molto alta, asciutta, lunghi capelli castani, occhi dello stesso colore, belli ed espressivi, un bel viso fresco, giovane, con la bocca ben disegnata e labbra non affatto fini, un corpo sinuoso, tonico, con uno splendido seno, non grande ma, ben proporzionato e sodo, in due parole un bellissimo esemplare del genere femminile. Figlia unica, un carattere socievole, sensibile, molto dolce con chi ama ma, anche molto gelosa e suscettibile, le piace organizzare, gestire, un’anima forte e dolce nello stesso tempo. Gestisce delle proprietà di famiglia, tre agriturismo, due in Toscana ed uno nell’alto Lazio, ed altre acquistate con i loro proventi, tra cui alcuni rustici che ha ristrutturato e occasionalmente affitta, tra questi la vecchia torre sul mare.
Ha conosciuto Sante in occasione di una manifestazione, organizzata dalla Pro Loco della sua cittadina, una grigliata sulla spiaggia, si sono piaciuti subito.
Lui era arrivato in moto, vicino la spiaggia, attirato dal grande falò e, da quell’immensa distesa d’acqua con il suo melodioso sottofondo, confuso ed unito al crepitio del fuoco ma, la sua attenzione in quel momento venne attratta da due splendidi riflessi, uno proveniente dal mare, creato dalla delicatezza della luna e, l’altro dal dolce bagliore dei suoi occhi… L’alba li trovò ancora lì in riva, l’uno accanto all’altra che si sfioravano con gli sguardi, si accarezzavano di parole, si abbracciavano con le anime, con il fuoco ormai ridotto in cenere ma, con i loro cuori che ardevano di puro sentimento.
Alexia…
Artefice con la sua insistenza e, credendo in lui, al suo ingresso nel mondo letterario, si, uno scrittore ma, questo non è stato mai il suo impiego, di lavori ne aveva fatti tanti, non sapendo la sua dote nascosta di artista, scoperta per caso, spronando ed assecondando le sue passioni, tra cui disegnare, dipingere, leggere e immergersi nella natura. Così grazie ad alcune sue conoscenze, riuscì a far pubblicare i suoi scritti, incoraggiata dal discreto successo notato tra chi casualmente leggeva i suoi “pensieri”.
 
Sante nel tornare, trova sotto l’uscio, la lettera d’invito, nella quale era chiamato alla presentazione del suo libro in un’importante libreria di Parigi. Nel leggerlo, il primo pensiero è dare subito la notizia ad Alexia, per farla partecipe dell’avvenimento e, far sapere che il suo interessamento in merito, ha prodotto i suoi frutti. Entrambi contenti e felici per il risultato ottenuto, rimasero d’accordo che da lì a tre giorni, si sarebbero visti in albergo al “Novotel Paris Les Halles” vicino alla stazione Chatelet/Les Halles di Parigi, che Alexia già conosceva, per esserci stata tra i suoi tanti itinerari per il mondo. Lei subito, sommergendolo con tutte le raccomandazioni e attenzioni possibili, tra le tante quella di non dimenticarsi nulla, poi sempre la stessa che gli ripete ogni volta;
<< mi raccomando, non vestirti come il tuo solito>>…
Lasciandosi con un tenero bacio.


 
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Profilo Autore: Piccolo Guerriero della Luce  

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tra milioni o miliardi di anni o probabilmente prima quando non ci sarà più niente, non ci sarà finalmente neanche più immoralità ed egoismo politico, ma intanto devo fare i conti con i centesimi in un sistema perverso difforme dalla persona il quale ha interessi profondamente contrari ai miei. Moneta sovrana di soggetti sovrani portatori di interessi esattamente contrari da quelli di coloro che dovrebbero essere effettivamente sovrani anche se solo su una carta profondamente violata, addirittura costituzionale. Essa si è azzardata a difendere depositi e risparmi sempre più piccoli e quando nell'anno del mai la gente verrà a sapere di essere titolare di sovranità, anche monetaria, pure il più insignificante stato embrionale di diritti sarà cancellato per sempre.

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Profilo Autore: fabio locurcio  

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finanza vieni a rastrellare le tasche altrui ad arraffare entrate e ottimamente le impieghi per bisogni e vere necessità di chi, di un prossimo ignaro che ancora si illude di poter dire la sua con una banale crocetta su una scheda o per la c.d. spesa pubblica che tu  interpreti, nella tua arbitraria autonomia, nel riempire, fino a morire, tasche di inutili e falsi rappresentanti e c.d. manager pubblici con oltre 600.000 euro annue. 



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Profilo Autore: fabio locurcio  

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Mia Nonna aveva un pollaio. Ogni giorno cucinava un pollo.Lo spennava, accendeva il fuoco e lo cuoceva.

Mia nonna aveva una casa con due stanze e sei figli. Mio nonno si smarrì tra i campi da arare e il progresso. Mia nonna sapeva ricamare: punto croce, tombolo, sapeva persino con i ferri e il gomitolo di lana, costruire maglioni, cappelli, calze; doveva essere però una lana che faceva allergia.Mio padre è allergico alla lana. Io sono allergico alla luna.

Mia nonna, non sapeva scrivere, ma leggeva negli occhi, raccontava "cunti" e la sera, prima di addormentarmi mi cucinava un pollo. La mattina io, nell'aia, contavo i pennuti, ne restavano sempre meno. Mia nonna aveva un giardino, nel giardino c'era un albero di limoni "mese mese" servivano a qualcosa, ma non ricordo a cosa. Mia nonna ha visto gli alleati sparare, violentare donne, strappre le vesti a vecchie contadine che andavano nei campi con in spalla delle fascine.

Mio nonno indossava una "giubba" nera, salutava con il braccio teso in alto, aveva i baffetti che però erano ereditati da suo padre. Suo padre non era ADOLF.

Mia nonna fu presa dal progresso e iniziava a produrre: frise, pane, marmellata; non ammazzava più un pollo e nessuno ne mangiava. Ad ogni pollo io, ad 8 anni, avevo dato un nome. Una domenica, la domenica delle palme, suonavano le campane, Don Nicola, benediva i rami d'ulivo, i fedeli  donavano un'offerta ed io travestito da chierichetto frugavo tra le offerte e trovavo 50 lire.

Oggi ho mangiato un pollo, cotto alla brace, ho ripensato a quelle 50 lire.


I tulipani gialli facevano da cornice al lago rosso vermiglio che scorreva veloce accanto alla mia  casa. Avevo le candele accese, gracidavano i rospi nello stagno ed erano i migliori amici che avevo da un pò di anni. Il nitrito dei cavalli da monta mi riportava a certi ricordi in bianco e nero legati alla campagna e al bosco. stasera ho raccolto le castagne, sono sceso giu in cantina a scegliere il vino migliore, ho appena riempito una bottiglia di vetro con l'olio appena spremuto a freddo nel frantoio qui di fronte, ho acceso il fuoco e sto preparando le FRISE e le bruschette. Ho una venerazione speciale per tutto ciò infatti l'autunno adoro restare a casa e preparare da me la cena.

I tulipani gialli, sulla tela, non sono ospiti desiderati quindi deporrò la tela nel ripostiglio, al buio e al freddo...

E' quasi tutto pronto ormai, ah, la TV non ce l'ho da  diversi anni, ho preferito la compagnia della tramontana e degli alberi, dei gufi e di tutti gli amici della notte e del pomeriggio. Si è vero, la barba non la taglio da un mese circa un pò per pigrizia un pò per darmi un'aria da intellettuale, ho anche imparato a fumare la pipa e spesso, mi aiuta a riflettere su quello che fino a questo momento ho fatto nella vita.

I tulipani gialli esistono davvero, sono a pochi passi da qui, dall'altra parte della prateria, dietro la grande pianura, si possono vedere anche col cannocchiale, come fossero le costellazioni. La neve a volte sembra polistirolo e, a volte, sembra di vivere nei paesaggi del presepe: certo anche noi con la fantasia, pensiaimo che a BETLEMME, nevicava, ma in realtà non nevica mai e mai ha nevicato: suggestione...

Vecchi zampognari attraversano il campo dei tulipani gialli intonando i canti NATALIZI, ieri son passati i MAGI, ho offerto loro da BERE e li ho chiesto di custodire ciò che avevo di più prezioso in cassaforte: L'ORO, L'INCENZO E LA MIRRA...

ed è stato meraviglioso sapere che sono arrivati alla grotta e che hanno consegnato i doni alla famiglia dicendo: "questi ve li manda FAUSTO"...oggi, mi è arrivata la lettera di ringraziamento firmata da GIUSEPPE, MARIA e il piccolino!

 

Ogni notte spavaldamente parlo alla luna come se fossi un SANTO. Ogni notte da lontano, vedo i fari delle macchine, che passano ad una velocità assurda e, ogni tanto una lumaca sbuca dall'erba.

Ogni sera riabilito la tesi narcisistica che, se quella signora con la falce dovesse venire a  farmi visita, prima berremmo insieme qualcosa, poi a poco a poco, senza chiedere aiuto, forse, riuscirei a disarmarla e a impossessarmi della falce cercando di non far male a nessuno. ci sono notti, invece che si materializzano senza accorgertene, e lentamente scivolano tra i RUMORI e i fuochi d'artificio della città più vicina, t'arriva con certe ventate di SCIROCCO, anche la musica festante che se ti metti ad orecchio riesci perfino a cantarne le strofe. Ogni tanto, imbraccio anche io il mio basso elettrico, provando a battere il tempo: i secondi, i minuti, le ore sembra no troppo veloci a volte. Ed invece. L'estate poi, che la  notte non arriva mai ripensi a quel DOMANI incerto, ma anche ad un minuto prima, mettendo in fila immagini di un passato, fotografie seppiate, sapori di grigliate in montagna a -35 gradi e cioccolate calde bevute a ferragosto in riva al mare.Esattamente dieci secondi fa, ho sentito un colpo, ho visto una lepre correre veloce, un lampo ed ecco, l'odore del TEMPORALE estivo; le ultime pioggie estive e le prime della nuova stagione, nella pioggia c'è verità, sensualità, arte, musica e ritmo. I musicanti che suonavano in quella città, hanno smontato il palco, ma hanno lasciato per terra, gli strumenti, uno ad uno: una batteria, uno STRADIVARIO  o STRADIVARI ( il dubbio mi perseguita fin dalla mia seconda vita), un tamburello, un mandolino ed un SAX tenore. Immagino la melodia, cosa abbiano suonato insieme e come, questi strumenti e immagino, il pubblico che appaludiva anche ad un' assolo stonato. Intanto giro e rigiro a cercar di amamzzare le ore, ma  soprattutto perchè il lavoro me lo impone. Sfoglio delle foto: io e ZEMAN, io e WALTER ZENGA, io avvolto nella bandiera nerazzurra che sogno di realizzare un sogno: DA GRANDE FARò l'allenatore di calcio. Il mio primo ingaggio fu in una serie dilettantistica per una squadra che adesso è diventata una delle squadre più ambite del campionato di LEGA PRO; Ma parallelamente all'hobby di allenatore, che non mi avrebbe dato il "pane" avevo finalmente un lavoro. Ed è durante la notte, tra un giro di PELLUSTRAZIONE e l'altro che, studio la squadra avversaria e cerco di capirne i punti forti ( sarebbe troppo facile colpire nei punti deboli); Intanto squilla il telefono, rispondo; rimetto giu. Risquilla ancora il cellulare: un numero strano, rispondo, la solita domanda, la solita risposta, i soliti colleghi che, preoccupati per la sopravvivenza delle gurdie, chiamano ogni minuto. Scendo dalla macchina simulo la partita: scambi in profondità, diagonali, azioni da rete, simulazioni; mentre la luna prepara il letto, sorrido al frigo box che ha custodito i caffè di orzo, l'acqua fresca con ghiaccio, le mie medicine per il cuore, per la pressione e l'aspirina per i mal di testa. Ancora il temporale initterrottamente come una musica  ritmata in 4/4 mi tiene compagnia. Il tuono e il lampo preludono a quel che sarà la nuova stagione, l'autunno è alle porte, prende un caffè con me e siede sul trono del tempo. Quel tempo che non sta più dentro una clessidra o dentro l'orologio. La notte seguente, la melodia della sinfonia, si fonde con gli echi e gli orchi, la signora vestita di NERO con la falce ha appena fatto scendere dal cavallo BIANCO, una sagoma non meglio identificata, un'anima o un corpo non riesco a mettere a fuoco preciso, mi sorride la signora, con ghigno di SFIDA mi fa:" il prossimo potresti essere tu", le sorrido le sussurro: " sono morto gia due volte, posso rinascere una terza volta, non mi fai paura"; abbassa lo sguardo e senza salutare continua il cammino verso la sua dimensione.Stringo sul petto, all'altezza del cuore, una croce e una foto, cerco tra le carte e i fogli che porto sempre con me, una bottiglia di resina con dentro dell'olio caldo, per spalmarlo sul braccio che mi fa male, cosi come faceva mia nonna, quando ero bambino, pronunciava le parole magiche: L'OLIO DI MARIA, TUTTI I GUAI porta via. Io avevo un timore particolare di quell'olio, infatti non era di MARIA ( anche se poi crescendo ho scoperto che ci si riferiva alla MADONNA), era estratto dalle olive dello ZIO PINO, ma la formula da pronunciare non veniva per niente; Il braccio comunque non mi duole più, semmai fa male il senso del tempo che ho perso a inseguire presagi e il vento. Domenica inizia comunque il campionato, io sarò in panchina e non come riserva, ma  come condottiero, perchè a volte, chi sta in panchina non è una riserva; a volte è l'autista, il condottiero, lo stratega. Per questo ho deciso  di vivere e lavorare di notte perchè: chi lavora di notte può sembrare un fantasma ma a volte può essere un'eroe. Io ogni notte, resto io.


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Profilo Autore: fgl  

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vedo Roma: mare di auto,  cemento e immondizia, mi disgusta pure fare una passeggiata, questa tradizione probabilmente di determinate aree geografiche proprio non l'accetto, è veramente un peccato...
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Profilo Autore: fabio locurcio  

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cerco invano uno spazio verde senza rifiuti sparpagliati che ne alterano il suo colore più autentico, ma a memoria d'uomo la mia mente è costretta a viaggiare oltre confine per scorgere finalmente un panorama e un ambiente naturale intatto non devastato dallo scellerato intervento umano.
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Profilo Autore: fabio locurcio  

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massimo 50 euro non di più alla casta per qualcosa di veramente e concretamente utile di cui sia ben visibile il risultato, tutte le restanti e abnormi somme che scendono a pioggia su di essa non incontrano nè meriti, nè giustificazioni. meglio un'assemblea vuota al pari di una chiesa.

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