
… Incontro carnale (tempo d'amore)
Il prima, tenerezze;
Nella complicità del mattino, avere quelle attenzioni velate di fare inaspettate carezze con opportune celate anticipazioni. Creando un dolce preludio d’ intimo incontro, esaudendo quei cercati gesti alimentando la voglia dell’ altro di esprimere e realizzare i reciproci desideri in modo incondizionato. La delizia di quell’ inizio giorno si accende con quelle gradite attenzioni, acuendo il desiderio dell’ attesa del suo ritorno così da poter esprimere le voglie più ardite.
Il durante, coinvolgimento;
In quell’unione di emozioni il confondersi di pulsioni in quel visibilio d’ appagamento, nel desiderato voler cedere in quella miscellanea di spasmi del più intenso e bramato piacere dell’ assaporare i reciproci orgasmi. In quell’apice estasiante del godere, dolcemente annunciato da quel prologo del mattino, seguirlo nel vivere in ogni ansimante respiro nell’ intrigante attesa dell’irruente epilogo.
Il dopo, considerazione;
In quel rilassamento di intime tensioni e nel percepire quell’ inesorabile languido defluire di orgasmici umori, non si dovrebbero mitigare tutte le dovute attenzioni nel lenire l’ ancora vibrante corpo e la trasognata anima. Dopo l’amplesso non bisogna lesinare le delicatezze, dispensando lentamente tenere carezze, ed avere la consapevolezza di non essere solo sesso. Nel dolce proseguo del desiderato incontro carnale non tralasciare di intraprendere l’importanza del patner e condividere ogni più intensa e profonda emozione.
Così da trasformare ogni volta quel congiungersi di corpi in un incontro nell’ estasi di anime.
N.d.A. - Ogni momento, ogni istante dello stare insieme è scandito da sguardi intensi, gesti apparentemente innocenti, cenni impercettibili d'intesa. Tutto conduce al piacere di essere insieme, nel coinvolgimento e complicità di entrambi e, senza rendersi conto è suggerito dai tempi dell'amor, interpretando il desiderio dell'altro che prende per mano il nostro...
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Fabio telefonò alle 18:30.
«Ciao Costanza, che facciamo stasera?... Andiamo a cena insieme?»
«Sì, va bene! Mio marito, come ho accennato, torna fra due giorni… Ti aspetto alle 20.. Ciaociao.»
Nessuna telefonata dopo questo colloquio.
Erano le 19:57 quando Fabio decise di parcheggiare la macchina davanti al portone. Qualche goccia s’addossava sul parabrezza. Il vento che prima infieriva fra i rami spogli, stava scemando. E sarà un signor temporale, pensò.
Salì a piedi fino all’attico di Costanza. La porta era spalancata. Le luci accese. S’affacciò.
«Costanza… C’è nessuno in casa?» ripeté almeno un paio di volte. Tendendo l’orecchio.
Un senso d’inquietudine si impossessò di lui. Attimi confusi: entro non entro... Poi, deciso, entrò.
L'ingresso era immenso, un ottagono di mosaici, grigio sfumato, alla fine una scalinata bella e armoniosa, di marmo di Carrara.
Si aggrappò allo corrimano di noce, quasi a tirarsi su, e in un solo fiato fece tutta la rampa dei gradini. Lucidissimi. Senza impronte, sembravano.
Il pianerottolo che dava sul grande salone sprizzava freddo, a tratti gelide ventate. Si fermò. Fece un bel gran respiro, e iniziò a camminare. Un paio di lampi schiariva il buio.
Avvertì di rallentare il passo, come se i piedi poggiassero su una pozza liquida.
Si guardò intorno, accendendo un Dupont d’argento. Quattro finestroni spalancati. Un tavolo immenso, di ciliegio rosso. Al centro una composizione di fiori bianchissimi. Pensò alle begonie, mazzetti di mughetti. Però s’accorse che da un lato dell’immenso bouquet, l’armonia era scomposta. Aggirò il tavolo e dall’altro lato vide che a terra c’erano fiori, stramazzati, in un laghetto di acqua.
Le tende in balia del vento vorticavano. Il freddo diventò visibile. Fumava. E cominciò a tremare davvero quando tutto si spense.
Ma, perché sono entrato… Non era meglio rimanere sulla porta d’ingresso…cazzo, si diceva ad alta voce.
Inciampò. Immediato fu un fracasso incredibile di vetri rotti. Uno scricchiolio al rallentatore lo scosse, urtando gli estremi del coraggio. Imbarazzandolo. Sentì addirittura gli squilli d’un telefono.
«Il telefono… il telefono… Dove sarà il telefono..», gridò.
Poi, la voce di Costanza. Che tono angelico. Tranquillo, come quando si parlano.
«Cosa succede Fabio…» - ha in mano una bugiola luminosa - Non trovo il contatore… Scusa».
Una pausa. Protende la candela, verso il pavimento, dietro me.
Che hai fatto… perche?» É incredula.. accorata.
«No… Costanza non ho fatto nulla… ho trovato la porta aperta e sono entrato.» Non mi sente.
«No, mio dio.. Lilly, Franck… No! No! No! Come è possibileeee…»
No, no! Sono morti, sono morti, sì! Si! Si! Sono morti. In ginocchio, un profilo dolente.
«Sei stato tu Fabio, perché l’hai fatto.. » Mi guarda… mi guarda…
«No! Costanza, io non c’entro»
Poggia la candela sul pizzo del tavolo. Girà su se stessa. La immagino ricomporsi. Una voce roca, commenta: No, lui non c’entra… ho dimenticato di chiudere le finestre…
«Aspetta! Il vento, quando sono arrivato era fortissimo… avrà spostato la boccia di vetro sul bordo del tavolo e… Lilly e Frank, poveri pesciolini rossi… Cazzo.. e tutto un lago, vado a prendere il mocio. ».
...Inizio di una vera storia, un piccolo riassunto di una parte della mia vita che comincia proprio cosi: ...da quando sono nata in carrozza... Era di novembre 1971, giornata fantastica nel contesto del paesaggio immacolato definito dalla trapunta di neve che copriva con stile brillante il piccolo paesino di campagna, dove si trovava nei quei tempi la mia mamma. Giornata indimenticabile, neve alta di 50 cm, quadro bianco di campagna, aria gelida che ti dipingeva il viso di rosso ciliegia e se toccavi la maniglia della porta ti rimanevano le dita incollate dal gelo instaccabile. Fiocchi leggeri di neve che scendevano dal cielo di continuo. Nevicava! Nevicava! In un angolo del piccolo paesino c'era la casa di mia nonna, dove in quell'unico e speciale giorno si trovava la mia mamma. Lei... che dalla finestra ammirava lo spettaccolo della natura nella veste di inverno, dando ogni tanto un'occhiata al caminetto ove il fuoco bruciava la legna nei suoi indelebili rumori. I suoi lunghi capelli di color' ebano e suoi occhi neri come il carbone rendevano il suo volto luminoso e ancora di più con il contrasto forte del fuoco, che rifletteva nel suo sguardo come uno specchio, facendola apparire ancora più bella... Aveva solo 17 anni... spirito ribelle, determinata, forte e tanto sensibile. Innamoratissima di mio padre, era andata contro il mondo... tempi in cui le decisioni dei genitori erano sacre...... fuggi di casa con il suo adorato e rimase incinta subito. Ma... di fronte all'amore la ragione perde la sua teoria. Quindi sette mesi dopo, incinta di me, in quel giorno si trovava da sola in casa, perchè i miei nonni e mio padre erano andati a trovare alcuni parenti nel vicino paesino. Godeva il suo silenzio nel piacevole ambiente, finchè a un certo punto si è accorta che la legna stava finendo... non resisti e usci fuori a riportala un pò per volta, compiendo sforzi troppo grandi per il suo stato di gravidanza che le provocarono forti dolori nella pancia. Finalmente arrivarono a casa i nonni e mio padre. La mia nonna, per sdrammattizzare la situazione provò a tranquillizzare tutti e aspettarono fino al dopo cena... però i dolori persistevano e quindi decisero di portarla al piccolo ospedale del paesino. La neve nella sua pazzia era intollerabile e non smetteva di farsi notare... Nell'agitazione creata tra i lamenti di mia mamma... i pianti di mio padre... e la disperazione dei miei nonni decisero di prendere la carrozza con i cavalli e tutti insieme partirono verso il piccolo ospedale. Il percorso era difficoltoso... la fatica dei cavalli che arrancavano nella neve alta....la tenda dei fiocchi di neve che soffocava l'aria... le forti grida di mia mamma sfinita dai dolori.....la nonna che supplicava il nonno di andare piu forte...... mio padre che con le lacrime ghiacciate dal gelo accarezzava la mia mamma baciandole le mani di continuo... E poi... come dal cielo... come dall'aria santa dei desideri umani, come dal paradiso del DIO protettore... scende un silenzio particolare... con una voce di anima innocente... con il cuore di un angelo splendente... con il profumo di vita nelle sue mani, dono da DIO... anima pura... anima di un bambino... che nasce nella natura... che fa il suo primo sorriso all'autunno bianco... che abbraccia con il suo primo pianto il giorno 30 del novembre dell'anno 1971. E' nato! E' natoooo!!! Il bambino è nato!!! Urli di felicita... tutti in coro... sembrava che anche i cavalli corressero nella neve pazzesca... senza fatica... E cosi....... sono nata in carrozza!!! La mia, la nostra vera avventura continua nel percorso verso il piccolo ospedale dove, appena arrivati, per scherzo del destino era chiuso a causa della nevicata! Disperati ancora... la mia nonna si ricorda di una donna ostetrica e si decide di partire verso casa sua. Appena arrivati, la donna prende immediatamente in cura mia mamma e procede al taglio del cordone ombellicale..... Dopo ci consiglia di portarmi quanto prima all'ospedale della città più vicina perchè la mia vita era in pericolo. L'ostetrica prende la sua macchina e porta con lei la mia mamma, la mia nonna e mio padre verso l'ospedale. Finalmente arrivati, ci prende subito in cura un Dottore speciale, descritto sempre così nel passare degli anni nei racconti di mia nonna... mi mettono nella incubatrice dandomi poche speranze di vita..... però la magia del destino scende nelle parole del DOTTORE speciale che in quel giorno così parlò: "Se passeranno 5 giorni e questa bambina vivrà...allora posso garantire che sarà una bambina che viaggerà molto lontano, arriverà dove lei desidera di arrivare, con tanti ostacoli davanti ma con tanta fortuna di superare ogni difficoltà nella sua vita....."è nata in carrozza!!!... I cinque giorni sono passati... e la mia anima forte si è nutrita ogni giorno del profumo della vita... sono passati cosi anche gli anni... viaggiando nel tempo....combattendo con gli ostacoli... crescevo... e correvo nei tempi della mia infanzia vissuta nel giardino di mia nonna che mi riempiva sempre il cuore dei suoi racconti... La mia storia... nata in carrozza... mi ha sempre stupito. Penso che questa è la piu bella e preziosa cosa che poteva capitarmi e per questo sono felice di regalarla al mondo come un autentico racconto. 18 anni dopo... quando alla vigilia di pasqua mi trovavo dalla mia nonna in campagna... insieme eravamo andate alla messa nella chiesa del paesino. Prima di tornare a casa, all'improvviso nonna si fermò e cominciò a osservare da lontano un uomo alto, distinto con un aria seria, capelli grigi come la cenere... Si avvicinò a lui... pronunciò il suo nome... Lui fece un gesto di riconoscenza, un sorriso... e ci guardò attentamente. La nonna mi disse: lui è il DOTTORE speciale di cui ti hò sempre parlato... Il mio cuore batteva forte... ero cosi emozionata... mi sembrava un ritorno nel tempo..... ero davanti a due persone complici della storia della mia vita, che avevano e hanno conservato dentro di loro un giorno speciale, indimenticabile... Il DOTTORE speciale... mi strinse la mano e si presentò... e mi ripetè le stesse parole che aveva detto in quel giorno... Oggi... ho 40 anni con un passato pieno di ostacoli ma superati con serenità...ho viaggiato di continuo sempre lontano... lontano dalla mia terra, dalle mie abitudini, dai miei affetti.... ma la lontananza non ha sconfitto il mio amore per tutto ciò... e nonostante tutto.....mi ritengo fortunata!!forse anche perchè.... ......sono nata in carrozza........

... Inespressa passione...
… La festa al culmine della serata, gli amici quasi tutti in coppia, intenti a pettegolezzi, intrighi e tresche. Loro con disinvoltura si defilano in cucina.
Si erano sempre visti di sfuggita, in quel lungo corridoio degli uffici, senza molto prender cura l’uno dell’altra, apparentemente ma, sentivano un’attrazione profonda, intensa, intima. Tra tutti quegli amici, in un passaggio del rinfresco, lei gli sfiora delicatamente la mano, parlandogli con lo sguardo, la segue in silenzio come esser preso per mano. Entrano nella cucina, chiudendo la porta dietro loro, fermandola con una sedia.
La musica e il vocio concitato si affievoliscono, si sentono soltanto i loro respiri in quel dolce affanno del desiderio. Appena soli, lui voltandola verso di se, la stringe, senza una parola le labbra si uniscono, nel più appassionato dei baci. Lei cerca lui, ed altrettanto lui. Con ancora indosso le giacche, in un concitato movimento delle mani nel cercarsi, riescono a sbottonare le camicie, facendo incontrare i trepidanti ed eccitati seni. Lei lentamente si scioglie da quel bacio e da quell’avvolgente abbraccio ma, senza staccarsi, delicatamente inizia a scendere, seguendo il suo torace con la bocca, mentre le trepidanti mani slacciano la cintola e sciolgono i bottoni dei pantaloni. Nel piegarsi, lascia le mani dall’indumento per alzarsi la gonna e stare più comoda, scoprendo completamente le stupende gambe, fasciate da eleganti calze di seta nere finemente ricamate. Lui si sente prendere, avvolgere avidamente, le posa le mani sulla nuca, lei continua quel lento movimento. Sempre più eccitato, la prende dalle spalle per farla alzare, l’abbraccia di nuovo, la solleva, posandola con delicatezza sul tavolo, mettendosi in ginocchio pone le sue gambe sulle spalle, le avvolge i fianchi con le mani e, attirandola a se, posa le bollenti labbra sull’ardente piccolo fiore, ancora avvolto dal minimo indumento intimo. Le gambe che gli cingono il collo iniziano a vibrare, a fremere al contatto di quel passionale calore, sciogliendo il sensibile piccolo fiore in dolcissime gocce di rugiada. Tra gemiti e respiri sempre più affannosi, si sente sussurrare:
“perché, non le togli…”,
non ha tempo di terminare che dolcemente si sente chiedere, il desiderato permesso, senza parole, per accedere in quella piccola oasi del piacere. Lentamente spazia in quel meraviglioso ed etereo limbo dell’estasi tanto sognato, desiderato ma, mai immaginato così intenso. Aumentano vertiginosamente di intensità e frequenza le convulse contrazioni, insieme all’inespresso desiderio di averlo in se. In quel susseguirsi di gemiti un sussurro appena accennato:
“… prendimi…”,
lui titubante, lascia la piccola oasi nel suo lento defluire dell’essenza, si alza, inevitabilmente i pantaloni scivolano e…
Sente il suo delicato e ardente premere, nel suo desideroso schiudere lo avvolge bramosamente e, con le mani sui fianchi attirandolo prepotentemente in se, in un lungo gemito di intenso piacere. Mentre, inaspettatamente qualcuno preme la porta, facendo stridere la sedia che la tiene saldamente ferma. In quell’attimo, quei movimenti frenetici si fermano ma, incuranti, non placano quel pulsare di lui in quelle sempre più frequenti contrazioni di lei. I loro sguardi si incontrano, con la scusa di attenuare quei gemiti, posa le labbra su quelle di lei, contemporaneamente stringe le gambe per non farlo spostare.
Continuando quel dolce premere, nell’attesa di quel inarrestabile espandersi dell’esplosione di entrambi, dell’inespresso piacere, sempre tenuto a freno, sempre tenuto saldamente nascosto, di essere nell’altro. In quel dolce, lento, inesorabile defluire.
Delicatamente si destano da quella irrealtà appagata soltanto dall’inespressa passione, ora fatta reale e tangibile, continuando a stringersi, si alzano e, lentamente uscendo da quella piccola oasi, lui le si avvicina teneramente, sfiorandola con il viso, mentre le mani impercettibilmente sfiorano le contratte gambe ancora frementi. Sente le sue mani premergli fortemente il viso sul ventre, negli ultimi spasmi del piacere.
Si ricompongono, ancori rossi in volto e, lui anche vistosamente chiazzato sulle spalle, dal piacere provato. Si vestono, sono per uscire e, lei parlandogli molto vicino, sussurra:
“avevo sempre vissuto nell’immaginario così ma, mai trovato e provato, solo nelle mie più nascoste fantasie…”
“e tu, sei il più bel desiderio sempre creduto irrealizzabile, nel poter riuscire a sentire l’anima dell’altro”.
Solo in quel momento si accorgono che quel concitato vociare unito alla musica della festa, si era improvvisamente placato, escono.
Gli amici in attesa e incuriositi per quella assenza, sono tutti raccolti in prossimità della porta, nel vederli estasiati e felici nel trovarsi e perdersi nell’altro, sorridono contenti della loro ritrovata gioia.
La festa riprende, con una nuova coppia…
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n.d.a. - Spesso si reprime e si confuta il suggerimento dell'anima, quando vediamo i nostri stessi, nascosti, desideri velatamente espressi dall'altra, si fugge ma, abbiamo la consapevolezza di ciò che si sta perdendo
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n.d.a. - Spesso si reprime e si confuta il suggerimento dell'anima, quando vediamo i nostri stessi, nascosti, desideri velatamente espressi dall'altra, si fugge ma, abbiamo la consapevolezza di ciò che si sta perdendo
Chissà se hai pianto nel modo giusto quando sei nato.
Chissà se invece ti hanno dato una sberla di troppo per cui ora fai tutta questa fatica a strillare un po’ di più.
Quando mi dicevi che non volevi disturbare non sapevo proprio a cosa ti riferissi.
Però forse quelle sberle hanno lasciato qualche segno. E quei segni hanno lasciato l’amaro in bocca.
Hai provato almeno ad ascoltare che cosa si aspettavano? Giusto per sapere, così.
E’ solo che forse non è facile viverci. Con gli altri intendo, ma anche con sé stessi.
Non è vero che esiste un modo, si fa e basta, un po’ come tutte le cose.
Non esiste nemmeno dover avere la capacità per farlo.
Perché altrimenti saremmo tutti in balìa di un dono esterno che ci rende in grado. Ma alla fine noi non siamo in grado, non esistono sottotitoli o guru che ci spiegano la strada, non esistono mappe o ruoli che tengano fisso il respawn per fare le cose come vanno fatte.
Le cose non le faremo mai come andranno fatte.
Semplicemente, alla fine, in un modo o nell’altro, le faremo.
Forse non ci siamo capiti.
I supereroi non esistono, nemmeno fra le metafore.
E anche se ogni volta che senti il bisogno abbandoni il tuo completo migliore in una squallida cabina telefonica per salvare il mondo, prima o poi la sveglia suona e il tuo piede sinistro in qualche modo si troverà a ballare su una mattonella.
Fra i mille poteri che potevi ricevere hai avuto quello più assurdo e irreparabile. Ma in fondo fare la fila per qualcosa di più grosso risulta essere una perdita di tempo. Magari se fossi riuscito a rubare il biglietto di quello prima di te avresti anche potuto pensare di restare.
Dicono che scendere dal letto col piede sinistro porti male, ma mi chiedo se chi controlla quale piede tocca per primo il pavimento sappia anche dargli il giusto peso da reggere.
Tu forse non te lo sei mai chiesto. Forse ti sei solo seduto sul letto a fissarti i piedi, a fissare il pavimento, pensando a che peso dare per appoggiarti di nuovo sul mondo. O forse non ti sei nemmeno posto il problema. Hai solo fatto ciò che c’era da fare.
Come tutti. Forse.
Ma di mantelli in giro se ne vedono a bizzeffe, agitati dal vento di chissà quanti fiati. Dietro facce convinte che andare contromano sia volare, e intanto la corsia di destra è sempre libera.
Ma prova tu a spiegarlo a quelli là che il mondo gira anche se non provano a spegnere il fuoco con la benzina.
Con i loro giganti dentro pieni di convinzione e la paura di un piede sinistro goloso di camminare.
I supereroi non esistono, hanno tolto anche le cabine telefoniche per rendere meglio l’idea. Ti tocca tenerti quella maglietta addosso, e lasciare che la tua faccia passi inosservata a riempire qualche buco fra la folla.
Non è poi cosi male guardare il mondo dal finestrino, sentirne tutto l’odore e il sapore. Non è poi cosi male sceglierlo invece di averlo.
Non so quante volte sei sceso col piede sinistro, ma dovresti dirglielo che non ti è andata poi cosi male. Nemmeno bene forse. O forse è andata talmente bene che per fortuna ogni tanto ti è andata male.
E’ stato un bene non restare. Fra i mille poteri che potevi ricevere credo tu abbia preso il migliore. Perché non è tanto alzarsi, nemmeno camminare, magari è solo non dover non cadere.
Alla fine, hai solo fatto quello che c’era da fare.
E ce n’è stato da fare. Un bel po’.
Strade trafficate su soffitti bianchi alle 4 del mattino, quando l’appiccicoso calore di un pensiero sbatte nella tua testa senza lasciarti dormire. Ne hai fatte di notti insonni eh?
E di pianti nascosti sotto al cuscino. Così per il gusto di sentire un po’ il proprio sapore, per far piovere un po’ senza bisogno di troppi ombrelli.
Siamo un po’ tutti sotto lo stesso cielo sai. Con le stesse nuvole, gli stessi temporali e, anche senza saperlo, sotto le stesse stelle.
Quelle ti sono sempre piaciute, ti è sempre piaciuto il fatto che qualcosa di così lontano possa scaldare qualcosa di altrettanto lontano e di più profondo.
Qualcosa che hanno toccato in pochi.
Ma devi ammetterlo, ci hanno saputo fare. Anche quando non avevi abbastanza orecchie per sentire il loro tocco, anche quando non avevi abbastanza sguardi per ascoltarli.
Hai provato a scrivere della tua vita facendo vibrare le corde nei silenzi più duri, lasciando che le lacrime bagnassero il foglio bianco stropicciandolo come in un abbraccio e la maggior parte delle volte hai pensato che non avesse senso.
Che forse, tanto, non è stato niente. Che forse, tanto, non sei mai abbastanza.
Hai definito con garbo cosa è giusto e cosa non lo è, hai varcato il limite e hai sentito la botta fredda nelle vene che s’incendiavano di rabbia e dolore.
Ma cambieresti un solo grado di ciò che è successo sotto la tua pelle?
Te lo dico io: no.
Un po’ per orgoglio, un po’ per paura. Perché ricominciare significherebbe lasciarsi impressionare di nuovo. Perché ricominciare sembra volersi lasciar alle spalle qualcosa che è ancora sulle spalle.
Io glie lo chiederei a quelli là.
Ma voi, alla mattina, quando vi alzate, quando controllate quale piede deve toccare il mondo, quando controllate quale mattonella è migliore per farvi restare il più in piedi possibile, voi state ricominciando la partita o state solo continuando?
Facci caso, non è una domanda da poco. Eppure probabilmente non te la sei mai fatta.
Tranne quel giorno. Quello in cui sei sceso col piede sinistro. L’hai sentito toccare il mondo, lasciarci l’impronta, e strano a dirsi ma hai sentito che teneva su tutto il peso. Magari gli altri hanno un piede sinistro messo male, ma il tuo no.
Il tuo è forte.
Talmente forte da averti lasciato grandi cose sulle spalle. Cose che non ripeteresti mai, ma che resteranno sempre.
Hai lasciato in giro pezzi di te ovunque. Piccoli frammenti di un elettrocardiogramma da rivedere ma non li sposteresti mai.
Non credi che ci sia un piede che tiene più il peso rispetto all’altro, ma credi che ogni cosa debba mantenere il suo posto.
E non per questo smetterà di piacerti il vento.
A cui permetterai di spettinarti i capelli e scompigliarti l’anima.
Gli permetterai di portarti via quelle parole che sono rimaste troppo là dentro.
Magari gli lascerai anche questa lettera.
E lascerai che il mondo la legga, perché dev’essere come la musica. Perché è inconcepibile spiegazzare una chiave di sol perché stia nella buca delle lettere dell’indirizzo giusto.
Me l’hai insegnato ogni giorno.
L’unico posto in cui deve stare la musica è nelle vene.
L’unico posto in cui deve stare il piacere è nelle tue vene.
E non lo capiremo mai come ci si possa limitare al proprio stile.
O forse, sono quelli là che non lo capiranno mai.
Domani mattina quando ti svegli, quando ti fisserai i piedi probabilmente ti chiederai quanta poesia c’era qui dentro, quanta favola o quanta pazzia.
Probabilmente ti chiederai che senso ha fissarti i piedi o fermarti a goderti il vento.
Eppure lo farai.
Come tutto quello che c’è da fare.
Solo, forse con una prospettiva diversa.
Perché forse non ci hai mai pensato che in fondo ci sei sempre stato.
E che in fondo hai sempre ricominciato.
Perchè alla fine “nessuna misura del tempo è abbastanza con te, ma puoi cominciare con il per sempre”.
Per sempre.
(dedica)
Chissà se invece ti hanno dato una sberla di troppo per cui ora fai tutta questa fatica a strillare un po’ di più.
Quando mi dicevi che non volevi disturbare non sapevo proprio a cosa ti riferissi.
Però forse quelle sberle hanno lasciato qualche segno. E quei segni hanno lasciato l’amaro in bocca.
Hai provato almeno ad ascoltare che cosa si aspettavano? Giusto per sapere, così.
E’ solo che forse non è facile viverci. Con gli altri intendo, ma anche con sé stessi.
Non è vero che esiste un modo, si fa e basta, un po’ come tutte le cose.
Non esiste nemmeno dover avere la capacità per farlo.
Perché altrimenti saremmo tutti in balìa di un dono esterno che ci rende in grado. Ma alla fine noi non siamo in grado, non esistono sottotitoli o guru che ci spiegano la strada, non esistono mappe o ruoli che tengano fisso il respawn per fare le cose come vanno fatte.
Le cose non le faremo mai come andranno fatte.
Semplicemente, alla fine, in un modo o nell’altro, le faremo.
Forse non ci siamo capiti.
I supereroi non esistono, nemmeno fra le metafore.
E anche se ogni volta che senti il bisogno abbandoni il tuo completo migliore in una squallida cabina telefonica per salvare il mondo, prima o poi la sveglia suona e il tuo piede sinistro in qualche modo si troverà a ballare su una mattonella.
Fra i mille poteri che potevi ricevere hai avuto quello più assurdo e irreparabile. Ma in fondo fare la fila per qualcosa di più grosso risulta essere una perdita di tempo. Magari se fossi riuscito a rubare il biglietto di quello prima di te avresti anche potuto pensare di restare.
Dicono che scendere dal letto col piede sinistro porti male, ma mi chiedo se chi controlla quale piede tocca per primo il pavimento sappia anche dargli il giusto peso da reggere.
Tu forse non te lo sei mai chiesto. Forse ti sei solo seduto sul letto a fissarti i piedi, a fissare il pavimento, pensando a che peso dare per appoggiarti di nuovo sul mondo. O forse non ti sei nemmeno posto il problema. Hai solo fatto ciò che c’era da fare.
Come tutti. Forse.
Ma di mantelli in giro se ne vedono a bizzeffe, agitati dal vento di chissà quanti fiati. Dietro facce convinte che andare contromano sia volare, e intanto la corsia di destra è sempre libera.
Ma prova tu a spiegarlo a quelli là che il mondo gira anche se non provano a spegnere il fuoco con la benzina.
Con i loro giganti dentro pieni di convinzione e la paura di un piede sinistro goloso di camminare.
I supereroi non esistono, hanno tolto anche le cabine telefoniche per rendere meglio l’idea. Ti tocca tenerti quella maglietta addosso, e lasciare che la tua faccia passi inosservata a riempire qualche buco fra la folla.
Non è poi cosi male guardare il mondo dal finestrino, sentirne tutto l’odore e il sapore. Non è poi cosi male sceglierlo invece di averlo.
Non so quante volte sei sceso col piede sinistro, ma dovresti dirglielo che non ti è andata poi cosi male. Nemmeno bene forse. O forse è andata talmente bene che per fortuna ogni tanto ti è andata male.
E’ stato un bene non restare. Fra i mille poteri che potevi ricevere credo tu abbia preso il migliore. Perché non è tanto alzarsi, nemmeno camminare, magari è solo non dover non cadere.
Alla fine, hai solo fatto quello che c’era da fare.
E ce n’è stato da fare. Un bel po’.
Strade trafficate su soffitti bianchi alle 4 del mattino, quando l’appiccicoso calore di un pensiero sbatte nella tua testa senza lasciarti dormire. Ne hai fatte di notti insonni eh?
E di pianti nascosti sotto al cuscino. Così per il gusto di sentire un po’ il proprio sapore, per far piovere un po’ senza bisogno di troppi ombrelli.
Siamo un po’ tutti sotto lo stesso cielo sai. Con le stesse nuvole, gli stessi temporali e, anche senza saperlo, sotto le stesse stelle.
Quelle ti sono sempre piaciute, ti è sempre piaciuto il fatto che qualcosa di così lontano possa scaldare qualcosa di altrettanto lontano e di più profondo.
Qualcosa che hanno toccato in pochi.
Ma devi ammetterlo, ci hanno saputo fare. Anche quando non avevi abbastanza orecchie per sentire il loro tocco, anche quando non avevi abbastanza sguardi per ascoltarli.
Hai provato a scrivere della tua vita facendo vibrare le corde nei silenzi più duri, lasciando che le lacrime bagnassero il foglio bianco stropicciandolo come in un abbraccio e la maggior parte delle volte hai pensato che non avesse senso.
Che forse, tanto, non è stato niente. Che forse, tanto, non sei mai abbastanza.
Hai definito con garbo cosa è giusto e cosa non lo è, hai varcato il limite e hai sentito la botta fredda nelle vene che s’incendiavano di rabbia e dolore.
Ma cambieresti un solo grado di ciò che è successo sotto la tua pelle?
Te lo dico io: no.
Un po’ per orgoglio, un po’ per paura. Perché ricominciare significherebbe lasciarsi impressionare di nuovo. Perché ricominciare sembra volersi lasciar alle spalle qualcosa che è ancora sulle spalle.
Io glie lo chiederei a quelli là.
Ma voi, alla mattina, quando vi alzate, quando controllate quale piede deve toccare il mondo, quando controllate quale mattonella è migliore per farvi restare il più in piedi possibile, voi state ricominciando la partita o state solo continuando?
Facci caso, non è una domanda da poco. Eppure probabilmente non te la sei mai fatta.
Tranne quel giorno. Quello in cui sei sceso col piede sinistro. L’hai sentito toccare il mondo, lasciarci l’impronta, e strano a dirsi ma hai sentito che teneva su tutto il peso. Magari gli altri hanno un piede sinistro messo male, ma il tuo no.
Il tuo è forte.
Talmente forte da averti lasciato grandi cose sulle spalle. Cose che non ripeteresti mai, ma che resteranno sempre.
Hai lasciato in giro pezzi di te ovunque. Piccoli frammenti di un elettrocardiogramma da rivedere ma non li sposteresti mai.
Non credi che ci sia un piede che tiene più il peso rispetto all’altro, ma credi che ogni cosa debba mantenere il suo posto.
E non per questo smetterà di piacerti il vento.
A cui permetterai di spettinarti i capelli e scompigliarti l’anima.
Gli permetterai di portarti via quelle parole che sono rimaste troppo là dentro.
Magari gli lascerai anche questa lettera.
E lascerai che il mondo la legga, perché dev’essere come la musica. Perché è inconcepibile spiegazzare una chiave di sol perché stia nella buca delle lettere dell’indirizzo giusto.
Me l’hai insegnato ogni giorno.
L’unico posto in cui deve stare la musica è nelle vene.
L’unico posto in cui deve stare il piacere è nelle tue vene.
E non lo capiremo mai come ci si possa limitare al proprio stile.
O forse, sono quelli là che non lo capiranno mai.
Domani mattina quando ti svegli, quando ti fisserai i piedi probabilmente ti chiederai quanta poesia c’era qui dentro, quanta favola o quanta pazzia.
Probabilmente ti chiederai che senso ha fissarti i piedi o fermarti a goderti il vento.
Eppure lo farai.
Come tutto quello che c’è da fare.
Solo, forse con una prospettiva diversa.
Perché forse non ci hai mai pensato che in fondo ci sei sempre stato.
E che in fondo hai sempre ricominciato.
Perchè alla fine “nessuna misura del tempo è abbastanza con te, ma puoi cominciare con il per sempre”.
Per sempre.
(dedica)
Mi guardava con gli occhi pieni di ondose voglie, di vertiginose malizie; con gli occhi di chi sapeva far perdere la testa ad un uomo, con gli occhi pieni di fuoco, ma bruciava anche il corpo, le sue labbra ti catturavano ad ogni sua parola, le sue movenze ti portavano ad immaginare sesso e sesso e ancora sesso. Quando usciì dall'acqua venne a sdraiarsi proprio dove io m'affaciavo per guardare di la. La mia casa sul mare non galleggiava ma aveva sentito promesse da marinaio, sembrava un porto, un albergo, era li che avevo deciso di stabilirmi dopo il mio fallimentare matrimonio. Avevo avuto storie durature e semplici avventure, avevo immaginato donne meno note e meno sospette nel mio letto. Di lei dicevano di tutto, sapeva far l'amore come nessuna, e tutti la desideravano; Non mi distraevo io, pensavo a me, al mio mondo, alle mie notti di sesso immaginario, al mio starmene tra me e me, al mio scrivere, alla musica, alla poesia, al mio passato e al mio futuro. Lei continuava a scrutarmi, a fissarmi negli occhi, a non staccare i suoi pensieri da me, confesso che non mi sarebbe dispiaciuto stare con lei, ma da egoista, stavo bene con me stesso. Erano le 2 del pomeriggio, l'ora migliore per stare al mare, sulla spiaggia, per la verità la mai vera estate è settembre, ma anche quella domenica non mi dispiaceva. Lei passeggiava a riva, guardava verso me, io cercavo di non guardarla cercando accordi alla chitarra, si avvicinò lentamente, senza parlare entrò dalla porta che s'affaccia sulla spiaggia, quella a cui non ho la porta, si spogliò e iniziò a toccarsi invitandomi a toccarla, sudavo, avevo caldo, avevo il cuore a mille, le pulsazioni velocissime ed ero impaziente, mi voltai di schiena feci due passi come per andare, lei urlò, tacque, guardò me e sorrise, era nuda, non riuscivo a decidere cosa fare, scelsi di assecondarla. furono due ore meravigliose e intense; Non la vidi più per settimane intere, la scorsi al mercato, accanto al suo UOMO, ci incrociammo con lo sguardo, si voltò, io no, io continuai a starmene da solo a scegliere magliette per me...
...continua...
...continua...
In certi momenti starsene in silenzio ascoltando il fruscio del mare e la risacca aiuta a riflettere e a pensare, anche a scrivere. Gia Scrivere, come se qualcuno al mio interno mi dettasse dei pensieri e poi la mia mano unisce le lettere formando le frasi. Poi piove! La vicina rincasa dall'ufficio, non ci siamo mai presentati ne parlati sinceramente, eppure spesso mi ha ascoltato mentre suonavo la chitarra o l'organetto a bocca; Nei pomeriggi bui di gennaio aprivo le finestre e guardando nel vuoto iniziavo a suonare, lei si metteva con le orecchie alla fienstra e a volte applaudiva. Nulla però, quando incrociavamo gli sguardi, subito li abbassavamo per timidezza forse.
Oggi è meraviglioso starsene in silenzio ad osservare il tramonto rosso che colora l'acqua d'arancione, è bellissimo ed indescrivibile osservare dietro il velo di fumo della sigaretta come, i bambini riescano a divertirsi a ritmo sfrenato. il vino fresco scende che è una meraviglia, mi preoccupa ciò che sarà tra un'istante. Il mio è un lavoro incerto, se scrivo e pubblico, devo sperare che la gente compri il libro altrimenti devo reinventarmi di nuovo.
La vicina si affaccia, mi sorride, ha in mano due bicchieri di plastica e una granita suppongo di limone, si avvicina e con un sottile tono di voce dice: "posso offrirti un bicchiere di granita? E' il costo del mio biglietto per starti ad ascoltare anche in questa nuova stagione.
Sorrido, annuisco, spengo la muratti e sorseggio la granita, mi si rinfrescano le idee e le mani. Guardo lei, è li immobile che mi osserva, non sono uno che ringrazia facilmente, non ho mai sopportato certe regole, mi sonoa deguato si, ma mai del tutto. Le accarezzo i capelli e le dico: "mi piacerebbe sapere qual'è il TUO nome, non posso sempre chiamarti HEY!" Lei tace. Non me lo dice, anzi mi fa: " quale nome ti viene in mente in questo momento? Non ho mai amato dare nomi alle cose e alle persone, le ho sempre chiamate in silenzio" io rispondo: " Laura, ti chiami Laura, ne sono sicuro, ti riconosco dal sorriso e dagli occhi, la tua voce mi ha gelato le vene, non ti ricordavo cosi, ti ricordavo diversa, ma d'altronde non ci siamo mai parlati".
Laura o come si chiama, mi saluta con la mano mi da le spalle e ritorna a casa. l'avrei sognata quella notte. rivolto agli scogli sciolsi le mie ultime riflessioni e le mie ultime parole con Zaratustrha, che mi rincuorò sulle donne e sui nomi.
I nomi sembravano inutili, ma riuscivano a farti distinguere dagli altri. Iniziai a suonare ciò che mi veniva spontaneo, privo di ogni logica, e nella mia testa vedevo delle scene che di li a poco avrebbero preso forma in una delle tante canzoni che ho chiuso nel cassetto....
...CONTINUA...
Oggi è meraviglioso starsene in silenzio ad osservare il tramonto rosso che colora l'acqua d'arancione, è bellissimo ed indescrivibile osservare dietro il velo di fumo della sigaretta come, i bambini riescano a divertirsi a ritmo sfrenato. il vino fresco scende che è una meraviglia, mi preoccupa ciò che sarà tra un'istante. Il mio è un lavoro incerto, se scrivo e pubblico, devo sperare che la gente compri il libro altrimenti devo reinventarmi di nuovo.
La vicina si affaccia, mi sorride, ha in mano due bicchieri di plastica e una granita suppongo di limone, si avvicina e con un sottile tono di voce dice: "posso offrirti un bicchiere di granita? E' il costo del mio biglietto per starti ad ascoltare anche in questa nuova stagione.
Sorrido, annuisco, spengo la muratti e sorseggio la granita, mi si rinfrescano le idee e le mani. Guardo lei, è li immobile che mi osserva, non sono uno che ringrazia facilmente, non ho mai sopportato certe regole, mi sonoa deguato si, ma mai del tutto. Le accarezzo i capelli e le dico: "mi piacerebbe sapere qual'è il TUO nome, non posso sempre chiamarti HEY!" Lei tace. Non me lo dice, anzi mi fa: " quale nome ti viene in mente in questo momento? Non ho mai amato dare nomi alle cose e alle persone, le ho sempre chiamate in silenzio" io rispondo: " Laura, ti chiami Laura, ne sono sicuro, ti riconosco dal sorriso e dagli occhi, la tua voce mi ha gelato le vene, non ti ricordavo cosi, ti ricordavo diversa, ma d'altronde non ci siamo mai parlati".
Laura o come si chiama, mi saluta con la mano mi da le spalle e ritorna a casa. l'avrei sognata quella notte. rivolto agli scogli sciolsi le mie ultime riflessioni e le mie ultime parole con Zaratustrha, che mi rincuorò sulle donne e sui nomi.
I nomi sembravano inutili, ma riuscivano a farti distinguere dagli altri. Iniziai a suonare ciò che mi veniva spontaneo, privo di ogni logica, e nella mia testa vedevo delle scene che di li a poco avrebbero preso forma in una delle tante canzoni che ho chiuso nel cassetto....
...CONTINUA...
Forse non ci siamo capiti. I supereroi non esistono, nemmeno fra le metafore.
E anche se ogni volta che senti il bisogno abbandoni il tuo completo migliore in una squallida cabina telefonica per salvare il mondo, prima o poi la sveglia suona e il tuo piede sinistro in qualche modo si troverà a ballare su una mattonella.
Fra i mille poteri che potevi ricevere hai avuto quello più assurdo e irreparabile. Ma in fondo fare la fila per qualcosa di più grosso risulta essere una perdita di tempo. Magari se fossi riuscito a rubare il biglietto di quello prima di te avresti anche potuto pensare di restare.
Dicono che scendere dal letto col piede sinistro porti male, ma mi chiedo se chi controlla quale piede tocca per primo il pavimento sappia anche dargli il giusto peso da reggere.
Tu forse non te lo sei mai chiesto. Forse ti sei solo seduto sul letto a fissarti i piedi, a fissare il pavimento, pensando a che peso dare per appoggiarti di nuovo sul mondo. O forse non ti sei nemmeno posto il problema.
Hai solo fatto ciò che c’era da fare.
Come tutti. Forse.
Ma di mantelli in giro se ne vedono a bizzeffe, agitati dal vento di chissà quanti fiati. Dietro facce convinte che andare contromano sia volare, e intanto la corsia di destra è sempre libera.
Ma prova tu a spiegarlo a quelli là che il mondo gira anche se non provano a spegnere il fuoco con la benzina.
Con i loro giganti dentro pieni di convinzione e la paura di un piede sinistro goloso di camminare.
I supereroi non esistono, hanno tolto anche le cabine telefoniche per rendere meglio l’idea. Ti tocca tenerti quella maglietta addosso, e lasciare che la tua faccia passi inosservata a riempire qualche buco fra la folla.
Non è poi cosi male guardare il mondo dal finestrino, sentirne tutto l’odore e il sapore. Non è poi cosi male sceglierlo invece di averlo.
Non so quante volte sei sceso col piede sinistro, ma dovresti dirglielo che non ti è andata poi cosi male. Nemmeno bene forse. O forse è andata talmente bene che per fortuna ogni tanto ti è andata male.
E’ stato un bene non restare. Fra i mille poteri che potevi ricevere credo tu abbia preso il migliore. Perché non è tanto alzarsi, nemmeno camminare, magari è solo non dover non cadere.
Alla fine, hai solo fatto quello che c’era da fare.
Stanotte non vestirti da eroe, lasciati stropicciare la maglietta da chi da te non si aspetta di volare, ma solo di andare avanti.
Non farà molta scena, ma a quella di solito ci pensa il cielo.
E anche se ogni volta che senti il bisogno abbandoni il tuo completo migliore in una squallida cabina telefonica per salvare il mondo, prima o poi la sveglia suona e il tuo piede sinistro in qualche modo si troverà a ballare su una mattonella.
Fra i mille poteri che potevi ricevere hai avuto quello più assurdo e irreparabile. Ma in fondo fare la fila per qualcosa di più grosso risulta essere una perdita di tempo. Magari se fossi riuscito a rubare il biglietto di quello prima di te avresti anche potuto pensare di restare.
Dicono che scendere dal letto col piede sinistro porti male, ma mi chiedo se chi controlla quale piede tocca per primo il pavimento sappia anche dargli il giusto peso da reggere.
Tu forse non te lo sei mai chiesto. Forse ti sei solo seduto sul letto a fissarti i piedi, a fissare il pavimento, pensando a che peso dare per appoggiarti di nuovo sul mondo. O forse non ti sei nemmeno posto il problema.
Hai solo fatto ciò che c’era da fare.
Come tutti. Forse.
Ma di mantelli in giro se ne vedono a bizzeffe, agitati dal vento di chissà quanti fiati. Dietro facce convinte che andare contromano sia volare, e intanto la corsia di destra è sempre libera.
Ma prova tu a spiegarlo a quelli là che il mondo gira anche se non provano a spegnere il fuoco con la benzina.
Con i loro giganti dentro pieni di convinzione e la paura di un piede sinistro goloso di camminare.
I supereroi non esistono, hanno tolto anche le cabine telefoniche per rendere meglio l’idea. Ti tocca tenerti quella maglietta addosso, e lasciare che la tua faccia passi inosservata a riempire qualche buco fra la folla.
Non è poi cosi male guardare il mondo dal finestrino, sentirne tutto l’odore e il sapore. Non è poi cosi male sceglierlo invece di averlo.
Non so quante volte sei sceso col piede sinistro, ma dovresti dirglielo che non ti è andata poi cosi male. Nemmeno bene forse. O forse è andata talmente bene che per fortuna ogni tanto ti è andata male.
E’ stato un bene non restare. Fra i mille poteri che potevi ricevere credo tu abbia preso il migliore. Perché non è tanto alzarsi, nemmeno camminare, magari è solo non dover non cadere.
Alla fine, hai solo fatto quello che c’era da fare.
Stanotte non vestirti da eroe, lasciati stropicciare la maglietta da chi da te non si aspetta di volare, ma solo di andare avanti.
Non farà molta scena, ma a quella di solito ci pensa il cielo.
E poi certe notti di giugno, quelle notti che sembrano infinite, quelle di SAN GIOVANNI per intenderci, che non dormi per diversi motivi, mi turbava molto la situazione anche se mi ero ormai abituato a vivere distante da mia moglie: lei dormiva nella stanza grande io in quella piccola, ne parlammo, decidemmo che se avessimo avuto l'occasione avremmo portato a casa un partner ma c'era da spiegarlo a MARIA NOVELLA che non capiva, non riusciva a intendere le nostre distanze, le nostre urla, i nostri litigi, l'amore s'era congedato gia il giorno dopo il matrimonio, non sapevo bene se per colpa mia o perchè semplicemente doveva essere tutto gia scritto;
in questa notte ho deciso di andarmene via, andare a vivere da solo, in compagnia di me stesso, con i miei ritmi, le mie paranoie, il mio basso elettrico, il foglio e la penna e tantissima tristezza che si attenuerà mentre passerà il tempo.
Mi piace questo appartamento, muri tinti a mia immagine, tante tele al muro, le reti senza finestre, l'essenziale per me, il necessario. In questo appartamento ho amato, ho fatto di tutto, ho strappato foto, rimesso insieme i pezzi di me stesso, ho anche mangiato un gelato a dicembre di tanti anni fa, era da un pò che non ci venivo, eppure è tutto cosi pulito, cosi limpido, cosi estremamente curato nei minimi particolari, Ero preso dal dubbio che quello non fosse il mio appartamento.
mi rilassava ascoltare il mare, suonare, scrivere, mi rilassava essere con me stesso, la mia barba di un mese e le mille bottiglie vuote...
speravo e sognavo di uscire tra la gente e di scovare quel sorriso che m'avrebbe potuto cambiare la vita!
in questa notte ho deciso di andarmene via, andare a vivere da solo, in compagnia di me stesso, con i miei ritmi, le mie paranoie, il mio basso elettrico, il foglio e la penna e tantissima tristezza che si attenuerà mentre passerà il tempo.
Mi piace questo appartamento, muri tinti a mia immagine, tante tele al muro, le reti senza finestre, l'essenziale per me, il necessario. In questo appartamento ho amato, ho fatto di tutto, ho strappato foto, rimesso insieme i pezzi di me stesso, ho anche mangiato un gelato a dicembre di tanti anni fa, era da un pò che non ci venivo, eppure è tutto cosi pulito, cosi limpido, cosi estremamente curato nei minimi particolari, Ero preso dal dubbio che quello non fosse il mio appartamento.
mi rilassava ascoltare il mare, suonare, scrivere, mi rilassava essere con me stesso, la mia barba di un mese e le mille bottiglie vuote...
speravo e sognavo di uscire tra la gente e di scovare quel sorriso che m'avrebbe potuto cambiare la vita!
...CONTINUA...
