Apollonia Berg è una signora ebrea tedesca minuta e gentile. Abita dal'52 in viale Porpora a Milano. Da quando la conosco, alla vigilia di Natale, lei mi invita a casa sua, dove c'è un presepe piccolo e spartano, ma molto originale: al posto del bambino, tra l'asinello e il bue, mette una sua fotografia molto sbiadita di quand'era bambina. Poi incomincia a raccontare: " All'alba della vigilia di Natale del '44, mia madre mi portò in campagna da una sua amica, in un villaggio appena fuori Baden - Baden. Nel pomeriggio vennero dei soldati, cercavano la piccola ebrea arrivata il mattino dalla città. Per mia fortuna io in quel momento non ero in casa. I soldati mi cercarono ovunque; in ogni casa, in ogni stalla e per tutta la campagna, fino a sera. Se ne andarono col buio, forse perché era la vigilia di Natale e quella notte avevano altro da fare. Mi nascose il prete in chiesa, sotto il grande presepe vicino all'altare. Il giorno seguente mi affidò a due vecchie signore molto gentili, e con loro rimasi fino a guerra finita. Di mia madre e della sua amica nessuno seppe dirmi nulla. Praticamente io in quella notte di Natale nacqui una seconda volta, non le pare?... Per questo metto la mia fotografia al posto di Gesù bambino!" Purtroppo questa storia non la potrò più ascoltare. La signora Berg è morta questa estate. Ogni anno a dicembre, alla vigilia di Natale, la signora Apollonia Berg mi mancherà più di ogni altra cosa.
2 commenti
forse è ‘n po’ presto
ma mejo ‘na cosa fatta, che quanno è fatta è fatta
che cento che vorresti fa’ e nun te basta ‘l tempo
nun vorrebbe casca’ ‘n tentazione e annammene
magari me tocca anna’ via senza avecce tanta voja
perché si ce penso bene e qualche volta me trovo a pensacce
come le fai le fai nun è certo ‘na vacanza
po’ la peggio cosa e le dico pe’ ‘sperienza
nun te poi porta’ via quelle che te so’ rimaste da fa’
‘mo si so’ cazzate pazienza!
Ma si so’ ‘mportanti, va’ via ‘ncazzato come ‘n picchio
e io le vorrebbe ‘vita’
d’avecce rimpianti pe’ tutta la seconda vita
che nun è ‘no sbavijo come la prima
nun v’ho certezza, ma dichino ch’è eterna
Io che voleva dì eterna
c’ho messo ‘n po’ a capillo
ma dietro la spiegazione de ‘n timorato
l’ho capito, ma me puzza tanto de fregatura
Va be’ chiudemo si no ce famo Pasqua
Visto che pe’ fallo a uno per uno è sempre uno
Le cumulo e le fo’ uno pe’ tutti e tutti pe’ uno
Auguro un buon Natale a tutti i miei amici vicini e lontani.
Anche a quelli che fingono di essermi amici, solo per convenienza.
A tutti i bambini della terra soprattutto a quelli che non avranno
un albero di Natale: alla fine dell’albero potrebbero farne a meno
ma che non avranno Il cenone di Natale e sicuramente neanche la cena e un pezzetto di cioccolata, perché Babbo Natale non ha il frigo: (lui ci fa tanti regali!!!Non glielo avremmo potuto regalare uno?) a pensarci mi sento un po’ verme.
A tutti quelli che hanno ricevuto dall’INPS un assegno di 500 euro: (a dimenticavo la tredicesima, quindi 950 euro).
Buon Natale a tutti quelli che lo passeranno negli ospedali e nei centri per anziani.
A tutti quelli che hanno il focolare ma non la legna.
A tutti quelli che non hanno ne focolare e ne legna.
A tutti quelli che vivono sotto i ponti: speriamo che la Caritas li possa nutrire tutti.
A tutti quelli che stanno in carcere per avere rubato 20 euro di spesa al supermercato.
A tutte le Misericordie e le Croci rosse della terra e tutti quelli che usano il proprio tempo libero per aiutare tutti quelli che ne hanno il bisogno e tanti di loro passeranno il Natale su di
un’ autoambulanza, Buon Natale ragazzi.
Buon Natale a tutti quelli che non ho potuto nominare, perché altrimenti finirei il
Prossimo Natale.
Dato che ci sono Buon Anno a tutti soprattutto a quelli che ho nominato e ai miei amici poeti
ma mejo ‘na cosa fatta, che quanno è fatta è fatta
che cento che vorresti fa’ e nun te basta ‘l tempo
nun vorrebbe casca’ ‘n tentazione e annammene
magari me tocca anna’ via senza avecce tanta voja
perché si ce penso bene e qualche volta me trovo a pensacce
come le fai le fai nun è certo ‘na vacanza
po’ la peggio cosa e le dico pe’ ‘sperienza
nun te poi porta’ via quelle che te so’ rimaste da fa’
‘mo si so’ cazzate pazienza!
Ma si so’ ‘mportanti, va’ via ‘ncazzato come ‘n picchio
e io le vorrebbe ‘vita’
d’avecce rimpianti pe’ tutta la seconda vita
che nun è ‘no sbavijo come la prima
nun v’ho certezza, ma dichino ch’è eterna
Io che voleva dì eterna
c’ho messo ‘n po’ a capillo
ma dietro la spiegazione de ‘n timorato
l’ho capito, ma me puzza tanto de fregatura
Va be’ chiudemo si no ce famo Pasqua
Visto che pe’ fallo a uno per uno è sempre uno
Le cumulo e le fo’ uno pe’ tutti e tutti pe’ uno
Auguro un buon Natale a tutti i miei amici vicini e lontani.
Anche a quelli che fingono di essermi amici, solo per convenienza.
A tutti i bambini della terra soprattutto a quelli che non avranno
un albero di Natale: alla fine dell’albero potrebbero farne a meno
ma che non avranno Il cenone di Natale e sicuramente neanche la cena e un pezzetto di cioccolata, perché Babbo Natale non ha il frigo: (lui ci fa tanti regali!!!Non glielo avremmo potuto regalare uno?) a pensarci mi sento un po’ verme.
A tutti quelli che hanno ricevuto dall’INPS un assegno di 500 euro: (a dimenticavo la tredicesima, quindi 950 euro).
Buon Natale a tutti quelli che lo passeranno negli ospedali e nei centri per anziani.
A tutti quelli che hanno il focolare ma non la legna.
A tutti quelli che non hanno ne focolare e ne legna.
A tutti quelli che vivono sotto i ponti: speriamo che la Caritas li possa nutrire tutti.
A tutti quelli che stanno in carcere per avere rubato 20 euro di spesa al supermercato.
A tutte le Misericordie e le Croci rosse della terra e tutti quelli che usano il proprio tempo libero per aiutare tutti quelli che ne hanno il bisogno e tanti di loro passeranno il Natale su di
un’ autoambulanza, Buon Natale ragazzi.
Buon Natale a tutti quelli che non ho potuto nominare, perché altrimenti finirei il
Prossimo Natale.
Dato che ci sono Buon Anno a tutti soprattutto a quelli che ho nominato e ai miei amici poeti
La valle delle libellule nere dormiva ancora...
Soffi di venti del grande nord sollevavano piccoli arbusti,
mentre le foreste del Kijimoto si piegavano ai fiocchi di neve.
Il mio animo volava nel cielo delle favole alla ricerca del perduto orizzonte.
Come un'aquila persa nell'azzurro sfioravo le cime dei monti,
sperando di trovare la filosofia dell'acciaio splendente.
Vedevo sotto di me le ingiustizie del mondo, il disonore dell'uomo avido,
i delitti dell'uomo stolto.
Vedevo un tempo di lotte, di guerre e soffrivo insieme alla mia Katana,
oramai cieca e privata del suo onore.
Un tempo serva del sacro imperatore e guardiana della sua vita.
“Cosa sarà di noi, domani, quando la luce si leverà sull'impero del sole che sorge, senza esserne più scudo.
Onore e morte troverò, non t'abbandonerò se non lo vorrà il tuo sovrano.
Io sono il tuo respiro divino, colui che vede nella notte, l'ultimo che cadrà quando si leveranno le grida dell'acciaio.
Il primo che aprirà le porte dei giardini zen.
Entrerò a Kyoto con te, porgendoti all'unico Dio vivente in terra che può accoglierti”
Non era più il tempo della vigoria e le mie ali, stanche del lungo viaggio
attraverso le empietà della terra, avevano perso vigore e volontà.
Il mio cuore non batteva più e il freddo chiudeva i miei respiri.
Volavo attraverso il verde riflesso del fiume Kamo, cantando la mia fine, seguendo la danza delle libellule nere, che mi precedevano nel mio viaggio.
L'inverno era giunto e io oramai senza più forze, precipitai nel centro dell'universo, dove mille lanterne attendevano il mio arrivo.
Nel candido bianco velo le vedevo avvicinarsi ai miei occhi sempre più, fino a quando le sfiorai con le mani. Allora divenni splendente luce eterna.
“Oh mia Katana dormi sotto il gelo degli impuri, dormi sotto i fiori dell'inconsistente essenza della vita.
Dormi fino a quando il tuo imperatore lo vorrà.
Io ti impugnerò ancora, saremo insieme acciaio e poesia fino alla fine dei tempi.
Fino a quando i mandorli fioriranno ancora e le lacrime di rugiada bagneranno il mio cuore
donando nuove ali alle libellule nere, nel domani che sarà “
E il tempo finì il suo ciclo lasciando il solco e terminando la sua volontà terrena.
Le preghiere lasciarono l'uomo e l'uomo si raccolse nel tempio
del giorno infinito.
“Grande padre della terra che doni pace alle foreste celesti,
accogli il mio spirito quando sarà il momento.
Fa' che le verdi foglie veglino su di me,
lascia che fiori e ghirlande coprano il sentiero della mia anima.
Lascia che il canto del sole che sorge riscaldi il mio cuore,
Lascia che vengano a me i venti, che spirano maestosi nel gelo.
Lascia che io corra fra i loti in fiore senza più armatura,
lascia che il mio destino si compia senza più battaglie.
Ascolta la mia preghiera tu che doni al crepuscolo sul monte Twanzeng la luce della verità.
Ascolta le gocce d'azzurro che si trasformano in pioggia irrigando i campi della fertilità.
Lascia che i rivoli dell'amore portino la tua calma dove il male ristagna.
Lascia che il fiume della tranquillità scorra maestoso, verso il lago dove muoiono le paure dell'uomo.
Lascia che le tempeste spargano le mie polveri per gli aridi deserti del Quanzen,
trasportando le parole dell'universo dove nessuno ascolta.
Fa' che poesie dolci siano scritte sulle pietre del sacro tempio della verità perduta.
Fa' che tutto quello che io sono stato non si perda come goccia d'acqua nell'uragano.
Non permettere che tutta la mia conoscenza si smarrisca per sempre nell'oblio del mondo sommerso.
Lascia che chi attraverserà dopo di me il sentiero delle foreste incantate,
comprenda il mio immenso amore per la vita creata.
Lascia che ciò che io ho scritto rimanga negli occhi delle ninfe,
che la musica del mare dell'eterna quiete accompagni
colui che non ha animo per perdonare,
colui che vive nell'odio.
Fa' che la notte ascolti nel silenzio della settima luna del cielo,
prendi le mie mani e conduci me nel tuo giardino delle orchidee nere.
Domani sarà l'ultima battaglia per me, non permettere che il sangue cancelli gli uomini.
Lascia aperte le porte degli universi nascosti,
così che io li attraversi con il mio cavallo
per dormire finalmente nella infinita luce eterna”
Fu luce eterna e sulle porte una scritta accolse
“Grande fiume che sfoci
nel giardino delle delizie,
portami un fior di loto
che io lo doni al monte dei saggi.
Portami un fuscello di pioggia,
che io la doni al signore delle tempeste.
Portami onore e gloria,
che io possa domani
avere pace nel giardino dove danzano le anime.
Portami una corazza che mi protegga in battaglia,
portami una Katana lucente che rifletta lo spirito
del regno dell'infinito”
Soffi di venti del grande nord sollevavano piccoli arbusti,
mentre le foreste del Kijimoto si piegavano ai fiocchi di neve.
Il mio animo volava nel cielo delle favole alla ricerca del perduto orizzonte.
Come un'aquila persa nell'azzurro sfioravo le cime dei monti,
sperando di trovare la filosofia dell'acciaio splendente.
Vedevo sotto di me le ingiustizie del mondo, il disonore dell'uomo avido,
i delitti dell'uomo stolto.
Vedevo un tempo di lotte, di guerre e soffrivo insieme alla mia Katana,
oramai cieca e privata del suo onore.
Un tempo serva del sacro imperatore e guardiana della sua vita.
“Cosa sarà di noi, domani, quando la luce si leverà sull'impero del sole che sorge, senza esserne più scudo.
Onore e morte troverò, non t'abbandonerò se non lo vorrà il tuo sovrano.
Io sono il tuo respiro divino, colui che vede nella notte, l'ultimo che cadrà quando si leveranno le grida dell'acciaio.
Il primo che aprirà le porte dei giardini zen.
Entrerò a Kyoto con te, porgendoti all'unico Dio vivente in terra che può accoglierti”
Non era più il tempo della vigoria e le mie ali, stanche del lungo viaggio
attraverso le empietà della terra, avevano perso vigore e volontà.
Il mio cuore non batteva più e il freddo chiudeva i miei respiri.
Volavo attraverso il verde riflesso del fiume Kamo, cantando la mia fine, seguendo la danza delle libellule nere, che mi precedevano nel mio viaggio.
L'inverno era giunto e io oramai senza più forze, precipitai nel centro dell'universo, dove mille lanterne attendevano il mio arrivo.
Nel candido bianco velo le vedevo avvicinarsi ai miei occhi sempre più, fino a quando le sfiorai con le mani. Allora divenni splendente luce eterna.
“Oh mia Katana dormi sotto il gelo degli impuri, dormi sotto i fiori dell'inconsistente essenza della vita.
Dormi fino a quando il tuo imperatore lo vorrà.
Io ti impugnerò ancora, saremo insieme acciaio e poesia fino alla fine dei tempi.
Fino a quando i mandorli fioriranno ancora e le lacrime di rugiada bagneranno il mio cuore
donando nuove ali alle libellule nere, nel domani che sarà “
E il tempo finì il suo ciclo lasciando il solco e terminando la sua volontà terrena.
Le preghiere lasciarono l'uomo e l'uomo si raccolse nel tempio
del giorno infinito.
“Grande padre della terra che doni pace alle foreste celesti,
accogli il mio spirito quando sarà il momento.
Fa' che le verdi foglie veglino su di me,
lascia che fiori e ghirlande coprano il sentiero della mia anima.
Lascia che il canto del sole che sorge riscaldi il mio cuore,
Lascia che vengano a me i venti, che spirano maestosi nel gelo.
Lascia che io corra fra i loti in fiore senza più armatura,
lascia che il mio destino si compia senza più battaglie.
Ascolta la mia preghiera tu che doni al crepuscolo sul monte Twanzeng la luce della verità.
Ascolta le gocce d'azzurro che si trasformano in pioggia irrigando i campi della fertilità.
Lascia che i rivoli dell'amore portino la tua calma dove il male ristagna.
Lascia che il fiume della tranquillità scorra maestoso, verso il lago dove muoiono le paure dell'uomo.
Lascia che le tempeste spargano le mie polveri per gli aridi deserti del Quanzen,
trasportando le parole dell'universo dove nessuno ascolta.
Fa' che poesie dolci siano scritte sulle pietre del sacro tempio della verità perduta.
Fa' che tutto quello che io sono stato non si perda come goccia d'acqua nell'uragano.
Non permettere che tutta la mia conoscenza si smarrisca per sempre nell'oblio del mondo sommerso.
Lascia che chi attraverserà dopo di me il sentiero delle foreste incantate,
comprenda il mio immenso amore per la vita creata.
Lascia che ciò che io ho scritto rimanga negli occhi delle ninfe,
che la musica del mare dell'eterna quiete accompagni
colui che non ha animo per perdonare,
colui che vive nell'odio.
Fa' che la notte ascolti nel silenzio della settima luna del cielo,
prendi le mie mani e conduci me nel tuo giardino delle orchidee nere.
Domani sarà l'ultima battaglia per me, non permettere che il sangue cancelli gli uomini.
Lascia aperte le porte degli universi nascosti,
così che io li attraversi con il mio cavallo
per dormire finalmente nella infinita luce eterna”
Fu luce eterna e sulle porte una scritta accolse
“Grande fiume che sfoci
nel giardino delle delizie,
portami un fior di loto
che io lo doni al monte dei saggi.
Portami un fuscello di pioggia,
che io la doni al signore delle tempeste.
Portami onore e gloria,
che io possa domani
avere pace nel giardino dove danzano le anime.
Portami una corazza che mi protegga in battaglia,
portami una Katana lucente che rifletta lo spirito
del regno dell'infinito”
Non era minimamente preventivata questa mia disavventura, non ero preparato a quello che stava per succedere. Ma successe e ne presi atto cercando di attutirne i contraccolpi, metodica che ormai avevo appreso a sufficienza visto che, spesso, mio malgrado, venivo coinvolto in situazioni che, diciamocela tutta, non erano il risultato di una mia precisa volontà. Ero vittima del sistema, allora in voga, tra goliardi. Bisognava eccellere, sempre eccellere non negli studi ma nelle attività ludico-femminili. Per chi non capisse, bisognava avere sempre una ragazza, prima o dopo cena, senza obbedire a ricette mediche improbabili e non fermarsi mai, quasi a scopo terapeutico. A volte, ero tentato di pensare, che qualcuno fosse preso da vero e proprio accanimento nel perseguire questo scopo come testimoniava il mio miglior amico che era uno dei più grandi tombeur che io abbia mai incontrato sul mio cammino e aggiungo, per fortuna. Ma il mio giudizio non vale e non valeva granché, perché io sono diverso. Non mi è mai piaciuto giocare al corteggiatore sottile e arguto che fa perdere la testa a qualche gallinella distratta. Amo dire le cose troppo schiettamente ed in faccia, non mi piace tessere trame o eseguire strategie per conquistare le donne. E infatti....le vedevo col lanternino, quello di Genova, però. Lei no ! Lei si fece sotto senza che io nemmeno la pensassi, si negò al mio amico playboy (unica donna nella storia) e disse chiaramente di preferire me. Chiaramente le diottrie non erano il suo forte ed il suo senso del gusto….meglio lasciar perdere. Comunque fra noi due ci volle del tempo prima che la cosa si consolidasse, prima che i miei ormoni dessero segni di impazienza tanto che avevo pensato che mi fossero stati donati da Giobbe ! Anche lei mi piaceva, non solo per la memorabile scelta che aveva fatto e dichiarato apertamente, ma perché, personalmente, ho una particolare predilezione per le campane e lei era Irpina, originaria di Avellino. Così, una sera, sul dondolo di un locale nacque l’attrazione per lei e glielo dimostrai coi fatti. Mi meravigliai della mia intraprendenza e misi a frutto i suggerimenti dei tanti amici che nelle lunghe giornate di studio mi facevano lezione di sesso consigliandomi dove mettere le mani in casi del genere. Una qua, l’altra la, l’altra ancora…ma quante mani avrei dovuto avere secondo alcuni di loro ? Ero tanto preso da questo svezzamento al sesso che non la guardavo nemmeno in volto, impegnato com’ero a liberarla da tutti quegli orpelli che le giovani donne usano mettersi addosso e di cui non capirò mai la funzione. Stavo andando alla grande se è vero che lei mi si concedeva ogni volta che mi facevo più premuroso. Sembrava proprio presa da me. Come dicono i latini “de gustibus…”. Finché non avvenne il fattaccio. Dovevo immaginarlo. Mi conosco troppo bene. So di essere diverso dal maschio latino, perché, mannaggia a me, da quando sono nato, appartengo alla categoria del classico maschio calabrese ormai in disuso. Aveva chiesto di uscire con me, visto che, nonostante tutto, non lo avevo ancora fatto io. Accettai di buon grado non senza chiedermi cosa avrei potuto farci con una donna a spasso per la città. Naturalmente mi chiese di passare sotto casa sua a prelevarla. La mia inesperienza non mi diede modo di rifiutare. Così mi ritrovai sotto casa sua ad aspettare impazientemente che scendesse. Certo non godevo del fatto si pensasse che stavo aspettando una donna ed ogni sguardo curioso dei passanti erano una sfida alla mia privacy ! Mi agitavo al chiuso della mia cinquecento blu, addobbata con bottigliette di liquore di svariate marche, di kleenex colorati e deodoranti idonei e, quando il portone si aprì, feci per scendere. Fece capolino dalla porta quasi fosse poco convinta di uscire, quindi la sua figura si stagliò nettamente. Indossava un completo con hotpaint rossi che non permettevano di immaginare niente. Le gambe affusolate e lunghe erano tutto un programma, così come tutto il resto d’altronde. Cominciai a pensare che non si trattava della stessa ragazza che avevo avuto tra le mani e di cui nemmeno sospettavo dotata di simili fattezze ! Chiusi la bocca, aperta per lo stupore nel preciso momento che due auto davanti a lei tamponavano con un rumore sordo. Ne scesero due uomini per niente incavolati ma che anzi si sostenevano a vicenda. Senza mai mollare, però, con gli occhi quella che ritenevo la mia ragazza ! Lei corse verso di me, ancora con lo sportello della mia auto aperto, mi cinse con le mani il collo e mi diede un bacio lungo, profondo. Sentivo i suoi seni premere contro il petto e i suoi piccoli movimenti facevano dilatare i miei vasi sanguigni. Imprecai tra me e me per non avere a portata il mio sfigmomanometro, non mi avrebbe fatto male una misurazione della pressione arteriosa ! Quando finalmente si staccò da me, permettendomi di tornare fra i più, la guardai bene. Era truccata benissimo, leggermente e la luce che proveniva dal suo viso era frutto esclusivamente della sua bellezza. Come sempre avviene, in quel preciso momento, passò un gruppetto di turisti, romani, quasi tutti ragazzotti allegri della mia età e, come spesso avviene in questi casi, il più “brillante” mi apostrofò con un “Daje, facce sognà”. Tutta questa attenzione, nei confronti ovviamente della ragazza e delle sue bellezze, contrastava col mio desidero di popolarità che non credo abbia mai alimentato né prima né dopo questo episodio. Ero frastornato, convinto come ero che portare in giro una donna del genere avesse dei costi da sopportare. Ed io non volevo sopportarli, troppo amante della semplicità e soprattutto della discrezione. Infine presi la mia decisione. Trattenni la ragazza che stava per salire in macchina e le dissi che non ero venuto per uscire con lei, che un impegno improvviso richiedeva la mia presenza. Dovevo lasciarla e in fretta. Dovevo tornare nel mio mondo fatto di riservatezza ed equilibrio. Mai più avrei voluto assistere a scontri d’auto o essere oggetto di mottetti popolari. Così la lasciai, ben sapendo cosa perdevo, e tornai nella mia stanzetta dove mi attendeva il mio compagno : il libro di anatomia ! Beh, devo dire che ci arrivai con tutti gli organi interi, nonostante tutti gli attentati recentemente perpetrati. Qualche cerotto, ma non ce ne fu troppo bisogno, dovetti metterlo per la fuoriuscita sconsiderata di ormoni e per il reiterato tentativo degli stessi di sgorgare impetuosi a torturare il mio povero corpo e la mente decisa. La ragazza ? Ahimè è morta ed ha incaricato comuni amici di avvertirmi. Non ce n’era bisogno. La ricordo e la ricorderò sempre sulla soglia di quel portone con la sua sfavillante bellezza.
E' fu cosi che una sera si apri la porta della palestra, un viso illuminato entrò, si muoveva con delicatezza, un passo lento ma passionale.
Dalla prima occhiata una voce dentro di me esclamò..."Dannazione è così eccitante." la sua voce risuonò nella stanza sensuale è calda. Quando si alzò la maglietta per iniziare a scaldare i muscoli non potevo fare a meno di guardarlo. Indossava solo un paio di boxer decisamente ben fatto...
Cercavo di controllare le mie reazioni, lo seguivo con gli occhi senza distrarmi, non potevo fare a meno di guardarlo.
Mentre lo stavo fissavo, lui si voltò...Mi voltai rapidamente molto impacciata. Qualcuno mi toccò sulla spalla, mi voltai e vidi quel viso bianco, dolce, quasi svenni "che c’è?" Chiesi..."Niente volevo dirti che ho provato un impulso troppo forte guardandoti.
Tentavo di controllarmi...ma una voce dentro di me continuava a urlare "non andargli vicino"..."E' così bello".
Avevo voglia di dirgli "sì anche per me è stato cosi" ma non feci in tempo, le sue labbra morbide toccarono le mie...Mi tirai indietro e lo guardai.
Lui riprese a baciarmi. Salii su di lui e gli ritornai il favore. Con un filo di voce gli dissi "Mia mamma e mio papà staranno fuori questa notte
vuoi cenare da me", "Assolutamente sì!" esclamò...Aveva un grande sorriso sul viso. Ci mettemmo sotto le coperte e fu la notte più bella è più lunga della mia vita. Ci addormentammo all'alba.
Dalla prima occhiata una voce dentro di me esclamò..."Dannazione è così eccitante." la sua voce risuonò nella stanza sensuale è calda. Quando si alzò la maglietta per iniziare a scaldare i muscoli non potevo fare a meno di guardarlo. Indossava solo un paio di boxer decisamente ben fatto...
Cercavo di controllare le mie reazioni, lo seguivo con gli occhi senza distrarmi, non potevo fare a meno di guardarlo.
Mentre lo stavo fissavo, lui si voltò...Mi voltai rapidamente molto impacciata. Qualcuno mi toccò sulla spalla, mi voltai e vidi quel viso bianco, dolce, quasi svenni "che c’è?" Chiesi..."Niente volevo dirti che ho provato un impulso troppo forte guardandoti.
Tentavo di controllarmi...ma una voce dentro di me continuava a urlare "non andargli vicino"..."E' così bello".
Avevo voglia di dirgli "sì anche per me è stato cosi" ma non feci in tempo, le sue labbra morbide toccarono le mie...Mi tirai indietro e lo guardai.
Lui riprese a baciarmi. Salii su di lui e gli ritornai il favore. Con un filo di voce gli dissi "Mia mamma e mio papà staranno fuori questa notte
vuoi cenare da me", "Assolutamente sì!" esclamò...Aveva un grande sorriso sul viso. Ci mettemmo sotto le coperte e fu la notte più bella è più lunga della mia vita. Ci addormentammo all'alba.

Il giorno appare, senza mostrare quello che sarà il suo divenire.
Apparenza o realtà.
Intanto la ferrovia incastonata tra sterpaglie e pietre apparentemente morte arriva come ogni giorno in laguna.
Orari consueti, inconsuete avvertenze interiori che lasciano il posto alla quotidianità.
Giornata grigia, quasi piovosa e nel quasi vi è il senso della storia.
Erica scende e si incammina attraverso le salizade: passa santa Lucia e si dirige in piazza San Marco.
I negozi di contorno sono un contorno: l'originalità del luogo da tempo non è più tale.
Ma questa non è una storia originale, anzi direi una banale raffigurazione di cosa non so.
Dicevo della pioggia: la sua intensità aumenta e comincio a preoccuparmi di Erica che non ha nemmeno un ombrello.
Un'Alfa Romeo 2000 del 1979 si ferma vicino al mercato di Rialto, s'abbassa il finestrino e un noto attore sorride a Erica facendole cenno di salire.
Noto? Lo conoscerai tu!
Un'auto a Rialto?
E lei cosa fa?
Sale direi, si sente immediatamente a proprio agio su quel sedile di vinile non vintage, anzi originalissimo.
Uno sguardo ammiccante e una domanda: “Dove va signorina, la posso accompagnare se vuole”
- Al mio ufficio di fronte alla Basilica di San Marco.
- Allora va bene, Amedeo, sono di strada.
- Erica.
- Fuma? Non sono mai riuscito a smettere, ma prima o poi mi deciderò a farlo.
- Grazie, il tempo mette al peggio e non vorrei arrivare fradicia al lavoro.
- Di cosa si occupa, se non sono indiscreto?
- Sono una normalissima segretaria d'ufficio con mansioni d'informatica.
- Non direi, se posso esprimere un parere direi bellissima segretaria.
- Vuol provarci per caso?
- No per carità, era solo un complimento galante da pappagallo impertinente qual sono...
Una risata fragorosa irrompe nell'auto.
- Lo sa? Lei comincia a starmi simpatico.
- Imbecille, guarda dove metti il remo. Non si può andare più neanche in laguna. Mi scusi, ma certi individui non dovrebbero avere la patente: non si guida una gondola così.
Ah, ecco un distributore, un attimo faccio 20 euro e ripartiamo subito.
- Olio a posto signore: una controllata ai livelli?
- No grazie tutto ok, vado di fretta.
- Eccoci, dicevamo?
- Lei è molto simpatico.
- Comeee? Accidenti fanno sempre più rumore questi traghetti!
- Dicevooo che lei è simpatico.
- Un tempo forse ora sono solo un ricordo di me stesso. Una volta ero un attore famoso.
- Sembra in piena forma però.
- Vorrei chiederle una cosa se posso.
- Certamente sono tutt'orecchie.
- Crede nella vita dopo la morte?
- Pensavo volesse... mi sorprende questa domanda, perché me la fa?
- Semplice perché ora svolterò a destra scenderò da quel ponte e ci immergeremo con l'auto nella laguna.
- Ma lei è pazzo mi faccia scendere immediatamente.
- Non può mia cara io faccio solo viaggi di andata e mi fermo a prendere solo i prescelti: oggi la prescelta era lei.
- Ma cosa dice, farnetica... si fermi la prego. Aiutoooooo... aiutatemi per favore!
- E' inutile si rassegni nessuno può sentirla.
- Ora scendiamo a fondo.
E no, basta così non posso tollerare simili idiozie!
La storia la scrivo io e la posso cambiare.
Levo le scarpe e ti faccio vedere io. Erica resisti.
- Porc... che schifo di acqua puzzolente. Abbassa il finestrino, dai che ce la fai, forza.
- Sì, afferra la mia mano, ok forza, forza. Trattieni il fiato, si brava siamo fuori.
Un attimo e saremo a galla.
- Ahhhhh, finalmente. Bastardo non credevi che qualcuno potesse salvarla.
- Respira piano, piano; ora fai un respiro più lungo, così va bene.
- Ma chi era quel pazzo?
- Non lo so, mi ha dato un passaggio; diceva di andare in piazza san Marco. Oddio sono confusa non ricordo più.
- Va bene, va tutto bene ora, è tutto finito.
- Guarda come è bello il palazzo Ducale. Ma cosa!? Accidenti... per la miseria sta salendo la marea, dobbiamo levarci dalla banchina. Non ho mai visto un'acqua alta così repentina.
Intorno si leva il mare la piazza sembra staccarsi dal resto del suolo come un grande iceberg.
Acqua ovunque: la basilica si inabissa insieme al palazzo Ducale.
Due figure aggrappate a un pezzo di marciapiede fluttuano in una grande distesa senza orizzonte.
- E' la fine, e io che sono saltato nel racconto per salvarti, bella figura da super mona che ho fatto.
Perdonami Erica uno scrittore non dovrebbe mai impicciarsi di quello che scrive.
- Lascia perdere piuttosto dimmi come ti chiami.
- Gianluigi.
- Non credo riusciremo a resistere a lungo in queste condizioni e poi siamo completamente circondati dal mare è tutto scomparso.
- Ma tu scrivi sempre queste cazzate? Poi mi hai chiamata Erica, un nome che non dice nulla.
- Mi sembrava carino... Guarda su, un elicottero dell'esercito viene verso di noi.
- Ehi... Aiutooooo, siamo qui sotto, aiutooooo!
- Ci hanno visto Gianluigi smettila di gridare.
- Siamo salvi, ci buttano un gommone gonfiabile.
Erica e Gianluigi salgono su quell'isola di salvataggio mentre la marea li trascina verso un unico palazzo che si erge dal mare e che sembra ancora intatto.
Intanto il rumore delle eliche del mezzo di soccorso si perde in una foschia latente che avvolge tutta la storia.
- Ci siamo Erica afferra quel pezzo di ferro, forse riusciamo a passare attraverso il portone d'ingresso: intravedo delle scale che salgono su.
Un palazzo post-moderno dai richiami neoclassici si apre davanti agli occhi, sarà la loro salvezza?
- Buongiorno ragazzi vi attendevo da un pezzo, fate adagio perché qui è tutto di polistirolo.
- Ma lei chi è mi scusi? Non aver paura Erica è tutto ok.
- Sono la padrona di casa, vi sembra strano? Salite pure cari, ma fate attenzione tutto qui è di polistirolo, ve lo ripeto a scanso di equivoci.
- Se lo dice lei... fai attenzione Erica poggia piano i piedi cercando di metterti più vicino alla parete laterale, sembra essere più spessa lungo i bordi. Ma io dico: si può mai costruire un palazzo di polistirolo? Sono sempre più convinto che sia meglio essere al di là del racconto, è molto meno pericoloso. E se io sono di qua chi è che scrive in questo momento? Dovrò pur spiegarlo ai lettori. Tu cosa ne pensi Erica?
- Io intanto cerco di non cascare di sotto e continuo a essere convinta che oggi non sarei dovuta uscire di casa.
- Vedo una stanza lì sulla destra, salta quel gradino e siamo a posto.
Un unico grande androne arredato con stucchi e gessi in stile Veneziano.
- Sembra una finzione o mi ritrovo al ballo del doge?
Una Signora in abiti anni 70 si para davanti con un gran sorriso porge la mano.
- Benvenuti la cena è pronta, vi aspettiamo sin dall'inizio della storia.
- Aspettiamo. Aspettiamo chi, se io non avevo alcuna intenzione di scrivere una cosa del genere e, ripeto sino alla noia, chi accidenti sta scrivendo al posto mio?
- Sei troppo curioso, non volete sedervi a tavola? Mio marito ha quasi finito il lavoro e tra poco ci farà compagnia.
- Mi tolga prima la curiosità, come dice lei, suo marito che lavoro fa?
- Lui scrive... scrive storie.
- Amedeo ci sono i nostri amici!
- Scrivo l'ultima parola e vengo, pregali di accomodarsi cara.
- Era ora, mi ha fatto stare in pena, ma vedo che sta bene signorina Erica.
- Ma lei è quello dell'alfa?
- Certamente, sorpresa?
- Ma dove è finito Gianluigi!?
Amedeo quante volte ti ho detto di non scrivere mentre sogni, i racconti ti vengono male.
Perdoni mio marito signorina, non mi dà mai retta.
Si metta pure seduta, la cena si fredda!
“E sì, quando si è prescelti, vi è poco da fare cara Erica”.
Le sue uniche parole durante il giorno, sono due: "Grazie" e "Buonasera". "Grazie", in tono afono, e "Buonasera", con l'accenno di un sorriso; ovvio, quando non è l'ultimo ad uscire, il che avviene molto raramente. Quindi va a finire che la maggior parte dei giorni, l'unica parola che dice è: "Grazie".
Non che Luis sia un uomo di poche parole anzi, come tutti gli uomini bassi, grassi, e vestiti senza gusto, parlerebbe a non finire; [ma attenzione: le tre condizioni devono sussistere contemporaneamente per un parlare senza fine; e Luis gode di tutte e tre le condizioni allo stesso istante]; solo....non c'è nessuno che lo ascolta, o che lo vuole ascoltare. Il motivo è che lui: Luis, nel mentre che lavora su, al piano rialzato della libreria, nel fare i suoi conti fra quei fogli dal giallo di vecchio che sono, apre il libro che l'avventore ha riportato dal prestito; lo apre alla pagina undici del secondo capitolo, legge la riga ventidue fino alla fine della stessa, e lo richiude. E così per ogni sacrosanto libro che viene restituito alla libreria. E lui, Luis, pretende di costruire una storia, assemblando gli eventi che legge in ordine cronologico, alla riga ventidue, capitolo secondo pagina undici, fino alla fine della riga, su ogni libro restituito, e parlare di questa. E questa storia va avanti da quando Luis lavora in quella libreria, cioè da quando esiste quella libreria, cioè da....da quando scorre quel rio di fronte! Comunque Luis ha sempre lavorato lì e solo lì, che sono ormai quaranta anni fatti lo scorso Settembre. "Settembre! Che mese", pensa spesso Luis quando Settembre arriva. Ed è a Settembre che cerca almeno di dare una veloce sbirciata giù, al di là della vetrata d'ingresso, perché solo a Settembre, ed il giorno ventinove per l'esattezza, cioè quando luis ha preso lavoro quaranta anni fa, vede la stessa luce, riflessa sulla vetrata, di quaranta anni prima, alle ore 17,00 ed un minuto. E forse è l'unico momento che lo porta al di là dei fogli gialli di vecchio che sono sparsi sulla scrivania. No, non è vero! C'è anche un'altra cosa che lo porta fuori dal suo lavoro ripetitivo. Ma, in caso, sarà lui a raccontarla. Comunque...quel: "Grazie", lo elemosina all'aiuto barista che gli porta su il secondo caffè della sua giornata: il primo lo prende da solo, in casa. Ovviamente Luis non alza neanche gli occhi dai suoi fogli, ed accompagna quel "Grazie", con il solo sollevare la matita verso il soffitto umido ed inadatto ad una libreria, e senza quindi guardare negli occhi il ragazzo del bar, che si affretta invece, per sua risposta, a sorridergli con un chinare lento e leggero del capo. Ah! Si! Certo! Dicevo che pretendere di parlare a chicchessia di una storia che non riesce a definire, che non riesce a costruire, è impresa non da poco; ovvio: si può pretendere di costruire una storia iniziando forse...dico così...tanto per dire...da quando Luis lesse la prima riga, nel lontano 29 Settembre di quaranta anni prima, alle ore 17,00 ed un minuto, che diceva: "....e così tutto finì. La vedova sparse sulla tomba, la terra raccolta con il suo guanto bianco", con la seconda frase del secondo libro restituito e letta al secondo capitolo, pagina undici ecc...ecc..., che magari dice: "fece salti di gioia nel vedere rientrare il marito". Insomma, mettere il tutto in ordine cronologico, e pretendere poi di trovare un significato plausibile, come vorrebbe fare Luis, diventa difficile: sembra che la vedova, nel vedere rientrare in casa il marito precedentemente defunto, faccia salti di gioia; e insomma, capite no? E' un po' difficile poi...., bene, affari suoi; lasciamo stare e torniamo a Luis. Insomma Luis si è immerso in una storia tutta sua; è per questo che nessuno lo vuole ascoltare; già, perché.....ah si! Luis ha comunque anche un cognome; si chiama: Gasca. E quando è costretto a presentarsi a qualcuno, ma questo non accade neanche una volta l'anno, dice: "Piacere...." e forse quel: "Piacere", è un termine che va ad aggiungersi al "Grazie" ed alla "Buonasera"; poi aggiunge: "Gasca.....Luis Gasca"; e questo modo di presentarsi, lo ha copiato di sana pianta quando un benedettissimo giorno, lesse al secondo capitolo, pagina undici e così via...il modo di presentarsi dell'Agente Segreto 007 James Bond che, in quella benedetta pagina ed a quel benedetto rigo disse:" Piacere Bond....James Bond". Va bene, che volete! Quaranta anni in una libreria e con un solo: "Grazie" giornaliero! Escluse le Domeniche....Cerco di finire ed arrivare al motivo per cui nessuno vuole ascoltare Luis: Luis, non è interessato al pallone, allo Sport, né alle donne, né al gioco, né alle trasmissioni televisive, dove dice a sé stesso ovvio, altrimenti ci sarebbe qualcuno ad ascoltarlo: "sono solo trasmissioni che ci vogliono dividere! Ma non vedi che la gente tutta è programmata per litigare? E dove portano i litigi e le alzate di voci? Dove? Alla divisione, certo. E chi ha convenienza a dividere l'Uomo?" Ma poi aspetta il ventinove Settembre, per vedere ancora una volta quella luce del sole, alle ore 17 ed un minuto, riflessa sulla vetrata della libreria. Quindi, ecco il motivo per cui il signor Gasca non riesce a parlare mai con nessuno: lui può parlare solo della sua storia che è ancora nella sua testa, e che certo non riesce a srotolare. Anche i bambini, lì, al prato accanto alla sua abitazione, quando lo vedono arrivare da lontano, per fargli dispetto, scappano. Perché una volta alcuni di questi, nel bel mezzo di una partita amichevole di calcio tra loro, si avvicinarono al signor Gasca nel vederlo rientrare in casa, e gli chiesero riguardo il risultato della partita della loro squadra del cuore, quella vera, quella del paese, ma ovviamente Luis non ne conosceva il risultato, non essendo interessato a ciò; solo, non volendo deludere i bambini, si inventò che la loro squadra, aveva vinto per sette a zero; i bambini esultarono, cercando poi di vincere per sette a zero gli avversari di quella partita amichevole; poi vollero fare alcune domande al signor Luis che ovviamente si era affrettato a dileguarsi, non potendo reggere la grossa bugia detta, anche se a fin di bene, così, da quel giorno, i bambini hanno risentimento nei suoi confronti: per la bugia di quel risultato, e per la delusione che provarono poi, nel sapere che la partita vera, quella della loro squadra, non si era neanche giocata...per un motivo che Luis non seppe poi dirmi. Ecco, in conclusione Gasca vuole parlare, o forse può solo parlare di quella sua storia, non definita, non iniziata, tantomeno conclusa, che è nella sua testa; e non riesce ad avere nella sua mente null'altro, non trovando interesse in altre cose. No, non è vero; un altro interesse lo ha: Gasca, è un magnifico suonatore di tromba. Cerca sempre di uscire per ultimo dalla libreria dove lavora, finge di prendere la via di casa, lascia che tutti i commessi siano andati via lungo le loro strade, rientra nella libreria: [anche lui ne ha le chiavi], ed inizia a suonare la tromba; ecco: quella è la seconda via che porta lontano il signor Gasca.
Ah! Si! Un'ultima osservazione: quando il signor Gasca fu costretto ad abbandonare la sua libreria a causa dell'inondazione del rio, nell'andar via con due o tre libri sotto il braccio, salutò con tutto il fiato che immetteva nella tromba, il ragazzo del bar, che si apprestava anche lui, con le ginocchia immerse nel fango, a sgomberare le ultime cose del bar, e nel salutarlo urlo:"Ciao Serafino!". Serafino rimase immobile fuori dal bar che era, girò lentamente la testa, con un sorriso estrasse la biro che aveva nel taschino e la sollevò verso il cielo. Fu la prima ed ultima volta che il signor Gasca vide il bel sorriso del ragazzo.
Non che Luis sia un uomo di poche parole anzi, come tutti gli uomini bassi, grassi, e vestiti senza gusto, parlerebbe a non finire; [ma attenzione: le tre condizioni devono sussistere contemporaneamente per un parlare senza fine; e Luis gode di tutte e tre le condizioni allo stesso istante]; solo....non c'è nessuno che lo ascolta, o che lo vuole ascoltare. Il motivo è che lui: Luis, nel mentre che lavora su, al piano rialzato della libreria, nel fare i suoi conti fra quei fogli dal giallo di vecchio che sono, apre il libro che l'avventore ha riportato dal prestito; lo apre alla pagina undici del secondo capitolo, legge la riga ventidue fino alla fine della stessa, e lo richiude. E così per ogni sacrosanto libro che viene restituito alla libreria. E lui, Luis, pretende di costruire una storia, assemblando gli eventi che legge in ordine cronologico, alla riga ventidue, capitolo secondo pagina undici, fino alla fine della riga, su ogni libro restituito, e parlare di questa. E questa storia va avanti da quando Luis lavora in quella libreria, cioè da quando esiste quella libreria, cioè da....da quando scorre quel rio di fronte! Comunque Luis ha sempre lavorato lì e solo lì, che sono ormai quaranta anni fatti lo scorso Settembre. "Settembre! Che mese", pensa spesso Luis quando Settembre arriva. Ed è a Settembre che cerca almeno di dare una veloce sbirciata giù, al di là della vetrata d'ingresso, perché solo a Settembre, ed il giorno ventinove per l'esattezza, cioè quando luis ha preso lavoro quaranta anni fa, vede la stessa luce, riflessa sulla vetrata, di quaranta anni prima, alle ore 17,00 ed un minuto. E forse è l'unico momento che lo porta al di là dei fogli gialli di vecchio che sono sparsi sulla scrivania. No, non è vero! C'è anche un'altra cosa che lo porta fuori dal suo lavoro ripetitivo. Ma, in caso, sarà lui a raccontarla. Comunque...quel: "Grazie", lo elemosina all'aiuto barista che gli porta su il secondo caffè della sua giornata: il primo lo prende da solo, in casa. Ovviamente Luis non alza neanche gli occhi dai suoi fogli, ed accompagna quel "Grazie", con il solo sollevare la matita verso il soffitto umido ed inadatto ad una libreria, e senza quindi guardare negli occhi il ragazzo del bar, che si affretta invece, per sua risposta, a sorridergli con un chinare lento e leggero del capo. Ah! Si! Certo! Dicevo che pretendere di parlare a chicchessia di una storia che non riesce a definire, che non riesce a costruire, è impresa non da poco; ovvio: si può pretendere di costruire una storia iniziando forse...dico così...tanto per dire...da quando Luis lesse la prima riga, nel lontano 29 Settembre di quaranta anni prima, alle ore 17,00 ed un minuto, che diceva: "....e così tutto finì. La vedova sparse sulla tomba, la terra raccolta con il suo guanto bianco", con la seconda frase del secondo libro restituito e letta al secondo capitolo, pagina undici ecc...ecc..., che magari dice: "fece salti di gioia nel vedere rientrare il marito". Insomma, mettere il tutto in ordine cronologico, e pretendere poi di trovare un significato plausibile, come vorrebbe fare Luis, diventa difficile: sembra che la vedova, nel vedere rientrare in casa il marito precedentemente defunto, faccia salti di gioia; e insomma, capite no? E' un po' difficile poi...., bene, affari suoi; lasciamo stare e torniamo a Luis. Insomma Luis si è immerso in una storia tutta sua; è per questo che nessuno lo vuole ascoltare; già, perché.....ah si! Luis ha comunque anche un cognome; si chiama: Gasca. E quando è costretto a presentarsi a qualcuno, ma questo non accade neanche una volta l'anno, dice: "Piacere...." e forse quel: "Piacere", è un termine che va ad aggiungersi al "Grazie" ed alla "Buonasera"; poi aggiunge: "Gasca.....Luis Gasca"; e questo modo di presentarsi, lo ha copiato di sana pianta quando un benedettissimo giorno, lesse al secondo capitolo, pagina undici e così via...il modo di presentarsi dell'Agente Segreto 007 James Bond che, in quella benedetta pagina ed a quel benedetto rigo disse:" Piacere Bond....James Bond". Va bene, che volete! Quaranta anni in una libreria e con un solo: "Grazie" giornaliero! Escluse le Domeniche....Cerco di finire ed arrivare al motivo per cui nessuno vuole ascoltare Luis: Luis, non è interessato al pallone, allo Sport, né alle donne, né al gioco, né alle trasmissioni televisive, dove dice a sé stesso ovvio, altrimenti ci sarebbe qualcuno ad ascoltarlo: "sono solo trasmissioni che ci vogliono dividere! Ma non vedi che la gente tutta è programmata per litigare? E dove portano i litigi e le alzate di voci? Dove? Alla divisione, certo. E chi ha convenienza a dividere l'Uomo?" Ma poi aspetta il ventinove Settembre, per vedere ancora una volta quella luce del sole, alle ore 17 ed un minuto, riflessa sulla vetrata della libreria. Quindi, ecco il motivo per cui il signor Gasca non riesce a parlare mai con nessuno: lui può parlare solo della sua storia che è ancora nella sua testa, e che certo non riesce a srotolare. Anche i bambini, lì, al prato accanto alla sua abitazione, quando lo vedono arrivare da lontano, per fargli dispetto, scappano. Perché una volta alcuni di questi, nel bel mezzo di una partita amichevole di calcio tra loro, si avvicinarono al signor Gasca nel vederlo rientrare in casa, e gli chiesero riguardo il risultato della partita della loro squadra del cuore, quella vera, quella del paese, ma ovviamente Luis non ne conosceva il risultato, non essendo interessato a ciò; solo, non volendo deludere i bambini, si inventò che la loro squadra, aveva vinto per sette a zero; i bambini esultarono, cercando poi di vincere per sette a zero gli avversari di quella partita amichevole; poi vollero fare alcune domande al signor Luis che ovviamente si era affrettato a dileguarsi, non potendo reggere la grossa bugia detta, anche se a fin di bene, così, da quel giorno, i bambini hanno risentimento nei suoi confronti: per la bugia di quel risultato, e per la delusione che provarono poi, nel sapere che la partita vera, quella della loro squadra, non si era neanche giocata...per un motivo che Luis non seppe poi dirmi. Ecco, in conclusione Gasca vuole parlare, o forse può solo parlare di quella sua storia, non definita, non iniziata, tantomeno conclusa, che è nella sua testa; e non riesce ad avere nella sua mente null'altro, non trovando interesse in altre cose. No, non è vero; un altro interesse lo ha: Gasca, è un magnifico suonatore di tromba. Cerca sempre di uscire per ultimo dalla libreria dove lavora, finge di prendere la via di casa, lascia che tutti i commessi siano andati via lungo le loro strade, rientra nella libreria: [anche lui ne ha le chiavi], ed inizia a suonare la tromba; ecco: quella è la seconda via che porta lontano il signor Gasca.
Ah! Si! Un'ultima osservazione: quando il signor Gasca fu costretto ad abbandonare la sua libreria a causa dell'inondazione del rio, nell'andar via con due o tre libri sotto il braccio, salutò con tutto il fiato che immetteva nella tromba, il ragazzo del bar, che si apprestava anche lui, con le ginocchia immerse nel fango, a sgomberare le ultime cose del bar, e nel salutarlo urlo:"Ciao Serafino!". Serafino rimase immobile fuori dal bar che era, girò lentamente la testa, con un sorriso estrasse la biro che aveva nel taschino e la sollevò verso il cielo. Fu la prima ed ultima volta che il signor Gasca vide il bel sorriso del ragazzo.

Diciassette marzo 1985, pomeriggio inoltrato...
Una rossa luminosità invadeva la città di Dornoch, affacciata sul mare del Nord, nella Scozia nord-orientale.
La contea del Sutherland faceva da contorno con tutto il suo storico passato.
Le Highlands richiamavano vicende lontanissime: storie di clan e di battaglie.
La risacca del mare lentamente si spegneva sulle spiagge.
Le case in fila sembravano quasi confondersi con i toni del cielo.
Un vento insistente soffiava sulle strade che correvano lungo la costa, trasportando spruzzi d'acqua sul suolo.
La sera cercava di strappare gli ultimi bagliori di luce prima di chiudere la finestra del cosciente per abbandonarsi nel sogno onirico del silenzio.
Notte.
Come tante altre, tutte uguali una all'altra.
La città sonnecchiava da un po' mentre una foschia tenue ricopriva tutta la pianura.
La strada che conduceva al mare era deserta.
Alberi spogli sparsi qua e là lasciavano intravedere un autunno inoltrato.
Un'auto si dirigeva verso il centro della carreggiata illuminando la strada con i suoi gialli fari.
Un gatto fermo nel centro.
I suoi occhi accesi come lampioni.
La morte sfrecciò accanto... sfiorò.
L'auto si fermò, scese qualcuno. Una carezza leggera sul muso, mani che sollevarono e caldo tepore d'un sedile. Poi, le luci della targa s'allontanarono nella nebbia.
Un segnale stradale, vecchio e arrugginito, barcollò come un ubriaco, cadendo in terra. Una scritta: “Benvenuti”.
Sì: benvenuti in questa storia.
Piana di Nightingale.
Un'auto ferma: Bentley Musalnne nera. Una porta si apre lentamente. Foschia. Un'eterea figura s'intravede. Si spengono le luci d'una casa illuminata a giorno.
Il rumore d'un mazzo di chiavi tintinna nel silenzio, un cancello cigola lamentandosi; sul selciato, stivali schiacciano pian piano sassolini bianchi.
Un viale, con ai margini delle siepi e alcuni alberi, porta in fondo al buio senza che di esso si veda la fine. Dimora antica custodita con gran cura: ogni aspetto architettonico è sapientemente gestito. Giardino perfetto.
Proprietari molti ricchi sicuramente.
Una voce dall'auto: “Buona sera miss Jane, al solito posto?”
La donna sale, quasi fosse priva di peso per la sua magrezza.
“Vai George, solito posto”
Sempre più notte nel Sutherland.
Whitedark pub, un quarto a mezzanotte.
Parcheggio.
Lattine di birra intorno: bidoni dell'immondizia che emanano profumi inebrianti.
Stridono pneumatici, si ferma l'auto.
Figura esile scende: capelli lunghi, lisci e neri; trucco sul viso appena accennato. Jeans, maglione sportivo, giubbino di pelle e l'unico vezzo un paio d'anonimi “anfibi” ai piedi.
Famiglia borghese la sua: benestanti da generazioni e uno zio alla camera dei Lords.
Modi raffinati e aspetto da ragazzina non ancora cresciuta.
“George, tardo un po', questa sera voglio divertirmi; ne ho abbastanza del collegio e degli insegnanti e poi ho una gran fame questa sera. Mi raccomando non dire dove sono ai miei, ti prego fallo per me. Fra un paio d'ore puoi venire a prendermi”
“Va bene miss”
Gente sfatta, avara della vita: l'indolenza non è un accessorio.
Un mondo di visioni governa il locale.
Fumi e odori salgono sulle travi di legno: le impregnano, le sodomizzano al loro gusto.
Chi entra ne esce vestito a nuovo: un nuovo che sa di schifo, quello della società.
Una ragazza di così alto rango in quel locale?
L'esser giovani e ricchi non implica né morali indotte o altre coercizioni dell'animo, quindi...
“Una birra doppio malto per lavarmi la bocca”
Jane sussurra con voce roca che par venga dritta da chi mastica tabacco da una vita.
Anche le corde vocali paiono aver cambiato timbro.
Ragazzi distratti pendono dal bancone, quasi arrampicati a esso in un gesto d'estrema salvezza.
“Thomas, guarda che bel bocconcino questa sera”
“No sono stanco, vacci tu Robin”
I due sono amici da tempo, ma amici di cosa?
Noia in loro: li prende e li seduce di notte, quando vestono i loro veri panni.
Il giorno alla Royal Insurance: polizze vita il ramo.
La notte, beh la notte è uguale per tutti: balordi con modi da damerini e damerini con modi da balordi... cosa c'è di meglio della notte.
Cambiarsi la pelle è come un semplice quanto accurato cambio d'abito.
Il giorno dopo basta riporre il vissuto in un profumato armadio alla naftalina.
“Ciao, sai che sei carina?”
“Dai, lasciami stare, sono qui solo per bere un drink: non sono mica una di quelle, cosa credi!”
“Come ti chiami, questo me lo puoi dire almeno?”
Nonostante il tono della voce tirato fuori prima, un leggero rossore in viso lascia trasparire una certa timidezza in Jane. Però la notte impone rudezza oggi e lei è divenuta rude quanto basta.
“Ti ho detto di girare al largo eppoi voglio prima mangiare qualcosa, sono affamata”
“Di sesso?” Sussurra Robin.
Lei sorride facendosi ancora più rossa: “mi chiamo Jane e tu?”
“Io Robin, bevi una birra insieme a me, non vorrei che qualche poco di buono t'abbordasse: questo locale è pieno di tipi non proprio puritani, di me ti puoi fidare, lavoro nelle assicurazioni...”
“Mi piace assaggiare il sapore della birra fino al fondo del bicchiere”
Sussurra con voce dolce Jane, lasciando da parte la finta vocalità impostata.
“Ok, prendiamo due doppio malto red”
Ribatte Robin.
Uno dopo l'altro vanno via i boccali: un'arsura che sembra essere un deserto in fiamme.
Robin intanto bofonchia qualcosa facendo cenni all'amico lontano: “Imbecille vieni. Thomas, vieni... è strafatta di birra, ci divertiremo nel parcheggio”.
La prendono sottobraccio ed escono ridendo; anche lei ride: penserà magari a una avventura da brivido per scrollarsi l'aria da collegiale. Manca ancora un' ora all'arrivo di George, c'è tempo.
Auto in sosta.
Cominciano a strattonarla e lei ha un sussulto: la tragica realtà appare ora chiara nella sua mente da ragazzina.
La schiaffeggiano, cercando di strapparle i vestiti di dosso.
Jane d'improvviso inizia a ridere.
“Questa è tutta fatta amico, questa sera bottino grosso: tira fuori l'argomento che iniziamo a spassarcela”
Mentre la frase prosegue, improvvisamente Jane cambia tono, la risata si fa lugubre e la voce diviene tenebrosa e cupa.
I due hanno un'incertezza, si spostano d'un passo indietro.
Lei tira fuori dal giubbino una mannaia.
L'aria si spacca, urla al suo roteare.
La testa di Robin si apre in due.
Thomas rimane impietrito: il cervello dell'amico gli inonda la giacca lordando il suo viso e impedendogli di vedere.
Jane con forza soprannaturale lo afferra: alza nuovamente la mannaia gli tronca una mano di netto, poi il braccio.
Cade in terra esanime: domani non andrà al lavoro certamente.
Sangue sulle auto e nel parcheggio.
Bava alla bocca, sguardo soddisfatto e occhi di fuoco.
La mattanza è finita.
Trascina i corpi vicino alla Bentley, che nel frattempo ha parcheggiato non molto distante; strappa le carni, assaggia il loro sapore e li divora con inumana ferocia.
Ossa spolpate sino al midollo sull'asfalto del parcheggio del Whitedark.
Finisce la sera di Thomas e Robin, l'ultima da padroni del loro nulla.
“George andiamo a casa, hai mantenuto il segreto con i miei?”
“Certo signorina, ho detto loro d'averla accompagnata dalla figlia di sir Jonstone.”
“Grazie George, senza te non so cosa farei. Accidenti avevo una fame... questa sera la carne era ottima, però domani voglio andare al Downlake!”
“Va bene miss Jane”
Goodnight.
Una Bentley musalnne nera entra nel vialetto, si ferma.
Una figura corrucciata avvolta nel buio attende. Jane scende.
“T'ho detto mille volte di non andar in giro in quei locali malfamati, sai che ti conosco e so benissimo cosa sei capace di fare, e poi tua madre non vuole che importuni gli uomini!”
“Ma papà oggi è il mio compleanno!”
Un sorriso, un braccio sulla spalla e s'incamminano verso la fine del viale.
S'intravede un piccolo cancello.
Una scritta: “Dornoch Monumental Cemetery”
Sulla sinistra immediatamente dopo l'entrata una lapide bianca in pietra. “Jane Born: 17 march 1700-17 march 1722”, dad and mum, rest in peace” Null'altro inciso.
Un gatto siede accanto e con una zampa pulisce le orecchie.
Una notte è trascorsa. Un'altra storia è morta.
Un'altra passerà...
“Ah... dimenticavo di dirvi: l'ultima strega in Scozia fu bruciata viva nel 1722 a Dornoch.
Si chiamava Jane Born” E non era una strega, o si?
Nonostante la guerra, gli ippodromi godevano di una certa immunità, e le corse si svolgevano in maniera abbastanza regolare, anche perché erano frequentate da soldati e ufficiali tedeschi.
Ogni tanto la Gestapo effettuava a sorpresa dei controlli, alla caccia di ricercati, ma sopratutto di ebrei. Fu appunto durante uno di questi improvvisi controlli, che due amici, uno dei quali ebreo, furono costretti a separarsi frettolosamente. Dopo qualche tempo la Gestapo se ne andò. I cavalli tornarono a correre, e i giocatori a scommettere. L'amico francese, rimasto solo, cercò l'amico ebreo, ma non lo trovò. Ritornò allora a scommettere fino all'ultima corsa. Poi mestamente e da solo s'incamminò lungo il viale che dall'ippodromo porta in città. Improvvisamente vide il suo amico che lo precedeva di un centinaio di metri. Accelerò il passo e lo raggiunse. " Amico mio, ti è andata bene... sapessi quanto sono felice di ritrovarti! " gli disse. " Bene un corno! " gli rispose l'amico ebreo piuttosto seccato, "anche oggi ho perso trecento franchi!... "
Io Mastiff e Fugo attraversiamo due porte e finiamo in casa di Pappara. L’aria ha un aspetto grigio come i muri della casa. All’apparenza sembra vuota. Svuotiamo la dispensa di babbo Orso e mamma Secca, bevendoci tutta la loro birra. Finito di bere usciamo barcollanti dalla casa. È buio. La notte è chiara e pullula di stelle. Attraversiamo il lungomare che sembra essere quello di Stintino. È un ebbrezza che gode di se stessa e accompagna dolcemente i nostri passi.
Ad un certo punto si sente una voce che mi chiama. È mamma Secca che urla il mio nome dalla sua finestra. Evidentemente lei e babbo Orso sono rientrati nel momento in cui siamo usciti e hanno scoperto che abbiamo fatto fuori la loro scorta di birra. A quelle urla isteriche mi vedo costretto a tornare indietro. Mastiff e Fugo si trasformano in Perda e Pappara. Lo scenario si spegne.
Nella seconda parte il lungomare pare sempre quello di Stintino. Benaldo mi chiede insistentemente il perdono. Vuole fare una partita con le pietre nere dell’asfalto. Come in una sfida di scacchi. Nel lanciarle le pietre si dispongono a rombo. Atmosfera cupa e saette in cielo. Non riesco a cogliere il significato della disposizione a rombo. Lungo il precorso appare Fugo e qualche altro personaggio non identificato. Seguiamo tutti Benaldo che non smette di chiedere il perdono. Il mare subisce influenze lunari e mormora sussurri di onde che si infrangono sulla pietra. Con mia grande sorpresa mi accorgo che uno di noi si stacca dal gruppo e decide di accordare il perdono a Benaldo. Non riesco a crederci. Lo sconosciuto è di spalle. Io e Fugo stupefatti.
Ma la luna illumina il volto di colui che è giunto a dare il sospirato perdono. E ne decreta la nullità.
Poiché è Benaldo stesso che si è sdoppiato per darsi il perdono da sé.
Il tutto scompare in un divagare di ombre che ridono di loro stesse.
Tranne una che ha perso il suo doppio e rimane a specchiarsi sul muro.
Ad un certo punto si sente una voce che mi chiama. È mamma Secca che urla il mio nome dalla sua finestra. Evidentemente lei e babbo Orso sono rientrati nel momento in cui siamo usciti e hanno scoperto che abbiamo fatto fuori la loro scorta di birra. A quelle urla isteriche mi vedo costretto a tornare indietro. Mastiff e Fugo si trasformano in Perda e Pappara. Lo scenario si spegne.
Nella seconda parte il lungomare pare sempre quello di Stintino. Benaldo mi chiede insistentemente il perdono. Vuole fare una partita con le pietre nere dell’asfalto. Come in una sfida di scacchi. Nel lanciarle le pietre si dispongono a rombo. Atmosfera cupa e saette in cielo. Non riesco a cogliere il significato della disposizione a rombo. Lungo il precorso appare Fugo e qualche altro personaggio non identificato. Seguiamo tutti Benaldo che non smette di chiedere il perdono. Il mare subisce influenze lunari e mormora sussurri di onde che si infrangono sulla pietra. Con mia grande sorpresa mi accorgo che uno di noi si stacca dal gruppo e decide di accordare il perdono a Benaldo. Non riesco a crederci. Lo sconosciuto è di spalle. Io e Fugo stupefatti.
Ma la luna illumina il volto di colui che è giunto a dare il sospirato perdono. E ne decreta la nullità.
Poiché è Benaldo stesso che si è sdoppiato per darsi il perdono da sé.
Il tutto scompare in un divagare di ombre che ridono di loro stesse.
Tranne una che ha perso il suo doppio e rimane a specchiarsi sul muro.





