Lento come una larva di lepidottero uscita dal letargo mi levai le lenzuola del letto, mi lavai e indossai un paio di leggins leggerissimi in leacril color lilla e, come una libellula su un fior di loto, mi lanciai a gambe levate su un lungo litorale di una località di lago ma inciampai in un ramo di leccio procurandomi una lancinante lussazione lombare che richiese una lunga degenza fino all'ultimo lunedì di luglio. Dopo lunghi e lenti esercizi ai legamenti, liberata la mente da questi lacci e lacciuoli, prima di lasciare la struttura, offrii una birra ad una leziosa logopedista, un po' lesbica, che lavorava lì, la quale, col sorriso sulle sue labbra come quelle di un lemure della Lunigiana, mi augurò scherzosamente... In bocca al luppolo!

Alla fine tornai lietamente nel mio loft sul lungotevere dove, tra un limoncello, un lecca lecca e profumi di lavanda, mi dedicai ad una lettura leggera delle Lamentazioni di Geremia, della Lisistrata, del Leviathan e alla fine di Lolita...ascoltando l'ultimo long playing  del Litfiba spaparanzato su una 

chaise - longue di Le Corbusier.. ehh

,.. non siam mica qui a mettere le giarrettiere ai fenicotteri rosa... neh!

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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Vado a vomitare, non aspettatemi.


Siamo giunti alla fine: stavo ascoltando un po’ di musica su youtube, poi uno spot pubblicitario mi ha spento: una donna che invitava a cliccare per avere le istruzioni su come caricare un libro digitale su Amazon e campare di rendita. Ma… mica scriverlo io il libro! Macché! È più semplice e più redditizio farlo scrivere ad una I.A., caricarlo su Amazon a nome proprio e campare di rendita. Che libro? Qualsiasi: come esempio mostrava un libro sullo yoga, un libro di racconti… secondo me a questo punto meglio farsi scrivere dalla I.A. una versione più aggiornata e più eccitante della Bibbia e caricarla indicandosi come nuovo Messia.

Buona fortuna a tutti. Per quanto non possa fornirvene prove, io non sono una I.A., tutte le porchesie¹ che ho qui pubblicato le ho scritte con i miei ditini, seguendo il filo illogico dei miei sragionamenti e quella robaccia antiquata e fuori moda che sono i miei sentimenti. Non idoneo a caricarmi su nessuno store, non adatto ad essere venduto né noleggiato da chicchessia. Ciao.

¹: mi piace il termine e, qualora qualcuno nutrisse qualche dubbio, l’ho adottato da tempo per i miei scarabocchi dopo averlo visto usare più volte su altri siti dall'autore fabio b.

23/08/2024

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Profilo Autore: ioffa  

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Mi ricordo lasagne verdi/

che mangiavo già da bambina/

e un arrosto cotto in padella/

con coniglio ed olive nere/

Poi un giorno mi prese l'uzzo /

di bollire pure un merluzzo /

con cicoria, finocchio e timo/

che ho invitato anche il vicino/

Quante volte ci ho messo il sale/

anche se dicon che fa male /

il buon gusto no, non lo perdi/

ma io sogno lasagne verdi/


È un bel piattino, l'ho fatto proprio con amore/

anche il vicino l'ha gradito, credi a me/

ora son pronto e mi iscrivo a Master Chef/


E ricordo lasagne verdi e la scarpetta col pan carré /

un tortino con mele e noci/

due cannoli e quattro bignè /

Ma chissà cosa poi è successo /

ho passato la notte al cesso/

ghiaccio in fronte, tachipirina/

due tisane e una copertina/


Il mio destino, è aver sempre la mappazza/

tanto che mollato mi ha pure la ragazza/

non vedo altro che problemi e sorci verdi/

che poi alla fine sogno lasagne verdi/

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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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T’avevo sognata per anni e parlandone con la mia prima compagna concordammo che ti saresti chiamata Giulia o Emilia. Ma quella mora compagna… fu una Caporetto totale, una disgrazia infernale, una devastazione profonda che mi costrinse a fuggire via dalla città che avevo scelto, non solo per studiare, ma proprio per viverci, perché mi piaceva, mi piaceva molto, come pure mi piaceva molto quella matta che hai rischiato di avere per madre; fortunatamente era molto precisa nell’assumere la pillola, per cui nei 7 anni che fummo fidanzati tra alti, bassi, bassissimi ed abissi, non capitò nessun “incidente” che realizzasse tale sogno prematuramente. Feci in tempo a scappare, non a salvarmi; in qualche modo la mia vita andò avanti ma abbandonando progetti, sogni, futuro.

Poi dopo qualche anno di stasi, una nuova opportunità folgorò la mia vita che tentava di ripartire: era bionda, viva, allegra, intelligente, instancabile. Con lei decidemmo che ti saresti chiamata Giulia, perché Emilia m’avrebbe ricordato troppo il passato e la fuga. Perché? Non lo so, non l’ho mai saputo, ma questo nome l’ho avuto sempre nella testa; non saprei se c’è entrato inconsciamente perché ho conosciuto una qualche Giulia che mi avesse colpito, o magari qualche canzone dedicata a Giulia mi era piaciuta (Gianni Togni? Vasco Rossi? Antonello Venditti? Chissà!) o semplicemente me ne piaceva il suono. Ma scappato dai miei vent’anni e dall’ipotesi Emilia, non potevi che chiamarti Giulia!

Con il mio pulcino biondo stavamo pianificando la tua esistenza nella nostra futura famiglia, nella casetta che avevamo comprato accendendo un mutuo e rallegrando anche un po’ di istituti di credito per avere in prestito i capitali necessari a disfare prima e ristrutturare poi quella casa che proprio lei aveva scelta tra quelle che visitammo da comprare, ma voleva sentirla ancora più “sua” (che ingenui… era delle banche, non nostra!). Del resto lavoravamo bene, due belli stipendi, banca ed istituti erano felici di accoglierci e proporci i vari tassi tra cui scegliere, la crisi del 2008 ancora non aveva piegato il mondo, l’Italia, tantomeno noi che sognavamo e progettavamo di avere non solo te, ma anche possibilmente un fratellino; se eventualmente la seconda fosse stata femminuccia anche lei, allora avremmo osato un terzo ed ultimo tentativo per avere anche un maschietto. Più o meno i trucchi per agevolare l’arrivo di una femminuccia o un maschietto li sapevamo, essenzialmente una questione di “profondità di sgancio della bomba” :-)))) perché i gameti maschili son più veloci ma tendono a schiattare prima e, se li sganci troppo distanti, non arrivano alla meta; certo nessuna garanzia, ma diciamo su per giù al 75% questa specie di selezione riesce; non è il 100%, ma è pur sempre molto più del 50%.

Il tempo passava, lavori e stipendi filavano, più che lisci direi proprio benone. Sia la mamma sia io eravamo contenti dei nostri impieghi e dei relativi introiti, ero molto stimato anche fuori regione negli ambienti in cui mi muovevo, ero il braccio destro del capo ed andavamo ovunque a portare la nostra professionalità; latitudini tra la Sicilia e il Belgio, dove in auto, dove in aereo. Tutte le volte che ero in trasferta, le videochiamate con la mamma erano gioiose (all’epoca non era consuetudine vedersi per telefono: io e lei ci vedevamo dai computer, con Skype, si parlava del futuro e di quanto ci mancavamo per quei 2 o 3 giorni di distanza) ed i rientri… focosi!

Frattanto, la solita pillola badava che tu fossi un preciso progetto e non un maldestro incidente: ne avevamo di cose da preparare per offrirti una vita serena! Non doveva mancarti nulla, non avresti dovuto soffrire nessuna rinuncia. I lavori per la casa continuavano favolosi, tutti gli impianti nuovi e non semplicemente “a norma” ma al massimo della qualità possibile, persino cablaggio lan e videosorveglianza, predisposizione al solare quando ancora non era di moda eccetera eccetera.

Poi arrivò il 2008. Poi andarono via i lavori. Poi andarono via i soldi. Poi le banche si fecero più cattive. Poi la mia salute andò a rotoli. Poi la mamma fuggì all’estero; io avrei dovuto raggiungerla e tentare di rifarci una vita fuori dall’Unione Europea, per complicare alle banche il divertimento di spellarci vivi. Ci tolsero una casa che non facemmo in tempo a vivere, senza tra l’altro azzerare i debiti: pretendevano, dopo averci portato via tutto, che restituissimo ancora più soldi di quanti ce ne avevano prestati, nonostante gli anni di regolare e puntuale pagamento delle rate. Come se non le avessimo mai pagate, eppure per anni ed anni non ne avevamo saltata neanche una. Imparai a muovermi a piedi fin dove potevo e purtroppo la meta abituale diventò l’ospedale, problemi che avevo da chissà quanti anni ma che erano stati trascurati perché non sembravano impattanti, diventarono insostenibili; si scoprì che erano di una gravità altissima e che occorrevano interventi chirurgici delicati per sperare, senza garanzie, di sopravvivere; mentre tutto intorno andava sempre più a rotoli.

Arrivò il giorno in cui la mamma, di rientro qui al villaggio per una piccola vacanza, portandomi a passeggiare sul lungomare, esordì con il classico «Dobbiamo parlare!».

Lo sai cosa vuol dire quando una donna dice al “suo” uomo «Dobbiamo parlare!»? Vuol dire che, per un motivo o un’altro (spesso, inaspettatamente, è “l’altro” ma lo capisci anni dopo), non sei più “suo”. In giro raccontavamo che ci eravamo lasciati di comune accordo, ma in realtà lei era molto, molto più d’accordo di me. A tenerci uniti son rimasti solo banche, avvocati, istituti di credito e loschi personaggi che minacciano per avere soldi che non ho modo di trovare, nulla di più.

E tu?

Tu… beh, la pillola ha funzionato, sempre; ed in attesa del momento giusto per farti nascere… non sei mai nata! Sei rimasta uno dei miei tanti sogni bruciati, uno dei miei rimorsi, da aggiungere alla catasta di rammarichi. Un elemento in meno a tentare di dare un senso a questa mia esistenza sbagliata.

Mi dispiace di non averti mai vista, mai baciata, mai stretta tra le mie braccia; ma mi consola non averti mai trascinata nel mio inferno. Almeno non me lo rinfaccerai e non mi odierai.

Mentre qui pian piano continua a bagnarsi tutto nonostante fuori non piova, mi resta una sola cosa da dirti, figlia mia: addio, Giulia.

23/08/2024

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Profilo Autore: ioffa  

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Parbleu!

La polluzione sesquipedale scaturita dal più classico solipsismo finto borghese,ben si rapporta ad una sorta di amichettismo extraconiugale,confortato altresì dalla resipiscenza parossistica del substrato istituzionale,degno del più becero pangermanesimo berlinocentrico.Evidentemente,la coagulazione ortostatica del segmento epidurale neoclassico, avulso dalla catechesi Sanbenedettina più scontata,si differenzia, surrettiziamente nel maggiore accanimento qualunquistico di tipo giacobino,con conseguenze catartiche nel cerchiobottismo più esasperante, soprattutto dopo l'anniversario della presa della Bastiglia!

Oh,parbleu!

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Durante la quaresima,con un certo quid di quattrini ho acquistato quarantaquattro quaglie in un quotato quagliodromo di un certo Quirino che aveva fatto il vicequestore a Quarto Oggiaro e che,in quattro e quattrotto mi fece una quietanza senza tante querimonie. 

Contento come Quasimodo dopo aver scritto una quartina su un quaderno a quadretti con la copertina in quadricromia o come uno qualunque che ha trovato un quadrifoglio,invitai una mia amica di scala quaranta di nome Quinzy al ristorante QuiQuoQua dove ci rimpinzammo di quadrucci al quartirolo,una quiche Lorraine alla quinoa e quattro quartini di Chianti Querciabella doc.Uscimmo cantando a squarciagola Quando,Quando, Quando,salimmo sul mio quad e tornammo nel mio appartamento nel quartierino  del Quadraro.

Così cominciammo una simpatica querelle di baci e avances in quantità fino ad un clamoroso ballo del qua qua con il sottofondo di una compilations di pezzi di Quincy Jones e vari remakes di canzoni dei Queens…e quando mai!

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Ho incontrato dal barbiere di Siviglia la Norma e sua sorella Tosca che si facevano belle per andare al compleanno di Otello organizzato a casa di una Italiana in Algeri di nome Aida.C'era anche una certa Madama Butterfly con suo marito, un rusticone affiliato alla Cavalleria Rusticana che raccontava di aver partecipato, col suo amico Rigoletto, al Matrimonio di Figaro durante i Vespri siciliani insieme a sua cugina che ,recentemente ,era stata Traviata da uno dei Nibelunghi dopo aver bevuto un Elisir d'amore a casa di una certa Adriana Lecouvreur, mentre era Sonnambula, non prima di aver ascoltato il suono suadente di un Flauto Magico. A questo punto la cugina decise di vendicarsi e così spiegò la cosa ad un suo caro amico ,un certo Andrea Chenier ,che decise di interpellare tal Guglielmo Tell che era a capo di un gruppo di Masnadieri.Questi , però, rispose che non l'avrebbe fatto neanche per tutto l'oro del Reno e solo la Forza del Destino poteva risolvere la questione. Mannaggia a questi Puritani! E allora decise di chiamare tutte le sue più care amiche, la Carmen, la Fedora, la Francesca da Rimini e la Manon e di portarle al bar dell'amico Fritz per prendere una solenne sbornia e dimenticare finalmente tutto il fattaccio...Così Fan Tutte!

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Giugno 2023 - La storia prende spunto dall'attuale contesto politico culturale italiano a seguito delle accese e discriminanti discussioni sulle congetture uomo, donna, coppia.

"L’amore verso una persona,
inteso come quell’incontrollabile sentimento
che nasce istintivamente dentro di noi,
alimentato dall’attrazione e dalla condivisione,
è fonte di felicità
e fa superare ogni ostacolo,
ogni pregiudizio,
ogni differenza,
ogni distanza,
senza regole,
senza limiti,
senza confini."


Amore Senza Confini - YouTube

Ricorderò sempre il giorno in cui l'ho vista per la prima volta, ero in viaggio per una conferenza in Olanda.
Fu un meeting di un certo livello e la fondazione organizzatrice aveva predisposto il mio alloggio presso il Grand Hotel Downtown di Amsterdam.

Non è la regola ma è successo che per un gesto di gentilezza feci un cordiale cenno d’intesa al concierge, questi fraintese e così dopo essere salito in camera sentii bussare alla porta, aprii, e trovai davanti a me una donna bella, elegante, slanciata, capelli biondi come l'oro, che restava lì immobile senza parlare.
Occhi dolci che cercavano una mia reazione.  
Restai confuso, impietrito per la sua bellezza e la situazione che non mi aspettavo.
Lei prese l’iniziativa e senza dire una parola entrò, abbassò la luce e accese il sound system.
Il suo profumo aveva reso la stanza un prato fiorito e mentre la mia incapacità di agire impediva anche la mia consolidata loquacità lei si sedette sul letto e lentamente si tolse le scarpe e poi le calze, e avvertendo il mio palese imbarazzo si alzò, si avvicinò e mi bisbigliò qualcosa sottovoce all’orecchio.
Non capii cosa disse ma ricordo la sensazione che provai, come se mi avesse sfiorato con le labbra dietro il lobo dell’orecchio, è da lì che partì un brivido che attraversò tutto il mio corpo, così ruotai la testa quasi a voler assecondare il brivido stesso e magari prolungarlo.

La sua delicatezza, il suo fascino e la sua sensualità scatenavano in me continue tempeste emozionali e la mia mente era diventata un turbinio di pensieri e fantasie, non riuscivo a resistere alla sua seduzione.
Poi pensai perché resistere, così mi abbandonai alle sue iniziative. 
Aveva il viso di un angelo ma era un demone per come conosceva tutti i miei punti sensibili, e anche se non consumammo mi fece vibrare come una corda di violino, una volta, due, fino a conquistarmi completamente prendendomi anche l’anima.
Desideravo tenerla tra le mie braccia e baciarla sulle labbra, cosa a cui lei si sottrasse. 
Da non crederci, mi accorsi che mi ero innamorato all'istante, di una splendida sconosciuta.
Si, proprio un istante perché subito dopo rimasi attonito e sconcertato a guardarla mentre si rivestiva lentamente.
Mi alzai dal letto, la raggiunsi davanti alla porta, la abbracciai, la volevo fermare, le volevo dire che . . . e mentre stavo per esprimerle quanto provavo, lei mi mise il dito indice sulle labbra pronunciando ‘shhh’, non voleva che parlassi.
Mi guardò con i suoi dolci occhi verdi e con uno sguardo malinconico, mi sfiorò le labbra con le sue, quasi volesse farmi una carezza, aprì la porta, disse con voce fioca ed emozionata “it was wonderful for me too, but I really have to go.”  e andò via.

Il mio meraviglioso sogno si trasformò in angoscia, cominciai ad avere un respiro ansimante proprio come se mi fossi svegliato da un incubo, mi rivestii e provai a rincorrerla, era sparita, scesi di corsa in reception e chiesi con insistenza al concierge di darmi un nome, un numero, qualunque cosa potesse permettermi di rintracciarla, mi rispose che non era possibile e che avrei potuto richiedere ancora compagnia ma sicuramente non la stessa persona.
Insistetti fin quanto Alric, così si chiamava il portiere, vedendo la mia addolorata insistenza mi spiegò che in Olanda la compagnia in camera è una legale professione e in questo lavoro farsi coinvolgere dai sentimenti non porta mai a niente di buono. Poi con tono amichevole quasi affettuoso nei confronti di lei mi disse: “Dimentica, non pensarci, ho letto sul suo viso una certa tristezza, credo ci sia stato coinvolgimento e questo non può che far del male ad entrambi. Dimentica”.

Tornato in Italia dalla convention provavo a illudermi che forse il mio non fosse amore ma solo i postumi di una intensa ora di passione, di giochi di corpi e sguardi senza parole, di quelle che si dimenticano la mattina dopo. Ma non fu così, la nostalgia di quella notte non mi abbandonava e mi divorava il cuore, restavo per ore a contemplare il soffitto della mia camera da letto che era diventato lo schermo su cui i ricordi proiettavano sequenze e immagini a volte nitide, a volte sfuocate, come pure mi risuonava nella mente la musica che ricordavo aver sentito più volte quella sera, dolci e nostalgiche sonorità Jazz.

La mia natura riflessiva e curiosa mi spinse a cercare delle risposte a quella che a mio stesso avviso stesse diventando una fissazione e mi imbattei negli studi sulla memoria di Kurt Lewin, Bluma Zeigarnik e John Baddeley secondo i quali l’interruzione di un’azione, quindi non conclusa, viene ricordata a lungo contrariamente a quelle compiute, più i soggetti sono coinvolti più a lungo ricordano i particolari restandone rapiti.
Decisi allora di andare alla ricerca della mia bella sconosciuta.
Tornai al Downtown Hotel e chiesi di lei descrivendola, questa volta ebbi più fortuna una giovane donna alla reception mi disse di conoscerla e che non frequentava più l’Hotel, che si chiamava Hylke e che probabilmente lavorava in un ristorante in zona Duivendrecht. Ormai ero vicino, mi armai di coraggio, dovevo a tutti i costi ritrovarla.

Raggiunto il posto chiesi in giro di Hylke fino a entrare in un grazioso ristorante che si trovava in una piazzetta, entrai mi sedetti e ordinai qualcosa.  
Cominciai ad essere cordiale e confidenziale con il cameriere fino a chiedere se conoscesse una certa Hylke e questi dopo un cenno di assenso andò verso il tavolino, quello dove di solito c’è il maître e scambiò qualche frase con questi. 
Dalla mia posizione vedevo solo le spalle e i capelli raccolti a mo’ di cipolla sulla nuca. Cercavo di seguire con lo sguardo, e non nascondo con una certa apprensione, cosa succedeva. Dopo qualche istante il maître si girò e cominciò ad avvicinarsi al mio tavolo seguendo con confidenzialità e sorrisi i commensali ai tavoli, arrivato al mio, arricciò la fronte, mi osservò per qualche istante con una certa perplessità poi la sua faccia piano piano si rilassò, mi riguardò e mi disse: “Tell me, please “.
Io tardai a rispondere perché la mia elaborazione mentale non riusciva a collegare il suo volto, che comunque mi sembrava di riconoscere, con il mio ricordo, allora risposi: “Conobbi Hylke qualche anno fa al Grand Hotel Downtown in centro e mi avrebbe fatto piacere rivederla”.
Attimi di silenzio, sguardi che si incrociavano e cercavano di mettere a fuoco la situazione.
Il viso del maître cominciò a cambiare colore dapprima un bianco pallido per poi diventare rosa ed in fine rosso, allora sciolse la cipolla e scrollò la testa liberando i biondi e soffici capelli che dopo una semi rotazione caddero morbidamente sulle spalle, si tolse gli occhiali dalle lenti oscurate ed io rividi in tutto il suo fascino la mia bella sconosciuta.
Avrei voluto abbracciarla e stringerla forte a me ma il luogo e la circostanza mi inibirono.
Lei mi fece cenno di seguirla e mi condusse nella directory room, ci guardavamo con gli occhi che cercavano oltre le pupille per captare quell’emozione che solo l’amore riesce a dare.
Lentamente senza accorgerci ci avvicinammo, ci abbracciammo e ci baciammo.
Percepivo le pulsazioni del suo cuore che batteva forte, non c’era bisogno di parlare per capire che ci eravamo cercati per tanto tempo.

Dopo un lungo abbraccio mi fece accomodare, si sedette difronte a me e disse:
“Quella sera sono rimasta disorientata, la tua incertezza, la tua passione, la tua tenerezza mi hanno così coinvolta che pure io ho provato una forte emozione, che ha sconvolto la mia vita.
Non mi sentivo pulita per un sentimento sincero e duraturo ma ti ho pensato tanto, mi sono allontanata dal quel lavoro ed ho vissuto nella speranza di rincontrarti”.
Ero felice, radioso come un diciottenne che riceve in regalo la sua prima auto, e pensai che non avrei mai permesso a nessuno di separarci, così le risposi: “Ho amato quei pochi attimi insieme, ho amato bere champagne in tua compagnia. Sei arrivata inaspettata, sorprendente e ho amato ogni secondo passato con te”. 

Lei in un evidente stato di disagio, lo sguardo malinconico, il respiro in affanno disse:
”Desidero che tu sappia . . .”, si ferma, indugia qualche secondo, gli occhi diventano lucidi, poi con visibile imbarazzo continua: “sono transgender”.
Hhhhhhhhh!
A quelle parole provai lo stesso effetto di un pugno allo stomaco e mi venne a mancare il respiro.
Ebbi un colpo al cuore . . .
Mi sentivo trafitto come quelle statue sacre con il pugnale al petto.
L’immagine che avevo appena costruito svaniva inesorabilmente.
In quei lunghi attimi di perplessità vivevo in continua alternanza il dolore della pugnalata, la disperazione provata dopo quella notte, lo stato nostalgico che aveva divorato il mio cuore fino ad allora, la voglia di rincontrarla, unitamente alla felicità che provavo nel parlarle, baciarla, tenerla ancora tra le mie braccia, e magari poterlo fare per tutta la vita.

Dopo qualche attimo, istintivamente mi alzai, le presi le mani, la strinsi a me e la baciai ancora con passione ed Hylke ricambiò con amore.

Compresi allora che l’amore verso una persona, inteso come quell’incontrollabile sentimento che nasce istintivamente dentro di noi, alimentato dall’attrazione e dalla condivisione, è fonte di felicità e fa superare ogni ostacolo, ogni pregiudizio, ogni differenza, ogni distanza, senza regole, senza limiti, senza confini.

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Profilo Autore: Toni Zito  

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La cattiveria apre tutte le porte. Il cattivo sa mentire bene, sa fingere ipocritamente, è egocentrico e totalmente privo di empatia. Chi pensa solo a sé stesso, calpesta senza alcun ripensamento chiunque lo ostacoli. Chi vuole successo ed è abbastanza disonesto e falso, ha davanti a sé un intero mondo. La cattiveria è un valore aggiunto in una società ipocrita come quella attuale. Se sei buono non sai mentire e se fai del male poi ti penti sempre. Se sei buono non sai rubare, né togliere a chi ha poco. Se sei buono ti dispiace vedere la gente che soffre e vorresti aiutare tutti. Purtroppo nella quasi totale assenza di valori, in una società come quella dei giorni nostri, la cattiveria è la falsità sono considerate virtù. Se sai fingere puoi ingraziarti chi ti pare e questo ti aiuta ad ottenere ciò che vuoi. Infine, i cattivi vincono sempre. I buoni muoiono di crepacuore, ma i cattivi no; perché i cattivi hanno un cuore di pietra. Ma allora essere cattivi conviene? E no! Perché se non ci fossero i buoni, non si costruirebbe nulla, ma si farebbero sempre guerre. Se ci fossero solo i cattivi, la razza umana si sarebbe estinta da tempo E allora viva i buoni che silenziosamente combattono. Viva i buoni che dicono verità che nessuno vuole dire, né ascoltare. Viva i buoni che costruiscono, amano e spesso muoiono per i numerosi colpi a loro inferti dai cattivi. Viva I buoni che vivono rapporti autentici e lottare per amore e con onore. E i cattivi? Troppo occupati ad uccidere, a combattere i nemici, ad accumulare danaro e successi; non hanno tempo da dedicare all'amore. Costretti alla solitudine vivono come piante finte. Forse vivono più a lungo, fra agi e benefici di svariato tipo, ma quando moriranno col loro cuore di pietra copriranno la pietra tombale dove sono sepolti i buoni. Mentre sulle loro lapidi verranno deposti fiori di plastica, accanto alle tombe dei buoni ci saranno persone che piangeranno...e da quelle lacrime nasceranno piccole piante, che poi diventeranno alberi dove cresceranno frutti. E così, grazie ai buoni, la vita non avrà mai fine.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

Questo autore ha pubblicato 302 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Autobiografia dell’autore.


Nacqui. E forse già da quel momento fui come sono oggi: sconclusionato. Mi piacerebbe spiegarvelo bene raccontandovi di come arrivai alle prime poppate, ai primi sorrisi, ai primi versi, ai primi passi, alle prime parole… ma in realtà non ricordo nulla dei miei primi mesi, i miei primi ricordi sufficientemente nitidi risalgono al periodo delle suore, l’asilo con tanti altri bambini simili a me (più o meno, non proprio uguali) controllati a vista da questi autoritari guardiani vestiti di nero che erano le suore. Lì disegnavamo, lì cantavamo, lì imparavamo filastrocche e tante, tante preghiere per rabbonire quei mostri da horror che erano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ma soprattutto lì giocavamo e bisticciavamo. A dire il vero io non bisticciavo molto, le suore dicevano che ero un bambino bravo, un modello da seguire. Seguire per andare poi chissà dove?! Non è che abbia mai avuto l’indole del condottiero che traccia la strada per sé e per gli altri! Però ero un osservatore abbastanza attento e guardando bene gli altri bambini avevo capito che si dividevano in due categorie: i bambini propriamente detti, come me, e le bambine, che erano diverse, più interessanti, più belline, più gentili… mi piacevano! Un po’ tutte, ma una biondina in particolare mi affascinava tanto che pensavo spesso a lei anche quando non ero all’asilo, persino a volte la sognavo! La chiameremo Filomena (giusto per darle un nome che non c'entra nulla con il suo nome vero). Filomena aveva begli occhi, bei capelli, bella bocca, bel nasino, belle guance, bella faccia, bella testa, bel corpo, tutta bella! Educata, gentile, intelligente! La elessi quindi a mia Principessa. Sì, mi piaceva e la sognavo, ma cercare di parlarle mi intimidiva un po’; io ero un genio della scienza, avevo ormai capito che le bambine poi si trasformano, come vedevamo sui libri che i bruchi si trasformano in farfalle, così avevo capito che le bambine si trasformano e quando passa il tempo entrano in un’altra categoria. Anzi due. Beh, abbiate pietà, non ero ancora approdato all’università e quindi un po’ di confusione sulla fisiologia umana ce l’avevo, anche sull’anatomia non è che fossi certo al 100%, che io avevo ancora fratellini solo maschi. Però che le bambine non avevano il pisellino lo sapevo già! Non sapevo il perché, ma sapevo che quella è la cosa che più distingueva i bambini dalle bambine. Oltre al fatto che le bambine erano più belle e più gentili. Lo sapevo perché le suore avevano grande fiducia in me e quindi se stavano troppo indaffarate ed a qualcuno scappava la pipì, delegavano me per accompagnare in bagno e starci attento, sia che fossero bambini, sia che fossero bambine! Ero l’unico jolly, altri maschietti che accompagnassero in bagno una femminuccia in emergenza non ce n’erano. Ma dicevo del mio aver capito che poi le bambine si trasformano, quindi diventano o mamme o nonne! Or/or! Le due categorie erano ai miei occhi nettamente separate, le mamme erano belle, dolci, protettive, le nonne erano brutte, antipatiche e incomprensibili. Questo perché la mia mamma, giovane e bella, era sempre disponibile, capace di aiutare me e i fratellini, parlava bene, in italiano, con toni rassicuranti. La nonna invece, che viveva di fianco, era rude, parlava un dialetto nient'affatto forbito, era sempre nervosa, ci sgridava e poi a me non piaceva la sua abitudine di prendere, ogni volta che la gatta bianca sfornava una nuova cucciolata nel giardino, i gattini neonati, sbatterli con forza contro un muro e poi gettarli nella spazzatura! Mi veniva da piangere. Così mi ritrovavo a pregare talvolta il misterioso Signore delle suore, chiedendogli (perché lui poteva tutto, ce lo spiegavano sempre) di fare in modo che Filomena crescendo si trasformasse in una mamma e non in una nonna! Sperando anche che non le crescessero però le tette (che le mamme e le nonne le avevano, a volte specialmente le mamme decisamente ingombranti ed a me, diversamente da altri bambini, quelle grosse mongolfiere sul petto non piacevano). Sperando soprattutto che stesse sempre con me! Mi piaceva davvero, Ma non glielo sapevo dire. Arrivai a fare a botte con un altro bambino per lei, perché la infastidiva, fino a fargli sanguinare il muso, e le suore rincararono la dose quando lui le chiamò piangendo, perché sostenevano che se io, proprio io, lo avevo picchiato, allora sicuramente lo avevo fatto per un motivo giusto, per punirlo di qualche marachella grave. Invece l’avevo fatto solo per gelosia, ma non lo dissi alle suore né a Filomena. Filomena non seppe mai che animava i miei sogni, l’asilo finì perché diventando grandi passammo alle scuole “vere” e non la vidi mai più. Fu la prima della serie di stelline che entravano nel mio cuore senza che la mia bocca trovasse il coraggio di dire nulla. Del resto, com’ero (e son rimasto) inconcludente in amore, sono inconcludente anche in tutto il resto.

Troppo insicuro per impegnarmi sufficientemente in qualsiasi ambito.

Son sempre stato così nelle relazioni interpersonali, ma anche nel rapportarmi con il mondo del gioco, dello studio, del lavoro… qualcosa vorrà dire se non mi sono laureato!

L’insicurezza e la sconclusionatezza mi hanno accompagnato in tutte le tappe della mia vita, specialmente in quelle più importanti, impedendomi di portare a felice conclusione alcunché.

Diventato grande e cominciata la scuola elementare, infatti, ricordo ancora, dopo quasi una cinquantina d’anni, quella mattina in cui io timido bimbo tra gli altri nuovi compagni

21/06/2024

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