Lo svegliò il rumore delle onde e la sensazione di bagnato che sentiva addosso.

Aprì gli occhi e si rese conto di essere disteso sulla spiaggia, sul ciglio dell’acqua, che con ritmo monotono, lo inondava e si ritirava lasciandolo bagnato e infreddolito.

Si guardò un po’ intorno prima di accennare ad alzarsi, quasi a voler decidere se ne valesse la pena o se fosse stato meglio richiudere gli occhi e sprofondare nuovamente nel nulla da dove sembrava essere spuntato.

Era buio, non si vedeva molto, intuì che si trovava sotto degli enormi scogli che gli impedivano la vista di qualunque lembo di panorama.

Richiuse gli occhi sperando di ricadere nell’oblio, ma ormai la coscienza bussava alla porta dell’anima e non gli permetteva di perdersi.

Così, di contro voglia, si tirò su senza alzarsi del tutto. Gattonando si allontanò dall’acqua spostandosi dove la sabbia era asciutta, si lasciò nuovamente andare come se avesse fatto uno sforzo immane.

Rimase immobile, mentre dentro di lui una voce diceva “voglio dormire, riposare, questo solo voglio”. Quando tornò ad avere coscienza di sé, riaprì gli occhi e tornò a guardarsi intorno.

Non era più buio, adesso il sole illuminava tutto, ma di un giallo strano come se qualcuno avesse mischiato un po’ di grigio al colore del sole.

Questa volta si alzò e quando fu in piedi, guardò quegli enormi scogli che sembravano montagne.

Gli impedivano qualunque visuale, così non riusciva a capire dove si trovasse.

Girando gli occhi vide una donna seduta su di una sporgenza vicino all’acqua.

“Meno male” pensò, non sono solo, si avvicinò a lei e dopo averla salutata, le domandò se sapesse dirgli dove si trovassero.

Lei si voltò dalla sua parte con aria annoiata e dopo averlo squadrato per qualche minuto gli rispose <<sull’isola>>

<<isola? Che isola, me lo può dire?>> 

Lei sembrava quasi scocciata dalle sue domande, comunque rispose ancora <<Isola Stefi>>

Lui rimase interdetto, si allontanò guardandosi intorno sperando di vedere qualcun altro a cui potersi rivolgere.

Non c’era nessun altro nei dintorni. Mal volentieri decise di rivolgersi ancora a quell’unica persona che aveva trovato <<scusi, non vorrei importunarla ancora, ma io penso di aver avuto un problema, non so nemmeno di cosa si tratta esattamente, forse ho avuto un malore sono rimasto svenuto, fatto sta, che in questo momento non riesco ad orientarmi, non so davvero dove mi trovo e perché>> Lei lo guardò ancora con l’aria annoiata. “questa donna è senza cuore” pensò lui, infastidito da quell’espressione annoiata.

Lei interruppe i suoi pensieri con una risposta che lui definì stizzosa <<siamo sull’isola Stefi, mi pare di averlo già detto>>

A questo punto il poveretto si sentì già preda dello sconforto. Si guardò ancora attorno.

Da una parte il mare e -separati da quel lembo di spiaggia- quegli enormi scogli.

Per quanto cercasse di spaziare con lo sguardo, niente, solo mare e scogli, montagne di scogli.

Gli venne una leggera nausea al pensiero di rivolgersi ancora a quella specie di sirena che se ne stava appollaiata sul suo scoglio senza curarsi di nulla.

<<chiedo ancora scusa, ma mi potrebbe dire come si fa per uscire da qui?>>

Lei distolse gli occhi dall’orizzonte che sembrava intenta a fissare e gli si rivolse con uno sguardo che sembrava riflettere ancora l’infinita distesa del mare. <<Ci sono due strade, o va per mare o su per gli scogli>> a questo punto l’avvilimento fu totale. Lui valutò per un momento l’ipotesi di lasciarsi cadere e rimanere immobile, finché qualcuno non fosse arrivato a portarlo via, comunque, si accasciò e tenendosi la testa tra le mani, cercò di ricordare una qualunque cosa che gli potesse far capire il perché di quella situazione.

“forse stavo nuotando e ho avuto un malore per cui la corrente mi ha portato qui o sono un naufrago di qualche nave che è affondata.

Non riesco nemmeno a ricordare bene chi sono.

No! Un momento! Io so chi sono: mi chiamo Andrea e faccio l’avvocato.

Questa mattina mi ricordo che ho fatto colazione, poi sono uscito di casa e poi… Non ricordo più nulla! Non mi ricordo di essere andato al mare né di aver preso una nave.

Com’è possibile che mi trovo su questa striscia di sabbia con davanti il mare e alle spalle montagne di scogli?

Potrei provare ad arrampicarmi, ma mi sento così debole, e sembrano davvero duri da scalare”.

Mentre faceva questi pensieri guardò nuovamente quella figura, non si muoveva di un millimetro, guardava fisso verso l’orizzonte nel punto dove mare e cielo diventavano un tutt’uno. Si perse anche lui con lo sguardo in quella distesa azzurra. Non c’era l’ombra di una barca, nulla di nulla.

Tornò a guardare la donna. “Che diamine” pensò, si alzerà prima o poi da lì e dovrà pur mangiare o tornare a casa. Voglio proprio vedere come farà ad andare via da qui. 

Decise, dunque, di non rivolgersi più a lei, ma di aspettare le sue mosse.

Si distese supino sulla sabbia e si lasciò andare con l’unico scopo di sbirciare ogni tanto i movimenti di quella assurda creatura.

Scivolò senza accorgersene in una sorta di dormiveglia. Quando a un certo punto rivolse lo sguardo là, dove la donna avrebbe dovuto essere, ebbe un piccolo sussulto.

Il punto era vuoto, lei se ne era andata. Scattò in piedi sentendosi improvvisamente in preda alla paura.  “Dio mio! Fai che non sia sparita definitivamente”.

Imprecò mentalmente, mentre i suoi occhi vagavano nella ricerca spasmodica di quell’unica figura.

La vide improvvisamente; china sulla sabbia, sembrava stesse raccogliendo conchiglie.

Le si avvicinò con un po’d’imbarazzo, ma avvertendo una certa intima gioia nell’averla ritrovata.

<<Posso chiederle cosa sta facendo?>> disse timidamente.

Lei alzò lo sguardo e non rispose alla domanda con parole, ma mostrò, tenendola in mano una conchiglia; era un paguro.

<<Ah!>>fece lui <<Le colleziona?>> chiese ancora, deciso a non lasciarsi smontare da tutta quella freddezza. <<Cibo>> fu la risposta della donna, che questa volta aveva parlato, tenendo lo sguardo fisso sulla conchiglia che aveva in mano. “Cibo,” ripeté lui mentalmente. A quella parola si rese conto che dovevano essere passate molte ore da quando aveva fatto colazione, eppure non avvertiva nessun bisogno di mangiare.

Adesso la sua unica esigenza era capire come uscire da quella situazione, possibilmente senza doversi arrampicare su quegli scogli. Si sentiva troppo debole anche solo per prendere in considerazione una simile eventualità.

Restò a guardare la donna che teneva tra le mani quel paguro.

“Lo mangerà crudo” pensò tra sé, ma senza osare rivolgerle la domanda.

Senza troppa convinzione, anche lui si mise a cercare conchiglie. Piano, piano si fece strada in lui l’idea che se avesse trovato dei paguri da regalare alla donna, poi lei sarebbe stata più gentile e magari finalmente gli avrebbe rivelato qualcosa su quella strana situazione.

Ne trovò uno, lo prese con due dita e subito lo porse a lei che non notò il gesto immersa com’era nelle sue faccende.

<<Ecco, ne ho preso uno tenga>> disse ripetendo il gesto di prima. Lei si alzò, prese la conchiglia tra le mani, la rigirò poi facendo cadere da questa qualche granello di sabbia dorata disse: - È vuota, e la buttò via, tornando a concentrarsi sulla sua ricerca “che stupido” si disse, “potevo controllare prima, sono proprio un babbeo.”

Intanto un altro pensiero si stava facendo strada in lui. Forse questa donna era una naufraga come lui, forse nemmeno lei sapeva dove si trovassero e quale strada seguire per uscire da lì.

Magari “Isola Stefi” se lo era inventato per non rivelare che si trovava nella sua identica situazione.

Decise di indagare in quel senso, le si avvicinò dopo aver preso un altro paguro: <<Eccone uno buono, le disse porgendoglielo. Come li mangia?>>

<<Non sono per me>> fu la risposta <<a no?  Li porta a casa?>> <<No.>> di nuovo risposta secca.

“Dio mio che donna difficile!” pensò aggrottando le sopracciglia.

Possibile che non si rendesse conto, di quanto lui avesse bisogno d’aiuto?

Rinunciò a parlare con lei e si mise ad ispezionare con lo sguardo quell’enorme massa di scogli cercando di intravedere un qualche punto più facile dove arrampicarsi.

Intanto, il sole calava e le ombre disegnavano strane figure tra i frastagliamenti delle rocce. A un certo punto ebbe come l’impressione che tanti corpi vi fossero ammassati.

Sembrava che quelle montagne fossero fatte da corpi pietrificati.

Un moto di paura lo fece rabbrividire nel profondo, distolse lo sguardo cercando ancora la donna, che, per quanto fredda è priva di ogni forma di gentilezza, almeno lo riportava in una dimensione umana.

Quando la cercò però ebbe l’amara sorpresa di non trovarla.

Chiuse gli occhi e si ripeté mentalmente

“niente paura, tornerà” si mise a contare, non sapeva nemmeno lui perché contasse, ma decise che sarebbe arrivato a cento prima di riaprire gli occhi.

Imperterrito continuò a contare e solo al centesimo numero aprì gli occhi per cercarla ancora.

Si ritrovò al buio, tanto valeva cercare di dormire e aspettare la luce di un nuovo giorno.

Riprese a contare dandosi l’infinito come numero da raggiungere.

Non fu in grado di ricordare a quale numero fosse arrivato quando riapri gli occhi.

Vide che il sole di quel giallo strano era tornato.

Adesso sentiva chiaramente il rumore delle onde che s’infrangevano sugli scogli.

Per un lungo momento si lasciò cullare da quel rumore familiare, poi si ricordò di cercare la padrona dell’isola.

Vagò con lo sguardo sulla spiaggia e sugli scogli che affioravano dall’acqua, fino a quando un tuffo al cuore gli disse, prima ancora dei suoi stessi occhi, che lei era li.

Qui c’è qualcosa di assurdo, lo capiva bene lui, a questo punto.

Non poteva essere normale che loro due fossero gli unici su quella spiaggia, che vi stessero trascorrendo dei giorni senza nessun motivo apparente.

Provò a riflettere ancora, specialmente sul fatto che non sentisse gli stimoli della fame, seppure fosse così debole da rifiutarsi di fare nemmeno il più semplice tentativo per salire attraverso gli scogli.

Osò guardare di nuovo verso quelle rocce. Ora alla luce del sole non sembravano più tanto tetre.

Ma non appena fissò il suo sguardo sulle sporgenze alle quali avrebbe potuto attaccarsi per un eventuale scalata, ecco che gli parve di scorgere dei volti, come fossero scolpiti nella pietra; ve ne erano tanti, ogni sporgenza un volto, ogni volto un’espressione diversa: stupore, dolore, disperazione, rassegnazione.

No! Basta! si disse e usando tutta la sua determinazione, riuscì a distogliere lo sguardo da quei volti che sembravano esercitare una strana attrazione; come se lo aspettassero, affinché lui stesso potesse far parte di quelle rocce. 

Raggiunse la donna che stava passeggiando sulla spiaggia e sembrava godere della frescura che le onde lasciavano sulla sabbia ritirandosi.

Si mise a camminarle vicino in silenzio, ormai aveva rinunciato a farle domande, l’importante ora per lui era che ci fosse, che lo tenesse lontano dagli scogli.

Seguendola ebbe come l’impressione che lo stesse guidando per un qualcosa che però lui non riusciva a spiegarsi.

Le onde che salivano a lambire la spiaggia per poi ritirarsi gli massaggiavano i piedi. Si sentiva gratificato da questo massaggio benefico. Così decise che non si sarebbe più staccato dal fianco di quella donna, che seppur con assoluta indifferenza sembrava farle del bene.

Finita la passeggiata lei andò a sedersi sul suo scoglio preferito e riprese a guardare l’orizzonte. Lui non se la sentì di sederglisi vicino, perché in quel punto l’acqua del mare s’infrangeva con forte vigore sullo scoglio e lo faceva stare male, gli faceva tornare il senso di paura.

Decise di rimanere sulla spiaggia a guardarla da lontano; l’importante era sapere di averla lì.

Cercò di seguire la linea dello sguardo di lei che spaziava attraverso quel mare infinito.

A un certo punto proprio mentre il sole sembrava tuffarsi nell’acqua ebbe come l’impressione di vedere qualcosa proprio nella linea dell’orizzonte.

Quando cercò di guardare meglio, era sparito tutto.

Il buio arrivò improvviso e non gli restò che contare di nuovo verso un numero infinito con la speranza di rivedere un nuovo giorno e quella strana creatura così distante eppure così vicina.

Aprì molte volte gli occhi quella notte, trovando sempre ad aspettarlo un buio profondo.

Tanto, che si convinse che ormai questo era il suo destino: rimanere disteso su una spiaggia sperduta in mezzo a chi sa quale oceano, senza più rivedere la luce del giorno.

Perduto per sempre in un buio eterno.

Si abbandonò con rassegnazione al suo destino, chiuse gli occhi ritenendo ormai inutile aprirli.

A un certo punto sentì gocce d’acqua fredda colpirgli il viso.

“sta piovendo” pensò, assolutamente incapace di reagire.

- “Ei, Ei”, questa voce la riconosceva, era la donna dell’isola, lo stava chiamando.

“Che bizzarra creatura”, si disse, ora che non desidero più parlarle, si è decisa a cercarmi lei.

Di malavoglia aprì gli occhi, lei era lì in piedi, vicino a lui che giaceva supino, gli stava allungando una mano come a volerlo aiutare ad alzarsi.

Fece uno sforzo per afferrare quella mano.

Quando guardò in alto si accorse che non era più vicino al mare, ma proprio sotto gli scogli, anzi aveva, adesso, la netta impressione di far parte di quelle rocce.

Si sentiva in effetti così indurito, da non riuscire a muovere più nemmeno un muscolo.

Lei imperterrita gli tendeva la mano: - Su, Su, diceva rivolta a lui, ma senza tradire nessuna emozione.

Che rabbia si sentiva salire adesso lui. “possibile che questa donna non riesce a provare nessuna pietà per un povero uomo disperato?

Allora, come mai mi tende la mano come se volesse aiutarmi a sfuggire agli scogli che ormai mi stanno incorporando?

Se riesco a sollevarmi e se riesco a parlarle, questa volta mi dovrà rispondere.

Mi deve dire chi è, e che cosa vuole da me.

Raccolse tutte le sue energie e si aggrappò a quella mano tesa, che improvvisamente dimostrò una forza sovrumana strappandolo letteralmente dagli scogli che sembravano anch’essi esercitare una forza micidiale per trattenerlo.

Alla fine, riuscì ad alzarsi e si trovò di fronte a lei che gli teneva saldamente la mano.

La guardò negli occhi e si sentì invaso da una gioia profonda.

Non ti lascio più le disse, qualunque cosa farai, ti starò attaccato addosso come l’edera al muro.

Lei sorrise per la prima volta da quando era cominciata quell’avventura.

- Allora seguimi, disse e tirandoselo dietro, si avviò decisa verso il mare.

S’immerse nell’acqua e iniziò a nuotare verso il largo.

Lui le si aggrappò come fosse una tavola da surf e senza rendersene conto, iniziò a muovere le gambe per aiutarsi a rimanere a galla.

Non volle girarsi a guardare indietro, anche se sentiva un languido richiamo.

Preferì concentrarsi sul rumore che veniva dal mare.

Sembrava che ora le onde gli stessero parlando, erano parole confuse, cercò di afferrarle e di capirle.

<<Stefi, ce l’hai fatta per Dio! Lo hai ripreso davvero dall’altro mondo questo. Stavolta la cena la pago io, te la sei proprio meritata.

Appena sistemiamo il nostro Andrea in reparto, ti porto giù al Paguro, te l’ho già detto come si mangia bene li, vero?>>

<<Stai zitto un po’, fammi vedere come va: Andrea, Andrea, ci sei? Sono Stefi, ci sei Andrea?

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Profilo Autore: Ibla  

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Nell’universo, all’inizio dei tempi, si trovava un luogo dove una grande divinità regnava su tutte le forme di sogni e di pensieri.
Un giorno fu indetto un concorso per festeggiare il suo milionesimo anno di buon governo.
I partecipanti dovevano scrivere una lode che esaltasse le sue capacità.
Ci sarebbero stati tre finalisti che avrebbero ricevuto un dono dalle mani della divinità stessa.
Tutti si diedero molto da fare e molte belle cose furono scritte.
Tra gli elogi, però, qualcuno aveva mosso anche un piccolo rimprovero.
Era stata una giovinetta chiamata "Acqua" che aveva scritto più o meno così: <<Ti adoro o mia divinità.  
Tu sei veramente grande, ma sei anche troppo statica. Non trovi che sia un peccato? Coi poteri che tu hai, chissà quante nuove cose potresti creare.                        
Tu che governi tutti noi piccoli pensieri e sogni perché hai smesso di sognare?>>.
Quando, alla fine del concorso furono chiamati i tre finalisti. Con grande stupore fu vista salire sul palco la giovane Acqua insieme ai due gemelli che già avevano fama di scrivere elogi calorosi l’uno e molto di gusto l’altro.
I due gemelli si chiamavano “Sole” e “Sale” ed erano veramente legati alla loro amica Acqua. Quindi furono felici di vedere al primo posto proprio lei. La divinità diede in regalo al terzo classificato una pietra bianca che sembrava un cristallo, al secondo diede una pietra gialla luminosa che emanava calore e infine diede alla prima classificata una strana pietra bianca che non mostrava alcuna caratteristica, se non quella di essere molto fredda. Comunque, Acqua fu contenta del suo regalo anche perché la divinità nel darglielo le aveva detto, dopo averla baciata sulla fronte, <<ricordati che per me tu sarai sempre la più preziosa e il mio nuovo sogno lo voglio affidare a te>>.
Il pubblico però non trovava giusto che quella giovinetta avesse vinto il primo premio quando i due gemelli erano sicuramente stati più bravi di lei. Così cominciò a protestare e a bersagliare di fischi la poverina.
Acqua, si sentì veramente umiliata da questa cosa. Decise che avrebbe preferito andare a vivere in un deserto lontano piuttosto che stare con quella gente che la disprezzava. Chiese, dunque, alla divinità il permesso di lasciare quel luogo. Le fu accordato.
Fu mandata in un piccolo pianeta dell’universo: un posto chiamato Terra che era appunto deserto e completamente disabitato. Il giorno della partenza solo i suoi amici gemelli erano venuti a salutarla. In segno di amicizia vollero regalarle le due pietre che avevano vinto insieme a lei nel concorso. <<le terrai come nostro ricordo>> le dissero.
Così in meno di un pensiero la giovane si trovò sulla Terra.
Certo in quel posto non c’era veramente nessuno e faceva tanto freddo.
La giovane cominciò a pentirsi di essere voluta andare via dal suo luogo di origine dove miriadi di sogni e pensieri esistevano felici e beati. Decise, comunque, di non perdersi d’animo. Sistemò le tre pietre sopra una roccia, alta al punto giusto da permetterle di ammirarle. Quindi, si sedette sulla sabbia dorata di quel deserto, in contemplazione. Quando venne distratta da un piccolo rumore. Non riusciva a capire cosa fosse. Poi, si accorse che grosse gocce di un liquido trasparente uscivano dalla sua pietra. Ma cosa stava succedendo. Cos’era quel liquido?
Le altre due pietre erano intatte ma la sua sembrava che si stesse sciogliendo.
La prese tra le mani.
La esaminò un po’, ma non c’era niente di strano.
Anzi non gocciolava neanche più.
Così la rimise a posto vicino alle altre due.
Dopo un po’, però, la pietra cominciò di nuovo a gocciolare.
A questo punto fu chiaro che era il calore della pietra gialla che nuoceva alla sua pietra bianca mentre all’altra pietra non dava nessun fastidio. "Forse", pensò, “i gemelli non erano sinceri con me quando dicevano di essermi amici. Forse mi hanno dato queste pietre solo perché distruggessero la mia”.
Questo pensiero la fece molto infuriare. Anche perché la sua pietra non la smetteva più di gocciolare.
Quel liquido trasparente le arrivava oramai quasi alle ginocchia.
Allora in un impeto d’ira, prese la pietra gialla e la scagliò con tutte le sue forze lontano in alto nel cielo. Quella pietra forse per un input che la giovane le aveva dato involontariamente nel lancio, cominciò a girare come una trottola. Girando sprigionò un calore incredibile.
Poi all’improvviso esplose liberando una massa incandescente che solo perché continuava a girare su sé stessa non precipitò a terra.
Però adesso non era più solo una piccola pietra che girava ma una grande massa.
Questo sconvolse tutto.
Anche la terra cominciò a girare. Sembrava che quella massa l’attirasse verso di sé.
Il liquido trasparente cominciò a scivolare un po’ in tutte le direzioni.
La pietra, che Sale le aveva dato, cadde in questo liquido e fu trascinata via chissà dove.
Acqua afferrò la sua pietra bianca che nonostante avesse perso tutto quel liquido si era rimpicciolita solo di poco.
Andò a nasconderla in un posto segreto nel sottosuolo dove il calore di quella massa gialla non potesse arrivare.
Poi, tornò in superficie e stanca e avvilita si sdraiò a terra.
Chiuse gli occhi e decise di non aprirli più, finché la terra non avesse smesso di girare.
Dormì per lungo tempo. Nemmeno lei seppe dire quanto. Infine, un giorno fu destata da un canto.
Aprì gli occhi e si guardò attorno.
Quello che vide, nemmeno nei sogni più belli avrebbe mai immaginato di vedere.
Una vegetazione rigogliosa, creature che volavano nel cielo, altre che si bagnavano in quel liquido trasparente e che sembravano così felici di sguazzarci dentro.
Tutto era colorato, tutto era bello e dava gioia. Alzò gli occhi al cielo che era diventato azzurro e vide che la pietra gialla era ancora lì. Non poté guardarla a lungo però, perché la luce che emetteva adesso era troppo forte.
Mentre entusiasta si guardava attorno, vide una donna venire verso di lei.
Era di una bellezza raggiante.
Quando lei si avvicinò la riconobbe, era la sua divinità.
Acqua s’inginocchiò:<<perdonami o divinità perché io ho perso le pietre che portai via quando partì. Una l’ho lanciata nel cielo ed è esplosa. Un’altra è stata trascinata via da quel liquido che vedi scorrere.                                                                       
E la più importante, quella che tu avevi dato proprio a me, l’ho nascosta sottoterra, ma non ricordo più dove>>.
<<non preoccuparti>> le rispose la divinità. <<io non sono qui per punirti, ma per premiarti. Sei tu che con il tuo rimprovero mi hai spinta a fare un nuovo sogno. Guardati attorno e dimmi se ti piace quello che ho sognato>>
<<È semplicemente meraviglioso!>> rispose la fanciulla.
<<sappi>> le disse ancora la dea <<che tutto questo si chiama "vita" ed era il sogno racchiuso nella pietra che ti diedi, finché il liquido scorrerà, tutto questo potrà esistere. A questo liquido io do il tuo nome.
D’ora in poi si chiamerà “Acqua”. Tu ne sarai per sempre la guardiana.
Se un giorno tutti questi esseri che dall’acqua sono nati e dell’acqua hanno bisogno per vivere dovessero non meritare il tuo favore, tu vai nel sottosuolo, trova la pietra bianca che vi hai nascosto e fuggi via da questo posto. Tutta l’acqua sparirà con te>>.
Così dicendo, baciò nuovamente la giovinetta sulla fronte. E in meno di un pensiero fu di nuovo nel suo regno dove ancora esistono i sogni e i pensieri più dolci.
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Profilo Autore: Ibla  

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Solo ciò che è buono

Camminando su intrecci di liane sospese...nel vuoto incedo tentennando. Sotto di me c'è un incolmabile vuoto zeppo di fantasmi sbiaditi, che ipocritamente supportano e sostengono apparenze e finzioni. Fra santi imprecanti e madonne deperite e afflitte, cerco acqua nei deserti e calore negli animi freddi. Ora voglio affrontare i tumultuosi temporali della mia anima, burlarmi dei miei timori e andare alla ricerca di arcobaleni. Osservo intenerita merli dal becco giallo che intrecciano fili d'erba per farne nidi. Desiderando verdi aspettative, anch'io depongo le mie speranze nei rami della vita: covo freschi domani in attesa che si schiudano. Qualcosa di nuovo m'induce a camminare su archi di luce. Così lontani mi paiono vecchi carri di cartapesta che continuano invano a sfilare e a mostrarmi antiche allegorie. Rivedo i soliti volti mascherati di ipocrisia; ma non ne sono attratta: sono stanca di ascoltare bugie. M'incammino sul mio tappeto di cristalli e riflettendomi in esso, finalmente ritrovo la mia immagine. Indosso un paio d'ali e non temendo più il vuoto, spicco il volo. Plano sugli alberi del tempo e raccolgo frutta: sui rami qualche frutto è ancora troppo verde, (li coglierò domani) a terra frutta marcia (occasioni perse ieri.) Raccolgo solo ciò che è buono. Intanto che commedianti indossano abiti di scena e cambiano maschere, conformandosi alle circostanze; io vestita solo di me stessa e alleggerita da inutili zavorre, assaporo il dolce sapore della libertà di scegliere: senza ipocrisie, senza compromessi, né sotterfugi. Abbraccio il tempo che mi rimane e amo solo chi mi merita. Il mio tempo è prezioso: il superfluo lo lascio a chi ha tempo da perdere.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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L'equilibrio quaternario surrogato da una sorta di catecumenismo cimiteriale fortemente forcaiolo, si stempera surrettiziamente in una dodecafonica quiescenza sesquipedale scevra, altresì, di paradigmatiche sostanzialità apotropaiche, con conseguenze esiziali sulle fenomenologie essudative dei piedi dei partecipanti alla maratona di New York che calzano scarpe Adidas taroccate di provenienza misto coreano-partenopea.
Dunque, la composizione ortostatica dei plantari
in gommapiuma riciclata provenienti dal nord del Bangladesh, ben si rapporta con la sussidiarietà pelosa di un certo sciovinismo svizzero ticinese, compenetrato, of course, da una parvenza di revanscismo prebolscevico di basso profilo merceologico socio economico... ecco, finalmente l'ho detto!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Paragonando la preparazione del fritto di paranza
di Pescasseroli con quella del piatto di panzanella di Posillipo, pare che si produca una probabile precipitazione parossistica perpendicolare nelle protuberanze parallele dei parametri piroclastici dei pupazzi di pezza pizzicati da pinze di plastica nei programmi preregistrati di Porta a Porta del preserale prima della pubblicità dei pannolini Pampers per poppanti particolarmente propensi alla pipi.
Purtroppo, la prolissità puerperale paradigmatica,
privilegia una certa promiscuità parentale paragonabile probabilmente al participio passato del verbo parafrasare, producendo quindi una pulsione persecutoria perequativa priva perciò di ripercussioni postelegrafoniche nel percorso pedonale preferenziale del tratto Piacenza-Padova privo di area di parcheggio per pulmann targati Polonia pieni di polacchi con i polacchini ai piedi...che peccato, però!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Se quella lacrima fosse amore, allora vorrei sempre averla sulla guancia per accarezzarla dolcemente e ricordarmi che ci sei tu, che esisti nel mio mondo.
Come un angelo mi tieni per mano, mi dai coraggio, mi fai sorridere.
Perché una lacrima può essere non solo di tristezza, ma anche di felicità.
Il mio cuore galoppa e le emozioni percorrono ogni mio attimo.
Un bacio sa di zucchero filato e mi sento bambina e corro attraverso un grande prato.
Mi perdo nei tuoi abbracci, mentre una farfalla si posa sulla mia spalla delicatamente e tu, mi guardi con  occhi profondi.
Perché gli occhi diventano luce pura, come tante stelle nella notte.
Luce che brilla nella mia anima, sempre più.
Il respiro sembra fermarsi, il mio corpo trema, fino a che diventiamo un' unica cosa.
Anche nella tua guancia si forma una lacrima, la tocco e la farfalla passa dalla mia spalla al tuo viso.
Vola, tra i nostri baci e carezze, vola felice e spensierata.
Il cielo poi si riempie di farfalle di ogni colore! 
Anche loro hanno trovato l' amore!
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Profilo Autore: Passione infinita  

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Quando si odia, minutissime particelle di cuore cambiano colore: diventano scure e precipitano in un pozzo buio...dove tutto è nero. Quando si odia, si colpisce con ferocia un proprio simile, si chiede ad una mamma di coprirsi il seno mentre allatta il suo piccolo. si uccide un cane con i suoi cuccioli, si chiede ad un bambino di diventare presto grande, si deride un anziano a cui piace ancora giocare. Chi odia, stupra le donne, si arricchisce sulle miserie altrui, distrugge le famiglie. Quando si odia tanto, ma tanto tanto...si bruciano le chiese, si gettano bombe sui centri abitati, si chiudono gli ospedali, si demoliscono le scuole. Chi odia gli uomini, (i suoi simili) brucia i prati con i suoi fiori, gli alberi con i suoi frutti. Chi odia  ama le armi e distrugge l'amore. Chi odia...lascia che uomini che fuggono dalla guerra, muoiano in mare. Chi odia, rende l'aria irrespirabile: ammorbandola con polvere da sparo la rende irrespirabile. Chi odia non ama mai: non ha il tempo di farlo...è troppo impegnato ad odiare. Tutti noi per un po', nella nostra vita, proviamo odio...ma è un odio passeggero, è un odio che quando lo proviamo ci fa capire quanto sia importante l'amore. Ci sono persone che odiano sempre: lo fanno per primeggiare e non sanno che col passare del tempo, tanti pezzi di cuore vanno in frantumi e non si ricomporranno mai più. Chi odia, gioca con la vita degli altri e con la sua stessa vita. Chi odia ha nel petto un cannone che batte colpi di artiglieria. Per chi odia, ogni sparo è solo una vita in meno e ogni morto...un motivo di orgoglio in più. Potrei concludere dicendo che chi odia non ha il diritto di vivere; ma non lo dico...perché se così fosse, sarei anch'io una criminale. Potrei uccidere con le mie mani un assassino, ma io non so uccidere. Potrei sparare contro chi mi spara; ma così facendo darei seguito ad un'incessante guerra che produrrebbe solo morte. Nel mio petto c'è uno scrigno ove è racchiuso il mio cuore ed io non getterò pezzi del mio cuore nella pattumiera: ogni pezzetto di cuore ha una sua storia, ogni battito un'emozione, ogni lacrima un dolore, ogni sorriso una gioia. Io voglio che il mio cuore, anche se acciaccato dagli anni e mortificato da chi odia, mi accompagni fino all'ultimo battito...fino all'ultima ora, fino all'ultimo istante...e combatto ogni giorno perché voglio mantenerlo a lungo: bello, dolce, appassionato...e moralmente integro.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Col passare degli anni, non ti volti più a guardare indietro, ma preferisci andare avanti per capire quanto strada ti rimane ancora da percorrere. Spesso inciampi, fai fatica a rialzarti: con lo scorrere del tempo, tutto diventa più faticoso! Le ferite bruciano di più, gli occhi bruciano di più: tutto è più cocente e il tuo passo è più insicuro e malfermo. Così lasci che gli altri ti passino avanti, correre non ti interessa più. Se prima ambivi a gloriosi trofei, ora vuoi solo carezze. Se prima desideravi medaglie da appuntare sul tuo petto tronfio, ora vuoi solo abbracci. Col passare degli anni perdoni in fretta: il tempo è troppo prezioso per sprecarlo in inezie. Quando invecchi preferisci assaporare la vita a piccoli morsi: temi che mangiando in fretta, finisca subito ciò che stai gustando. Così, illudendoti di fermare il tempo, ti aggrappi con forza al passato: ritornare indietro nel tempo...ti aiuta a sentirti più giovane. Vecchie tradizioni, vecchi valori, pupazzi inanimati, scarpe rotte, bambole di pezza...che appartengono ad un passato che viene accantonato...riprendono magicamente vita. Malgrado la fretta ci imponga di cercare cose nuove, tu apri il tuo vecchio baule con dentro le tue vecchie cose e quando i tuoi ricordi cominciano a riaffiorare come ninfee sull'acqua di uno stagno, improvvisamente ti pare che tutto odori di nuovo. Così rinverdendo i tuoi ricordi, rammenti le domeniche trascorse in sala da pranzo: quella con il divano buono, dove riposavi avvolta in una coperta fatta a mano...che profumava di mamma. Quante cose infilate in un vecchio e scricchiolante baule. Ed ora? Mentre gli altri corrono, ti fermi in riva al mare ad ascoltare il chiacchiericcio delle onde e con quei suoni componi piccole sinfonie. Ora lasci che il sole ti scaldi e se un raggio ti abbaglia gli occhi, tu non lo scacci via infastidita; ma chiudi appena appena gli occhi e lasci che ti baci le ciglia. Un fiore, una pietra colorata, una conchiglia; rispetto a prima, tutto ti pare più bello: col tempo tutto acquisisce maggiore pregio e valore. Col passare degli anni, l'erba ti pare più verde, il sole più giallo, il dolore più forte, l'amore più grande e tu...tu ti senti piu saggia e...più vecchia: simile ad uno scricchiolante baule con dentro un mare di ricordi.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Credevo che i colori servissero per dipingere di azzurro il cielo e di celeste il mare. Mi ero illusa di dover adoperare i miei pastelli solo per disegnare fiori, foglie, montagne, mari e laghi. Conservavo la porporina in un vasetto e di tanto in tanto coi pennelli dipingevo di giallo il sole e di rosso qualche cuore sbiadito. Ero anche convinta che i fogli di carta colorati servissero solo ed esclusivamente per costruire i cappelli dei maghi e delle fate. Credevo che i coriandoli si lanciassero sulle giornate grigie per spargere allegria! Ero convinta che l'acqua servisse solamente per azionare mulini e che mugnai dalle spalle larghe sfornassero biscotti e pane per sfamare intere popolazioni. Mi illudevo che il sole riscaldasse tutto il mondo e che con le pietre si costruissero solo case e ponti. Credevo che le parole servissero per comunicare, le braccia per abbracciare, le labbra per baciare, i cuori per amare. Mi illudevo o almeno speravo, che l'uguaglianza non fosse solo una bella parola messa in una frase per fare bella figura...ma fosse un modo per comunicare agli esseri umani che tutti hanno gli stessi diritti. Non voglio rinunciare ai miei sogni: sognare fa bene alla mente...e forse, se si sogna spesso...prima o poi, qualche sogno si avvera. Però da un po' di tempo adopero solo gomme: sto cancellando tutti i fiori, le montagne, i mari, i laghi che ho disegnato. Nei miei fogli di carta più belli ci arrotolo le mie speranze disattese e in quelli stropicciati ci nascondo qualche pastello senza punta, un mozzicone di matita che non posso più temperare e qualche lacrima che è scesa giù senza che me ne accorgessi. Ora mi proteggo dal sole per evitare di scottarmi e uso le mani per farmi scudo dalle pietre che mi vengono scagliate da chi mi ferisce perché teme che possa contagiarlo con la mia voglia di cambiare il mondo. Spesso parlo; ma soventemente dico poco e quasi mai dico quello che penso: col tempo ho imparato che solo pochi ascoltano e spesso è meglio tacere. Quando allungo le braccia, lo faccio solo per difendermi. Spesso sento il gelo scivolarmi giù lungo la schiena. Le mie labbra sono diventate aride e la mia pelle ha tanto freddo! Ho smesso di illudermi: ma non voglio eliminare del tutto le mie matite colorate, i miei fogli bianchi, i miei pastelli, i miei pennelli. Li conservo in fondo all'ultimo cassetto del mio cuore, nel mio castello di zucchero filato. Li conservo lì, dove ho riposto i miei ricordi più belli. Per ora li ho chiusi a chiave, poi si vedrà. Quanto mi spiace però, non poter dare un tocco di blu a quell'angolo di cielo troppo pieno di nuvole! Credo proprio che gli darò un po' di colore che mi è rimasto appiccicato tra le mani: strano che non sia venuto via, con tutto il male che nel tempo ho dovuto cancellare! Ora do un piccolo ritocchino e poi...poi si vedrà. Nonostante tutto, io ci spero ancora.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Era vissuto sempre solo.
Gli anni erano passati sereni, senza grandi drammi sino all’età di settant’anni. Poi, inaspettatamente, la sua vita cambiò. Un giorno d’estate, mentre andava a spasso per piazza S. Pietro in Roma, si trovò di fronte una persona che mai avrebbe immaginato di incontrare.
Quel giorno Francesco compiva proprio i settant’anni e sembrava una strana coincidenza incontrare quella persona, quasi che il destino avesse combinato quell’incontro.
- Ma tu sei Giovanna… ma non so… forse mi sbaglio - disse Francesco senza mai togliere lo sguardo da quegli occhi sorridenti e che forse avevano tanta voglia di raccontare.
- Sì sono io… Giovanna Alvisi e… tu se Francesco Rinaldi o… forse sbaglio? – rispose la donna con accento toscano e con modi fini ed educati. Giovanna non sbagliava.
Era proprio quel tale Francesco a cui aveva dato il primo bacio, le sue prime attenzioni… da innamorata. Poi, dopo l’Università si erano divisi. Ognuno aveva preso la propria strada; Giovanna un medico abbastanza noto nella capitale mentre Francesco lo era altrettanto nel campo legale.
Quel giorno il loro incontro fu veramente come un nuovo colpo di fulmine. Come due innamorati si presero per mano e quasi furtivamente si dettero un bacio. Giovanna e Francesco non erano sposati. Il lavoro aveva assorbito le loro giornate e non avevano mai pensato di crearsi una famiglia. Erano anni che non si vedevano. Forse erano passati quarant’anni. C’era stato sì un precedente incontro ma nessuno dei due aveva voluto dare una particolare attenzione all’altro. Quell’incontro in Piazza S. Pietro, diciamo, aveva favorito una decisione importante. Passarono così, nell’assoluta felicità tanti e tanti mesi. Il loro frequentarsi era continuo che ad un certo punto Francesco prese coraggio e le fece la proposta di matrimonio.
- Giovanna vuoi sposami? - disse Francesco tradendo un po' di emozione. La sua "fidanzata" non credeva a ciò che sentiva. Le sembrava impossibile che a quella età dovesse ricevere una proposta di matrimonio. Ma l’amore non ha età. Volevano mettere su famiglia. Crearsi un nido d’amore nonostante gli anni. In fin dei conti non c’era nessun impedimento. Anzi, l’amore avrebbe dato un aspetto decisamente diverso alla loro unione e alla loro vita da " pensionati". La cerimonia non fu sontuosa anzi tutto aveva il sapore della semplicità e della genuinità, quella vera che è assai difficile trovare. Amici da una parte e dall’altra e un pranzo intimo, quindi, con poche persone. Avevano poi scelto di vivere nel centro storico di Roma. Un decoroso appartamentino era il loro nido. Vissero ancora insieme per tantissimi anni sempre d’amore e d’accordo. Vissero molto intensamente che alla fine, per l’inevitabile disegno della vita, uno dopo l’altro si lasciarono. Avevano scritto un biglietto prima di "andarsene" forse per suggellare a loro stessi, per un senso di amorevolezza reciproca, quel loro volersi bene. Senz’altro si erano voluti veramente bene.
Gli amici trovarono i loro biglietti in un cassetto.
"Francesco, sei stato sempre un adorabile sposo.
La tua Giovanna".

"Giovanna, sei stata sempre la mia gioiosa compagna.
Il tuo Francesco".

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Profilo Autore: franco  

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