1 - Personaggi.
Per proteggere le identità reali battezziamo, oltre a ioffa, due personaggi:
PIT è docente di italiano e latino nel triennio del liceo,
PIF è docente di filosofia e storia;
PIF è convintamente ateo, profondamente comunista, in ottimo rapporto con me, con reciproca profonda stima, sempre disponibile al dialogo e convinto dell’utilità degli studi e della cultura per chiunque; è anche amico di David Maria Turoldo;
PIT(bull) è, volendone semplificare la descrizione, ignorante, arrogante, classista con farcitura di bigottismo e fatalismo, conosce mnemonicamente le lezioni di italiano e latino che impartisce senza entusiasmare nessuno; i suoi criteri di valutazione vertono su chi sia lo studente, non certo su cosa lo stesso risponde nelle interrogazioni o cosa scrive nei compiti; il rapporto con me, immagino sia intuibile, è pessimo, dato che vengo a scuola con la corriera dal villaggetto di contadinacci e son pure figlio di comunista, credente sì (mio padre, non io), ma pur sempre comunista.
2 - Qualche aneddoto del passato remoto per inquadrare meglio PIT.
Solitamente nelle interrogazioni, di italiano molto più che di latino, oltre a rispondere sempre correttamente a tutte le domande che mi faceva PIT, se c’era occasione andavo oltre, magari nel parlare di qualche autore, contestualizzandolo nella società in cui viveva ed analizzando le sue opere riferendole a quella realtà, per esempio, o citando i rapporti che avesse con altri autori o personaggi notabili dell’epoca, oppure mi divertivo a scavare nel commento di un testo aggiungendo considerazioni ulteriori rispetto a quelle già presenti nei libri che usavamo; beh, rimase alla storia della nostra classe in una di quelle occasioni, dopo che aggiunsi considerazioni approfondite ad un’analisi di un testo poetico durante un’interrogazione, un suo sbottare in:
«ioffa¹, io non capisco perché ogni volta ti sforzi per farmi fare brutta figura!»
Restai tra il sorpreso, il risentito e lo spaventato, ma fu questione di pochi secondi e poi con una serenità inaspettata risposi pacato:
«Prof, le giuro che non mi sforzo per niente in tal senso»
e mentre tornavo a preoccuparmi per aver osato rispondere in quel modo io che tra l’altro ero esageratamente timido, vidi l’intera classe ridere ma a quanto pare PIT non colse il sarcasmo di quella risposta ed andò oltre nell’interrogazione semplicemente invitandomi ad attenermi a quello che c’era scritto sul libro.
Sempre per capire quanto brillante fosse PIT, un altro aneddoto che coinvolge sia PIT sia PIF: eravamo più o meno agli inizi del 2° quadrimestre del 4° anno, PIT aveva adottato come testi per la letteratura italiana dei volumacci (erano più di uno per anno) pesanti e costosi ma davvero ben fatti, ricchi, interessanti; ci dissero che venivano impiegati anche in ambito universitario, erano mica “robetta da liceo”. Per questa scelta aveva molto orgoglio ed in effetti quei libri sviluppavano commenti alle opere da diversi punti di vista tenendo conto di diverse ideologie, delle relazioni tra autori, opere e contesto socioeconomicopolitico; a me piacevano molto (qualcuno in classe li odiava non tanto per il prezzo esagerato quanto per il loro essere macigni pesanti sia per gli zaini sia per lo studio); solo che un giorno PIF si complimentò con PIT per la scelta di quei libri lasciandosi scappare che “non chiudono ad un’analisi di approccio anche marxista nello studio di autori e società”; non l’avesse mai detto: PIT scandalizzata ci dice che non utilizzeremo più da quel momento in poi quei libri ma che dovevamo procurarci (a metà del 4° anno?) un unico testo molto più compatto, economico e semplice (che era di impronta conservatrice nei pochi commenti ai testi, molto sommario nel presentare gli autori e non contestualizzava un bel niente).
¹: ovviamente non disse “ioffa” ma usò il mio vero cognome.
3 - Aneddoto più prossimo, prologo dell’incontro.
Correggendo un compito in classe di italiano, PIT umilia alcuni studenti parsi meno brillanti nella stesura del tema, per la scrittura goffa e qualcuno addirittura con qualche errore grammaticale serio (per un 4° liceo, non certo a livelli di analfabetismo), dichiarandoli infine degli “esseri del tutto inutili alla società ed alla vita” (erano studenti che disprezzava da tutti i punti di vista, nessuno tra loro aveva genitori “illustri” o ricchi).
Nel frattempo PIF con la collaborazione del preside sta organizzando un incontro degli studenti del triennio con padre David Maria Turoldo per parlare di letteratura ed in particolare di poesia; PIT ne approfitta per cercare di farsi notare dal venturo illustre ospite e ci impone, un paio di giorni prima del suo arrivo, di scrivere ciascuno una poesia, che avrebbe poi scelto le più belle da leggere al poeta quando sarebbe entrato da noi; io ne approfitto per comporre un sonetto in cui, con metafore attinenti alla fisica e all’elettronica (ero appassionato e preparato nel comparto tecnico/scientifico) mostro che tutti i membri di un sistema, ossia fuor di metafora tutti gli studenti della nostra classe, hanno dignità e, svolgendo quanto richiesto dal proprio ruolo e consentito dalle singole capacità, risultano tutti utili se non addirittura indispensabili per il buon funzionamento del sistema (o della classe); per quanto possiate non crederci, dal punto di vista formale il sonetto è perfetto, uno schema rime classico ABBA ABBA CDC DCD in una metrica precisa di endecasillabi canonici a maiore, ho scelto la variante a maiore dell’endecasillabo per aumentare la marzialità dell’esposizione; beh, quando l’ha letta, l’ha bollata come porcheria (ma non perché ne abbia capito il significato criticante l’umiliazione che aveva fatto ai miei compagni, più semplicemente perché manca l’associazione cuore/amore o verginesanta/chiesasivanta) e menomale che su quelle poesie non mette voti in registro!
4 - L’incontro.
Però il giorno tanto atteso quando finalmente Turoldo entra nella nostra classe, dopo un pochino di dibattito PIT se ne esce tronfiamente con «Ho insegnato ai ragazzi a scrivere poesie, gliene faccio leggere una a caso… ioffa² vieni in cattedra, magari leggiamo la tua»; la leggo e a padre Turoldo piace molto, ne comprende anche benissimo il significato e lo condivide, ne parliamo, senza ovviamente svelargli l’antefatto dell’umiliazione subita pochi giorni prima dai miei compagni, poi esprime apprezzamenti anche sulla forma oltre al significato, e lì PIT si inorgoglisce ripetendo (ed era falsissimo, ci aveva solo imposto di scriverne una ciascuno) che ci ha insegnato a comporre le poesie in maniera profonda e corretta; non scorderò mai il mezzo sorriso con cui Turoldo ha reagito guardandomi, avendo capito che PIT è solo un pavone ignorante esibizionista ed arrogante; poi continua a parlare alla classe portando avanti il tema del mio sonetto.
E niente, a parte la soddisfazione di una rivalsa sul pessimo giudizio che ne aveva espresso PIT, quella giornata e quell’apprezzamento che di un mio sonetto stava facendo un vero poeta mi emozionano tantissimo!
²: vedere la nota ¹ del 2° paragrafo.
5 - Epilogo.
PIT il giorno dopo troverà modo di ribadirmi che ha scelto di far leggere il mio sonetto e non altre poesie più belle scritte dai miei compagni perché non voleva pavoneggiarsi troppo con Turoldo nella sua capacità di insegnare ad una classe a comporre poesie, quindi ha preferito proporgli un lavoro mediocre, non le migliori che la classe ha composto! Son certo che, nonostante le spiegazioni fatte da Turoldo commentandomi, PIT non abbia comunque capito il significato del mio sonetto.
02-05/05/2024
Ero bravo da piccolo a fare castelli di sabbia, ne facevo sempre, non mi venivano affatto male, ma li innalzavo sempre vicino alla battigia sicché il mare lentamente ma inesorabilmente li erodeva, partendo dal basso e facendo man mano crollare le parti superiori per poi portarsele via come aveva già fatto con il basamento.
Una ventina di anni fa invece ho provato a farne uno davvero importante, grande, destinato nel mio candido progetto a sfidare i secoli, del resto sabbia ce n’era e sembrava illimitata, carriole e palette potevo prenderne a profusione, tempo ne avevo quanto ne volevo o almeno quanto pensavo ne bastasse e poi l’esperienza mi avrebbe dovuto insegnare che van fatti abbastanza lontano dal mare, anche nascondendoci dentro qualche rinforzo, che so, legni, sassi… ma niente, come uno stupido l’ho fatto troppo grande, troppo fragile e come al solito troppo vicino al mare: è bastata la prima onda seria a far crollare tutto, poi le onde successive impietose hanno anche livellato le sabbiose macerie e rapito senza possibilità di riscatto secchielli, carriole e palette, trascinandole in lontani abissi.
Pochi anni fa ho tentato di riprendere in mano i progetti più vecchi ed ambiziosi per ricostruire, ma sul limitare della battigia, che senza più carriole anche volendo non me ne sarei potuto allontanare, ed a mani nude perché secchielli e palette non ne ho più e non sono più in grado di acquistarne. Il castello cresceva lentamente, tra una manata e l’altra di sabbia bagnata dovevo fermarmi a riprendere fiato perché io ormai son vecchio -prematuramente vecchio- e acciaccato; il mare invece no, non invecchia mai ed ha sempre tutta l’energia che vuole, così di quest’ultimo castello non son riuscito a completare neanche le fondamenta: porto la sabbia nei palmi delle mani unite, la compatto un po’ senza crederci più di tanto, perché so che appena mi giro per prendere un’altra manata di sabbia bagnata, l’onda arriva, mi supera sbeffeggiando e lava via quella che avevo appena messo per tentare di innalzare un nuovo piccolo castello, o almeno una stabile torretta difensiva. Una scena ridicola: continuo a prendere la sabbia bagnata e portarla al limite della battigia mentre le onde continuano a raggiungerla e riportarsela indietro, finché… finché… pausa, un attimo, respiro a polmoni più o meno pieni per placare l’affanno, mentre mi giro per cogliere ancora sabbia vedo una cosa sbattuta dall’ultima onda sulla collinetta di sabbia slavata del mio malfatto castelletto… cos’è?
Qualcosa di marrone… sapendo quanto mi ami la fortuna, se mi piove addosso qualcosa di marrone una mezza idea di cosa possa essere ce l’ho subito! Però no, non è quella, è qualcosa di più rigido, è vetro, è una bottiglia… è una bottiglia di vino, ma ovviamente di quelle più economiche da discount, mica roba gran riserva, ed ovviamente è vuot… no, aspetta, qualcosa dentro c’è, vuoi vedere che è la mappa per l’isola del tesoro? O un messaggio della mia amata sirena.
Insomma, dentro la bottiglia c’è un foglietto arrotolato! Basta con questa inutile corsa a tentar di fare un inutile castello di inutile sabbia, vediamo cosa mi offre il destino: prendo la bottiglia, mi siedo sulla spiaggia che all’improvviso m’appare deserta, non ci sono più bambini che ridacchiano guardando come sono sfigato con il mio castello rovinante mentre i loro vengono su e magari per qualche giorno o per qualche anno resistono pure; non c’è più nessuno, solo io e la mia bottiglia che con fatica, ansimando, riesco a stappare; il tappo di sughero lo vado a gettare nel cestino perché una coscienza ce l’avrei, in un altro cestino lascio la bottiglia vuota dopo aver estratto il mitico foglietto.
Ora lo srotolo con gli occhi sgranati e come al solito pieni di speranza senza aver avuto ancora nessuna garanzia. Cos’è? No… nessuna mappa… è scritto fitto fitto… non è un manoscritto sirenico con cuoricini disegnati… ma che diavolo è?
Come sarebbe a dire notifica? Chi? Cosa? Porco Giuda! È un’intimazione a pagare in fretta!
L’agenzia delle entrate mi fa notare che non ho mai pagato l’IMU per tutti i castelli distrutti dalla mia infanzia ad oggi, me li ha conteggiati tutti, anche quelli che non sto riuscendo a costruirmi in questi ultimi anni, e per tutti ci sono aggiunte anche tasse extra per le mancate autorizzazioni, concessioni, permessi, quelle robe lì e poi tanti, tanti interessi, a tassi che sarebbero di usura ma non posso certo pagare alcun avvocato per contestare alcunché. Sogni infranti, castelli spazzati via ed in più lo stato che richiede tasse arretrate di cui non sapevo nulla, oltre ovviamente i vecchi fornitori di secchielli e palette che ancora aspettano di essere saldati. Tasse esagerate per un nulla scivolato tra le dita e lavato via dal mare. Accidenti alle tasse, ai foglietti, ai messaggi in bottiglia, alle bottiglie di vino e a chi ancora non mi ha tagliato le mani ogni volta che mi sono azzardato a prendere sabbia per fare un nuovo castello!
19/04/2024
Mentre sbatteva le sue ali di color angelo, bianco, luminoso, nel fuoco torrido, senti' un brivido di gioia vedersi ancora " nuotare" fra quel luogo, poi sali' sempre piu' su nonostante tutto finche' riusci' ad uscire.
Tania appena uscita dal profondo del cuore del vulcano senti' il vento delle emozioni di gioia, ma per poco ha potuto restare a sentirle, perche' qualcuno gridava aiuto, ma non c'era piu' nessuno che poteva aiutare, solo lei, gli altri erano tutti scappati via, pensavano solo a se' sessi.
Senza piu' paura di nulla " nuoto" fino a dove si sentivano le grida, ma ormai non c'era piu' nulla da fare, ma si promise a se' stessa che non avrebbe piu' lasciato che nessuno morisse fra le sue braccia da ora in poi.
Ando' ancora piu' lontano per vedere se c'era qualcun altro da poter aiutare, ma nulla, soltanto un paese che pareva un gigante gelato squagliato, mentre stava da sola a testa in giu', si sentiva persa, sola al mondo, senti' ad un tratto una mano sulla spalla incenerita, nera dalle bruciature e sporca, non voleva nemmeno voltarsi, si sentiva arrabbiata con il vulcano, ma anche con se' stessa per essere rimasta li' senza poter nemmeno piangere per sfogarsi.
In tanto che tutto era andato a rotoli sapeva che qualcuno era li' per lei, soltanto per lei, anche se adesso era solo una semplice perla, non piu' come una volta, bella splendente come un raggio di sole, ma sapeva che per lui sarebbe stata la sua amata, la sua amata perla nera in viaggio per la destinazione di una vendetta.
- Chi sei tu?
- Sono Daniela
- Daniela chi?
- Tua figlia
- Ho una figlia? - mormorava con voce tremante e scoppiava a piangere.
Mi tendeva la mano ormai smagrita. Io osservavo silenziosa quell’ittero che rompeva gli argini dagli occhi e straripava sul viso, uniforme che ormai lo rivestiva, e mi chiedevo se fosse quello il dolore. Allora allungavo la mia e mi avvicinavo.
È dolore questo?
Poi entrava mia sorella. Così piccola, così fragile.
- Papà! - gridava, con la gioia negli occhi, e lui ricominciava a piangere, ma quello era già un pianto diverso.
L’amore mi arrivava addosso tutto e mi investiva. Non era per me quell’amore, era per lei.
È questo il dolore?
Alla fine mia nonna ci faceva uscire dalla stanza, diceva che era l’ora della medicazione, che era più sano che i bambini non fossero presenti. Da quando aveva deciso che il figlio dovesse stare a casa sua, era diventata gelosa di ogni cosa che lo riguardasse.
- Tu non sai curarlo e non sei capace di cucinare -, aveva detto a mia madre, - È per questo che perde peso! -
Non sapeva, quella poveretta, che il figlio aveva un tumore che lo stava accompagnando all’uscita e le sorelle di mio padre avevano intimato a mia madre di non fare nessuna rivelazione che potesse mettere in crisi l’equilibrio emotivo della “vecchia”. Così, davanti a tutti, mia madre era passata per quella che non sapeva accudire il marito.
Noi, io e mia sorella, andavamo ogni giorno a trovarlo, dopo la scuola.
A volte dormiva. Io lo guardavo. Guardavo quelle coperte che si sollevavano e si abbassavano a fatica, lente. Non avevano più la forma di otto mesi prima, quelle coperte. Si erano scarnite attorno a quel corpo che odorava, ogni giorno di più, di malattia. Una malattia che ti imputridisce.
A volte contavo i secondi, il lasso di tempo che si frapponeva tra un’ispirazione e un’espirazione. A volte l’alzarsi e l’abbassarsi si incontravano in un punto imprecisato. Per un attimo pensavo che la coperta non si sarebbe più mossa da quell’altezza.
Era quello il dolore?
Vedere un respiro sofferente con gli occhi dei nove anni?
Di tanto in tanto mia nonna non si accorgeva della mia presenza durante le medicazioni, presa com’era dall’ordine di esecuzione delle operazioni da effettuare: la sacca del catetere veniva staccata e cambiata, quella della fisiologica era controllata sistematicamente e, una volta tolta la garza dall’addome, una fistola di sette centimetri in corrispondenza del pancreas lasciava intravedere l’interno di un corpo ormai alla deriva, una fistola suppurante dalla quale sembrava uscire la vita nel suo color sangue più cupo. Mia nonna ripuliva la piaga teneramente.
Forse albergava proprio lì dentro il dolore?
Io ci infilavo gli occhi, anche se lontana.
A volte sembrava che mi morisse davanti e poi morì sul serio.
La nera Signora arrivò in un giorno di febbraio, come questi.
Io cercai il mio cuore quella mattina, quando mia madre poggiò la fronte sulla mia spalla, affranta. Dicono che faccia male in quei casi. Cercai il dolore nel petto. Non c’era. Non era tra le costole, non nascosto dietro lo sterno, nulla. Dunque, senza dolore, non puoi nemmeno piangere cara mia, mi dicevo. Gli altri, invece, il dolore l’avevano trovato, piangevano tutti! Io no, pensavo solo che non avrei mai più preso schiaffi da nessuno. La sua furia non mi avrebbe più raggiunta. Non avevo lacrime, solo sospiri di sollievo. Avrei voluto chiedergli “perché” in uno di quei giorni.
La morte si è portata via la risposta alla mia domanda.
Io lo so che mi guarda dall’abisso, lo sento quando ci affondo le mani e il vento di ritorno mi porta indietro le sue parole, un’onda d’urto che travolge.
Ogni tanto quell’abisso mi chiama, mentre bevo il mio caffè guardando il mondo dalla finestra. Torno a riavvolgere un nastro ogni volta, in cerca di una traccia, uno straccio di ricordo.
Dove sei, dolore?
Mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta senza rotelle a cinque anni. Era una vergogna che una signorina non sapesse farlo.
Mio padre mi ha insegnato a nuotare sebbene lui avesse una gran paura del mare.
Mio padre mi ha insegnato la profonda solitudine.
- Se non sai abitarla ti soffoca, è come affogare in mare aperto. Impara a gestire la paura più grande, quella di restare sola -.
Una grande salvezza, in certi casi.
Quando ero piccola mio padre mi portava all’aeroporto.
Lui l’aereo lo prendeva spesso per venire a Milano da Napoli, dove vivevamo. A quei tempi il computer muoveva i primi passi e i corsi di aggiornamento si rendevano fondamentali per gli avanzamenti di carriera. Piaceva ad entrambi il momento in cui le ruote si staccano dal suolo. Senti un improvviso vuoto d’aria nello stomaco e, per un attimo, ti alzi in volo.
Io mi alzavo sulle punte e sentivo che lo faceva anche lui. Lo avvertivo dallo scatto del braccio che mi tirava su, insieme alla mia mano nella sua.
Non ho mai preso un aereo ma continuo, di tanto in tanto, a frequentare le zone aeroportuali.
La scorsa mattina sono andata nei pressi di Linate a vedere le partenze.
C’è un prato a pochi chilometri da casa mia dove si possono osservare bene anche gli arrivi. Linate è così grande! Davanti a me c’era una bambina. Avrà avuto sei anni.
- Arriva papà?
- Sì, guarda, adesso fa la curva e poi prende velocità.
Quando l’aereo si è staccato, i loro talloni si sono alzati e la mano del padre teneva stretta quella più piccola.
Guarda questi due, mi sono detta, quasi cercando somiglianze con un mio vissuto ormai passato. Mi sono avvicinata a guardare i loro volti che si alzavano in volo, poi la mia attenzione si è riversata su quelle mani, la piccola che si affida alla più grande.
Quanto poco può bastare per sentirsi felici!
Ho guardato la mia di mano.
Forse, per tutto questo tempo, ho cercato il dolore nei posti sbagliati.
Agrigento 1957
Sono ancora stordita, in preda ad una forte confusione mentale, le gambe mi tremano, mi fanno male , e un forte torpore invade ogni muscolo del del mio corpo giungendo fino alle palpebre.
Forse è meglio che non sottoponga il mio corpo a sforzi eccessivi, ma si ! Forse la miglior cosa è sedermi un po' qui , sulla panchina che si trova nello spazio esterno del befotrofio.
Le finestre sono ancora spalancate e si sentono pianti assordanti malamente attutiti dalle nenie delle inservienti:
" Amore mio ti voglio bene,
Gli occhietti di mia figlia sono sereni, cosa ha la figlia mia che piange sempre?
Vuol essere cullata tra gli aranci. Oh! "
La ragazza si accascia sulla panchina affranta , quasi fosse una marionetta in preda agli eventi, prende un sospiro per placare l'ansia che l'assale partendo dal basso ventre. Gli occhi le tremano per trattenere il pianto , ecco che un lacrimone sta per calarle sul viso. Di colpo le vengono in mente le parole della madre: " a piangere figlia mia , che risolvi? Pazienza ci vuole dinnanzi alle burrasche" " Pazienza ci vuole dinnanzi alle burrasche " mi ripeto, la saggezza popolare mi è sempre di grande conforto. Come sono arrivata a questo punto? Lasciare una cresturella piccola, indifesa, un ' appendice di me , che mese dopo mese si nutriva delle mie parole, delle mie paure, dei miei sentimenti, della mia voce di madre- bambina.
Una figlia da me non voluta, una figlia del terrore. Perché dall'unione forzata, dal dolore indicibile deve venir fuori un seme d'amore? Amore malato ! Ho pensato guardandomi il ventre con ribrezzo, sicché volevo soffocarlo , annientarlo , strapparlo da me. Che ci fai tu stupido esserino ? Nessuno ti ha mai chiesto! Nessuno ti ha mai voluto. Ora che è successo quel che è successo, ora che il mio corpo è una brocca in frantumi a nessuno interesserà e non lo voglio nemmeno io !
La ragazza dal bel corpo esile e dagli occhi verdi come acque di smeraldo scoppia in un pianto ininterrotto. Il labbro superiore le trema, le guance si gonfiano e colorano di un rossore ustionante , la fronte sembra perlata dal sudore , anche se in realtà è una mattina qualsiasi dei primi di giugno e il caldo ancora non si fa sentire.
Mio padre , è stato lui che ha sistemato ogni cosa.
Sopraggiunte le prime doglie mi ha accompagnata qui.
" tutto si è risolto nel migliore dei modi! " Ha sussurrato in un sorriso la levatrice:
" è una bambina! Come vuole chiamarla ?"
" Che importanza ha!" stavo per obiettarle, poi ci ho ripensato.
Se questa bambina non potrà conoscermi ne carpire in me qualcosa di lei, se non potrà avere un ben che minimo contatto con la mia famiglia, che si chiami Anna , come la nonna materna o come la protagonista infelice di un romanzo di Tolstoj sperando che però lei sia la sua antitesi. Possa avere un ' esistenza fluida nonostante le increspature, come il mare che bagna quest'isola.
Quando mio padre ha chiamato la clinica per accertarsi sulle mie condizioni ho risposto in un sol fiato: " si chiama Anna come la mamma"
PS
So che allora in Sicilia era ancora in vigore la possibilità di contrarre il matrimonio riparatore, tuttavia nei racconti è sempre concesso desiderare un' alternativa meno brutale.
Un giorno pero' Michael ebbe una sorpresa completamente inaspettata, qualcuno le apri' la porta, prese a correre ma dietro a lui senza alcun sforzo si ritrovo' l'uomo di cui era fuggito, lo prese per il collo e le chiese semplicemente dove andava e perche' continuava a fare quegli scherzi di cattivo gusto, non sapeva cosa rispondere, allora Jason lo prese con se' in casa e le disse che avevano da parlare di molte cose, soprattutto di una particolarmente.
Il ragazzo era un po' spaventato, perplesso, ma anche curioso, che cosa poteva dirle uno sconosciuto proprio a lui?
Michael si diceva che nulla poteva andare peggio di come andava gia' tutto.
Appena arrivato si sedette sulla poltrona accanto alla scrivania, Jason le diede un libro e le disse di leggerlo, ma al ragazzo gia' dalla copertina le pareva qualcosa di conosciuto, comunque lo apri' e incomincio' a leggere qualche pagina fino a che trasali' come bruciato e lo chiuse dandolo a Jason con gesti rapidi come qualcuno le avesse messo una pistola alla tempia.
<< Lo sapevo che la tua reazione sarebbe stata questa, nonostante tutto o deciso di farti vedere la verita' >>
<< Quale verita'? >>
<< Mi pare che tu non abbia letto attentamente cio' che ti ho dato da leggere, nemmeno quelle poche pagine>>
<< Non ho letto interamente, perche' una simile cosa puo' essere solo che in una storia, in una favola, in un film, ma non nella nostra realta' >>
<< Pensavo che ormai eri pronto per sapere tutto, ma mi sbagliavo>> disse Jason mentre apriva una porta di pietra con un tocco solo di un dito e poi scese nei sotterranei per continuare con il suo lavoro di una vita affinche' Michael sarebbe stato pronto per affrontare la dura verita'.
Jason non sapeva cosa l' avrebbe spaventato esattamente, anche perche' poi...
<< La dura verita', si..>> disse lui ridendo e prendendo un altro libro per studiarlo
<< Questo e' solo l' inizio dell' aventura Michael>> rise di nuovo e poi senti' la voce di Michael dicendo:
<<Puoi aprirmi per favore?>>
<< Perche' dovrei farlo?>>
<< C' ho ripensato, voglio sapere tutto, soprattutto le mie origini antiche e di chi sei tu veramente>>
Jason penso' bene prima di aprire la porta e farlo scendere insieme a lui e mostrarle la sua proprieta', ma poi lo fece scendere e il ragazzo rimase a bocca aperta vedendo quel mucchio di libri e pensare che storia avrebbe nascosto ognuno di loro, sperando che non solo la propria storia, ma anche la storia dell' antichita' perduta, delle cose mai trovate da nessuno.
Michael piu' pensava e piu' si ritrovava fascinato da tutto, ma aveva anche una paura pazzesca di non essere ancora mandato indietro nel tempo per non aver messo "il pezzo del puzzle al posto giusto", voleva rimanere li', in quel passato presente e continuare finche' avrebbe trovato la strada per uscire da questo "labirinto".
Ieri nel mio atelier situato in via Maqueda si è presentata una ragazzina sulla ventina. Trainava faticosamente una carrozzina, in sé portava una bellezza un po' artefatta:
" Talia cu beddu fu stu vestito, puru si pi mia mi pari n'anticchia strittu 'n vita "
"Come posso esserle d'aiuto?"
" M' avi a maritari u mese ca vene , a dda essere a cerimonia chiù ' mpurtanti i tutta Palemmo. Vossia mi può aiutari?" Il dialetto volgare mal si addiceva alla sua giovane età .
" Le posso mostrare questo abito a sirena molto aderente, impreziosito da piccole paillettes " la ragazza legge:
" Clere MC Ardell, chistu Nun è più mia , è pi na 'mericana , na forestiera!"
" Signora sull'etichetta dell'abito è esposto il nome della stilista non quello della destinataria"
" Vero è " risponde imbarazzata , continuo a sorriderle seppur forzatamente mentre un pianto accorato attira la nostra attenzione, proviene dalla carrozzina che ora è posata ad un angolo del grande divano:
" Ma cu avi sta nica mia ca sempri chianci ?"
" Se quell'abito non l'agrada posso mostrarle questo in pizzo di Bruxelles , stile provenzale "
" Nonzi io a una nobile vogghiu assumigghiari , cumu a Lady Diana o a chiddre du Casteddu De Cerimonie ' n televisione "
A sorpresa senza che io possa intervenire in nessun modo, la ragazza tira fuori un'orribile stoffa rossa decorata con disegni Barocchegianti " Di denari mi patri ci nni spenni assai pi sta cerimonia e famigghia cummannera noi semu!"
Poi tira un sospiro per placarsi e continua fissandomi con gli occhi fuori dalle orbite:
"Da cca ci avi a fari l' abbitu miu, o chiustu u nuddu! M'antindisti ?"
Esasperata rispondo in un sol fiato:
" Signora , il matrimonio è tra un mese e lei mi commissiona il vestito solo ora?! È per caso impazzita ?, poi la invito a raggiungere l'uscita.
" Ogni cani è liuni a la so casa !" Mi grida furiosa sbattendo la porta dietro di sé.
Mi sono alquanto inquietato quando quel giorno in Questura, non essendoci il questore che di solito a quell'ora era qui, ho chiesto ad un querulo questurino di Acquiterme dove fosse andato. Mi disse che si era acquattato in un acquitrino per fotografare un'aquila col suo aquilotti. Al che mi acquietai e andai a fare degli acquisti insieme ad un acquacultore del segno dell' acquario proveniente da Aquisgrana con una maglietta con il logo di Qui Quo Qua comprata nel Qatar. Dopodiché mi venne una certa acquolina per cui entrai nella trattoria l'Acquarello, nei pressi di un acquedotto, con le pareti tappezzate di parecchie acquaforti e con un fastidioso vapore acqueo,dove mi abbuffai di anguille, acquadelle e alquanti calici di acquavite. Tornato a casa mi acquattai sul mio materasso ad acqua e mi appisolai sognando di andare su un acquaplano all'Aquafan di Riccione gridando a questi e a quelli,una quantità di consigli per gli acquisti!




