quasi tutto si compie
tra false lune ed albe cangianti,
tra spalle corazzate e velenosi spilli
stoppando il corpo in un momento.
Qui
bisogna invero soffermarsi
tra un respiro corto e l’altro
facendo perle incandescenti
delle paure e del coraggio.
È bello questo posto
specie quando posso entrarci,
adagio, frattanto liberato
dagli orpelli del mio turno.
È qui che io mi accorgo
di spender bene il tempo
guardando attento l’alveo
su cui cammino o scorro.
Qui
giocare con me stesso,
viziare spasmi e tenerezze,
mi dà l’incontrastato affetto.
Qui, dentro me stesso.
Quelli come noi
che amano ridere...
Quelli come noi
che soffrono in silenzio...
Quelli come noi...
che amano la vita
e si tuffano tra le parole
per farla brillare sempre...
Quelli come noi...
ricchi della propria povertà
capaci di dar vita
ad un emozione...
Quelli come noi...
li trovi svegli di notte
a raccogliere i cocci
della propria giornata
anche ingiustamente...
li ascolto soffrire negli occhi
nelle canzoni più vere...
Quelli come me...
ora dicono BASTA
alle parole assassine!
scalcinato
pretendeva di partorire giacinti
senza semi e senza terra
Chiamava gli uccelli
a posarsi per il tempo necessario a crollare
ma quelli continuavano a cercare il mare
girando in tondo
Il mio davanzale campo militare di cimici
ricolme della vista di tronchi del bosco
ed una zanzariera
a prendersi i proiettili al posto della pelle
Satura di pruriti e pollini
Sul mio davanzale si posa una tazza di tè
come un viandante stanco nel nulla
Come la cappa di un inceneritore
che fuma embrioni di cumulonembi
Leghe di formiche nere
che battendo bandiere neutrali
credono di raggirare inglesi e terididi
Il mio davanzale
così sporco come i miei pensieri
Così assetato di fiori
e troppo piccolo per non fare cadere un vaso
Affacciato sui tetti e sul porto d'Amburgo
e sul ritorno dei pescatori nel deserto
Su labirinti sotterrati da rinascimenti
e fanghi prematuri
Mi affaccio corteggiato da gatti
mentre gli ingenui cantano
canti colorati e in realtà neri come petrolio
Asfissianti come le aste nelle gole
Ma il mio davanzale no
Non ne vuol sapere di confini
Morde la polveriera del silenzio
e si vede di nascosto con la pioggia obliqua
Aspetta ancora un soldatino che lo vide
Beve il vento alzando le tende
come minigonne trucidate da epoche di libertà
Il mio davanzale si scrosta
perché il prezzo di uno sguardo
è il bruciore delle lacrime sulle gote
Annerisce davanti una cornacchia sui fili
pugnalato alle spalle dai brandelli del camino
Se mi affaccio
divento solo una sua escrescenza
pronta a cadere di sotto
in nome di un profumo meschino
tanto arrogante
da non concedermi più che uno sguardo
che non svela chi siamo
occhi simili a giunchi
sul greto nero
dov’è inchiodata la luna
e l’incantesimo strano,
nicchie di fuochi alle finestre.
come in qualche leggenda
la cosa dispersa
l’hanno messa in un periscopio
e impazza con fame d’aria.
A 18 anni fui travolto dal sentimento
rimasi stordito da quel bizzarro strumento.
Era sempre stato li sin dal principio
e nel cuore prendeva forma di presidio.
Lo colsi ingenuamente
«non sarà di certo un inganno delle mente»
Lessi su molti libri
che avrebbe recato diversi squilibri
Ma non credetti a simili parole
le calpestai con le mie suole.
Decisi di buttarmi di petto
ma come un ingordo ad un banchetto.
Ero da anni rimasto a digiuno
pensavo che bastasse essere uno.
Si sa ilPrincipio è gioia quotidiana
«ti amo» e già dorme un’altra giornata.
Come vi stavo raccontando
nell’amore mi stavo battezzando,
vi entrai con tutti e due i piedi
senza pensar a dei rimedi.
La vidi fin da subito come una rosa
colorata, profumata e favolosa.
Il mio animo era più che affine
ma tralasciai le sue occulte spine.
Provavo sollievo nell’accarezzarle i petali
accompagnando tal gesto a versi poetici.
Le mie dita erano un soffio lene
appagavano tutte le sue pene
Trovava in meconforto
e io in lei il mio porto.
Ma presto il mare si agitò
e il cuore disse no!
Proprio noi che creammo tutto questo
uccidemmo il sentimento con un sol gesto
Mi coronai il capo con le sue spine
e il cuore meticolosamente di
Carthago delenda est.
Un entusiasmo d'altri tempi
che non sfugge alla memoria.
Fantasie al tempo degli studi
sulla rovina di una grande città
che il sale bruciò in grandi tormenti.
Mi ripeto "Carthago delenda est"
ché il pensiero non smentisce.
Deve essere distrutta, distrutta...
Un'invocazione agli Dei, una prece,
da bruciare tutta senza ceneri.
Brucerà come corpo di donna
come Didone morì sulla pira
senza ritorno di vele dell'amato.
Brucerà come olocausto agli Dei.
Senza pietà brucerà di saldo odio.
Perduta primavera degli incanti,
perché ti nascondi, dove sei finita?
Ti sei reclusa, offesa, forse indignata?
Dov’è che hai nascosto i tuoi colori?
Aspergo col pensiero i tuoi profumi,
ma ai tuoi fiori è mancato il sole,
non li sento neanche se annuso
tanto forte e assai quanto un cane.
Vengo ogni mattino in riva al lago,
per guardarmi in acqua trasparente,
in fondo trovo solo melma e fango,
i segni di un inverno lungo e nero.
Non c’è passeggio a sera per le strade,
tutto è affogato da tanta malinconia,
tutto sembra un deserto inaridito,
il vento spruzza polvere negli occhi.
Addio ai viali belli e fioriti,
addio ai profumi tanto inebrianti,
addio ai baci caldi degli innamorati,
addio ai sogni e luoghi incanti!
Primavera, dove ti sei perduta,
hai lasciato soli anche gli ammalati,
senza te non ci sono più neanche i cigni
a sguazzar nel lago che ho qui d’avanti.
Stendilo bianco questo lenzuolo bianco
Stendilo tutto
Che l’anima m’hanno piegato in quattro
in otto
Un fagotto ne hanno fatto
Che hanno fatto?
Piegala stretta
Stringila forte
Toglile l’aria che tanto non serve
Dentro un sacchetto la stritoli il vuoto
Piatta ci serve
Per quanta vita non serve
Non serve
E stendilo questo lenzuolo bianco
Ti prego stendilo tutto
Cacciami l’anima dal suo cassetto
Aprila tutta che sto morendo
Stendila e fanne il tuo pavimento
Mondo camminami addosso
Fammi sentire più peso che posso più peso che posso
Sporca il lenzuolo bianco che sto qui per questo
Strada mi faccio che si apre in un fosso
Dentro il mio petto riversa il tuo passo
Mondo che a te faccio spazio
Mondo che sono il tuo spazio.
Tarli di luce
ad indiziar rose recise,
tramonto sui pensieri
d’uno stormo di barche
e disegno un bacio caduto
sognato a nevicar
sui sipari del mar.
Ritornelli lunari
cuciono silenzi
ai nodi del mio petto,
più non esisto
in questo soffio di pace.
un suono su cui poter sognare.
Se tu fossi foglia
agiterei i rami
anche quelli più alti
per sentirti cadermi addosso.
Ma sei solo vento
che prima m'accarezza
e dopo scompare
a ridosso del mare.











