con nastri di carta igienica alle scarpe
Oltre il muro bianco scalcinato
le rose del dottore a farmi la barba
I mugugni del silenzio
a separarci lo spirito
come decanter trifasici
Gli sbadigli si misurano in code antiche
di antichi scheletri morti arrabbiati
Le ossa gelano di primavera
Mentre le rondini
la scambiano per l’estate
voglio pascer neghittoso le membra
occhieggiare di sbieco la fronda
del palmizio che immobile sembra.
Un bel tiro ed in buca di sponda
va la palla, la numero otto,
quella nera, che sembra una fionda,
con un colpo ad effetto da sotto.
Assetato mi crogiolo al sole
negligente svogliato indolente;
una donna da sogno mi vuole?
Me ne sbatto un po’ colpevolmente.
Batte la lingua dove il dente duole
e tutt’altro consente il presente.
Mi consolo col dir, come si suole,
che sognare non costa poi niente.
Mamma … un nome così breve ma, assai lungo,
lungo tanto quanto la nostra vita, forse di più,
lei è volata in cielo, sono certo l’ha voluta Dio
ma è anche insieme a noi e mai ci abbandona.
E’ dentro al cuore dei suoi figli, della famiglia,
nel cuore di chi l’ha amata ed ancora l’ama,
si sente sempre forte il suo respiro, il suo fiato,
ogni lacrima versata per il suo grande amore.
La vedo ancora li, seduta al braciere,
in quei giorni lunghi e freddi invernali,
con ago e filo ed i suoi grandi occhiali,
rammentava i buchi dei nostri calzini.
E quanta pasta di casa abbiam mangiata,
maccheroni, tagliatelle ed anche lasagne,
servita a tavola fumante era gran festa,
con ceci e fagioli era grande squisitezza.
Le gocce di sudore le ricordo bene,
le versavi li, in fondo a quel bucataio,
di sera o di mattina, non contavi il tempo,
né feste, né domeniche, non ti fermavi mai.
Ricordi di te ce ne son tanti,
sarebbe difficile anche solo elencarli,
ed anche se noi li conosciamo bene,
non basterebbe un libro per raccontarli.
Ricordi belli ma anche ricordi amari,
di una vita bella ma anche sudata,
per ridere o piangere, basta rimuginare,
chiudo gli occhi e poi mi tocco il petto.
Nella grata dei rami dell’inverno
pareva mi guidassero la mano
per ritrarre con due tocchi libertà.
Dove convulso ormai è lo sguardo,
rimane la profondità del cielo
tra forme impenetrabili di nubi
e istanti di tenero infinito.
più.
Respiri secchi, grida di angoscia;
un coccio rotto, spaccato
come uova rubate dal nido di paglia.
Il fumo di polvere che aleggia
e un’anima dilaniata lo stringe,
lo brama e disprezza;
la bocca è aperta e secca:
lenta respira.
Solo, a meditarsi
bevendo il dolore,
amaro fiele di memoria:
i cocci di vecchia terracotta:
la mia povera porcellana rotta.
che sgorgava dalla mia fonte.
Ho lasciato le divine immagini scolpite nelle bronzee porte
della piazza di Leonardo.
Le ho lasciate vagabonde sulle sponde di quel fiume
che ispirava vecchi artisti.
Le ho lasciate perché ora non vogliono accettare
i miei fremiti inconsulti
di quella gioia tanto attesa
Il fuoco vitale dell’esistenza
abita in ogni forma di vita...
Ne giova forza ed energia
dalla grandezza dell'Amor proprio
e per gli altri, smisuratamente.
Talvolta crudele, coinvolge
in una sorta di contrasto...
Puntare l'indice
alla ricerca del colpevole
è un senso liberatorio
per le proprie responsabilità,
non porta frutti
a quel fuoco d'amore
che arde nell'anima.
Se raccogliessimo tutti i colori
per dipingere di primavera
tutto ciò che ci circonda,
scopriremmo quella meravigliosa
fiamma in noi.
Quella fiamma capace
di donare elasticità
nel abbattere l'odio
e sostituirlo
ad una sola forza suprema,
Divina...
la forza magica dell'amore.
Ci incontreremo alla fonte
dei tuoi occhi, lì
ti asciugherò l’emozione
nel vibrato di una carezza.
La bontà d’animo dei poeti
sta nel sedersi uno affianco
all'altro di qua e di là
dall’ansa, dispensa fierezza
la "bella parola" e annulla
la distanza… si muove irrequieto
il lampadario, sussulta
la polvere sulla bambola di pezza.
col passo opposto al tuo,
come se i miei occhi fossero già neri
e svuotati dei tuoi.
Un piede dopo l'altro, macinando
miglia e miglia
su questo marciapiede
che ci separa come un battito di
ciglia
il mio sguardo dalla stella cadente.
La tua pelle avorio e i tuoi capelli seta;
sei passata, sparita fra la gente
come la cometa,
lasciando me ed il mio corpo di paglia
a camminare su questo pianeta.
Ora è solo il ricordo della tua luce
che canta e mi avvelena:
ride e osserva la mia corsa truce.
E ride ancora e vomita eccessi di voce,
rovesciando inchiostro su questa mia
pergamena terrena.
Non fa altro che infondere dolore
nelle vene del mio cuore paralizzato
e silenzioso, sconosciuto della mia mente
ma un unico apparato dal cattivo odore.
Mi tira un calcio e uno schiaffo:
non mi dà riposo.
È così che trovo me stesso:
un guscio vuoto, un'ostrica senza perla,
un fiore senza polline,
buio passo dopo passo.
"Stanotte mi tuffo
Nel mare dell'anima.
Adoro le emozioni,
primitive.
Tu abbandonati alla musica,
dove incontri la vita,
e ti racconti favole
mai prima ascoltate.
Vorresti urlare al mondo
E stringerti alla Luna,
che ti accolga,
teneramente! "
lo stupore di vedermi ancora.
Un sorriso ingenuo che
mortifica l'emozione
intrappolata nel fascino
di chi si ama
nonostante tutto.
Parliamo senza voce,
afferrandoci per i cuori,
per le anime...
Il desiderio di sfiorarsi
con una scusa banale
per sentirci di nuovo vivi
nonostante tutto.
Desolati dal tempo
si notano le rughe
di chi ha prima riso
e dopo pianto.
Ma io ti amo ancora
nonostante tutto.
Dolente la volontà,
di resistere più che mai,
di due amanti.
Un altro istante da aggiungere
ai ricordi struggenti
di un grande amore.
E tu mi ami ancora
nonostante tutto.
Meglio rischiare l'estinzione che finire
dentro un quadretto incorniciato.
La farfalla più preziosa si è autodistrutta
per fuggire alla messa in scena
dell'ideale di bellezza di superficie.
Si è lanciata nel profondo di un cuore
sul letto dorato di una palude.











