Tasti bianchi e neri
violentati
dal disprezzo
e dalle dita
di chi alla buona musica
ha preferito
invece
la sinfonia omicida.
Sulle note
struggenti
di una supplica
che diventa
un grido.
Poi più niente.
Nel nome
della madre
soffoca
il respiro.
In ricordo di George Floyd, l’afroamericano ucciso dalla follia razzista di chi lo doveva, invece, proteggere.
Lunedì apro ad Aprile/
Arrivo forse tardi, -
stregato da notizie,
la giugulare inferocita dal galoppare
nella nebbia che m’intinge.
Allargo sulla tovaglia di plastica amaranto
pezzi di pelle strappata
dallo scoppio del razzo prima che frenasse
scoprendo difetti tesi
dell’atterraggio di fortuna.
Martedì Pezzente/
Ci sono troppi contrattempi nella lettera:
fossi sui mille metri
saprei sperdere chi mi segue,
ma qui posso solo ritrarre le unghie
e sperare
che non distinguano i chiodi ben piantati
da quelli arcuati dal recitare.
Mercoledì di Diaspore /
A discesa, nei giorni dispari,
piazzo una bottiglia al centro dei tepee,
voglio ubriacare il Rolex che non rallenta
sui tuoi ciuffi bianchi da Dakota
mentre leggi come spellare un bisonte
prima che il bianco goda nell’ammanettarti.
Niente coperte quando cavalco
fin dentro al midollo,
le mani sui fianchi.
La neve morde la pista,
provo a lavarmi la faccia,
a svegliarti.
Giovedì accanto a Luglio /
Lo scavo nel pavimento
produce i suoi effetti:
ormai posseggo il mare,
le tue conchiglie,
la sabbia nei sandali,
il tuo respiro roco,
l’eco.
la cipria cola sulla carta carbone,
le piante grasse le posso dimenticare,
sogno bucce candite siciliane
e datteri blu di Tripoli.
Venerdì Retrocede Agosto/
La pioggia sussegue sui nodi
rendendoli piombati,
però ho una maglietta in filo di panama
che mi rende spettacolare per l’intervista.
Custer mi parla dell’ebraismo degenere
battendo i tacchi nell’uniforme grigio ratto,
il tempo lo venera biondo,
la sifilide, come i pidocchi,
alimentano la cagnara soldatesca,
poco importa se un popolo fiero
inarca la schiena,
poco importa dove viene piantato l’amo,
poco importa se l’anima non è un budello,
poco importa se il cigno non è nato anatroccolo,
l’importante è essere eroi a Little Bighorn.
Sabato la Shoah/
Abito in un porcile tra ghiande e metafore,
dal corridoio alla mangiatoia
mi radono la testa,
mantengo i colori con cui guardo il cielo.
Spero che almeno Al Jazeera
ammetterà come brucio.
Di sicuro aggiungeranno sale alla pasta
mentre scorrono le immagini
senza volume,
nel ghetto ci accoltella la Gestapo,
tra le risa promettono un’altra Birkenau.
Ma
te ne
accorgi,
quando mi parli,
che il mio fare è claudicante?
che il mio sorriso è insicuro
che il mio occhio destro
è spento?
Guarda
altrove, lui,
si alza e si abbassa
aspettando lo sfinimento fisico,
la fobia l’ansia la follia e poi il vuoto.
Segue l’impulso che dal male
conduce alla speranza,
che dal sogno
porta
alla ricerca
della bellezza,
la lunga strada
che ho percorso
per arrivare a te.
Diamoci conforto ora
e consoliamoci con l’amore,
che la vita è davvero troppo breve
per cedere al distacco della distanza,
alla paura, allo sgomento della perdita.
Amiamoci con abbandono, con pace,
e liberiamoci dalle costrizioni
di questa tristezza
che paralizza
le gambe.
I
tuoi
ricordi
più belli,
quelli dolci
e importanti,
quelli che
non
si possono
lasciare a casa,
saranno per me
un bagaglio
leggero
e per
te
resteranno
rifugio sicuro
e accogliente.
La tua personale
grande ricchezza,
quella che nessuno
ti potrà mai sottrarre.
ostello del pensiero,
rifugio dell'eternità.
Erano momenti nuovi che mi atterrivano
che mi rendevano estraneo
in quel loculo morente della vita.
Non sapevo districarmi da quel labirinto
di tavoli e sedie
di persone troppo comuni,
lascivi esseri dal senno scomposto in troppi frammenti
perché io possa comprenderli,
nella logica esilarante
che mi sono costruito su di colui che vive.
La morigeratezza che avevo perseguito
era per me sinonimo di una forma essenziale,
inscindibile dal sublime
unica via attraverso cui si può fuggire
dell'ipocrisia del vivere,
triste suicidio del non lasciarsi morire.
al quale la natura appartiene
o rimembri lo stupore del grande ignoto
sulle file verdi dell’aurora
non pensare ad una natura buona.
E’ quel bambino
che cerca se stesso
fra gli alberi e le foglie al vento
quella curiosità
che rende eterno ogni momento,
l’innocenza crudele della realtà
ignora la vita.
Ma ignara della nostra esistenza
ci accoglie
ed è come linfa priva alle foglie,
forse è solo vita
un limite senza confine
imposto in una corsa ardita,
l’amara sorte vince sull’uomo
Così come la natura attende
Il suo perdono.
Raccolgo quattro righe dal portafoglio
dall’insieme di vecchie foto incantate
di giallo e messe a fuoco,
dai soldi divisi nei vari saccheggi,
alzo la fiasca di grappa e ruta,
un sorso andrà di traverso.
Con due colpi di tosse
rido energico,
sprovvisto di quell’età concreta.
Mi prometto di farcela a prenderti alle spalle,
o in qualche modo,
pur di non stare al porto
tra reti infangate
e il rompicapo delle ascelle.
Ho un giubbotto in similpelle
sfregiato sul gomito destro,
forte di lanuggine per quel vento dispotico.
So fare mille lavori,
ma non di uno ho il comando.
Sulla barca ci sono nato,
è un guscio di noce
veloce tra i canneti,
reticente sui salvataggi in mare.
Con stracci e catrame la rinforzo,
lo smalto acceso
dall’altra metà al remo.
Ti scruto sul terrazzato:
la tua schiena conosce le mie parole
che mai ti ripeto,
tra le cosce condivido la verza
e quello che so catturare,
appena buio mercanteggio il tuo incipriarti.
Dovrei ammagliarti? Ma non è facile.
I tuoi capelli m’avvolgono,
tentacoli di polpo,
ci perdo le mani e tutto il resto,
resistente come tua madre
nel profilo di tuo padre,
io in ogni stanza aggiungo un letto.
Ritorno spesso
con la memoria al passato.
Un viaggio a ritroso
della mia mente
per capire chi ero
e chi sono adesso.
Reminiscenze
difficili da mettere a fuoco
velate
dalla patina del tempo
trascorso
rivendicando al giorno
quello che la notte
non mi ha mai negato.
Bruciavo la mia vita
all’addiaccio dei sentimenti
e amavo delle rose
solo le spine
che diventavano corone
sulla testa di re profani.
Ritorno spesso
con la memoria al passato.
Un viaggio a ritroso
della mia mente
per capire chi ero
e chi sono adesso.
Solo reminiscenze
nel baratro dell’oblio.
Sparsi frammenti
che non voglio più ricomporre
ed il figlio che ero
madre mia
non lo sono più…
adesso.
d’un bimbo preda della febbre alta.
La luce del mattino non s’accende,
la notte avrà inibito l’alba.
Non sento il respiro delle onde,
il mare non sbadiglia né si sveglia.
Che strana primavera sto vivendo?
È colpa dei silenzi, qui dentro me,
di quel non far rumor per non distrarsi
nell'arduo ricercare il varco
di là dal quale planare sul sicuro
o, almen, sul meno incerto.
D’una Medusa della felicità,
se fosse, non guarderei il volto
per non restar pietrificato.
Mi basta il sereno ma...
riproverò a ispezionare l’antro.
Un immenso frutto chiamato amore
Dicono che nello sconfinato terreno della mente vengano piantati dei semi,
così prosperano, crescono e diventano alberi.
Quando i suoi frutti maturano possono risultare avariati, oppure vigorosi.
Sta a ognuno di noi curare al meglio il proprio raccolto,
per evitare di incappare in spiacevoli avversità interiori.
Ho sentito di un gruppo di persone che ha unito gli sforzi.
Dai loro piccoli raccolti ne hanno formato uno più grande. Il risultato?
Un immenso frutto chiamato amore!
Dicono che per guarire i malanni del corpo, la mente giochi un ruolo fondamentale,
ma di questo parleremo più tardi.
Torniamo a quel gruppo adesso! Merita ancora qualche parola...
Come contadini tenaci stanno perseguendo uno scopo:
tenere alto il morale, di un ragazzo forte come un leone.
Il suo terreno è stato colpito da una violenta tempesta
ma Lui è perseveranza, grazia e potenza (cocktail raro, visti i tempi che corrono).
Dicono che il suo carisma sia capace di compiere opere straordinarie.
In effetti un miracolo l’ha compiuto! È riuscito a unire quel gruppo affiatato.
Una sinergia lega tutti loro. C’è chi crede in Dio e chi nell’universo
“tutti per uno, uno per tutti”, si citano le frasi più osannate.
Eppure questo è solo l’inizio. Il bene genera bene,
le radici di questo terreno si irrobustiscono e penetrano nel profondo.
Questo accade ogni giorno, non solo quaggiù ma in tutto il mondo.
Basta osservare, basta guardare attraverso la cortina di ferro
basta acquisire una nuova chiave di lettura.
Alcuni la chiamano fortuna, alcuni la chiamano preghiera
altri, invece, la battezzano “legge dell’attrazione”.
Io dico che in qualsiasi modo venga appellata,
la positività resta il minimo comune denominatore.
Ed è questo il punto, caro leone.
Tu ci hai aiutato. Ci hai donato la tanto acclamata “chiave di lettura”
e per ricambiare il favore, abbiamo il dovere di darti una mano
per curare al meglio la tua energia vitale!
Quindi continua, continua, continua a lottare
affinché il tuo albero possa guardare il cielo e risplendere al sole.
Disparate ipotesi
hanno solcato mari
alla ricerca
di nuovi orizzonti
tutte rientrate
disperate
orizzontali
alcune.
Acquietate
non tutte
si accontentano
di due passi
sul selciato
due calci
ad un pallone
dell’aria
e del tempo che passa
l’uno più uno
di certo
non manca a nessuno
e nell’acclimatarsi
scendono a patti
… o scelgono.
Ho vestito la villeggiatura d’ardimento.
Indossato mascherina, fatta la valigia,
e inutili schinieri per coprire l’estate
di tranquillità, e plexiglass sulla battigia.
L’Alta Carica, anche virale, ha spostato
dalla cappelliera il bagaglio sul garretto.
M’assembro solo sulla stuoia, ma paiono
aspidi le bilie del moccioso e l’amichetto
sul calcagno… pensare che l’operatore
turistico piuttosto infelicemente
dava per certo che col Decreto Rilancio
avrei avuto di che riposare placidamente!
T’investe i polmoni
quella gelida brezza
che porta con se
il ricordo del mio cuore
la solitudine di un battito
fra le mura del mio corpo
accompagna il rumore sordo
del baratro
Cosa sono io...
Le sfumature palindromiche
della mia esistenza
nel buio cosmico
dell’universo
Riecheggiano all’unisono
Cosa sono io...
Un eco disperso fra le increspature del mare
al di là dell’orizzonte
Cos’è l’uomo...
Avanza timorosa
tra pensieri nascosti
e desideri impossibili.
Il mare è sempre in movimento
le onde raccontano nuove e
vecchie storie di arrivi e partenze.
La sabbia distratta indugia sempre
nelle pieghe dei vestiti…
Le città aspettano in silenzio
il nuovo ritmo delle stagioni
e chi resta
non sa dove
guardare…
L’attesa dell’autunno
con il rosso delle sue foglie
non è mai stata cosi incerta…
i pensieri del sole
volano verso l’alto
in cerca …
di un segnale amico.







