Raccolgo quattro righe dal portafoglio
dall’insieme di vecchie foto incantate
di giallo e messe a fuoco,
dai soldi divisi nei vari saccheggi,
alzo la fiasca di grappa e ruta,
un sorso andrà di traverso.
Con due colpi di tosse
rido energico,
sprovvisto di quell’età concreta.
Mi prometto di farcela a prenderti alle spalle,
o in qualche modo,
pur di non stare al porto
tra reti infangate
e il rompicapo delle ascelle.
Ho un giubbotto in similpelle
sfregiato sul gomito destro,
forte di lanuggine per quel vento dispotico.
So fare mille lavori,
ma non di uno ho il comando.
Sulla barca ci sono nato,
è un guscio di noce
veloce tra i canneti,
reticente sui salvataggi in mare.
Con stracci e catrame la rinforzo,
lo smalto acceso
dall’altra metà al remo.
Ti scruto sul terrazzato:
la tua schiena conosce le mie parole
che mai ti ripeto,
tra le cosce condivido la verza
e quello che so catturare,
appena buio mercanteggio il tuo incipriarti.
Dovrei ammagliarti? Ma non è facile.
I tuoi capelli m’avvolgono,
tentacoli di polpo,
ci perdo le mani e tutto il resto,
resistente come tua madre
nel profilo di tuo padre,
io in ogni stanza aggiungo un letto.
