ho trent'anni
ho quarant'anni
ho cinquant'anni
dove arriverà la mia stagione?
Dove sono ora, tutto è marcio.
Dove sono ora, tutto è limpido.
Dove sono ora, tutto scorre, si oppone e rifiuta.
Dove sono ora, tutto è acqua piana.
Dov'ero? Un po' più oltre, un po' più in là
di certi limiti, senza paure da oltrepassare
senza rancori da dividere o condividere
senza tutto, colma e ricolma di ogni bene...
Cos'altro volere, in fondo?
Una scena da brivido è passata sopra i miei piccoli pensieri
una scena da folli, bastonate sulle mie piccole orecchie
fumo e alcol si mescolano in una notte dai ferri corti
o bevi
o bevi, bevi e ribevi, fumi
oppure
corre una spina di vetro lungo la mia spina dorsale.
Come un irrisolto
l'enigma mistero
spazia confini
nell'interstizio dei due cuori,
verticali assonanze
intersecati nei respiri flebili
dischiusi come ombrelli
a riparare dall'illusione cieca,
mentre suona mélo
il celtico cantico antico dell'universo
astratto velleitario
nel fato di quegli occhi,
strade intrecciate
nello sguardo magnetico
dalle radici recise dal fuoco
della verace verità
che parla la lingua
della vita reale viscerale
a separare mani protese
l'uno per l'altra,
proteste al disincanto amore.
Come fumo liberatorio
che si libra in aria
quell'incenso del candelabro
a quattro posti a evocare
aria e acqua, terra e fuoco,
così i loro olezzi dell'essere
si palesano ai loro petti
riscoprendo diversi
i loro pulsanti spiriti,
spiagge nel deserto del cuore
inviolate e inesplorate
ove ideare zattere dell'addio
che accarezza e materializza
la fine dell'illusione effimera
che plana verso il fango
della sua fasulla magia
nel palustre dell'inganno.
Esaltando le proprie ragioni
che slegano il nastro
del legame indissolubile
in due parti uguali...
Lui l'essenza della chimera
nell'etere fanatismo nel viaggio spazio temporale.
Lei l'equilibrio della ragione
illuminata dalla fede
che vivifica la vita
nel tangibile reale
coi piedi in marcia sulla terra.
Ellittiche visioni personali
occludono il fluido sentire
dal manoscritto di quel amore
che destatosi dalla sua fulgore eccitazione,
ne firma il capolinea dell'illusione!
Il bambino e la guerra
Il cielo non lasciava trasparire
la follia dell’uomo rosso.
La piazza risplendeva di un bianco stanco
Stressato nella luce incerta
di un giorno incerto, di vite incerte
colombe, come rondini, in volo radente
vigliaccamente salvavano la loro libertà
bambini scivolavano sulle ali dell’innocenza.
All’improvviso botti e danze di luci
Andrei corri, vieni subito a casa
Papa lasciaci godere dei fuochi artificiali
Andrei non sono fuochi è la guerra
“papa, cos’è la guerra, un gioco?”
E’ una grossa fetta della follia dell’uomo
“papa, che cos’è la follia?”
Andrei sei troppo giovane, crescendo capirai.
Corri vieni immediatamente a casa
In fondo alla strada macchine d’acciaio
Avanzavano girando le teste alla ceca
Lanciando morte e distruzione, senza rispetto
Ospedali, chiese, scuole palazzi
Esplodono e bruciando cadono come birilli
Libertà, Misericordia, amore, tolleranza sono diventate, solo: parole, parole, parole
l’uomo normale assiste impotente
le lacrime non innaffiano giustizia.
Nonni, madri e bambini volano in cielo
cadendo senza paracadute, nelle fosse comuni.
Tutti i potenti, parlano, decidono, senza decidere
mettono note, come ai tempi di scuola
quando la campanella suona, tornano ai loro rifugi
mangiano e bevono, masticando libertà,
stressati si addormentano, ma al loro risveglio nulla è cambiato: “anzi”
Signore tu che hai sempre seminato pace e giustizia,
e sei la verità, fai qualcosa, ferma questa carneficina.
il mio sguardo non va altrove,
la sua pelle non è la stessa,
su di essa una luce riflessa.
L'occhio come mai prima appare,
la luce mai più vedrà entrare,
le mani giunte al ventre intrecciate,
un rosario le avvolge delicate.
Il vestito è delle grande occasioni,
andra' bene per tutte le stagioni,
tutte le sedie in una stanza sola,
delle scarpe si ammira la lor suola.
Le ore scorrono implacabili e lente,
si stringono le destre mani della gente,
il segno della croce è il più gettonato,
a far da cornice all'ultimo commiato
Insieme a te certamente per il tuo fascino,
ho incontrato nella vita quotidiana,
le condizioni migliori per scrivere questa storia,
tutte le altre spiegazioni sono da rimandare,
questa resta la più interessante,
beninteso che al cuore non si comanda,
è sempre stato fantastico analizzare,
la felicità che con innocenti esperimenti,
perquisivi e dilagavi coprendomi di tante attenzioni,
e constatavo quell’importanza, che forse
non avrei mai più ritrovato nella vita!!
Tu mi hai messo in condizioni di essere felice
per sempre, mi hai suggerito una nuova luce,
che non si sarebbe più spenta,
avrei dovuto applaudirti al gustare
la prima dolcezza del nostro primo bacio,
notando che anche tu
provavi e gioivi per le mie stesse emozioni!!
Dapprima semplici semi di banale dialogo,
poi un esile tronco di conoscenza reciproca,
da cui man mano germogliano piccoli rami
di discorsi più estesi, più profondi.
Esitano i rami a sbocciare foglie
di vocaboli più personali,
ne spuntano cauti alcuni qua e là.
Il tronco, irrobustito dalla
struttura coinvolgente
della storia ch’evolve,
freme ormai per una nuova linfa
che monta dalla profondità delle radici,
che lo scuote, lo fa vibrare per un nuovo sentire,
un’improvvisa voglia di empatia condivisa,
un anelito a parole più nuove e ineffabili.
Ecco che sbocciano foglie a profusione,
una fronda di parole segrete sussurrate,
bisbigli carezzevoli, dolci mormorii
che penetrano attraverso la corteccia
e avvolgono con passione e tenerezza
il cuore stesso della storia
ch’era iniziata con leggerezza.
Complicità di sentimento, che dilaga in suoni
non più intellegibili, parole smozzicate,
frasi insensate che immergono la storia
in un’avvolgente e abissale intimità
ormai trascesa in un unico ardore
smisurato, incontrollabile, inesauribile.
Ma le parole, che sanno dar vita, possono
anche uccidere le storie più belle.
Ne bastano poche, mal allineate,
contraddittorie con le precedenti, esitanti,
infedeli alla preziosa trama già intessuta.
Ed ecco le foglie man mano ingiallire,
i rami spogli infragilirsi, il tronco squarciarsi,
le radici disseccarsi.
La storia, in agonia, confida ancora
in una nuova primavera d’intriganti lemmi,
brama di risentire l’eccitante linfa ardente
scorrere nuovamente nel tronco morente.
Sogna una nuova fronda al vento fremente
d’assetato furore e accesa di passione.
Ma nulla,
più nulla, nessun suono, alcun eco risuona.
Il tronco cede, si spezza, crolla a terra, spento.
se per queste strade
il mio pensiero che ti sfiora
ti colpisce, ti atterra.
Il freddo che in cuore sento
lo butto via, lontano da me.
Sentirsi come un biglietto
dentro una fontana
spezzato, ridotto in briciole
e se lo portano via
i buchi d'acqua
l'inchiostro si scolora
nitida sto sul filo della corrente.
Il silenzio che dicono vita
(piccoli passi, luce elettrica, fotocellule)
mi accompagna.
Non c'è più la tua voce, primavera benigna
che mi fa fiorire
caldo te, tenere pupille non sento.
Non vedo...come potrà finire.
Considero fondamentali le tonalità,
con cui mi procuri felicità,
per la gentilezza gratuita
di cui profondamente capisco
sono i buoni sentimenti quelli che contano!!
Quelli stimolano il primo passo
di ogni altra buona azione
i cioccolatini sono buoni sempre,
anche quando superano la dose giusta!!
L’atmosfera intorno resta sempre beata,
ci si ritrova sempre dentro una favola,
e non vorremmo più uscirne,
del buono non ci si accontenta mai,
perché instancabilmente unisce e riunisce,
per trattenerci felici,
nella stessa fonte d’amore!!
Una manciata di sentimenti
hanno un ricordo di cose lontane .
Pensavo che lungo il cammino
diventassi un immagine sbiadita
pensavo che come gli alberi
a nuove foglie dimenticassi le radici
rifugiando la mia mente tra le nuvole .
Adesso che Aprile ha un sole tiepido
ricercherò le tue mani tra il rosmarino
mentre un pettirosso scandisce il suo verso e i rami
oscillano il rimbalzo .
Il ricordo non mi dà scampo
un groviglio di lacrime
mi attraversa .
Amo quel viso che ti fa la pelle
Ogni volta che li guardo
Amo i tuoi capelli intessuti di sogni spezzati
Altre folli e febbrili
Amo le tue ossa
Dolce spaventapasseri...
Amo e venero e onoro
Nel loro suono c'è la vita
Amo il tuo fragile collo
Prendi questo suono, che chiamo Saffo
Per celare, con vergogna, il tuo nome
Con tutto il cuore,
ho compreso che tu sei tutto quello che mi rimane,
sei il necessario per il miglior uso
del capannone d’amore puro,
che si è preso pieno possesso
delle mie facoltà, sempre rivolte,
a procurare il tuo bene!!
In tutto lasci il tuo stile,
con amore in condizioni naturali,
lasci a me un fagottino di affetti
in questo stupendo e attraente
sentimento d’amore, saggio bagaglio,
che soltanto una creatura
così particolare, può offrire in dolce compagnia!!
Avevi le montagne come sfondo
i tuoi capelli neri circondavano di mistero
le tue spalle
il tuo sguardo andava oltre
il paesaggio di una valle
il tuo essere intrappolato
da cortecce e rocce
mirava al sole della nuova era
eri azzurro eri aquila
la tua pulsione per conoscere
i segreti delle stelle
ti portava in alto
dove si dimentica la terra
avvicinandoti al sole
eri azzurro eri aquila.









