Provo sempre fastidio
quando mi accorgo
che mi fioriscono gli alluci.
E ho tolto gli specchi dalla mia casa,
per limitare la mia immagine ai tuoi occhi
e nuda mi sento vergognosa e vigliacca
come cittadina di un paese inutile
dove tutti guardano, ma nessuno vede.
Provo fastidio anche quando
le mie mani invecchiate
marciscono come rose da troppo recise
e fanno sesso con la mia anima
ipotizzando sceneggiature irreali
di un noi quasi film, quasi commedia,
quasi morte su litorali infiniti.
E tu mi vieni a dire che ti piace
la genialità della mia mente folle,
quando io per anni, in te, ho cercato
solo quel tanto di fisico
che riesce ogni volta a resuscitarmi,
a togliermi il respiro, a portarmi in cielo,
a darmi l'equiparazione divina,
che è il mio unico interesse civile.
Ah se tu sapessi quanto il mio corpo,
aggredito da costanti e irriverenti terremoti,
ti adora e ti brama!
Come se tu fossi miracolo,
nozze di Cana, trasmutazione,
fonte e cibo della mia follia.
(omaggio a Alda Merini)
C'è una stanza nel mio cuore
con pareti di rose e pavimenti di viole
dove conservo tutte le mie emozioni
loro la scaldano dall' invernale rigore
C'è una stanza nel mio cuore con soffitti di cielo
e parati di mare...
lì i miei pensieri di poesia sono liberi di volare
dando sollievo alla mia anima
C'è una stanza nel mio cuore spoglia di tutto
vuota di orpelli
al centro solo il ricordo di te che mi guardi con ardore.
Esco chiudo con la chiave del cuore
e il lucchetto dell'amore
ecco in silenzio inizio a versare
lacrime di poesia e singhiozzi d'amore.
E sfiorivano i fiori
nella tarda primavera dell'autunno
mentre il vento soffiava
tenue e ibride sensazioni
e m'affacciavo alla finestra
per rivedere i colori
del mio vociare
chiamavo amici sordi
rispondevano i nemici
e mi tendevano tra le mani
lame d'acciaio e acero
e i cipressi mi facevano ombra
nel meriggio salato di gennaio
vivendo la mia estate
decisi di togliermi la vita
vivendo
sorseggiando l'acqua pura del
mio avere
essere mi dicevo
non divenire ripetevo
oggi suonano stanche e antiche
queste parole
gli amici stanno in osteria
a bere il brodo caldo
Indossa l’autunno
Cosi che possa riconoscerti
D’estate
Limpida notte di nebbia
Pulisce i miei occhi
Giungano a te
Le mie migliori
Imprecazioni ecclesiastiche
Indossa l’autunno
Con i suoi colori nuovi e pallidi
Con il suo maglione smanicato
E la sua festa
Cosi che possa raggiungerti
D’estate
Con il calore della legna arsa
Della rovente cenere
Indossa l’autunno
Cosi che possa riconoscerti
D’estate
Con la tua falce e la clessidra
D’ossa
Mentre sorridendomi
T’atteggi a padrona della vita
Fissando il tizzone in fin di vita
lo lascio acceso, negli occhi
a fumarsi l’illusione di eterno
Assenza in piccole dosi
e nella foto seppiata
sbiadisco verità senza date
Quel che s’insinua dal legno
è il canto del tarlo alla vena
L’animale nel bozzolo sverna
a dispetto di questo spazio enorme
forma di prigione
dove il corpo accade, dato di fatto
e testimone più crudo
Mio padre tornava sporco di calce
mia madre lo attendeva ansimante
guardavo i miei amici dalla finestra
rincorrevano un pallone
le mie gambe immobili
mi facevan sentire un'aquilone
volavo con gli occhi
amavo la vita
mio padre mi offriva un pezzetto di torta
mia madre ricamava i sogni di lana
ed io comunque sorridevo
non l'avrei indossati
ma sapevo quant'amore
m'avrebbe donato
le mie gambe immobili
inutile peso di un corpo vivo
colsi due stelle dallo stagno
avvolsi i miei sogni
i miei viaggi pagavano la fantasia
vidi tutti i posti del mondo
Ti ricordi
Andavamo nella notte
Laggiù in fondo alla notte
Dove t’avvolsi due stelle
Tra i capelli
E nel naso trasfusi
Mille profumi
Ti ricordi
Andavamo ridendo adagiati
Sul suolo lunare
Il vento ci dipingeva
Di polvere astrale
Ti presi la mano
Perplesso
Con uno sguardo
T’invitai verso
Casa
mi chiudesti in faccia
la porta
ti ricordi
cosa saremo domani
Siamo lontani. Sei lontana.
Eppure ti anelo così intensamente
come la Terra brama il Cielo,
così distante,
e arde di desiderio, nell'aria,
quando giunge il tramonto.
Solo un fulmine, per un istante
ci farà sfiorare.
Ed io che sono Terra,
brucerò nel profondo
quando le tue mani
saranno finalmente mie.
Baci carezze
la pelle che si sfiora
come due fuochi
si accendono
i corpi nostri
e volo in un delirio
di passione
Le tue mani calde
ogni piccola parte di me
conoscono
padrone del mio desiderio
nell'intimità mi colgono
ed il piacere assorbo
Ti voglio amore
sentirti dentro di me
caldo avvolgente
portami a toccare il cielo,
i respiri affannosi
i gemiti dell'amplesso
vestono di musica
l'alcova
dove da sempre e per sempre
saremo un solo corpo
una sola anima
Odio, il profumo
che s’imbriglia nell’aria,
sfidando la memoria
a tesser immagini giulive.
Odio, l’olio della pelle,
le carezze che, rendono schiavo
di sospiri tremanti,
e la sera a poetar induce.
Odio, meditare
sui tuoi occhi, riverbero
che, scivola dolce, nei sogni
a ricamar fuoco che, brucia.
Odio, questa via crucis,
generata dalla tua assenza.
Come un alito
di vento
entrò nel mio destino
disse amore...
son contenta
respirare il tuo respiro
non c'è stata primavera
fino a ieri nel mio cuore
troppe volte trascurato
da chi non ho mai perdonato
voglio vivere di te
dieci cento mille anni
Mentre il sole tramontava
io le raccontai di me
dell'amore che provavo
e di come sembravo strano
sensazioni mai assaggiate
che però facevan bene
Come un alito di vento
sfiorò dolce
la mia mano
disse amore...
sono qui
anche se il tempo
non potrò fermare.
Nessun rintocco
Resta muta la campana
Non vale la pena agitarsi per te
in un giorno in gennaio
sotto le gelide volte gotiche
col giardino che fuori si scalda
ai raggi dell’ultimo sole del giorno
Ecco il gruppo sparuto di maschere
che non t’ha mai rivolto un pensiero
che s’alza e si siede pregando a comando
e trema di freddo tra i banchi
sognando una tazza di tè
Ti lascio sola
come solo così si è soli
e si è nulla
Come prima di esserci
Sprofondo le mani nelle tasche
un brivido lungo la schiena
Ripercorro i passi fatti dietro di te
Torno a casa
e ti sento ancora parlare
poi straparlare
e farti risate di sana follia
che ascoltavo di notte
Anche se in terra affondo
senza fiatar dolore
inerme spinto
dai calci delle ingiurie ,
se alle sferzate dei giudizi
non stridono i denti
e le labbra non tremano
gonfie e viola
dei lividi delle sconfitte,
se gli occhi non ardono
per il fuoco delle lacrime
e gli schiaffi del tempo
sulla pelle non lasciano
che il rosso scarlatto
della vergogna che fiorisce ,
quel poco di vita rimasta
nel recinto del mio corpo
scalpita e si dimena
in un'inutile agonia.
E se un verme ingordo
banchetta alla mia tavola
e in silenzio accetto
la nudità delle ossa,
il cuore non è salvo
dal cappio affilato
della vita che stringe
ed il sangue che nero
sgorga freddo dalle ferite
è solo il grido rappreso
di un'anima che è morta
molto prima della carne .








