Guardavo il tuo viso,
gli occhi fissi nei tuoi,
i tuoi fissi nei miei,
ascoltavo la tua voce
rivolta alla gente
ma il tuo sguardo
rivolto al mio viso,
mi sentivo baciare,
mi sentivo l tue mani sul viso.
Parlavi e guardavi
ed io
ascoltavo e guardavo.
Nessuna parola tra noi,
solo sguardi
che dicevano mille parole d'amore,
solo sguardi
che toccavano il cuore.
Tortorina, poesiola
da casetta di magnolia,
sei una piccola negligenza
negata con tale dolcezza.
Sei quattro rametti
un crocefisso di
garofani blu,
ognuno una lampada
appena spenta,
ognuno, sboccia
prima di addormentarsi
con una bollicina di saliva
con trasformazione in mosca
in arabesco
ventoso, e fine umana.
Orgoglio e vanità,
certezze emotive
frammiste a umori di grandezza.
Vanità e audacia,
certezze emotive
prive d’orgoglio.
Coraggio fisico,
coraggio morale,
fiducia nell’ardore
di vana iniziativa.
Sono solo
e parlo ad alta voce
con me stesso.
E trovo consolazione
soltanto nell’orgoglio.
amo il tuo silenzio
fatto di ampi movimenti
disteso su specchi
che anche la notte
riflettono ed illuminano
ritorno e ti ammiro
mi inebrio del tuo colore
ricco di sfumature
e tonalità create su di me
che nascono e crescono
anche nel tempo buio
vengo e ti ascolto
dolce mi è naufragare
su isole fatte di fotogrammi
immagini datate
che raccontano di un film
ormai vissuto
ritorno e ti ammiro
ci sei
ci siamo
stretti l’un l’altro
ci vestiamo di noi stessi
e ci allontaniamo
da soli ci siamo trovati
soli ci siamo lasciati
e poi ritrovati
tuffandoci nel nostro profondo
abbiamo nuotato nelle stagioni
unendoci all’orizzonte
ascolto il tuo sciabordare leggero
il tuo dondolare lieve
e come piccolo uomo
mi lascio cadere nell’oblio
di questa notte
profumata solo di te
Conti quanto vali
l'unica cosa che conta
davvero per il nostro
domani, che si affaccia
dalle nubi di contrasti
quotidiani tra la gente
ed il dolore intollerante
che si combatte
con la forza del pensiero
di mine vaganti, nei respiri
affannosi, per testardi
che impediscono di respirare
di vivere serenamente
Sono passate quasi dodici ore
e il mio dito più magro, l’indice,
sanguina ancora.
Il tuo sopracciglio destro, invece,
rivela la tua paura
per le mie incertezze,
così come il mio piede sinistro
rivela la mia incertezza
per le tue paure.
Mancano ancora dodici ore,
settecentoventi minuti,
quarantatremila duecento secondi.
Poi vivremo per sempre legati
come nell’ipotesi di un suicidio
come in un abbraccio nella fase rem.
È dolce partire.
del mio giorno terreno consolatore.
Ardi il mio cuore della parola di Cristo.
Vigila la mente allontanandola
dai piu' perfidi pensieri.
compagno invisibile che dirigi i miei disegni,
ispirati dalla benevolenza di Dio.
Sorveglia la mia bocca,
perche' non debba profferire
alcunche' di sconveniente
e non dia la vittoria
ai miei nemici.
Angelo celeste,
ricoperto di bianca veste,
affido a te ogni azione
certo che la gestirai da buon amministratore.
E quando mi consoli
ogni notte,
per augurarmi quieti riposi
senza precoci risvegli e ossessionanti sogni,
riconosco il tuo diafano campanellio.
Che tu sia benedetto,
o Messaggero di Dio!
Siamo avvolti da campi elettrici,
magnetici,
da reti d'interconnessione, da forze
gravitazionali, da fotoni,
elettroni, protoni.
Entità
che non possiamo vedere né percepire
ma che condizionano la nostra
volontà.
Ci muoviamo in un piccolo mondo
che pensiamo di dominare,
in cui crediamo di esercitare
il libero arbitrio, di realizzare
la nostra umana identità e unicità.
Accumuliamo immagini,
collezioniamo parole,
c'imbeviamo di suoni e rumori,
ci ubriachiamo di odori e sapori,
Poi scopriamo
che si tratta sempre
di reazioni chimiche,
di schemi ondulatori di probabilità,
di peptidi e neuroni,
di enzimi e ormoni.
Realizziamo così
che ciò che ci distingue dalle
cimici
è solo il fatto d'essere robot
chimici
cui il Grande Burattinaio
ha malignamente concesso
un devastante barlume
d'intuizione.
lungo l’argine
le orme invisibili e lucenti
dei sogni stretti
tra lo zucchero filato.
Le apparenze
lasciano senza fiato la quiete
di piccoli passi mai nati
spenti,
sfiorati fugacemente da sorrisi
foderati di bianco dolore
avvolti di vita
come il breve passaggio
di un arcobaleno.
intorno a me
con lo sguardo incuriosito
alla scoperta di chi sarà
l'arteficie che coltiverà
una rosa dai petali di cristallo
e spine pungenti
per me
e ne avrà molta cura nel tempo
Nel limbo attendo
sognando
a volte senza speranza
che il destino tenda la sua mano
che lentamente si muove
ed ancora esita
sceglierà con ponderata attenzione
e scrupolosa saggezza
chi sarà ad intrecciare
emozioni e sentimenti
con i miei sospiri
Si contraddicono i pensieri
comandati dall'umore danzante
nei giorni calmi
che scorrono inarrestabili
come acqua
di un fiume in piena
E non perdo tempo
mi preparo
a mettere in guardia
cuore e anima
arriverà in sordina
quando le difese
saranno distratte
e coglierà impreparati lo stesso
i sensi storditi
quello scossone di vita
che stravolgerà tutto
di farsi suggere senza sosta,
il suo sangue minerale,
né la rigeneravano i sali
ch’esseri altrettanto esausti
trasudavano sulle piaghe
infertele per inocularvi i semi
del loro magro nutrimento.
Ferita dagli ultimi viventi e prosciugata
dai raggi dell’astro incandescente
che l’avvinceva in una danza derviscia,
quella terra era ormai sfinita.
Dalle sue crepe spuntavano vermi
sempre più gracili, malnutriti dai
cadaveri scheletrici che s’ammonticchiavano
tra i sassi roventi ed i rovi
disseccati.
La terra era stanca, la vita era stanca.
Forse anche Dio era stanco,
deluso da quelle sue creature
che s’erano giocate l’immortalità
per una conoscenza
che non era stata d’alcuna utilità.
In principio era stato il Caos.
Alla fine, solo la quiete marziana
d’un rossastro deserto.
Come quando ti penso
e fuori si respira inverno
e la buccia del caco secca
e la polpa ammezzisce.
Sono l’Albero delle Sette Virtù
sono l’angolo scuro del parco
il buio inerte della caligine
sono la pioggia che scroscia.
Intanto sopra, al piano nobile,
dove i bambini sgelano al fuoco
la tua fantasia vola piano
già avvinghiata alle mie fronde.
Non è cambiato molto
abbiamo sempre freddo noi
e le parole corrono, scappano,
scivolano lungo l’inverno.
Sono l’Albero della Pace
il Diospyros Kaki, il Legnasanta,
e per sempre ti cullerò nel nido
aspettando primavera.
Lascia danzare il tuo cuore
ogni volta che il desiderio prende
lascia le parole all'infinito
trasportate dal vento
in un porto nuovo.
Un giorno lontano un rimpianto
resterà nel ricordo
che sfiorò la mano
un brivido scuoterà il cuore
da lassù non ci sarà perdono
per chi ha danzato senza meta.








