O solo del calore di chi ci vive attorno
Del “ciao come stai”, del dire “tutto bene”
Del poi “mi rivedrai” o dello “stiamo insieme”
Il giorno e la notte, si fanno compagnia?
Le strade con le piogge, vivono in sintonia?
E' quello che crediamo, unendo sempre gli uomini
E' quello che facciamo, nuove solitudini
Nessuno dice niente, allora bisogna fare
C’è troppo che non serve, ma di moda è il riciclare
Ma quello che facciamo, poi giova veramente?
Ci vuole un po’ di tutto e anche il niente
con il cellulare sulla pancia.
Chatto e invio, invio e chatto
mi sa che son diventato matto.
Non ho più gente intorno
nè amici di ritorno.
Acc.!!! Si è scaricata la batteria,
anche le emozioni fuggono via.
Ora, son solo con questo oggetto,
quasi quasi vado a letto.
Chiudo gli occhi e faccio un sogno,
ne avevo proprio un gran bisogno,
mi trovavo in una via
e con una certa ritrosia
si presenta al mio cospetto
un signore un po' buffetto.
Aveva la forma di un palmare,
per me era un cellulare.
Poi mi disse tomo tomo
queste parole con un certo tono:
" Caro Signore sono stanco
di essere usato come interscambio:
se con le persone vuoi parlare
ti do un consiglio valle a trovare.
Le parole in diretta
non corrono di fretta.
E se le pronunci con amore
puoi colpire anche un cuore".
C’è una linea
e dietro io
indifesa
di sorpresa
per scoprire
dove sia
la mia baia
di poesia
All’inizio
son parole
loro sole
ed io con loro.
Tutto a specchio
d’un pretesto
quasi un brio
incontro casto.
Poi c’è l’altro
un po’contatto
forse solo
per il furto
dell'aspetto
C’è una linea
e dietro io
indifesa
a mia difesa
al mio vero
fragile forma
a respiro
di mariposa
Apro lesta
la mia ala
la mia sola
anima vera
affamata
di poesia
Ad occhi chiusi
vivo il verso
soffio mesto
mio ricamo
a punto intarsio.
C’è una linea
e dietro io
indifesa
a mia difesa
sembra casa
senza mura
senza tetto
o serratura
solo porta
valle aperta
sulla stessa
mia paura .
l'avevo incontrato da bambina
mi aveva guardata con occhi impauriti
non capivo
mi disse: devi crescere
imparerai ad avere dolore.
Poi
mi ha presa per mano
mi ha portata nel mondo
ho visto il dolore
l'ho visto con gli occhi
sentito sulla pelle,
le parole
si son ficcate nel cuore
ho sentito il mio sangue gelare
ho capito
che avevo perso la speranza
ho capito
che non credevo più
a niente
mi son sentita lontana da Dio
mi son sentita
abbandonata a me stessa
come un'alga
sbattuta dall'onda.
Ho capito e provato
il dolore più grande:
Ora aspetto il mio giorno fatale
non avro' più paura
non avro' più dolore

sa questo cinguettio mattutino
che si mescola alle grida
strappate dal vento,
al suo soffio impietoso e incessante
che non concede nascondigli,
scoperchia tegole,
spalanca persiane,
travolge!
Perché?
Ad azzerare rabbia,
a spazzar via memorie,
o a confondere
annullando quiete in interrogativi aperti
che chiude all’ascolto?
Vanno le allodole
in cerca di sosta sicura,
ma,
dove volano
con le ali imbrigliate in sputi di gelo?
Via!
Di sofferta tempesta,
le membra erose;
del respiro,
l’affanno;
di giovani vite,
l'esistenza interrotta.
Via, cosi, per sempre.
E noi?
di nudità inermi.
La polvere ci sovrasta.
(A Thomas, Luca, Saverio ... )
questo paesaggio d'anima
a raccogliere
il nostro respiro.
Sarà
la magia della notte
ad annidarsi tra le lenzuola
e a sfiorare la pelle.
Sarà l'intreccio
delle gambe
a ubriacare i sogni.
La pioggia
ora danza
il suo ritmo delicato
come il gioco di un bambino.
Appena percepibile
traccia il suo fluire
ora lento
ora veloce.
Si disperde.
All'alba il suo profumo
nell'erba condensata
come una musa
avida di sete.
sempre il perchè di tutto
se adesso siamo qui
e ne è passato di tempo
non ne perderò
altro a
chiedermi
perché ci sei
perché sei qui
E’ facile
cadere in un letto
di ricordi
in quel piumone pieno di lettere
che dopo aver fatto l’amore
ricordi
volevamo sempre leggere
Se non ti ho vista mai
davvero andare via
o sono io che sono distratto
o sei tu che negando
ora dici bugia
Non bisogna chiedersi
sempre il perchè di tutto
spesso son felice quando
mi arrendo
e lascio che il tempo ed il vento
governi ogni mio singolo
sentito,
amaro
unico e fragile
…momento
…con te
« Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti. »
Noi gente di mare
abbiamo paura del buio,
e viviamo addossati
in piccole baie luminose
riscaldate soltanto
dal respiro del mare.
Le tinte pastello
dei nostri presepi
sono gli antichi rifugi,
immutati nel tempo,
su cui si infrangono
gli spruzzi di mareggiata
e il pulviscolo di scoglio;
dove il persistente soffio
della corrente Maestrale
porta in sospensione
l’inconfondibile odore
di ferrovia e oleandro.
Qui, a Capo Santa Chiara,
il meccanismo della vita
è piccolo e misterioso
e la sorte trucca le carte.
Qui, sul molo di Boccadase,
nella quotidiana tragedia
della condizione umana,
la parola si fa meraviglia
e il pensiero si erge lieve,
triste e meditabondo.
Io aspetto, mi struggo,
ma quando la formazione
sarà finalmente compiuta,
partirò verso il nord:
alla volta dell’agognata
cascina dell’orto.
Memento
E sogno quel giorno in cui
le labbra saggeranno il tuo sangue esule
percuotendomi come saetta
in risposta al mio cercare.
Ma forse sogno non è.
Forse è lamento di delusa sete,
voce rauca di tuono al seguito di folgore
che esaurisce i già logori feticci
allorché divampa simile a fugace fuoco
nell’allontanarsi nel vuoto del cielo.
Potesse il sognarti essere più forte della morte
Piegato al tuo Dio
Di petali distesi
Mi colori di polline
Riverso alla salvezza
Aspettando la prossima primavera
Salvandoti dalle intemperie
Scaldandoti le radici
Bagnandoti d'acqua pura
Addormentato vicino
Dandoti la mia coperta
Senza abbandonarti a questo mondo
Nel buono o nel cattivo tempo
E' un ringraziamento
Tutto quel che so
mi hai voluto insegnare
Senza chiedere nè pagare
Solo con il tuo sorridente cuore
Dove nacqui non so'
ma li' nel primo respiro verginale
sputai per la prima volta.
Chiacchierii e frettolosi passi
mettevano fretta scansando
l'orribile travaso pensando
che il tutto fosse finito li'.
Non fu così, no
già l'involucro squamava, tirava
il bisogno di trovare l' equilibrio
si faceva più impellente
Tesa e stesa come in una bara
afferrai quel dito onnipotente
D'onnipotenza non aveva niente
tranne il freddo che emanava
quello lo ricordo bene
era come il tuo Madre
Come una stilla di sciroppo
così amara così amaro
che giù non voleva andare
E ti intrufolavi nel mio essere
giorno e giorni e pigiavi
intensamente pigiavi
da eludere il vergine vagito
Oh povera me schiava
nel bricco capiente dondolavo
travasare volevo per
scappare velocemente
Non si capovolse la mia vita, no
retta e liscia sembrava
all'umano mondo che circondava
Fu un fulmine che saettava
ad aprire la breccia
di vergine non rimaneva nulla
tranne l'illustre maschera
che ancora oggi riveste.
E fu così che la vecchiaia
col bastone in ritta sovrana
ancora ombreggi
non come un pioppo
un castano o un fitto melograno
ma con la tua stessa
povera ombra.
Siamo tutti nella nassa;
ci siam nati, non entrati.
Siam cresciuti in questo posto
con promesse di un futuro
molto bello e più sicuro.
Così abbiam fatto famiglia
promettendo ai nostri figli
un futur non da conigli.
Arrivati a un certo punto
ci dobbiamo rassegnare:
non c'è più niente da fare,
si può forse scappare ......
Ma la nassa non dà scampo:
qui dentro devi stare
assieme a questa massa
che ti ha tolto la speranza.
Incastro uno ad uno frammenti di vita dei miei giorni;
con alito leggero ci respiro su
a sfogliare pagine
dal diario del mio esistere,
sul leggio del mio esserci.
Abbandonati al soffio della storia,
si avvicendano i miei affanni,
i miei desideri,
i miei sogni,
quasi petali che volteggiano nel nulla.
Oggi è il tuo compleanno Mamma!
Nata di maggio come te,
nella stretta di un abbraccio di dolore
sigillo il mio al tuo amore,
dal vuoto dell’assenza mai interrotto,
dal fluire del tempo mai attenuato,
dal vortice del quotidiano mai risucchiato.
Mi porto dentro la tua carezza impalpabile,
ne sento il brivido che mi da la pelle d’oca!
Il ricordare non risolve la mia pena.
Riesco solo a stringermi
nell’ascolto, mio, segreto, della tua voce,
musica intima per le corde della mia anima,
e a rifugiarmi
nella memoria dei tuoi gesti,
cifra dei miei passi.
Mi abiti, Mamma,
sei la mia forza,
il mio canto,
il mio sentire.
Raccolgo profumi,
immagini,
pensieri,
l'eco complice del vento,
e parlo il tuo linguaggio
come l’onda che,
allo scoglio o a riva
s’infrange,
muore,
rinasce,
e parla il linguaggio del mare.
Diciassette anni, oggi, Mamma!
E, mi manchi troppo, ancora!
Un rivolo di pianto scava la mia ruga.










