andare via,
lontano,
in una città sconosciuta.
Cominciare da zero,
faticare da mattina a sera.
Mai una parola gentile,
solo fatica.
Pian piano l'anima del fanciullo,
viene seppellita dalla durezza della vita.
Il lavoro pesante soffoca i sogni.
Non c'e'tempo per guardare le stelle.
Mangiare pane e speranza.
Solo, ma determinato.
Guardando indietro solo miseria.
Allora guardare avanti,
per una vita diversa.
Per non sentire più i morsi della fame.
Costruire con le proprie mani il futuro.
Tornare a casa con la brina sulle spalle,
lavorare sotto la pioggia senza riparo.
La vita cambia,
migliora.
Ma dentro c'è sempre quel bambino che non ha mai potuto correre dietro un pallone.
ma solo quella di andarmene da qui
senza fare nessun rumore...
e riprendermi un sogno
che da tempo tengo chiuso dentro il cuore.
No, non posso restare
non ho più voglia di guardare nel passato
e ricordarmi le cose che pensavo ieri,
cercando la felicità in un rimpianto.
No, non voglio più vivere da perso
facendomi rincorrere dai vecchi pensieri,
quelli li lascio all’ultima stazione
dove tu non c’eri.
Da lì partirò con un biglietto di sola andata,
destinazione casa tua,
perché lì sarò libero di amarti
e di sentirmi vivo.
a cancellare i pensieri,
più non vorrei aprirli
questi globi di brace.
Misera e nuda,
rea di ogni sua vergogna
Ora giace l'anima mia.
Inorridita al pensiero
che un corpo sii vile
la contiene e l'opprime.
Di sua troppa dolcezza
ferita a morte, geme nascosta
in profondità che Mai io
saprò riportare alla luce.
in baci di albe come promesse,
in cieli tersi di sogni
poi inattesi temporali
a squarciare finte certezze,
bruschi a spaccare radici d'utopia
stagioni di vento
ad agitare il cuore
con furia inaudita
e a volte estati troppo violente,
arsura di sale che divora
febbre e sete d'amore
Di sole e di neve
tra gelo e calore
suddiviso il nostro vivere
tra carezze tiepide d'affetto
e addii di ghiaccio sparati in vena,
circostanze instabili
equilibri mutevoli
capricciosi come il tempo
tempeste e poi la quiete
Di sole e di neve
le nostre mani
i nostri occhi
a sciogliersi comunque in emozione
Profilo di donna
che spicca sulla luce
ti perdi dentro al richiamo di una voce
ti senti perduta col respiro
vorresti gridare un nome
strapparlo dal cuore
ma e' solo un taglio profondo
a dividerlo in due.
muteresti la tua pelle con la sua
per poterla toccare
e quella Bocca che spicca di lato
come vorrebbe ancora il sapore di un bacio
follia di un giorno innalza l'anima
respiri sguardi dove ti abbandonavi
fragili ali ti ricoprono
nella luce diventeranno il tuo suono
non racchiudere il tuo amore in conchiglie
dallo al vento come arpa e violino
melodia in un altro cuore
si aprirà come chiave.
Io che devo unire, per unirmi.
Io che sono gli altri,
diviso dalla carne degli altri.
La mia pelle muta col riflesso delle stagioni,
mutano le sensazioni.
Prigioniero del pensiero,
abito in me celle profonde.
Significati vagano come ombre materiali degli esseri,
vivendo anche al buio.
Non mi resta che restare.
Cerco le soluzioni che non ci sono,
sospeso sui fili di passato,
cullato e intrappolato nella tela dalla natura,
madre immortale, figlia del nulla.
Guardiamo
di nuovo le stelle,
facciamo che il giallo
si riversi in mare, stasera,
e che non ci sia volo d'insetto
che si permetta di disturbare
questo respiro profondo.
Facciamo che l'acqua
sia vino di Beirut,
e giochiamo
a che il
cielo
sia
una
vista
ancora
possibile.
Poi sarà
la coda
bianca
del cane nero
a ricordarci che
fuori è mattina.

E cominci a dissertare
tra onde ed aria
come figura plenaria
che dirige la sua conferenza
avviandomi
tra irte punte di scogli
dedite a ferire e lacerare,
a soffocare il lievito felice
delle mie giornate,
a diffondere ombre
che gravitano sul mio sole.
Tu sei sillaba scevra di luce
dedita a distruggere
il mio incanto vitale
con discorsi impigliati
nella tua logica matematica
atti a creare crepe
dentro la mia anima
in una continua recidiva
che non si rigenera mai
perché la tua ultima parola
è sempre
gelido vento di libeccio.
nei cerchi di Universi
che sanno sfiorarsi
nell'evanescenza di un cielo
che non sa attendere
l'incanto nei sogni
Nelle dediche
che non hanno silenzio
Nell' acqua che scioglie
ogni tempo
Nei fragili desideri
di Aurore
in attesa ...
del diluvio di sempre !
Tarlo,
senza più moto
dissolto, in vapori,
uno strano sudario.

Ma chi vive
Nella sua poesia.
Chi si tuffa in mare
Per assaporare la fragranza
Del moto impercettibile
Di ogni singola goccia d'acqua
Che, come la pioggia scivola
Sulle finestre la sera
Si fa trasportare dal vento.
Chi nella sabbia
Vede l'inizio e la fine
Di imperi persi nei meandri nel tempo
Fra castelli portati via dalle onde
E secchielli stralipanti d'orizzonte.
Chi dalla luce non viene accecato
Ma la rapisce con lo sguardo
E la conserva in un cassetto, in una parola.
Chi ama l'amore
E il suo franco dolore.
Chi ama amare
Donare uno spicchio di anima
A chi non se la merita.
Chi guarda le stelle
E piange
Perdendosi in esse
Sono contorto
come un ramo di vite,
sottile come un filo di grano,
attento come un getto di edera.
Sono qui, mi vedi?
Conto i granelli
di polvere
che mi separano
dalla prossima estate.
Ci siamo quasi detti addio,
l'altra volta, quando il glicine era viola
e il richiamo del bombo quasi insopportabile.
Ma poi mi hai portato in cima alla collina, per pietà.
E che non ci sarebbe stato niente di notabile lassù,
già lo sapevo: non conta la meta, conta il viaggio.
Non mi vedi più ora? È che ho cominciato
la discesa.










