Sono cambiata io.
Il mondo è rimasto dov’era,
con le sue stanze vuote,
i giorni tutti uguali,
le porte che non si aprivano,
le parole dette alle mie spalle
e quelle che avrei voluto sentire
e non sono mai arrivate.
Sono cambiata io.
Ho preso per mano
la bambina che aveva fame d’amore,
la ragazza che guardava il proprio corpo
e pensava di essere sbagliata,
la donna che per essere vista
accettò di essere trattenuta.
Le ho detto:
vieni.
Non dobbiamo più nasconderci.
Ho attraversato i miei nodi
uno per uno,
senza scioglierli con la forza.
Li ho guardati,
ho imparato i loro nomi:
paura,
vergogna,
abbandono,
solitudine,
bisogno.
E amore.
Anche ciò che chiamavo amore
Perché l’amore non toglie,
non stringe,
non sorveglia,
non presenta il conto.
L’amore non dice:
io ti amo,
dunque tu mi devi.
L’amore è un luogo sicuro
nel quale posare le armi
senza temere
che qualcuno le raccolga
per usarle contro di noi.
Per anni ho aspettato.
Una svolta.
Un giorno diverso.
Una mano.
Qualcuno che arrivasse
a salvarmi da me,
dal rumore,
dalla rabbia,
dall’infinito andare e tornare
dell’illusione e della delusione.
Ho aspettato
finché ho capito
che la porta
si apriva dall’interno.
E sono partita da ciò che restava.
Una figlia.
Una casa.
Il mio lavoro.
Un piccolo cane.
E me stessa,
anche se allora
non sapevo ancora
di esserci.
Ho portato mia madre con me,
anche dal luogo
in cui avrei voluto non lasciarla mai.
Ho portato il dolore
di non essere stata ascoltata,
le decisioni degli altri,
le responsabilità,
la fatica di essere quella
che doveva sempre reggere.
Ho portato tutto.
Ma ho smesso
di portarlo come una condanna.
Non sono diventata migliore.
Sono tornata a me.
Alla mia ironia,
alla mia voce,
alle cose che so fare,
alle mie fragilità,
alla parte di me che ancora teme,
alla parte che inciampa
e a quella che,
dopo essere caduta,
sa rialzarsi.
Non ho sconfitto la solitudine.
Ho imparato ad abitarla.
Non ho cancellato il passato.
Ho smesso di viverci.
Non ho trovato qualcuno
che venisse a salvarmi.
Ho trovato me.
E oggi posso finalmente mostrarmi
senza chiedere perdono
per ciò che sono:
con il peso della mia sofferenza
e la leggerezza della mia vitalità,
con tutto ciò che ho perduto
e tutto ciò che ancora desidero,
con le mie paure
e la mia voglia di ridere,
con il bisogno degli altri
senza più perdermi negli altri.
La porta è aperta.
Non so cosa ci sarà fuori.
Ma questa volta
non aspetto che qualcuno entri.
Esco io...
Arrampicata al muro
scivolo sul muco,
sui fiori di sambuco
l’amplesso con un bruco
spunto a passo spinto
lo sguardo un po’ spento,
l’istinto non mi manca
mi riposo su una panca
scavalco una tartaruga
tra le foglie di lattuga,
una ruga sul mio muso
sorride il pino mugo.
Una musica..lontana...una finestra aperta.. Ascolto,e cerco con lo sguardo da dove proviene la melodia.. Gli uccellini sono sui fili della luce a riposare. Mi soffermo a guardarli,sorrido.. Sono messi come fossero note musicali. Stasera è una sera particolare. Una dolce melodia ed io che lavoro di fantasia.
- Alcuni attimi sono così pieni
- da esaudire i bisogni di una vita,
- ma anche così effimeri
- da lasciare voragini ancora più grandi.
- E così sono grato all’impermanenza:
- fa di uno sguardo, di una voce,
- di un abbraccio, di un grido,
- di un pensiero,
- di un bacio… un volo.
- Maledetto
Luisa,
non era necessaria
quella fossa
così profonda
per seppellirti,
e tu sai perché
ho voluto pensarti
e riportarti qui
fra chi finge di vivere
senza te.
Mi avevi pregato
di lasciare che l’erba,
tranquillamente,
spuntasse sui tuoi occhi
non più verdi;
ma come posso,
Luisa,
non strappare tutto
e raschiare le unghie
del mio pensiero
su quei sassi
che ora porti in mano.
Che guarda il tramonto Senza nessuno.
La casa si riempie del tuo nome,
ma risponde soltanto il muro.
Cercare una mano nella notte
e trovare soltanto il cuscino,
scoprire le strade interrotte
di un passo che era vicino.
La solitudine adesso ha il tuo volto,
ha il suono di un passaggio che manca.
È tutto il vuoto che ho accolto
in questa stanza che si stanca.
dai rovi
la carezza
di gemme nuove
all'alba scopro
sul cammino
con quel fiotto di luce
che inonda
dubbi sospesi
in penombra
allora torno sereno
sui banchi della vita
che ai versi insegna
con le ali già in fila
a battere il tempo
sulla riga
e le note a salire
d'una polla in vena
come ai solchi in metrica
e al dettato di semina
è maestra
ma più di quel pupazzo
che allarga
in mezzo ai campi
le braccia
oggi spaventa l'ignoranza
sottotraccia
Parte sempre un motivetto nella testa,
per chi non ne può comprare il senso
e chi, senza complimenti, se lo prende.
Si lacerano i riflessi del Gauro,
mentre attingi all’amara sorgente
e intarsia il sole la chioma del lauro.
Esiziale veleno e nepente
la vita instilla. A te i canti,
che in lacrime di fiele dal labbro
gocciano, gli esuli suoni spanti
nell’impassibile nulla. A te, fabbro
di una fortuna non tua, la pena
di conoscersi straniero, nemico
della folla, amica dell’ipocrisia.
Inerme il gelido vero t’incatena
a sdegnosi silenzî. Nell’intrico
per te forse non esiste una via.
13-09-2026
EE
:-(






