Dicesti strani arpeggi
ma gli arpeggi non dicono
e allora io traduco
da labbra leporine
labiali che sono bollicine
sospese bagnasciugano
facce che vibrano.
Così dicesti con la voce stavolta,
“il tempo è spremuto”
succo d'attimi francamente banali
scorre risucchiato dalle serpentine
traboccante da boccatoi.
Poi ti sognasti un sonno in levare
lasciando indietro pezzetti di anatomia musicale
il passo lesto di metronomi a vapore
sbuffi sincera
ad occhi chiusi
col corpo fatto di sola testa e piedi
il resto è tronco
ossia omesso per paura
o chissà
se per qualche altra misteriosa digressione.
2 commenti
Una spennellata di rosso nel sereno
ingloba le rondini solitarie che spariscono
là dove il mare incontra il terreno,
là dove il giorno e la notte si uniscono.
Seduto su una pietra la tranquillità è il mio scudo,
mi riposa,mi culla, mi trasporta in altri luoghi
un viaggio infinito dove nulla comunque concludo
la rabbia sale, ma non serve a nulla che io mi sfoghi!
La mia pace interiore è instabile,incerta;
mare aperto, tempo variabile la bufera s’avvicina
ora si tinge di nero il cielo, lo copre una coperta.
Fuggo invano,e l’anima si fa piccina piccina.
Mi volto sperando di trovare la gioia della fine,
ma il tramonto è sparito,morto di fronte alla notte.
essa non indugia,è animata da emozioni assassine
e così è l’esistenza, l’indecisione che la vita inghiotte.
Per fortuna stavo solo pensando!
O lettore, ti stavi forse impaurendo o emozionando?
Corrono i miei pensieri e così le mie parole,
schizzi di sentimenti come il colore nelle aiuole.
Basta la natura a mettermi in pace con me stesso,
vitalità,linfa nelle vene, la mia vita è un successo!
Potete forse fidarvi del mio cervello matto e pazzo?
c’è la verità, tra questi versi scritti da un umile ragazzo?
Fossi in voi diffiderei,al massimo proverei un po’ di pena
per quel poveretto la cui vita oscilla come un’altalena
e ha perso del buon tempo per scrivere una poesia oscena.
ingloba le rondini solitarie che spariscono
là dove il mare incontra il terreno,
là dove il giorno e la notte si uniscono.
Seduto su una pietra la tranquillità è il mio scudo,
mi riposa,mi culla, mi trasporta in altri luoghi
un viaggio infinito dove nulla comunque concludo
la rabbia sale, ma non serve a nulla che io mi sfoghi!
La mia pace interiore è instabile,incerta;
mare aperto, tempo variabile la bufera s’avvicina
ora si tinge di nero il cielo, lo copre una coperta.
Fuggo invano,e l’anima si fa piccina piccina.
Mi volto sperando di trovare la gioia della fine,
ma il tramonto è sparito,morto di fronte alla notte.
essa non indugia,è animata da emozioni assassine
e così è l’esistenza, l’indecisione che la vita inghiotte.
Per fortuna stavo solo pensando!
O lettore, ti stavi forse impaurendo o emozionando?
Corrono i miei pensieri e così le mie parole,
schizzi di sentimenti come il colore nelle aiuole.
Basta la natura a mettermi in pace con me stesso,
vitalità,linfa nelle vene, la mia vita è un successo!
Potete forse fidarvi del mio cervello matto e pazzo?
c’è la verità, tra questi versi scritti da un umile ragazzo?
Fossi in voi diffiderei,al massimo proverei un po’ di pena
per quel poveretto la cui vita oscilla come un’altalena
e ha perso del buon tempo per scrivere una poesia oscena.
Nel buio
c'è una porta,
oltre...
c'è una scala.
Scende, scende.
Oltre, ancora buio.
Solo le mani
solo i pensieri,
avanzano.
Mostri invisibili,
sconosciuti...
si affacciano,
mi osservano.
Non li temo
ma non dormo.
C'è una scala
oltre la porta
e c'è il buio
oltre la scala.
C'è la paura
di un bambino
e c'è un bambino
nascosto...
dietro le sue paure.
Poi c'è un uomo
e c'è un mostro,
cresciuti insieme,
ai lati della scala.
Anime ormai robotizzate
perse in labirinti cosmici,
vagano e scavano...
catacombe per automi,
nel futuro di mondi criogenici.
Mentre corpi ibernati
sospesi nel presente,
aspettano partenze
di astronavi temporali,
che svaniranno nello spazio
di un battito d'ali.
L'umanità ormai ricordo remoto,
il cuore un reperto storico.
L'amore puro gioco virtuale.
I sogni intubati in macchine perfette
che rinnegano la morte,
illuse non arrivi mai
il giorno della distruzione.
Ho già visto il futuro tra muse cibernetiche...
Follie nucleari attendono
l'esplosione degli ultimi poeti...
Obelisco nome strano
Quante volte mi sono interrogato sui perché
Sapete cosa ho trovato?
Nulla
I perché nascono dalla scarna pietra del Nulla
Il loro disfarsi, il deperimento dei loro gusci
Dà risultato alla materia di cui sono fatti
E allo stesso tempo non fatti
[Epitaffio obelisco piazza (CIV/n)]
Un uomo corre su un pianeta
Un uomo corre su un pianeta
Né stelle, né stralci di giallo, rosso, blu
Solo oscurità
Un uomo si è costruito un orticello
Nel suo campo germogli
Lame di luce schiena di terra soffice
Un uomo ha dato vita ad un ruscello
Gli zampilla dal capo una nuova galassia
Si scorge il suono del silenzio, la taciuta astromachia
Un lampione ha gli occhi raggelanti chini
Un lampione ha gli occhi raggelanti chini
Sul marciapiede e sul parabrezza di auto
Un'auto due auto tre auto
E la notte si disperde così
Ma c'è di più non è finita qui
Una puttana due puttane tre puttane
Insomma la vita di un lampione è variegata
Insonnia~Quante volte mi hai aiutato, amica mia
Insonnia~Quante volte mi hai aiutato, amica mia
Il tuo corpo duro e accogliente
Il sopraffare i miei occhi con la tua pelle
Il bacio di sabbia sui miei occhi e le tue
Braccia di raggrinzita passione
Ah quante volte mi hai aiutato
Quante e quante volte lo farai ancora
Tu, pasticca dal cuore ipnotico
Chiederò a tuo padre, il dottore-Dio
Di darti a me in sposa, con altre tue sorelle
Di darti a me in sposa, con altre tue sorelle
Per il mio farmaceutico harem che tanto
Mi ha aiutato di notte in notte di sofferenza in sofferenza
Un incredibile ogivalità
Una ragazza scava con le unghie intrise di secoli
Tra gli incendi, i sali cartaginesi, i platonici cataclismi
Trova un corpo carbonizzato
Un cane sembra
Un cane sembra
Un angelo che rischiara il cielo che il Demonio ha irrigidito dice uno
Una spazzola, un idraulico dice un altro
Una lolitica scoperta ancora uno
UFO (Uomini Facinorosamente Ostentanti)
Rischiamo, tanto
Più di morire non possiamo
Da una battaglia un re tornava
Il ciambellano dal lessico arcaico
Vide il suo padron che arrivava
Vide il suo padron che arrivava
Si dimenò tosto nel verso trocaico
Scacco matto
Sono pazzo
Ma una pazzia sublime
Da psicofarmaci pesanti
Ed ora non è l'alba né il tramonto
Un terzo e tremendo crepuscolo
In cui ritrovo un volto amico
Quelle ossa marce torneranno sospinte dal
Vento melenso, granitico distruttore
Quelle ossa marce torneranno fuggite dal
Sole annebbiato, stella di prima decenza
Sospirante nel
Stretto camino
Dove i bambini, teneri esserini, vedan
Dove i bambini, teneri esserini, vedan
Le rose sbocciate sulle fronti di teschi
Natale! Ah che bello il Natale tra i
Cadaveri dei
Defunti, misteriosi apparizioni
Sporco residuo
In vita in morte la gioia eterna verrà
Là, dove uccellini fanno il nido per i lor...*
Lì, dove cadaveri malamente uccisi...
Lì, dove cadaveri malamente uccisi...
Laggiù ci son fiori c'hanno visto secoli..*²
Più in là, accanto al bulbo di nobil stirpe..
Quelle ossa marce nacquero dalla tristezza
Quelle ossa marce furon vinte da dei vermi
*pulcini intrisi del sangue di
sconosciuti
sconosciuti
*²di maciullazioni, squartamenti, sorrisi
È tumulto là fuori
quando non ci sei dentro,
è tutto chiaro nella testa
una vita completa fatta di certezze
e non rispondi, ti chiamano, pensavi fosse semplice
ma i due mondi non si attaccano.
Se esci poi
chi l'ha detto?
Oltre la soglia ti senti libero
tra i limiti
e quello che c'era prima
in quel piccolo inferno che tieni al sicuro
in tutte quelle sensazioni che fanno parola
non coincide
hanno detto
a quel puzzle mancano i pezzi.
Sembrava andasse tutto alla perfezione
che ogni cosa fosse al posto giusto
tassello più, tassello meno.
Qualcuno lo sapeva, lì in fondo
quel prurito sotto ai piedi
di cose già sentite, sottovoce
hai tagliato a pezzi le verità per farle incastrare a dovere,
ma è un minuto poi passa
e scendi giù, col cuore in gola per ambientarti.
Qual è il mondo vero?
Ci vuole coraggio
una parola, una canzone, un passo
e tutti i ricordi pensano di essere adatti alla situazione
cosa posso dirti, si accalcano lì fuori, oltre quella sbarra.
C'é qualcosa che non funziona
non sei tu a decidere di te.
Quanto è bello lì dentro
quando tutto fuori ti dice che è vero
non puoi non darmi ragione
dice
hai già visto tutto, hai sentito ogni cosa lo vedi?
Tu vieni dal futuro
Una volta tremavi alla fine del viaggio.
Ti manca il coraggio.
So quello che sono,
in fondo minuto più, minuto meno.
quando non ci sei dentro,
è tutto chiaro nella testa
una vita completa fatta di certezze
e non rispondi, ti chiamano, pensavi fosse semplice
ma i due mondi non si attaccano.
Se esci poi
chi l'ha detto?
Oltre la soglia ti senti libero
tra i limiti
e quello che c'era prima
in quel piccolo inferno che tieni al sicuro
in tutte quelle sensazioni che fanno parola
non coincide
hanno detto
a quel puzzle mancano i pezzi.
Sembrava andasse tutto alla perfezione
che ogni cosa fosse al posto giusto
tassello più, tassello meno.
Qualcuno lo sapeva, lì in fondo
quel prurito sotto ai piedi
di cose già sentite, sottovoce
hai tagliato a pezzi le verità per farle incastrare a dovere,
ma è un minuto poi passa
e scendi giù, col cuore in gola per ambientarti.
Qual è il mondo vero?
Ci vuole coraggio
una parola, una canzone, un passo
e tutti i ricordi pensano di essere adatti alla situazione
cosa posso dirti, si accalcano lì fuori, oltre quella sbarra.
C'é qualcosa che non funziona
non sei tu a decidere di te.
Quanto è bello lì dentro
quando tutto fuori ti dice che è vero
non puoi non darmi ragione
dice
hai già visto tutto, hai sentito ogni cosa lo vedi?
Tu vieni dal futuro
Una volta tremavi alla fine del viaggio.
Ti manca il coraggio.
So quello che sono,
in fondo minuto più, minuto meno.
I racconti della principiante stavano sul comodino
accanto a un bicchiere di vino bianco e alla foto
del figlio più grande, l’unico ad avere i capelli rossi
da generazioni. Sull’altro comodino –il cielo volendo-
stavano dei versi disconnessi, quasi slegati dal tempo
eppure un inciampo sarebbe bastato a restituirli
al vero del reale, magari il bacio di un rospo innamorato
o il saluto del corriere di hashish. Poi quel giorno che l’alba
era da fiaba di cartavetrata, sentì il ritornello della canzone
dei mutanti, un rock duro e teso sino all’estrema unzione
dei penitenti e stette a respirare fiati da ameba
o da scriba che con l’ispirazione calante, si è giocato
l’ultima carta del lotto. Poi finì col deglutirli
i denti della bocca del suo amore, prima dell’ultimo lampo
di lucidità, le sembrò tutto naturale, quasi che il fondo
fosse di foglie su pietra, le ruote in movimento sui dossi
delle ossa, dicono le luci del cielo che sarà il fior di loto
l’ultima dimenticanza, con le ombre a fare da secondino.
Violento turbinio
Sete dolore
Astri che si rincorrono frettolosi
Ardenti mostri soli-macchine
E poi
Il sonno
Morbido
Temerario addentrarsi tra i letti
Il sonno
È un pastore dal volto di pietra
Il sonno
È cadenzare di orli di coperte
La notte
Sorella madre donna-mistero
Sorella madre donna-mistero
Tu
Demone di un essere
Spettro
Bellissimi occhi maligni, mia
La domanda è come possa uscire, concepire, diventare
non è che un uovo e da qui si dipana un cielo
e che caos è la perfezione.
I primi occhi come lame
formano quattro mura è una casa?
e la donna è bambina.
al centro del bianco splendore delle quattro mura ti sei vista,
hai pensato come tutti pensano,
tutti ti dicono
tutti ti parlano
entrano escono dalla tua porta
e portano riempiono svuotano strappano.
c’è qualcuno che aggiusta
donna ti frulla la testa di domande?
entrano ed escono i soprammobili,
personcine attaccate alle pareti
e poi?
che fanno sui pomelli del letto imbrillantati?
vedono, riflettono i loro occhi,
ah l’amore, è l’esperienza.
Sui comò, pezzettini di affanni
ombre di vite lasciate con te,
per te, a formarti le strade.
Le opere d’arte di camminate chini
a guardare dal basso, bambina
trascinando l’esperienza, il pacco
per poi donna dall’alto a trovarle diverse
e le luci di ribalta sulla faccia.
Luci spente e accese
e quelle pareti attorno
e il pubblico che acclama
le loro voci vere e palpabili.
Pensieri nelle mani
che non si attaccano alla lingua
che non si attaccano alla vita.
È l’esperienza donna
e ci credi bambina?
che quel che sta succedendo nella testa sia déjà-vu
e non che in quell’assenza ci sia la vita stessa
che per un attimo ti coglie di sorpresa.
Ci hai pensato
credevi fosse un dono
e non ti senti, non ti vedi, sei.
non è che un uovo e da qui si dipana un cielo
e che caos è la perfezione.
I primi occhi come lame
formano quattro mura è una casa?
e la donna è bambina.
al centro del bianco splendore delle quattro mura ti sei vista,
hai pensato come tutti pensano,
tutti ti dicono
tutti ti parlano
entrano escono dalla tua porta
e portano riempiono svuotano strappano.
c’è qualcuno che aggiusta
donna ti frulla la testa di domande?
entrano ed escono i soprammobili,
personcine attaccate alle pareti
e poi?
che fanno sui pomelli del letto imbrillantati?
vedono, riflettono i loro occhi,
ah l’amore, è l’esperienza.
Sui comò, pezzettini di affanni
ombre di vite lasciate con te,
per te, a formarti le strade.
Le opere d’arte di camminate chini
a guardare dal basso, bambina
trascinando l’esperienza, il pacco
per poi donna dall’alto a trovarle diverse
e le luci di ribalta sulla faccia.
Luci spente e accese
e quelle pareti attorno
e il pubblico che acclama
le loro voci vere e palpabili.
Pensieri nelle mani
che non si attaccano alla lingua
che non si attaccano alla vita.
È l’esperienza donna
e ci credi bambina?
che quel che sta succedendo nella testa sia déjà-vu
e non che in quell’assenza ci sia la vita stessa
che per un attimo ti coglie di sorpresa.
Ci hai pensato
credevi fosse un dono
e non ti senti, non ti vedi, sei.
La casa, covo traboccante di sospiri,
Qualche giorno fa (o qualche secolo?) mi disse:
«Padrone, spendi il tuo tempo tra i lamenti
E i pianti, pavoni dalle piume tremende
Gli occhi, inaspriti dalla furia delle genti
Ti fanno ora male, coprili con le bende»
Ma la risposta
Non venne, presto
Con un impuro, deforme, caustico salmo
Con un impuro, deforme, caustico salmo
"Non andare via"
La strada l'avevo trovata su una mappa
Dovevo solo dare l'ultimo saluto
A lei, la casa
«Addio
Per me sei stata fango
Per me sei stata lampada
Per me sei stata tetto, riparo, noia
Per me non sei stato nulla
Per me sei stata prigione»
La porta si fece rocciosa uscita della
La porta si fece rocciosa uscita della
Grotta, spelonca, dell'antro
Che dietro di me si ergeva irato
La polvere del mattino sporcava tutto
Le vesti, l'auto,
Anche i pensieri (dolcemente screziati)
Tutto mentre
Un gracchiare più vecchio di Dio ghermiva
Il silenzio dell'alba, la danza dell'astro, il cielo venato di spiriti
Me
Me
Clown per mestiere nel circo dei giocolieri
delle spade lucenti, i denti cariati per amico
-gli unici che non ridono alle sue gags- lei
che le torna in mente a ogni ora del giorno
da quando è andata via col domatore di pulci
il mese che i ragni erano bianchi e dagli alberi
cadevano foglie blu. Poi l’aveva cercata
in ogni stella del cielo, ma senza successo.
Quel giorno che sul giornale della sera
si parlò delle Torri Gemelle e che quasi
il suo cuore si fermò, poche frasi
per dire che lei ora era in un’altra sfera
e che il senso di tutto era più complesso
della verità dei fatti. L’amore, il sesso
dinanzi al nulla e il venditore di falci
che si frega le mani, lei che dorme beata
da qualche parte dell’universo, i monasteri
le cattedrali del cuore, poi le gocce dolci
delle lacrime perdute, gli uccelli di ritorno
per un saluto, il forse che diventa mai
all’alba di ogni nuovo giorno, è comico
che ogni respiro per lei fosse già morto ieri.

Quattro assi e due sassi, sessi opposti
avamposti di tutto, dell’amore nato
di quello appassito nel gelo dell’inverno
del corno d’ottone suonato in ginocchio
e dello spicchio di luna prima del giorno
delle nozze. L’abito da sposa ora riposa
in fondo al baule in cantina, eri una rosa
ora sei il finale di una canzone, il forno
del panificio senza farina, anche l’occhio
che non vede ciò che succede intorno
solo per scelta, l’ultimo giro del fato
nella città deserta all’ora dei costi.
E l’eco dei pentimenti, tangenti e bisettrici
a delimitare lo spazio dei sogni delusi
collusi col talento dell’infanzia, prisma
che è stato luce solo per un momento
per poi volgere in nera stele del canto.
E’ stato Dio- quante volte l’hai detto-
a girare il cuore dalla parte del tetto
e le fondamenta inabissate nel pianto
a prendersi il fiato, giglio e tormento
in corsa per il premio al miglior fantasma
del decennio. I fianchi stanchi, i pollici fusi
l’indice a indicare la luna delle cornici.
Solo numeri, la rata del mutuo e l’importo
delle bollette, il costo dei vestiti
e gli scontrini del supermercato. L’offerta
promozionale come unica felicità
concessa alle antenne della mente pensante.
E’ questa la proposta? E la risposta corrente
è nelle rabbia confusa e nell’elettricità
di un amplesso col fante di picche. La meta
è alle spalle e i cibi del giorno sono conditi
con olio di motore rubato al magazzino del porto.
Poi arriva il malandrino con cappello corinzio
e scarpe senza suola, è andato a scuola
dalle suore prima di finire in una svendita
di camicie usate. Chi l’ha incontrato
è rimasto colpito dagli occhi fiammeggianti
e dal look trasandato, parla di stenti
e promesse tradite, ha intrecciato passato
e futuro con l’uncinetto, ormai è in gita
da tre anni e nelle ore notturne si consola
con un biberon di cognac e di assenzio.
Il discepolo del matto ha asciugato le lenzuola
sulle tegole del tetto e rifatto i letti
con le tende delle finestre. Quando prenderà
la parola, reciterà i versi di Catullo
a una platea di elefanti in pensione.
Poi dicono che andrà di corsa alla stazione
per incontrare l’ultima donna del bullo
che gli ha rotto tre denti. Ci vorrà
tempo per vedere rifiorire i sogni interrotti
riprendersi il suo amore e dimenticare ogni regola.
Corri sul ticchettio delle ore,
in bilico tra fantasia e realtà,
cadi, e rimbalzi, in un fiume di parole,
e all’assordante rombo di cascata, spegni la voce.
Tempo un secondo, e il vortice ti squassa, 

tempo un minuto, e il vuoto ti dissolve,
rigurgita il tuo corpo in mille te,
disperso in uno spazio senza senso.




