Quattro assi e due sassi, sessi opposti
avamposti di tutto, dell’amore nato
di quello appassito nel gelo dell’inverno
del corno d’ottone suonato in ginocchio
e dello spicchio di luna prima del giorno
delle nozze. L’abito da sposa ora riposa
in fondo al baule in cantina, eri una rosa
ora sei il finale di una canzone, il forno
del panificio senza farina, anche l’occhio
che non vede ciò che succede intorno
solo per scelta, l’ultimo giro del fato
nella città deserta all’ora dei costi.
E l’eco dei pentimenti, tangenti e bisettrici
a delimitare lo spazio dei sogni delusi
collusi col talento dell’infanzia, prisma
che è stato luce solo per un momento
per poi volgere in nera stele del canto.
E’ stato Dio- quante volte l’hai detto-
a girare il cuore dalla parte del tetto
e le fondamenta inabissate nel pianto
a prendersi il fiato, giglio e tormento
in corsa per il premio al miglior fantasma
del decennio. I fianchi stanchi, i pollici fusi
l’indice a indicare la luna delle cornici.

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