con infradito chiodati
Ho mangiato tonno all'olio solare
con pomodori sardi ed anche sordi
Ho usato dentifricio catramato
al sapore di cetriolo
Ho giocato con aquiloni bucati
e palle da tennis rivestite di piombo
Ho sezionato cuori di carciofo
ma non ho trovato l'aorta
Ho rotto duecento uova
ma non ho trovato nessun pelo
Mi hanno arrestato perché avevo
giocato a tressette col morto
Penso che presto dovrò
cambiare spacciatore !!
là dove è nuova la luce dell’alba,
mi soffermai a pregustar la scena
volgendo gli occhi all’eterea via.
Immensa, di persone pullulava
e di germogli a divenire fiori
al primo tocco della fantasia
quando li vuole contemplare schiusi.
Ed altro catturò la mia attenzione
in special modo uomini smarriti
e donne, anch’esse un po’ disorientate,
alla ricerca del ritorno duro.
Possibile, mi domandai sorpreso,
che dopo averlo anelato a lungo,
quasi al cospetto del mistero bello
vi sia la ritrosia ad accettarlo?
In mano a quella gente vidi zolle,
di mare gocce dentro delle ampolle,
la neve scivolare sui mantelli
e di sei petali su ogni petto un fiore.
Nel cuor di quegli umani vidi infanti,
adolescenti in cerca del futuro,
adulti a caccia del miglior presente
e vecchi, di nostalgia ammalati.
E un sussulto ebbi alla conferma
di essere non solo ad amar la vita,
di appartenere a quella folta schiera
per cui attender deve, il Paradiso.
mi stacco in corsa dal carro della vita
e barcollando al centro della strada
mi infilo ignaro in dedali cortesi.
Sentite cosa m’è accaduto oggi.
Andando per la Via della Speranza,
in un mattino sera e notte insieme,
giunto ch’ero al chilometro duemila,
a destra un folto bosco di scintille,
a manca il lido degli amori azzurri,
mi sono ritrovato steso a riva.
Da naufrago che tal vuol rimanere,
ho avuto in dono dalla buona sorte
la condizione di parlar con Dio
e immaginate quindi tutto il resto.
Da lì a qualche secolo di pace,
son stato circondato all’improvviso
da stelle e primavere incuriosite
e a loro ho raccontato i sogni miei.
Poi, imbambolato e tutto a un tratto
mi son trovato tonto al bel cospetto
del mare contenuto in una goccia,
che mi ha ospitato a lungo nei fondali.
Tornato alla mia sponda sbalordito,
ammesso non bastasse l’accaduto,
ho avuto regalata l’emozione
di riabbracciare, come fosse viva, mia madre...
*
P.S.
L'ho scritta nel 2007. Ovviamente, 35 Agosto 2007, è un giorno inventato, un giorno impossibile nel quale si libera il gusto della libertà interiore e del sogno...
non lascio i sogni che mi stanno addosso.
Ho detto basta e non affido al tempo
il dispiegarsi delle aspirazioni.
Distratto guardo tra un sonno e l’altro
la luce quando picchierà sul muro
e conto intanto il numero dei giri
seguendo il lungo volo del gabbiano.
Immane, ecco un sorriso farsi largo,
le corse a perdifiato lungo il molo,
il placido solcar acque lontane
di un veliero o forse no… è un gozzo.
Riverbero nessuno alla finestra
molesta nel frattempo l’abbandono.
E’ chiaro che lo scuro tiene banco
e già m’appresto a ritentare il volo.
Mi trovo adesso al centro della Terra
e i battiti del cuore più non sento
così come li sento all’apparire
di bionde trecce dietro al davanzale.
Desista l’alba dal venire presto
a far distrarre il principe e l’amore.
Nel letto mio mi giro e mi rigiro
e chiudo gli occhi per vedere meglio.
Quasi a sfiorar la non ombra di Dio,
ho volato nell’ultimo infinito
e cosa importa se un sogno è stato
o se si creda o no a quanto dico.
Di piombo, le mie ali protendevo
del colore rubato ad un tramonto
e la terra ho visto da quel punto
pianger finalmente di vergogna.
Anch’io…
c’ero anch’io in quella ressa.
*
Che Natale sarà
se non ci potremo
nemmeno abbracciare
o almeno vedere
i nostri cari in luoghi lontani.
Sarà Natale?
con un albero non di abete
ma un salice piangente
mandato pure lui in quarantena
e con le dovute distanze.
Anche il bambino Gesù
dovrà mettere la mascherina
ed il bue e l'asinello
non potranno scaldarlo
per paura di infettarlo.
Papà Giuseppe e mamma Maria
potranno stargli vicino
perché sono congiunti
la stella cometa stavolta non può arrivare
perché le hanno vietato di viaggiare
ed i pastori che sono davvero tanti
per evitare assembramento
li faranno entrare uno alla volta
a visitare quel povero figlio
con tanto di cartelli
davanti all'ingresso
disinfettarsi prima d'entrare
stare a distanza almeno di un metro
è obbligatoria la mascherina
ed è vietato disubbidire.
Sarà Natale?
Un Natale diverso
diverso da tutto
perché anche Dio s'è perso.
io passo e non mi vedi,
mi ignori e non sai mai chi dopo sono,
perché tu a nulla purtroppo ci credi,
ma voglio farti un dono.
Questo è quello che io adesso suppongo.
Null'altro ti propongo.
Zero a zero e tutto è nell'infinito,
poche righe e leggi solo il dissenso,
fa guerra e cambia senso,
ma uno contro uno ed il gioco è finito.
Ciò che ho poi non dico,
non son lieto d'Essere,
poiché tutto mi si rivolta contro
e tu mi usi per tessere,
ciò che adesso vorresti a tuo riscontro.
Tu non sei mio amico,
Tutto è sempre vago,
e le tue non sono ora idee balzane,
come dire per svago,
che questo tempo ci da cose insane,
ma penso siano strane.
Mi son perso il mio ruolo,
la mia scienza non è solo pensiero,
con numeri uno stuolo,
che poi mi rivelino ancora chi ero
soli su un prato nero,
sentiamo ora ora ciò che ci tiene:
l'appartenenza reciproca,
il nostro amore, che è guerriero.
Il sole cresce e la luce si corica
sulle nostre solide catene.
Siamo uniti dallo stesso sorriso
e viviamo nella medesima retorica.
Un falso reale sentimento.
L'astro compare, già assiso,
e ci inonda di un forte bagliore.
Il raggio giunge, colando, privo di intento,
sui nostri visi, illuminati d'un altro lampo.
Senza odore, l'aria ci solleva e trasmuta.
Siamo sul campo, con spirito adoratore;
la mossa è compiuta e il volo è spiccato.
Sotto di noi la vita prosegue, tra i fiori, sull'erba. Lasciamoci andare alla furia di questa corrente,
che ci avvolge come l'oceano affamato.
Così moriremo alla nascita della nostra ultima alba.
Uno scalino dopo l'altro.
È una lenta salita verso la luce
che chiama con voce sensuosa.
E dinanzi a me appare, proprio al centro,
l'amor truce in posa, il mio idolo;
con l'aspetto di mille aurore
ad attendermi con impazienza
seduto sul suo trono: il patibolo.
E ora, ché scompaiono le mie paure,
mi piego con schifosa indecenza
e l'animo si concede alla sua richiesta ingorda.
La corsa brama il mio respiro,
mi vuole corrompere,
quindi stringe la corda.
È giunta! Comincia, animalesca e ardita,
la sottomissione. Scoprire il suo raggiro:
"è una semplice canzone..."
È l'ora della vita!
Prendo a vibrare nel suo abbraccio,
fatto di pulsazioni, di colori
che sono solo subdole allusioni.
Rimango privo di volontà e coraggio.
E come una cisterna piena di fori
sverso il mio essere sopra al legno:
il palco col cappio che cercavo
ha dato qualche attimo di sollievo
prendendo la mia dignità come pegno.
La bimba Cecilia
ha la bambola schiava,
costretta ad un voto
di eterna obbedienza;
per lei la padrona
col cianuro si lava,
è tutto l’opposto
dell’innocenza.
Allegra Cecilia
va verso il parchetto
e con il suo passo
calpesta il “ricordo”
di un infido, pigro
bastardo cagnetto
che ringhia al grasso,
al magro, al codardo.
Lo insulta Cecilia,
ma così non si fa!
e il cane furtivo
fa adesso l’indiano;
annusa, cammina
sì gira qua e là
e guarda curioso
un aereo lontano.
...E pensa Cecilia
che sta su una rampa:
Ma guarda che ardito,
mi vuole ignorare!
Però un po’ è carino,
sembra anche “in zampa”,
spero non l’usi
solo per...espletare...
La mano Cecilia
presenta al cagnetto
e lui l’annusa:
salsiccia o biscotto?
Ma no, tranquilli
dà solo un bacetto,
alfine il selvaggio
ha scelto il salotto.
Torna Cecilia
col nuovo amico
dove la madre
attende adesso.
La bimba maligna
sta meglio, ti dico,
ma là c’è colei
che i geni ha trasmesso.
Piange Cecilia,
perché madre ottusa
caccia via il cane
che torna a ringhiare,
anzi ora morde
e salda è la presa
sul prete, sul ladro,
sul carabiniere.
Guarda Cecilia,
giornata fantastica!
Con la sua bambola
sta al tavolino,
prepara un bel tè
in tazze di plastica
e gli alberi danzano
nel suo bel giardino.
E dice alla schiava
con fare sereno:
“Invitiamo la mamma,
le piace il tè nero!”
E poi le sussurra
con la bocca in mano:
“Però non le dire
che c’è anche il cianuro”...
Alberi nasceranno in inverno
Più belli di quelli primaverili
Di frutti proibiti
Dai fiori della nostra neve.
Margherite sbocceranno
A gennaio, neve da puntini gialli
Sembreranno sul bianco tappeto
Onde l'erba si rannicchia fredda
Come in letargo.
Nei prati di chiesa
Fiocchi nasceranno d'estate
Più candidi di quelli invernali
Ma di calda tenerezza
Dalle sagome più varie.
Volpini usciranno
Ad aprile dalla loro tana
Stirati e mimetizzati tra arbusti
Sempreverdi ed autunnali così alti
Da toccare le nuvole basse.
tra canneti inestricati
si infrangono
su dune soporifere
di pianure catatoniche.
L'astro siderale
trascende l'interstizio
subcorneale dell'elzeviro
virtuale per connettersi
alla linea diaframmatica
della sinapsi piroclastica.
Quindi l'archetipo
polisaccarosico si
sprofonda nel magma
pantomimico di una
fluorescenza graminacea
antelucana non scevra
di fratture sovrapelviche.
La camera del pazzo
ha uno specchio rovesciato,
lui si guarda e si vede
bello, coi capelli di mangrovia.
La camera del pazzo
si affaccia su un burrone,
non ne vede più il fondo
da cui spunta un fiore secco.
Nella camera del pazzo
ci abita un pazzo finto,
che odora di carta vecchia
ingiallita su un ripiano.
La camera del pazzo
è arredata col suo gusto:
un armadio di gomma rosa
e l’accetta per aprirlo.
La camera del pazzo
ha un grande letto comodo
con un alto materasso
di vetri sbriciolati.
Nella camera del pazzo
ci passo molto tempo,
giochiamo anche a carte
senza numeri e senza semi.
La camera del pazzo
può essere anche tua,
basta chiedere alla luna
se domani può tornare.
e l'aria si raccoglie,
tremolio di pioggia invade,
suon di cigno spira
[S'innalza il respir sul monte]
E argento e ambra
muove i passi il pastore
a terra e mar ignoto
Fior maligno
abusa della mia mente,
distruggimi
e donami
-Canta, pastore!
Non vegliar la luna
che ora gli occhi dal ner
ti mangiano-
Al nulla







