Forse era meglio bere uno speciale sciroppo sceccherato di uno sciamano di Sciacca e ascoltare all'asciutto lo sciabordio di uno sciabecco siriano che fare uno shampo ad un sciammannato chauffeur sciupafemmine durante uno sciopero selvaggio al museo della scienza di Chamonix, scimmiottando una scena del film Shining, con un vestito da Charlot , una vera sciccheria ! comprato in uno show-room, dopo aver mangiato sashimi in un sushi-bar di Shanghai e, tanto per scialare, pagare il tutto con scellini e bottiglie di Sciacchetrà ... che sciocchezze... però... comunque.. chapeau !!
Luna non dirmi
che non vuoi farmi compagnia
perché te ne devi andare.
L’alba è lontana. .
Contiamo insieme le stelle
io conto solo le più belle
fino all’alba
e andrai via.
Se sembra sciocca questa mia fantasia ...
Luna, solo per tenerti vicina
dò sfogo alla malinconia.
Non so dire paroloni, ma con te voglio parlare.
Voglio con te ancora restare.
Voglio tenerti per mano e insieme danzare
fino all’alba e sperare.
fino a ieri.
Da bambino me l’ero immaginata,
come tanti,
un po’ sul genere della turchina.
Niente male
l’assolo di bacchetta sulle dita,
occhi verdi.
Al primo nodo di cravatta azzurra,
diciottenne,
nel corpo d’un amore la cercai
e nell’anima.
Poi, quando la denudai al sole,
piano piano,
guardai solo una ragazza bella,
punto e basta.
Non avevo mai visto una fata,
fino a ieri
quando, il mare ed io incavolati,
(lui mi somiglia un po’)
in un tramonto forse d’altri tempi,
lei arrivò.
Se ne usciva stanca e a testa china
dalle onde :
“In questa sacca per te ho raccolto,
con fatica,
tutti i sogni che ancora devi fare,
proprio tutti.
Li ho disincagliati dai coralli,
uno ad uno,
per sottrarli ad orrendi pescecani
Dimmi grazie.
Adesso dammi la colonia antica,
per favore,
e dopo il caldo bagno e un bacio,
uno solo,
mi vedrai sparire in compagnia
del sole.
Non piangerai in questa notte tua,
l’alba verrà.”
“Per essere migliore basta poco!
Ti prego sposta questa nube nera,
accendi qualche indolente stella,
prova a sfogliar la notte come fiaba,
inspira l’aria del migliore agosto,
cuci un tappeto per salirci sopra
e vola, sul mare tuo di sempre, vola.
Da lì prova a guardarmi fino all’alba,
ti accorgerai di quanto sono bella.
E non addormentarti, non lo fare
se non soltanto e solo per sognare.”
“E tutto questo tu lo chiami poco?
Dai l’impressione d’essere ubriaca.”
“Tu hai la luce della fantasia
ed è qualcosa che a me manca.
Son solitudine di sabbia e roccia,
perennemente al sol subordinata
perché mi illuda di brillare un po’.
Non lo scordare, tu hai la fantasia
ma è da tempo che è opacizzata.”
costruite per me un aquilone azzurro.
Portatemi sulla spiaggia dei segreti
in una giornata d’agosto inoltrato,
nell’ora del meriggio o, meglio, all’imbrunire
quando il vento di mare si sente senza farti male.
Già sento mugugni, c’è chi mi sgrida:
“Ecco, ci risiamo, i soliti capricci…”
Allora, posso chiedervi qualcosa
che vi impegni senza neanche uscir di casa.
Trovatemi la chiave che ho smarrito
nel mio girovagar per queste stanze,
la chiave del cassetto terzo a destra
della dispensa che marcisce giù in cantina.
stringono pulsanti il filo spinato.
Rilasci l'afflato sospiro
giu' verso questa valle,
in cerca di risposta
alla solitudine inclemente.
inclemente come prati secchi
inclemente come viti scarne
di cavi metallici.
Quante volte ancora salirai
questa seviziente collina?
Forse guarirai il lacero cuore
con il succo del limone
acido e pungente,
mentre sbiadito invecchia
il tuo nero velo.
Se non riverserai su di me, mio signore
alcuna hippopotomonstrosesquipedaliofobia
nessuno ti vedrà più, da occaso a levante
incontrovertibilissimamente…malnata abasia!
Mentre ritempri la tua probità, poltrendo
e fumigando metilenediossimetanfetamina
metterò nel paiolo particolareggiatissimamente
palpi di aracnidi rimestati con berillo acquamarina.
Nonilfenossipolietilenossietanolo e pedicelli
di Occhi di Pavone, ortoclorobenzalmalononitrile
e galattosaminglucuronoglicano vaccino…
seccante schecchereccherebbe: scapi colti ad aprile
di lepidottero e anche un pizzico di piumino
di pennuto e ciclopentanoperidrofenantrene.
Godrai pure di aerotermoviscoelasticità.
Al postutto sudore di officiante, e di vergine un rene.
E dimetilamidofenilmetilpirazolone; che il rene sia
di una giovine casta intenta a dormire…
E sia, mio padrone Maleagant: se non proverai
sequipedaliofobia, sarai l’incontrastato unico sire.
Ora pongono le secche
ostili reliquie
in lucide urne etrusche.
Vogliamo poterlo vedere,
toccare.
I saggi del villaggio
afflitti,
scalzati
da giovani in gruppi,
con rinnovati terrori.
Non infantili
precarie lagne.
Dal limite della foresta
il loro passo percepiamo.
Vibrante,
Incombe,
sconosciuto,
senza volto.
Chi freme, provocato
da questo ritmo da un altro mondo.
Chi cade, strozzato
dal proprio nauseante dolore.
Sono ossessioni amiche,
che ora innalziamo
ad un sacro quotidiano.
ora sono una principe danzante di luce
che ha dimenticato tutto.
Non andro' ancora in battaglia,
ho gia' vissuto il conflitto mille volte.
Lo stratega cieco avanzava veloce
sul secco campo di battaglia,
fucilate scrosciavano interrotte
ma lui non sentiva il bianco rumore.
Tutti questi dottori della mente, giocano col tempo.
Fermatevi imprenditori di carne distese,
forti di cause ma poveri di cure.
Come gatti, spie striscianti nella notte.
Chi è il vostro santo patrono?
Lei piegava le mani dolci sul grembo
e sorrideva ambigua, penetrante.
In passato ti abbiamo bruciato tra le fiamme
per compiacere al disgusto dei prelati.
Ora ti vedo su un trono dorato,
nel lato opposto di questo sogno.
Non esiste giusto o sbagliato.
Campane giganti risuonano nella valle:
dai primi fuochi ai grandi regni
per tutto cio' che è caduto,
decomposto nel tempo.
Nel nostro vagare indeciso
ci fermammo esausti
presso un lago ghiacciato.
Le donne misero rose
in secchi metallici e arruginiti.
Un rituale inutile, dimenticato.
Il cammino riprese svelto.
Il sole non rinfrancava le fronti
il vento perforava le gengive
malate sanguinanti.
I bimbi non piangevano piu' da secoli,
solo per loro natura
cercavano gli sguardi dei nonni,
nascosti
muti
fissi
sulla ghiaia di questo mondo
fissi
sulla ghiaia che secca le vene.
scritte da mano d’angelo all’istante
senza l’ausilio di nemmeno una
di quelle sette note che conosco.
E suonano, suonano incessanti
con i violini buffi ai quali poi darò
i nomi di fantastiche Meduse
e posti sacri dove custodirli.
E vibrano, vibrano da Dio
toccando corde di chitarre vento,
sicuramente meglio di certi cuori
intensi, innamorati da impazzire.
E odorano, odorano di rosa,
la specie più esclusiva inesistente,
aspettando che almeno li accarezzi,
i sogni che non ho fatto mai.
prima ancora di far varcar la soglia
mi accosterò alla finestra più vicina
per accertarmi che invece della luna
ci sia il sole dei mezzodì d’agosto.
Poi, dopo essermi scusato,
appenderò le ali nell'ingresso,
lo accompagnerò di là in salotto,
gli offrirò la mia poltrona preferita
e cercherò di metterlo a suo agio.
Intanto che sdraiato prende fiato,
riempirò la caffettiera, quella da due.
La metterò a sbuffare a fuoco basso
e andrò a rispolverare dalla cristalliera
le due tazzine con le fresie rosse incise.
Se l’angelo non mi farà annunci,
lo aggiornerò sul come ora procede
la vita mia e quella dei miei amori
che, nel silenzio, io lascerò dormire
per evitare che mi credano sonnambulo.
Sono pensiero
nella tua notte.
Sono cera sciolta nella ciotola dell'oblio.
Ascolta di me il mio lieve muover
nella brezza dei tempi.
Potrò sfiorare il tuo volto,
fendere il tuo corpo come mille lame,
bruciare i tuoi occhi in rivoli di fuoco.
Ascolta e capirai.
Ma non saprai.
Mi sentirai vicino quando sarò lontano.
Sarà polvere la tua pelle
nel cercarmi.
Sarà luce nel pozzo dei morti
la tua misera luminescenza.
Sarò nenia dolce
o letale veleno nelle tue vene.
Sarò sempre
dove tu non vorrai,
nelle parole,
nei versi.
Sarò pietra d'argilla che da lontano
veglia sui tuoi inconsistenti stornelli.
Sarò al di là del mondo,
demone dei tuoi sogni.
E' nebbia.
Continuo a sanguinare,
mi trascino via.
Sono nel sentiero degli occhi di cristallo.
Arranco ma riesco a percorrerlo.
Le porte del giardino delle orchidee nere s'aprono al loro padrone.
Osservo e il sangue corre ancora.
I burattini della notte,
guardiani fedeli, m'aiutano.
Il quarto di luna appare
e con esso le vestigia del mio castello dei sogni perduti.
Ora sono a casa.
Ordino ai pupazzi di latta di predisporre le difese,
entro nella stanza del tempo inesistente e siedo sul trono dei pensieri.
Le anfore dei sette venti vengono aperte.
Le libellule nere volano con il libero grecale e
tutto vive nuovamente.
Il sacerdote Acepsut cura le ferite.
Lascio le stanze superiori e mi ritiro nelle grotte dei giganti,
nel profondo dei miei sogni.
Un silenzio rispettoso m'accoglie e il sentiero dell'amore
si forma a ogni mio passo.
Acque pure e fonti incontaminate sgorgano
e felci d'intorno allagano il cammino.
Lontano s'ode ancora il silenzio.
Il silenzio delle ninfee.
Dal lago dell'eterno desiderio la mia ninfa Akenafis mi spalanca le braccia.
Il tempio di Sefor emerge dal fondo,
la morte compie il suo sesto giro sull'orizzonte.
Questo è il mio segreto regno
e solo la mia fedele spada ne conosce la vera ubicazione.
Ho sempre vissuto nel mio regno.
Il regno di Sefor
e io sono Sefor.
A un poeta ragazzino, con la chitarra in mano
e il sole di luglio in faccia, un vecchio arrotino
con gli occhi chiari, fece ombra per un istante
con la sua bicicletta. “ Donne accorrete, forse
non tornerò più tra queste case, questa tosse
non mi lascia. Non sarò più il vostro amante
del mercoledì e nemmeno il gelsomino
dei vostri vasi, ma solo un altro artigiano
con dimora fissa sotto un cipresso”.
“ Togliti di mezzo vecchio, ho una canzone
da scrivere –lo vedi-, noi che nasciamo poeti
con la Luna all’orizzonte e la rima
in bocca, rose gelose e colline senza cima,
non sappiamo d’Hiroshima, siamo atleti
della parola, voci solitarie con controindicazione
per guitti e perdenti di successo.”
“ Dammi la chitarra e in cambio avrai un sorriso,
la bicicletta e la lista delle mie clienti migliori.
Vorrei morire suonando, al ritmo dei miei amori,
signori e signore, la musica non finirà mai,
se l’ascolterete col cuore. Una vita di guai,
si fa quel che si può per risentire gli odori
della giovinezza, il canto delle sirene, i sapori
dei primi baci, i racconti del paradiso”.
“ Lasciami il sole –vecchio-, che bruci la mia pelle,
che oscuri le stelle e torna ai tuoi coltelli.
Per chi lavori ancora? Assassini, taglieggiatori,
macellai a rischio chiusura, cesellatori di gioielli,
donne puritane? Guarda pure i miei anelli,
come quelli di Saturno, sono bagliori
nella notte, suoni e parole, gocce di ruscelli,
versi inversi sparsi a caso tra le zolle
del terreno”. “ Ti lascio tutto, ragazzo,
anche i miei occhi- se possono servire-
a vedere meglio le lunghe ombre
del tuo cuore. E i nomi delle donne
che ho amato, il loro profumo, le gonne
di ogni primo bacio, gli scherzi di novembre
e i freddi di gennaio. C’è altro da dire?
Vivi sulla strada e sogna da ogni spiazzo”.






