Ritorno indietro nel tempo, ripercorro tutta la mia vita, ritornare a casa non è sempre molto piacevole. L’aspetto della casa non è più lo stesso, avrebbe bisogno di cure o semplicemente di essere abitata come un tempo ormai passato. Ricordi di quando eravamo tutti uniti, la strada il cemento non c’erano, ma c’era un viottolo costeggiato da erba alta e alberi di vario genere. Le liti per chi doveva lavare la biancheria perché la lavatrice non c’era, liti per chi doveva cucinare, papà e mamma facevano i venditori ambulanti quindi erano sempre fuori nei vari mercati, noi gestivamo la casa, io mi metto in mezzo dico “noi” ma in realtà io non facevo niente, ero la “piccola” per l’invidia di alcuni fratelli. Una cosa che non ci è mai mancata è l’affetto fra risate e urla. Adesso siamo tutti lontani divisi, la mamma aveva il desiderio di vederci una volta tutti insieme ma non si è potuto avverare, ci siamo trovati come voleva lei ma non c’era più, ci vedeva da lassù… ricordo come fosse ieri la prima sera che lei è mancata, tutti a tavola con gli occhi lucidi, con un piatto di pasta e fagioli, chissà quanto sarà stata contenta di vederci cosi tutti insieme a tavola, finalmente si era avverato il suo desiderio. Questa immagine me la porterò sempre con me tutti i giorni della mia vita. Adesso la casa è vuota, non da segni di vita. Manca il perno principale che ci teneva legati, la mamma non c’e’ più, la casa è triste e allora dici: che senso ha? La risposta la trovi subito dentro di te, la tua “nuova famiglia” le tue figlie il senso della tua vita. Cerchi di mettere in atto quello che ti è stato insegnato, ricostruisci la casa che era un tempo, con amore e affetto. Con la speranza che tutto vada bene, anche se per adesso non vedi la luce ma sai che in fondo al tunnel ci sarà la luce.
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Allora potrò conoscerlo finalmente vedere i suoi occhi, potrò amarlo non solo di parole ma potrò baciarlo con passione e vivere la canzone di Mina “ancora”.
Nel giro di pochi giorni fu a Parigi con una luce dentro gli occhi e con una felicità che quasi non toccava per terra, non vedeva l’ora di scrivere a Tommy per dirle che era lì nella sua città e che finalmente potevano amarsi. Le scrisse la sera in albergo dopo aver fatto un bagno caldo “amore sono qui a Parigi per te amami” dimmi dove ci si può vedere e ci sarò.
La mattina dopo nessuna risposta, lei aspettava con ansia, ma niente, per giorni interi nessuna traccia si era dissolto nel nulla, Tommy non c’era più forse era stato solo un sogno il suo, ma l’aveva sentito sulla pelle quel brivido d’amore. Niente di niente la donna era triste sconvolta, persa tra le strade di Parigi, passeggiava per distrarsi, era confusa dov’è Tommy?
Guardava tutti i passanti con la speranza di incontrare i suoi occhi, la delusione era dentro lei stava morendo di dolore di crepacuore per un amore che nemmeno conosceva, che non aveva mai visto. Non sapeva cosa fare Parigi era bellissima ma passava inosservata Notre Dame, Monmartre, le chance elisee non le suscitavano niente, nessuna emozione, il suo cuore era vuoto, era stremata, stanca, amareggiata. I giorni passavano nessuna traccia della sua stella, quella che l’avrebbe dovuta guidare per sempre, era sparita, forse mai esistita. Era avvilita dispiaciuta tanto che non poteva nemmeno raccontare, nessuno l’avrebbe creduta. Lasciò Parigi il giorno dopo rassegnata che il suo Tommy non esisteva, piangeva e la sua bellezza svaniva giorno per giorno dietro a un amore fatto di parole che adesso si erano perse chissà dove. Tutto così assurdo eppure aveva sentito quel bacio come fosse vero, l’amore che le aveva donato l’aveva fatta vivere, aveva acceso la smania in lei, non era possibile. La confusione era incontrollabile. Era solo un sogno si chiedeva. Domande senza risposta si susseguivamo ma a lei mancava il suo Tommy le sue dolci parole, l’amore che le donava ogni giorno le mancava disperatamente, era triste, senza sorriso e i suoi occhi spenti come non mai.
Non c’era svago per lei se non quello di aspettare le parole, quelle che poi l’amavano così tanto con passione e desiderio infinito. Non poteva fare a meno di tutto ciò ma un giorno nessuna parola scritta ci fù, allora la donna cadde in una tristezza infinita, la mente sbarellava e diceva. “Ho perso la mia stella”.
Preferisco morire.
Solo il giorno dopo tornò il sorriso sulle sue labbra quando lesse “eccomi amore sono qui per te”.
Il tempo passava e la donna sempre più attratta dalla sua stella di nome Tommy aveva un desiderio pazzesco di vedere i suoi occhi, di essere sfiorata e amata veramente, di sentirsi donna e coronare quel sogno bellissimo.
La donna scrisse: “vorrei vedere i tuoi occhi e abbracciarti dolcemente” ma lui rispose che non era possibile che il sogno era bello anche così e che l’avrebbe amata per sempre.
Una lacrima scese sugli occhi di lei ma non disse nulla. La donna chiese di dove sei Tommy? Qual è la tua città? La mia città è Parigi rispose. La città dell’amore la città che fa per noi.
Intanto arrivò l’autunno e poi l’inverno, la neve aveva imbiancato la città, lei non sentiva freddo c’era il suo Tommy pronto a scaldarla con le sue parole d’amore. Arrivò anche la primavera e la donna era stanca, il mondo fuori era solo un ricordo il sole non la scaldava più, aveva dimenticato anche il colore del cielo perché non si fermava più a guardarlo.
Solo il suo Tommy, la sua stella, ma dentro il suo cuore un po’ di nostalgia l’affiorava per quel cielo e quel sole che la baciava tanto,
Un giorno la trasferirono per un lavoro importante a Parigi, sarebbe dovuta rimanere una settimana, la donna si illuminò e pensò! E’ la città di Tommy.
Si era fatto tardi la donna doveva andar via il suo orario stava per finire, le dispiaceva spegnere quel computer che stava dando luce al suo viso. Quella sua stella la salutò donandole un bacio e dandole appuntamento per la mattina dopo. Il cuor suo era contento, sentì quel bacio come se si posasse sulle sue labbra, sensazione bellissima che a lei sembrò vera.
A malincuore andò via con il sapore di quel bacio che la seguiva per tutto il percorso, finalmente a casa si guardò allo specchio, aveva una luce negli occhi che non vedeva da tempo, i suoi occhi brillavano, era felice non vedeva l’ora di leggere ancora le parole della sua dolce stella.
La notte fu lunga, il pensiero sempre lo stesso, dolce e curioso di qualcosa che non aveva mai provato, si sentiva felice per quelle parole scritte e per quel bacio che aveva sentito vero su lei. Una cosa da non credere. Dormì poco quella notte , al mattino era un po’ stanca ma si alzò con l’energia addosso e con un desiderio soltanto.
Ecco di nuovo alla scrivania davanti al computer e la sua stella che le scriveva, giorno dopo giorno, parole sempre più belle, parole che la rendevano forte, sicura, si sentiva importante, mai nessuno gli aveva scritto parole d’amore che colpivano il cuore. Mai nessuno gli aveva dedicato quelle canzoni che la lasciavano senza fiato, soprattutto un pomeriggio che lui la sua dolce stella le aveva detto di ascoltare una canzone di Mina “Ancora” e con quella canzone l’aveva amata come non mai.
La donna era stordita d’amore, non aveva mai pensato che dietro un computer si potesse nascondere un amore così grande. Aveva quasi voglia di romperlo per vedere i suoi occhi, ma che andava a pensare? Tutto così strano, strano ma le sensazioni erano vere, anche se lei non toccava o sfiorava nessuno.
Passarono i mesi e di parole scritte tante da riempire il cuore, la donna era sempre incollata al computer, il mondo era lontano da lei, il suo mondo stava lì, la sua stella era li dietro
Era un giorno d’agosto, un giorno qualunque, la calura si faceva sentire anche in quella stanza, una donna era dietro la scrivania immersa tra carte di ogni tipo, faceva fatica a concentrarsi, la fronte grondava di sudore, il suo bel viso era rosso color di una mela.
Ma non era tanto il caldo a disturbarla ma i pensieri tristi che si susseguivano, una solitudine infinita l’assaliva e ogni tanto una lacrima scendeva bagnando il suo viso già umido di sudore. Distrutta tra caldo e pensieri passava da un sito all’altro, il computer le faceva compagnia, in un baleno la mente si illuminò voleva distrarsi, cercare un qualcosa che potesse allontanare quei pensieri maledetti, allora cominciò a svirgolare e dopo un po’ si aprì una chat amicizia, lei che non sapeva di cosa si trattasse e nemmeno come entrare, fece per cliccare e si aprì una finestra. C’era una scritta che lei lesse in un attimo.
C’era scritto “una stella è qui per te e ti guiderà per sempre”.
Lei rimase perplessa, il cuore iniziò a battere di un battere che non voleva fermarsi.
Chi sarà pensò.
Allora la scritta continuò.
Ciao come stai?
E li scoppiò a piangere tanto che non riusciva a fermarsi, a poco a poco si calmò, allora iniziò a rispondere a quella scritta a lei sconosciuta.
Si sfogò scrivendo tutti i suoi pensieri tristi, le sue delusioni che le bloccavano il respiro ma che pian piano svanivano come le nuvole nel cielo. Iniziò a sentirsi meglio, fresca come una rosa, le parole uscivano spontanee anche dall’altra parte del computer entravano dolcemente su lei. Parole su parole, scritte velocemente piovute dal cielo in quel giorno d’agosto.
(racconto di fantasia su quello che succede virtualmente e come le persone si lasciano prendere da queste cose 1 parte)
Pensavo di essere una ragazza fortunata. Buona famiglia, scuola, sport, amici, vacanze. Invece la vita ad un certo punto mi ha spalancato una porta che avevo chiuso. Era una porta blindata, al di là della quale vi era l’orrore.
Finito il liceo, durante un' estate molto calda, ho iniziato ad avere il sonno interrotto. E’ il caldo, pensavo.
Ma i miei sogni iniziarono ad essere tormentati da mostri.
Mi svegliavo spesso e non me ne ricordavo la trama, sentivo solo una forte paura mista a schifo. Oggi posso descrivere le mie emozioni in questo modo, allora ero frastornata e non capivo il mio sconforto.
Ho iniziato a vomitare nelle ore più disparate della giornata, senza una motivazione logica.
Ero alta e magra. Persi 10 chili, anche se mangiavo regolarmente, non riuscivo più a concentrarmi, studiare e dare esami all’università era impensabile.
Piangevo spesso, sentivo un mostro che mi assaliva.
Le malattie mentali sono sempre vissute con angoscia dai famigliari perché ci si sente impotenti e sperduti.
Non serve l’antibiotico che in cinque giorni ti fa stare bene, non serve l’antinfiammatorio così il dolore si attenua, anche le malattie più gravi hanno una terapia.
I mali dell’anima sono subdoli, strani.
Io non ero matta, ero consapevole della mia sofferenza, troppo. Ho pensato di farla finita, senza un motivo logico, senza una spiegazione al mio dolore.
Il sonno se ne andò presto, aprendo le porte dell'inferno alle mie notti solitarie.
Nel silenzio più totale, ero perseguitata da immagini mostruose, deformi e repellenti.
Come atto estremo, feci blindare le finestre, in previsione di un mio possibile suicidio.
Opposi una ferrea resistenza con tutte le mia forza di volontà, sperando che fosse solo un momento della mia vita.
Purtroppo non fu cosi, arrivai al limite, tanto che alla fine fui costretta di mia spontanea volontà, con immenso piacere da parte dei miei famigliari, a mettermi in cura da uno psichiatra.
Era una donna, dolce, paziente e comprensiva, tutte doti indispensabili per la professione. Senza saperlo fui baciata dalla fortuna, a detta di tanti non tutti i medici in questo campo potevano vantare queste caratteristiche basilari.
Il percorso fu molto sofferto, tormentato, difficile.
La dottoressa con me uso il metodo del badile, scavò con costanza all’altezza del mio addome fino a raggiungere i miei ricordi sepolti sotto cumuli di altre macerie con cui li avevo ben nascosti.
Mi procurò tormento e terribili dolori, ma riuscì a riportare alla luce il cancro nero che mi stava divorando le viscere e la mente.
Quanto male in quei momenti di dialogo, mi sembrava di morire mentre la mie labbra e la mia lingua si muovevano da sole, senza che io potessi far niente per fermarle.
“Parlami di quando eri bambina”, mi chiese la psichiatra, con dolcezza.
“Ero una bambina serena, avevo tanti amici, ero brava a scuola, frequentavo un corso di danza”, risposi con una voce che sembrava provenire dal mio stomaco.
“Con chi vivevi?”.
“Con la mia famiglia e uno zio”, la mia mente in quel momento, non so come aprì una porta che non ricordavo di aver chiusa, ero con un mio familiare, una figura indistinta che mi parlava con voce dolce e suadente, ero in bagno, ero piccola, nuda e indifesa.
“Vieni sei sporca, ti devo fare la doccia ...”, mi diceva quella voce pacata.
I bambini pensano sempre che gli adulti siano giusti e che a loro si debba fare riferimento.
“Ti devo lavare bene anche dentro”, continuava la voce calda, mentre mi entrava con due dita nel mio posto più intimo, senza che comprendessi appieno l'importanza di quel gesto.
Quanto spesso la dicevo in casa quella frase, un ritornello che nessuno prendeva in considerazione: “Mi ha lavata bene anche dentro!”.
Ora comprendo quanto la pedofilia sia un mostro a cui nessuno vuole pensare, si ritiene un orrore che può capitare solo a casa degli altri, mai nella propria, il solo parlarne significava far entrare il mostro da un angolo nascosto, mai del tutto chiuso.
Nessuno voleva realmente prendere in considerazione seriamente le mie parole di bimba.
“Bisogna ascoltare i bambini, le sfumature sono importanti. Bisogna guardare negli occhi i nostri bambini, il loro sguardo spesso nasconde dolori inconfessabili”, arrivai ad urlare tra le lacrime copiose alla dottoressa, arrivati alla fase che nella terapia psicologica viene definito “consapevolezza”, mentre mi teneva fra le braccia, attenuando i miei singhiozzi.
Quel giorno dicevo alla psichiatra che non riuscivo ancora del tutto a credere che fosse capitato proprio a me, ero una bambina come tante, giocavo, facevo i compiti e crescevo, mentre il mio corpo acerbo prendeva sembianze più femminili.
“Giochiamo assieme alla Playstation nella tua cameretta”, m'invitava la voce calda e pacata.
“Gli adolescenti danno per scontato che i famigliari non possano farti del male. Nessuno insegna a loro di diffidare di tutti, anche da chi ti dovrebbe dare amore”, mi spiegò con pazienza la dottoressa.
Verissimo, adesso me ne rendevo conto, mi colpevolizzavo senza pietà, quando la colpa in realtà non era per nulla mia, mi ero fidata delle persone che avrebbero dovuto proteggermi.
Non abusare di me, per i loro porci comodi.
Ricordare quell’ episodio fu terribile, stavo rivivendo la stessa sensazione di quel momento.
“Avere un rapporto sessuale a undici anni con un familiare è come gettarsi in una fogna”, spiegai alla dottoressa, riguardo a ciò che comprendevo dal rivivere quei ricordi dolorosi.
Mi sentivo lercia e impotente, le ripetevo come un mantra.
E’ come se l’odore di fogna facesse parte di me, mi sentivo sporca sempre.
“Non ne parlavo con nessuno, pensavo che fosse normale così e basta. Ripensandoci adesso mi sembra assurdo, ma gli adolescenti sono fragili e sperduti in questa vita così complessa e tormentata.
Parliamo con i nostri figli stiamo vicini a loro non solo con beni materiali. Bisogna passare tempo in loro compagnia, ascoltarli. Niente è stupido di quello che dicono, ogni parola ha un suo peso. Ogni comportamento anomalo ha un significato. Io ero magrissima, la scusa era quella della danza, ma in realtà non avrei voluto crescere, non avrei voluto che il mio corpo cambiasse”, esplicitai alla dottoressa, durante uno degli ultimi incontri.
Il tempo passò, le dinamiche familiari cambiarono, io per sopravvivere rimossi tutto.
“Come diceva Freud, i ricordi dolorosi, a volte, li mettiamo in un angolo della nostra mente, li seppelliamo e li dimentichiamo. Il problema è che sono sempre con noi, sepolti sotto innumerevoli strati di altri ricordi messi come coperchio e possono riemergere in qualsiasi momento della nostra vita, per un qualsiasi motivo che scatena in noi una situazione di stress emotivo”, mi spiegò la dottoressa, asciugandomi le lacrime con un fazzoletto dai motivi floreali e coccolandomi come una bambina impaurita e sperduta.
La mia analisi andò avanti per più di un anno intero.
Quando i ricordi furono completamente riportati alla luce della mia coscienza, affrontai un altro percorso molto più difficile e tremendo.
Denunciai il mio aguzzino.
Il processo fu penoso e umiliante per me, fui costretta a scendere nei particolari della violenza ripetuta di cui ero stata vittima, ovviamente non avevo testimoni ed era passato molto tempo.
Il motivo principale per cui molte donne non denunciano è soprattutto la vergogna.
Dovrebbe essere il contrario, ma in genere chi subisce violenze sessuali prova una profonda e incontrollabile vergogna, si colpevolizzano per la fragilità, per l' impotenza, per l' ingenuità.
Denunciare è fondamentale, solo in questo modo i mostri non commetteranno altre mostruosità.
Sono stata meglio quando mi sono innamorata. Ho conosciuto il ragazzo che poi è diventato mio marito in tribunale. Posso dire che l’amore mi ha salvata.
La mia vita è serena.
La notte, a volte, mi sveglio sudata.
Non ricordo la trama del sogno.
Non voglio ricordare.
Capita, a volte, di essere già immersi nei pensieri e che la mente faccia viaggi lontani, magari fino all'infanzia, attratta da un qualcosa che la porta a ricordare. Fu così per me, in quel pomeriggio di pioggia battente e l'acqua scrosciava ormai da qualche ora. Ero in casa, sola, intenta nelle mie faccende, con la musica in sottofondo a tenermi compagnia. Avevo bisogno di una pausa, ero un pò stanca e annoiata dalla monotonia dei gesti. Mi avvicinai alla finestra e guardai il cielo, sperando smettesse di piovere, quando un rumore improvviso e le grida allegre di alcuni bambini, che correvano alla ricerca di un riparo, mi fecero tornare in mente quel giorno che ci sorprese la pioggia e sorrisi malinconica. M'immersi nel ricordo. All'epoca ero una bambina, sui nove anni, credo. Vivevo con la mia famiglia, in un appartamento al primo piano, sopra l'officina di mio padre, all' inizio di una lunga via, collegata alla via principale che attraversava il paese. Era una via, dove non passavano automobili, in cui abitavano anche altri bambini, più o meno della mia età, compagni di scuola, di classe e di giochi. Spesso c'incontravamo nel pomeriggio e giocavamo per strada fino a sera, quando la mamma chiamava a gran voce dalla finestra di casa, per cena. Correvamo, saltavamo con la corda, giocavamo a palla, andavamo in bicicletta, insomma ci divertivamo riempiendo l'aria di risate, grida...di vita. In fondo alla via, in una casa vecchia, rivestita di mattoni consumati dal tempo e calce, circondata da un muretto basso, con la cancellata in ferro mezzo arrugginito e resti di vernice bianca e blu, viveva una donna anziana. Era una persona buona, dalla figura esile e piccola, incurvata dagli anni. Aveva sempre i capelli bianchi ben raccolti in un fazzoletto grigio, sbiadito, legato da un nodo sotto il mento. Indossava vestiti scuri, per via del lutto per il marito, morto troppo presto per lei, lasciandola sola, anche se i figli erano già grandi e sposati. La chiamavano tutti nonnina, perchè era la più anziana della via. Quel giorno il cielo era nuvoloso, giocavamo spensierati e incuranti del resto e non ci accorgemmo che iniziò a piovere. In pochi minuti si scatenò un temporale e la nonnina ci fece cenno di riparci a casa sua, come le altre volte, visto che eravamo poco distanti da casa sua a giocare. Correndo, schizzandoci l'acqua delle pozzanghere, cantando e urlando, arrivammo dalla nonnina. Eravamo un bel gruppetto di bambini fradici di pioggia, ma era estate. La nonnina, nonostante la sua età, quasi novantenne, lavorava all'uncinetto, seduta sulla sua sedia dalla struttura arrugginita e con un cuscino rivestito di stoffa rammendata verde scuro. Ci fece sedere a terra, in veranda, in semicerchio, intorno a lei. Chiese alla nipote, che viveva con lei, di preparare dei biscotti e del succo di frutta, che accettammo volentieri. Amava raccontarci storie che inventava o ricordi di gioventù. Noi le volevamo bene e lei ne voleva a noi, ci considerava nipotini suoi. Sapeva catturare la nostra attenzione col suo raccontare, mentre attenta faceva il suo lavoro all'uncinetto. Indossava degli occhiali a metà naso e ci guardava da sopra di essi, per richiamarci con gentilezza, quando ci distraeva una mosca fastidiosa. Quel giorno ci raccontò una storia lunga, di una donna giovane e bella, la sua storia d'amore con un bel giovane, resa divertente nelle peripezie che aveva dovuto affrontare. Era dolcissima quando rideva con noi. Sollevava le mani rugose e morbide, quando rideva, e muoveva leggermente le gambe, coperte a metà dalla gonna scura e ampia e calze leggere grigie, che le andavano larghe e a volte, le scendevano fino alle caviglie, sollevava poco i piedi, chiusi nelle ciabatte scure e consumate. Proseguì il racconto, tenendo la testa bassa sul lavoro e le parole che uscivano dalla bocca rugosa e rosea ci tenevano a bada e attenti all'ascolto. Ad un certo punto guardò il cielo, sollevando gli occhiali col suo movimento lento, il racconto era finito con le nostre fragorose risate. Ci osservò uno ad un uno e con un sorriso disse che era tempo di andare. Ci alzammo, nel frattempo aveva smesso di piovere. Salutammo baciandola tutti sulla guancia e ringraziammo del racconto, dei biscotti e della bevanda. Lei sorrise contenta. Tornammo di corsa a giocare. Qualche giorno dopo mia nonna mi disse che la nonnina aveva avuto un malore e non ce l'aveva fatta. Poi sorridendomi disse che era salita in cielo per far ridere gli angeli. Tornai alla realtà, non pioveva più. Guardai il cielo e sorrisi.
Un raggio di luce penetra tra le persiane accostate e illumina il suo viso, ancora assonnato. Con gli occhi socchiusi, si ripara con la mano dalla luce viva, per realizzare che è mattino ed è ora di alzarsi e iniziare un nuovo cammino. Si alza lentamente, senza far rumore e
cammina piano, quasi trascinando il passo, lasciandosi alle spalle, frammenti di sogni ad ogni passo.
Il profumo e l'aroma del caffè, invadono la stanza e i suoi sensi, facendola sorridere al nuovo giorno. I pensieri iniziano ad affollare la sua mente, resta assorta, in silenzio, ad ascoltarli, uno ad uno, mentre le meraviglie del panorama la distraggono, catturando teneramente la sua attenzione. Sorride ancora, serenamente, appoggiata alla finestra aperta e respirando il tepore dell'aria, profondamente, lasciandosi avvolgere dal calore del sole, sorseggiando e assaporando il suo caffè.
Un segnale sonoro dal suo cellulare, la riporta alla realtà. Legge velocemente il messaggio della sua amica, un invito inaspettato ad uscire e godersi la mattinata. Si prepara con cura, canticchiando una vecchia canzone, mentre sensazioni positive, le danno la certezza di una giornata positiva.
Scende di corsa le scale, saluta gentilmente chiunque incontra per strada.
I profumi di fiori, di pane caldo e biscotti appena sfornati, di panni lavati e stesi ad un balcone, di un uomo ben vestito, di erba spontanea appena tagliata, riempiono l'aria che attraversa e le riportano alla mente, ricordi e piensieri fantastici.
E finalmente incontra la sua amica nel luogo che le aveva proposto, uno scambio affettuoso di sorrisi, un abbraccio, due baci sulle guance accaldate e si siedono a conversare in confidenza, come di solito fanno ai loro incontri.
I discorsi intrecciati, una bibita, una passeggiata al mare, i racconti di sogni proibiti, le battute, una sigaretta fumata in due, le risate... caratterizzano quei momenti che adorano trascorrere insieme.
Si sente viva lei, con poche cose, ma semplici, essenziali. Piccole gioie, piccoli rituali, piccoli gesti... che fanno brillare i suoi occhi sinceri, che riempiono di colori il suo cuore, che rendono speciale un giorno qualunque.
Il profumo e l'aroma del caffè, invadono la stanza e i suoi sensi, facendola sorridere al nuovo giorno. I pensieri iniziano ad affollare la sua mente, resta assorta, in silenzio, ad ascoltarli, uno ad uno, mentre le meraviglie del panorama la distraggono, catturando teneramente la sua attenzione. Sorride ancora, serenamente, appoggiata alla finestra aperta e respirando il tepore dell'aria, profondamente, lasciandosi avvolgere dal calore del sole, sorseggiando e assaporando il suo caffè.
Un segnale sonoro dal suo cellulare, la riporta alla realtà. Legge velocemente il messaggio della sua amica, un invito inaspettato ad uscire e godersi la mattinata. Si prepara con cura, canticchiando una vecchia canzone, mentre sensazioni positive, le danno la certezza di una giornata positiva.
Scende di corsa le scale, saluta gentilmente chiunque incontra per strada.
I profumi di fiori, di pane caldo e biscotti appena sfornati, di panni lavati e stesi ad un balcone, di un uomo ben vestito, di erba spontanea appena tagliata, riempiono l'aria che attraversa e le riportano alla mente, ricordi e piensieri fantastici.
E finalmente incontra la sua amica nel luogo che le aveva proposto, uno scambio affettuoso di sorrisi, un abbraccio, due baci sulle guance accaldate e si siedono a conversare in confidenza, come di solito fanno ai loro incontri.
I discorsi intrecciati, una bibita, una passeggiata al mare, i racconti di sogni proibiti, le battute, una sigaretta fumata in due, le risate... caratterizzano quei momenti che adorano trascorrere insieme.
Si sente viva lei, con poche cose, ma semplici, essenziali. Piccole gioie, piccoli rituali, piccoli gesti... che fanno brillare i suoi occhi sinceri, che riempiono di colori il suo cuore, che rendono speciale un giorno qualunque.
Quando ho lasciato il mio Paese, vent’anni fa, il dolore era così forte che non riuscivo neppure a piangere.
Un Stato povero, ma dignitoso. Se non avessi avuto figli sarei rimasta, ma io e mio marito a loro volevamo offrire la possibilità di una vita migliore.
In auto, con i nostri pochi bagagli, io e mio marito facevamo programmi sulla nuova vita in Italia, sul suo nuovo lavoro . Un nostro lontano parente aveva offerto un’occupazione come camionista a mio marito e l’appartamento ammobiliato che avremmo abitato era di una sua amica.
Dal finestrino dell’auto guardavo gli alberi del mio Paese, le case del mio Paese e come presa da uno strano rimorso ho iniziato a parlare anche con Lui: “ Ti lascio, ma non mi dimenticherò di te … lo faccio per i miei figli. Appena potrò tornerò da te dove ho passato parte della mia vita, una vita dura, ma semplice e piena di affetti ”. Il dolore è come se si fosse sciolto e non ho più potuto trattenere le lacrime. Lacrime che ho nascosto alla mia famiglia , mi sono girata verso il finestrino e ho fatto finta di dormire.
Quando siamo arrivati alla casa che avremmo abitato era sera. Abbiamo messo a dormire i nostri due figli e con grande fatica abbiamo scaricato dall’auto le nostre cose. I mobili erano pochi e semplici, l’essenziale per vivere, la casa su due piani era lontana dal centro del piccolo paese.
Era settembre il clima era ancora piacevole. Ho potuto iscrivere i miei figli a scuola, ma proprio in quel frangente ho capito quanto sarebbe stata dura per me. Non conoscendo la lingua, sola nell’ufficio della scuola avrei voluto sparire e riapparire nel mio paese, nella mia vecchia e povera scuola.
Le nostre possibilità economiche non ci permettevano di avere il telefono e la televisione, non avevo la patente, neppure una bicicletta.
Quando i bambini erano a scuola e mio marito era al lavoro, mi sentivo come una formica in un deserto. Sola, senza la possibilità di comunicare, niente televisione, la casa era isolata e lontana dal centro del paese.
Pensavo al mio Stato dove la vita era dura ,ma mi dava la possibilità di avere una parola di affetto, uno sguardo sincero. In Italia avevamo il lavoro,ma ero sola, era una solitudine che andava oltre la solitudine. Non avevo appetito e mangiavo pochissimo.
Mio marito per agevolarmi negli spostamenti mi ha regalato una bicicletta.
Un pomeriggio ero sulla mia amata bicicletta stavo facendo una salita, ad un tratto le forze mi hanno abbandonata e sono svenuta davanti ad una pizzeria. Tutto si è risolto in breve tempo, ma per i proprietari del locale io sono ancora la signora che è svenuta in bicicletta.
Questo episodio non l’ho mai raccontato a casa, ma mi sono sforzata di mangiare un po’ di più.
Quando mio marito tornava dai viaggi che duravano anche una settimana, riprendevo un po’ di energie. La tristezza che mi torturava durante la sua assenza momentaneamente mi abbandonava.
La notte mi scioglievo nel suo caldo abbraccio e solo in quel momento sentivo che ce l’avrei potuta fare. Il suo amore era come carburante per me.
Con i miei figli che stavano imparando molto in fretta la lingua italiana mi sforzavo di essere sempre serena e positiva.
Era l’ estate successiva al nostro arrivo, ero in giardino e stavo stendendo i panni. Un ragno di colore rosso mi ha morso ad una caviglia.
-Una stupidaggine- ho pensato. Dopo un quarto d’ora, la caviglia si è gonfiata. Quando il gonfiore si è esteso alla gamba ho iniziato a preoccuparmi. -Come faccio senza auto, senza sapere la lingua italiana- ho pensato.
Quando anche la gola ha iniziato a gonfiarsi mi sono fatta prendere dal panico. – Calma - mi sono detta. Senza telefono non avrei potuto chiamare i soccorsi. Ho scritto su un foglio il numero di telefono di mio marito che era al lavoro, sono andata dalla vicina di casa, ho fatto vedere la gamba e il numero così ho potuto telefonare a mio marito che fortunatamente era nell’ufficio dell’azienda in cui lavorava. Mio marito parlava abbastanza bene l’italiano, perché aveva già avuto esperienze lavorative in Italia. Ha potuto comunicare con il pronto soccorso e spiegare l’accaduto . Quando l’ambulanza è arrivata facevo fatica a respirare.
Mio padre diceva spesso che da una cosa negativa nasce sempre una cosa positiva.
Dopo quell’episodio mio marito ha fatto mettere il telefono.
Dopo pochi mesi è arrivata la televisione in bianco e nero. Con l’aiuto di mio marito, dei figli e anche della televisione ho imparato la lingua italiana.
Nei negozi ho iniziato a chiedere se sapessero di qualcuno che aveva bisogno di una collaboratrice domestica.
Un pomeriggio, in paese, mi avvicina una signora, mi ha colpito il suo sorriso : “ Ciao, ho saputo che cerchi lavoro, io ho un centro sportivo. Ho bisogno una collaboratrice per le pulizie del bar e dei tavolini .” Ho accettato con gioia anche perché il lavoro era estivo e i bambini potevano stare con me al centro sportivo. Ho potuto socializzare e migliorare il mio italiano. Ora servo anche al bar e posso dire che il peggio è passato.
Sono sempre felice di tornare al mio Paese, di ritrovare le persone che amo e di rivedere la mia casa.
Con la signora che mi ha sorriso e proposto il mio primo lavoro in Italia ogni tanto vado in pizzeria. Una sera mentre ero con lei a cena le ho chiesto: “ Chissà se è possibile percepire il dolore di uno straniero che lascia la propria casa per cause di forze maggiori?”
“Così dovrebbe essere, ma spesso infieriamo su di loro con frasi poco felici. Le persone si spostano dove c’è il lavoro e spesso accettano le professioni più umili o pesanti . La cultura ci potrebbe salvare da certi inutili pregiudizi”
E’ arrivato il cameriere: “Desiderate la macedonia?”
-Sì, io sono della Macedonia come fa a saperlo? – Ho detto.
La mia datrice di lavoro e amica mi ha sorriso come solo lei sa fare, mi ha preso la mano: “ E’ frutta tagliata a pezzi, ne vuoi?”
“Scusa , la prendo se la prendi tu …sono contenta di averti conosciuta …”
Mon nom de plume est Gino Ragusa Di Romano. Il mio nome anagrafico è Luigi Ragusa, nato a Pietraperzia (Enna) e le rime sottostanti esprimono in maniera concisa il mio pensiero.
UGUAGLIARSI
(Luigi Ragusa)
I miei genitori mi diedero un nome
e, come d’uso, anche un cognome.
Li anagrammai e ne fui tanto fiero,
essendo il termine più giusto e vero.
Il mio comportamento mirò al verbo:
elargii sempre amore, senza riserbo.
Nacqui il 26 giugno 1943 a Pietraperzia, dove vivo. La mia famiglia m'impartì un'educazione spartana ed io ne condivisi gli insegnamenti, facendo degli stessi la mia norma di vita. Padre di quattro figli, col valido e costante aiuto della mia consorte, signora Maristella Calabrese, insegnante nelle scuole elementari, essendo lei la lanterna del mio sentiero, ho potuto guidare con amore la mia famiglia.
Ho lavorato alle dipendenze del Ministero del lavoro prima e poi dell'Assessorato del lavoro della Regione Sicilia. Ho diretto vari Uffici : l'Emigrazione, La Conciliazione delle controversie di lavoro, il Collocamento et cetera; infine, trasferitomi all'Ispettorato provinciale del lavoro, ho svolto le funzioni di ispettore, capo della sezione vigilanza. Le diverse esperienze ed altre nei diversi settori delle attività lavorative e sociali mi hanno aiutato a crescere, mi hanno educato a rispettare il prossimo, ad agire da uomo, a credere nello Stato di diritto ed a lottare con i miei poveri mezzi a divulgare ciò che sento.
Durante tutto il periodo lavorativo il mio lavoro è stato fonte di onesto guadagno, ma anche missione; infatti, quando si amministra la fame e non si può dare un posto di lavoro, anche un buon consiglio, una parola di conforto, talvolta, rinfranca.
Ho servito la gente, disprezzando l'iniquo clientelismo. Ho applicato ed ho fatto applicare le molteplici leggi sul lavoro, svolgendo nei confronti degli utenti opera di consulenza e non di immediata repressione, tenendo sempre presente che dall'altra parte ci sono uomini e non santi; uomini che, talvolta, sono inadempienti per la farragine delle leggi italiane ovvero per motivi di forza maggiore.
Ho ripulsione per i politicanti, servi di partito, e per gli ipocriti, ma ho sempre creduto nella politica, intesa come arte di governo della collettività e non come artifizio o delinquenza a discapito del prossimo.
Amo Dio ed ho grande fede in Lui, ma non ho molta stima degli amministratori della Chiesa, dello sfarzo della stessa e degli annessi commerci ho gran rigetto. La Chiesa non dovrebbe avere diritto di voto, dovrebbe essere aliena dalla politica e, soprattutto, dai politicanti; i preti, infatti, sono già degli eletti, vocati a servire Dio e non dei conniventi servi-padroni dei vari partiti.
Apprezzo qualche uomo politico onesto, che si sente fortemente vicino alla gente onesta, che si sente tassello della collettività, che ha virtù auree, che brilla di luce propria e vale di per sè; così stimo anche quei sacerdoti che hanno il contenuto del loro appellativo nel sangue e che per missione curano solo anime con l'esempio e con le opere.
Più volte mi sono sentito stanco e sconfitto, ma con più lena ho ripreso più volte la mia lotta, combattuta con la parola e con lo scritto, "non possedendo altre armi, se non le lettere dell'alfabeto, che in molti casi e nel tempo hanno vinto le più dure battaglie".
Spero, infatti, che i miei scritti, non per vanagloria, possano entrare dappertutto e siano letti da giovani e vecchi, da persone istruite e non istruite. Siano letti, se non oggi, domani, da altre generazioni magari, in maniera che ciò che ho detto e scritto possa trovare il suo terreno fertile, dove l'idea del bene possa a poco a poco trionfare e ciò che oggi sembra utopia possa domani essere perenne realtà, dove l'uomo senta il diritto-dovere di lavorare per il bene comune che poi è il bene del singolo. Poter vivere in questa armonia significa vivere con la pace nel cuore e con l'amore verso Dio.
L'amore verso Dio,che è la forza più potente, che permette all'uomo di superare ogni difficoltà. L'amore verso Dio, che sopprime il dubbio, grave malattia che blocca la vitalità e il dinamismo. L'amore e la fede in Dio sono equilibrio psichico e di conseguenza equilibrio sociale.
Perchè una società possa vivere bene, bisogna pensare agli altri; perchè si possa vivere meglio personalmente, bisogna amare gli altri e non ipnotizzarsi sui piccoli problemi personali.
Così operando, in ogni uomo c'è un cittadino fedele allo Stato, nonchè un poeta che racchiude in sè tutto quanto di sublime arte esiste. I miei versi sono lo sfogo naturale di chi ha sempre avuto orrore delle armi e della violenza ed ha impugnato la penna per cercare di stigmatizzare il male; i miei versi sono lo sfogo naturale dei miei sentimenti che guardano con tanta speranza all'orizzonte del bene.
I miei versi non hanno una poetica ben definita. Scrivo di getto, non curandomi spesso di seguire o di rispettare i canoni poetici. La poesia è libertà e chi scrive, per legge naturale, è un uomo libero che ascolta i moti del cuore e li descrive.
I miei versi esprimono qualche triste nota,
ma se la stessa intona un altro dolce suono,
ben venga la tempesta, se poi la quiete rota.
Più felice è l'uomo dopo il lampo e il tuono.
Tutti i miei scritti inseriti in questo sito sono stati già pubblicati nei miei libri: PATEMA - MIELE E FIELE - ACCENTI D'AMORE E DI SDEGNO - SPERANZE E DELUSIONI - LACRIME E SORRISI - editi da vari Editori dal 1971 al 2014.
Ho lavorato alle dipendenze del Ministero del lavoro prima e poi dell'Assessorato del lavoro della Regione Sicilia. Ho diretto vari Uffici : l'Emigrazione, La Conciliazione delle controversie di lavoro, il Collocamento et cetera; infine, trasferitomi all'Ispettorato provinciale del lavoro, ho svolto le funzioni di ispettore, capo della sezione vigilanza. Le diverse esperienze ed altre nei diversi settori delle attività lavorative e sociali mi hanno aiutato a crescere, mi hanno educato a rispettare il prossimo, ad agire da uomo, a credere nello Stato di diritto ed a lottare con i miei poveri mezzi a divulgare ciò che sento.
Durante tutto il periodo lavorativo il mio lavoro è stato fonte di onesto guadagno, ma anche missione; infatti, quando si amministra la fame e non si può dare un posto di lavoro, anche un buon consiglio, una parola di conforto, talvolta, rinfranca.
Ho servito la gente, disprezzando l'iniquo clientelismo. Ho applicato ed ho fatto applicare le molteplici leggi sul lavoro, svolgendo nei confronti degli utenti opera di consulenza e non di immediata repressione, tenendo sempre presente che dall'altra parte ci sono uomini e non santi; uomini che, talvolta, sono inadempienti per la farragine delle leggi italiane ovvero per motivi di forza maggiore.
Ho ripulsione per i politicanti, servi di partito, e per gli ipocriti, ma ho sempre creduto nella politica, intesa come arte di governo della collettività e non come artifizio o delinquenza a discapito del prossimo.
Amo Dio ed ho grande fede in Lui, ma non ho molta stima degli amministratori della Chiesa, dello sfarzo della stessa e degli annessi commerci ho gran rigetto. La Chiesa non dovrebbe avere diritto di voto, dovrebbe essere aliena dalla politica e, soprattutto, dai politicanti; i preti, infatti, sono già degli eletti, vocati a servire Dio e non dei conniventi servi-padroni dei vari partiti.
Apprezzo qualche uomo politico onesto, che si sente fortemente vicino alla gente onesta, che si sente tassello della collettività, che ha virtù auree, che brilla di luce propria e vale di per sè; così stimo anche quei sacerdoti che hanno il contenuto del loro appellativo nel sangue e che per missione curano solo anime con l'esempio e con le opere.
Più volte mi sono sentito stanco e sconfitto, ma con più lena ho ripreso più volte la mia lotta, combattuta con la parola e con lo scritto, "non possedendo altre armi, se non le lettere dell'alfabeto, che in molti casi e nel tempo hanno vinto le più dure battaglie".
Spero, infatti, che i miei scritti, non per vanagloria, possano entrare dappertutto e siano letti da giovani e vecchi, da persone istruite e non istruite. Siano letti, se non oggi, domani, da altre generazioni magari, in maniera che ciò che ho detto e scritto possa trovare il suo terreno fertile, dove l'idea del bene possa a poco a poco trionfare e ciò che oggi sembra utopia possa domani essere perenne realtà, dove l'uomo senta il diritto-dovere di lavorare per il bene comune che poi è il bene del singolo. Poter vivere in questa armonia significa vivere con la pace nel cuore e con l'amore verso Dio.
L'amore verso Dio,che è la forza più potente, che permette all'uomo di superare ogni difficoltà. L'amore verso Dio, che sopprime il dubbio, grave malattia che blocca la vitalità e il dinamismo. L'amore e la fede in Dio sono equilibrio psichico e di conseguenza equilibrio sociale.
Perchè una società possa vivere bene, bisogna pensare agli altri; perchè si possa vivere meglio personalmente, bisogna amare gli altri e non ipnotizzarsi sui piccoli problemi personali.
Così operando, in ogni uomo c'è un cittadino fedele allo Stato, nonchè un poeta che racchiude in sè tutto quanto di sublime arte esiste. I miei versi sono lo sfogo naturale di chi ha sempre avuto orrore delle armi e della violenza ed ha impugnato la penna per cercare di stigmatizzare il male; i miei versi sono lo sfogo naturale dei miei sentimenti che guardano con tanta speranza all'orizzonte del bene.
I miei versi non hanno una poetica ben definita. Scrivo di getto, non curandomi spesso di seguire o di rispettare i canoni poetici. La poesia è libertà e chi scrive, per legge naturale, è un uomo libero che ascolta i moti del cuore e li descrive.
I miei versi esprimono qualche triste nota,
ma se la stessa intona un altro dolce suono,
ben venga la tempesta, se poi la quiete rota.
Più felice è l'uomo dopo il lampo e il tuono.
Tutti i miei scritti inseriti in questo sito sono stati già pubblicati nei miei libri: PATEMA - MIELE E FIELE - ACCENTI D'AMORE E DI SDEGNO - SPERANZE E DELUSIONI - LACRIME E SORRISI - editi da vari Editori dal 1971 al 2014.




