Questo racconto che vi propongo ha vinto il concorso Parole in corsa nel 2006.
Percezioni viaggianti
Toxicity dei Sistem Of a Down iniziava dolcemente nelle cuffie. Andai a sedermi e chiusi gli occhi. Mancava ancora un po’ per la mia fermata, così mi lasciai andare ed entrai in un leggero torpore…
Estella mi apparve invecchiata di colpo. Piangeva, supplicava. M’insultava. - Bastardo! - strillava. Provai a spiegarle la verità, che non c’era nessun’altra. Il mio spagnolo era limpido e fluente. Io non conosco lo spagnolo! Lei mi urlava – Paco, fra un mese ci sposiamo, capisci? – Io non ho mai visto questa donna, eppure…Le dissi, nel modo più delicato possibile, che l’unica cosa che m’impediva di sposarla era il tumore ai polmoni che mi era stato diagnosticato. Ero già all’ultimo stadio e non mi restavano che poche settimane. Volevo che mi ricordasse come nei momenti più belli trascorsi insieme e, soprattutto, non volevo che diventasse sposa e vedova in pochi giorni. Me ne andai senza aggiungere altro, mentre lei mi urlava che avrebbe preferito avessi avuto un amante, che avrebbe voluto essermi vicino fino al mio ultimo respiro. Erano tante le cose che volevo ancora dirle, ma ora tutto era diventato improvvisamente un ricordo. Come posso rispondere ad un ricordo?
Mi trovavo in una stanza d’ospedale. Il mio corpo era pieno di tubi e respiravo sempre più a fatica. Avevo la sensazione di soffrire da troppo tempo. Smettere fu una liberazione. Mi sentii risucchiare, non saprei dire dove. L’unica cosa certa era che non soffrivo più. Sentivo qualcosa trascinarmi via sempre più in fretta in un turbinio di emozioni e luci fino a ritrovarmi in un tunnel lungo e buio. Nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto mi girava intorno eppure non vedevo niente. Toxicity era sempre più incalzante. Nulla si crea e nulla si distrugge. Pensieri non miei continuavano a ripetersi nella mia mente. Avevo un corpo? Avevo una mente?
Improvvisamente mi fu tutto chiaro. Se avessi avuto dei riferimenti temporali avrei giurato che quella percezione di comprensione così totale fosse durata non più di un attimo, ma il tempo non esisteva. Poi un flash accecante e mi ritrovai in un liquido.
Ero in un posto buio ma rassicurante, caldo. Più in alto, appena sopra la mia testa, c’era un punto di luce verso il quale mi sentivo sempre più attratto. Fu allora che dimenticai chi ero. Dimenticai Estella. Dimenticai tutte le vite che avevo vissuto. Dentro di me sentivo solo una voce che ripeteva – Se è femmina la chiamiamo Rebecca. – Quel punto di luce era sempre più grande. Mi sentivo sempre più attratto verso quella luce che divenne sempre più grande ed accecante. Io avrei voluto restare lì, ma accadde. Mi ritrovai immerso in quella luce. Sentivo forte un grande senso di amore intorno a me pur non comprendendo a pieno il significato di quella sensazione. Qualcosa di invisibile mi entrava dentro. Avevo freddo. Iniziai a piangere e a respirare.
- E’ un maschio! - …
Mi scusi senior. – una voce dal forte accento spagnolo mi chiede, toccandomi leggermente la spalla con una mano, se la prossima fermata è Spagna. Io torno ad essere Luca. Torno ad essere sulla Metro A di Roma. Per un attimo resto sorpreso, confuso. Le rispondo claro que si, in perfetto spagnolo prima di riconoscere il volto di Estella. E’ lei, non c’è dubbio, solo che in qualche modo è molto più giovane, rilassata. – Paco, vamos. - dice rivolgendosi al suo ragazzo. La fisso intensamente. Mi viene istintivo farle gli auguri, ma non so perché. Lei ricambia lo sguardo sorpresa. - Non sono mica incinta! - dice sorridendo. Io mi scuso con lei per la gaffe. Ma lei, tra lo stupore di Paco, aggiunge che si sono appena trasferiti in Italia e che si sarebbero sposati il prossimo anno. Volevano tanto una femmina. - La chiameremo Rebecca. - aggiunge.
Ci salutiamo. Io le lascio un mio biglietto da visita.
Sono un ginecologo, spiego loro, non si sa mai. La Metro chiude le porte alle loro spalle e riparte.
Il repeat dell’I Pod riprende il brano dei Sistem Of Down ma io, ancora confuso, lo spengo e scendo alla fermata dopo, come ogni mattina.
Percezioni viaggianti
Toxicity dei Sistem Of a Down iniziava dolcemente nelle cuffie. Andai a sedermi e chiusi gli occhi. Mancava ancora un po’ per la mia fermata, così mi lasciai andare ed entrai in un leggero torpore…
Estella mi apparve invecchiata di colpo. Piangeva, supplicava. M’insultava. - Bastardo! - strillava. Provai a spiegarle la verità, che non c’era nessun’altra. Il mio spagnolo era limpido e fluente. Io non conosco lo spagnolo! Lei mi urlava – Paco, fra un mese ci sposiamo, capisci? – Io non ho mai visto questa donna, eppure…Le dissi, nel modo più delicato possibile, che l’unica cosa che m’impediva di sposarla era il tumore ai polmoni che mi era stato diagnosticato. Ero già all’ultimo stadio e non mi restavano che poche settimane. Volevo che mi ricordasse come nei momenti più belli trascorsi insieme e, soprattutto, non volevo che diventasse sposa e vedova in pochi giorni. Me ne andai senza aggiungere altro, mentre lei mi urlava che avrebbe preferito avessi avuto un amante, che avrebbe voluto essermi vicino fino al mio ultimo respiro. Erano tante le cose che volevo ancora dirle, ma ora tutto era diventato improvvisamente un ricordo. Come posso rispondere ad un ricordo?
Mi trovavo in una stanza d’ospedale. Il mio corpo era pieno di tubi e respiravo sempre più a fatica. Avevo la sensazione di soffrire da troppo tempo. Smettere fu una liberazione. Mi sentii risucchiare, non saprei dire dove. L’unica cosa certa era che non soffrivo più. Sentivo qualcosa trascinarmi via sempre più in fretta in un turbinio di emozioni e luci fino a ritrovarmi in un tunnel lungo e buio. Nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto mi girava intorno eppure non vedevo niente. Toxicity era sempre più incalzante. Nulla si crea e nulla si distrugge. Pensieri non miei continuavano a ripetersi nella mia mente. Avevo un corpo? Avevo una mente?
Improvvisamente mi fu tutto chiaro. Se avessi avuto dei riferimenti temporali avrei giurato che quella percezione di comprensione così totale fosse durata non più di un attimo, ma il tempo non esisteva. Poi un flash accecante e mi ritrovai in un liquido.
Ero in un posto buio ma rassicurante, caldo. Più in alto, appena sopra la mia testa, c’era un punto di luce verso il quale mi sentivo sempre più attratto. Fu allora che dimenticai chi ero. Dimenticai Estella. Dimenticai tutte le vite che avevo vissuto. Dentro di me sentivo solo una voce che ripeteva – Se è femmina la chiamiamo Rebecca. – Quel punto di luce era sempre più grande. Mi sentivo sempre più attratto verso quella luce che divenne sempre più grande ed accecante. Io avrei voluto restare lì, ma accadde. Mi ritrovai immerso in quella luce. Sentivo forte un grande senso di amore intorno a me pur non comprendendo a pieno il significato di quella sensazione. Qualcosa di invisibile mi entrava dentro. Avevo freddo. Iniziai a piangere e a respirare.
- E’ un maschio! - …
Mi scusi senior. – una voce dal forte accento spagnolo mi chiede, toccandomi leggermente la spalla con una mano, se la prossima fermata è Spagna. Io torno ad essere Luca. Torno ad essere sulla Metro A di Roma. Per un attimo resto sorpreso, confuso. Le rispondo claro que si, in perfetto spagnolo prima di riconoscere il volto di Estella. E’ lei, non c’è dubbio, solo che in qualche modo è molto più giovane, rilassata. – Paco, vamos. - dice rivolgendosi al suo ragazzo. La fisso intensamente. Mi viene istintivo farle gli auguri, ma non so perché. Lei ricambia lo sguardo sorpresa. - Non sono mica incinta! - dice sorridendo. Io mi scuso con lei per la gaffe. Ma lei, tra lo stupore di Paco, aggiunge che si sono appena trasferiti in Italia e che si sarebbero sposati il prossimo anno. Volevano tanto una femmina. - La chiameremo Rebecca. - aggiunge.
Ci salutiamo. Io le lascio un mio biglietto da visita.
Sono un ginecologo, spiego loro, non si sa mai. La Metro chiude le porte alle loro spalle e riparte.
Il repeat dell’I Pod riprende il brano dei Sistem Of Down ma io, ancora confuso, lo spengo e scendo alla fermata dopo, come ogni mattina.
1 commento
Qualche giorno fa, un mio amico, mentre discutevamo del più e del meno,all’improvviso mi disse:
-Demetrio, ho la ricetta per risolvere il male del mondo!
Ed io:
-Caspita, diventerai ricco, di cosa si tratta?(e pensavo, adesso mi tira fuori ancora Marx)
-Vedi, è molto semplice, al mondo siamo in troppi, non ci sono risorse naturali per tutti…
-E quindi?...non mi vorrai dire che…
-Si Demetrio, dobbiamo cominciare a sfoltire…dobbiamo uccidere…
-Ma no dai, ti sembra una cosa possibile? E da chi iniziamo?
-Pensaci, se ci trovassimo su una nave in alto mare e le provviste non basterebbero per tutti, tu chi faresti fuori?
-Ah io nessuno, guarda fatico anche a fare del male a un moscerino…
-Demetrio la sopravvivenza non tiene conto di queste cose, se ne fotte dell’etica, morte tua vita mia…
-Ma no dai…siamo umani, non siamo animali…
-Siamo quelli che Dio ci ha creato…
-Ma io non credo in Dio, credo nell’uomo, credo nella vita, credo che l’intelligenza può sempre inventarsi qualcosa per la sopravvivenza.
-Smettila, comunque puoi stare tranquillo , secondo le mie teorie tu ti salverai…
-Che vuoi dire secondo le tue teorie, spiegati... e comunque prima o poi anche io dovrò morire…
-Non essere il solito disfattista, ascolta prima di dissentire.
-Va bene, ascolto…
-Ci sono tutti quei popoli del terzo mondo che sono un peso per l’umanità, vivono e si moltiplicano in modo spropositato…
-Ma la chiesa predica di non usare il preservativo!
-Lascia stare la Chiesa, nel mio mondo non ci sarà posto nemmeno per loro.
-Sei ateo?
-No, ma la chiesa è un potere e nel mio ordinamento di Stato, il potere sarà in mano a pochi eletti.
-E con quale criterio verranno scelti i capi del mondo?
-Con un test d’ammissione, il mondo sarà in mano a pochissimi, i più intelligenti per quoziente intellettivo.
-Mi sa che quest’idea l’ha avuta un altro e tutti sappiamo com’è finita…
-Demetrio non sto scherzando, c’è gente futile al mondo, un disagio per la nostra società…ci sono gli storpi, gli omosessuali, gli ebrei, i morti di fame…questi consumano e non danno apporto al nostro benessere…consumano ossigeno…dobbiamo tagliare i rami secchi…ne la vale il nostro futuro…dobbiamo pensare ai nostri figli, ai nostri nipoti, pronipoti…fidati è l’unica soluzione…
Mentre lui parlava si avvicinò a noi un bambino, uno zingaro e con le lacrime agli occhi allungò la mano per chiedere una moneta...lo guardavo mentre il mio amico continuava a spiegarmi le sue teorie, mentre uccideva povertà e diversità, senza accorgersene tirò fuori un euro e lo consegnò al bambino…mentre mi chiedevo come mai il mio amico era cambiato, rammentavo i discorsi di rivoluzione che facevamo quando avevamo vent'anni, le pietre contro il sistema…il mondo che volevamo cambiare con le ideologie, volevamo dare dignità all’esistenza…eravamo d’accordo su libertà ed equità…
Mentre pensavo, guardavo il bambino che si allontanava da noi sorridente…il mio amico si accorse del mio distacco mi strinse la mano e salì sul suo Cayenne nero lucido con interni in pelle lasciando la scia dei copertoni sull’asfalto.
-Demetrio, ho la ricetta per risolvere il male del mondo!
Ed io:
-Caspita, diventerai ricco, di cosa si tratta?(e pensavo, adesso mi tira fuori ancora Marx)
-Vedi, è molto semplice, al mondo siamo in troppi, non ci sono risorse naturali per tutti…
-E quindi?...non mi vorrai dire che…
-Si Demetrio, dobbiamo cominciare a sfoltire…dobbiamo uccidere…
-Ma no dai, ti sembra una cosa possibile? E da chi iniziamo?
-Pensaci, se ci trovassimo su una nave in alto mare e le provviste non basterebbero per tutti, tu chi faresti fuori?
-Ah io nessuno, guarda fatico anche a fare del male a un moscerino…
-Demetrio la sopravvivenza non tiene conto di queste cose, se ne fotte dell’etica, morte tua vita mia…
-Ma no dai…siamo umani, non siamo animali…
-Siamo quelli che Dio ci ha creato…
-Ma io non credo in Dio, credo nell’uomo, credo nella vita, credo che l’intelligenza può sempre inventarsi qualcosa per la sopravvivenza.
-Smettila, comunque puoi stare tranquillo , secondo le mie teorie tu ti salverai…
-Che vuoi dire secondo le tue teorie, spiegati... e comunque prima o poi anche io dovrò morire…
-Non essere il solito disfattista, ascolta prima di dissentire.
-Va bene, ascolto…
-Ci sono tutti quei popoli del terzo mondo che sono un peso per l’umanità, vivono e si moltiplicano in modo spropositato…
-Ma la chiesa predica di non usare il preservativo!
-Lascia stare la Chiesa, nel mio mondo non ci sarà posto nemmeno per loro.
-Sei ateo?
-No, ma la chiesa è un potere e nel mio ordinamento di Stato, il potere sarà in mano a pochi eletti.
-E con quale criterio verranno scelti i capi del mondo?
-Con un test d’ammissione, il mondo sarà in mano a pochissimi, i più intelligenti per quoziente intellettivo.
-Mi sa che quest’idea l’ha avuta un altro e tutti sappiamo com’è finita…
-Demetrio non sto scherzando, c’è gente futile al mondo, un disagio per la nostra società…ci sono gli storpi, gli omosessuali, gli ebrei, i morti di fame…questi consumano e non danno apporto al nostro benessere…consumano ossigeno…dobbiamo tagliare i rami secchi…ne la vale il nostro futuro…dobbiamo pensare ai nostri figli, ai nostri nipoti, pronipoti…fidati è l’unica soluzione…
Mentre lui parlava si avvicinò a noi un bambino, uno zingaro e con le lacrime agli occhi allungò la mano per chiedere una moneta...lo guardavo mentre il mio amico continuava a spiegarmi le sue teorie, mentre uccideva povertà e diversità, senza accorgersene tirò fuori un euro e lo consegnò al bambino…mentre mi chiedevo come mai il mio amico era cambiato, rammentavo i discorsi di rivoluzione che facevamo quando avevamo vent'anni, le pietre contro il sistema…il mondo che volevamo cambiare con le ideologie, volevamo dare dignità all’esistenza…eravamo d’accordo su libertà ed equità…
Mentre pensavo, guardavo il bambino che si allontanava da noi sorridente…il mio amico si accorse del mio distacco mi strinse la mano e salì sul suo Cayenne nero lucido con interni in pelle lasciando la scia dei copertoni sull’asfalto.
Sembravo morta... finita... il cuore spezzato, da anni di sofferenza, ero entrata nel tunnel nero, senza via di fuga, emozioni annullate... una pietra scalfita consumata dentro, quel tunnel senza luce, la paura mi assaliva non mi dava pace, quanto dolore... quanta sofferenza, io che ero stata sempre forte e coraggiosa, io che avevo affrontato tante difficoltà, la vita mi aveva messa a dura prova non vedevo la luce, le pastiglie avevano preso il comando del mio cervello del mio corpo, anni di lotte, di paure, ti scavano dentro, non ero più io non mi riconoscevo più, mi guardavo allo specchio e pensavo “ questa non sono io“ dopo anni di dolore basta davvero poco per perdere fiducia e stima di se stessi, un bel giorno avevo visto in fondo ma proprio in fondo... al tunnel un piccolo spiraglio di luce, è stata dura arrivare a vedere la luce, ma almeno uno spiraglio in fondo al tunnel riescivo ad intravederlo, questo bastava per farmi forza è dire basta alle pastiglie, basta aver paura, era arrivato il momento di reagire è stato difficile il percorso, ma dopo tanto tempo ho avuto la consapevolezza che forse sarei tornata piano piano come prima, forse avrei ritrovato quel coraggio che mi aveva sempre contraddistinta, avrei ripreso il comando del mio corpo e sopratutto del mio cervello, sarei ritornata ad esser forte come prima e forse a brillare come prima.
Il sig. Dentalio stava stravaccato sulla sua poltrona in polpastrelli di topo, con un bel bicchierone di sangue canino in mano, quando entrò in cucina la moglie Dentalina per preparare la cena a base di piastrine e globuli bianchi. Con la fronte corrugata, il sig. Dentalio pensava alla fame che aveva patito quel mese: fu scarsa la raccolta di sangue, pertanto il suo datore di lavoro non gli aveva dato neppure una lira.
Dentalio guadagnava 200 lire per ogni 10 provette da 100 cl che consegnava al suo datore, nell’arco dei giorni componenti un mese solare. Qualora, arrivati all’ultimo giorno del mese, la raccolta non avesse raggiunto quel minimo quantitativo, Dentalio non avrebbe ricevuto denaro e il pagamento sarebbe slittato al primo mese di raggiungimento dell’obbiettivo minimo. Il problema più grosso era che il sig. Dentalio aveva confezionato sì 10 provette, ma nell’arco di 60 giorni. Il lato più macabro di questa storia è che il suo datore di lavoro avrebbe dovuto pagarlo l’indomani, ma per quale motivo? Niente, saltò anche questo mese, come il precedente. Forse Dentalio avrebbe ricevuto qualche lira al termine del prossimo periodo, se fosse riuscito a non farsi trovare stecchito, consumato dalla fame e con qualche bella provettona tra le mani …
“E’ pronta la frittata di globuli con crema di piastre, tato!” Lo chiamò entusiasta Dentalina, consapevole di aver fatto anche troppo per ingolosire quello stupidone di suo marito. “Evvai grand…” Dentalio stava per ultimare la lode, quando vide la porta principale della sua baracca scaraventarsi al suolo, con una botta incredibile …
Fasciato da capo a piedi con un rotolo di carta igienica, come al suo solito a gambe divaricate, la mummia si bloccò davanti al varco appena creatosi. “Brutto stronzo, non mi dai più una cazzo di provetta da 2 mesi, ti senti intelligente?” Disse quello strano essere. Dentalio si spaventò all’istante, tremava come un ghiacciolo. “Nnnoooo …” Rispose e volò un piatto in direzione dell’intruso, lo schivò per un pelo. “Ah, tenti di uccidermi! Vedrai la tua fine stasera, muahahahha …!” Uscirono vermi da quelle fasce, vermi che infestarono rapidamente tutta la dimora. Dentalio si ritirò di corsa a letto, molto provato. Dentalina rimase invece a lavare i piatti, come se niente fosse successo. “Fifone, fifone, hai paura di un mammalucco ancora in fasce!” Lo schernì la donna. “Bene, io ho già detto tutto. Sogni sereni a tutti voi! Bye bye!” Così dicendo, la mummia svanì, nelle tenebre della notte.
Con i lombrichi sulle gambe, Dentalina salì le scale, per coricarsi sulla piazza del letto a fianco del marito. Si abbandonò subito tra le coperte calde e sognò di fare l’amore con il partner, atto fisico che forse avrebbe potuto tranquillizzare lui. Mentre l’inconscio prendeva il sopravvento, quelle brutte bestiacce marroni strisciavano tra le lenzuola, fino a quando un rumore sospetto provenne dalla finestra che dava sull’esterno ... Un sobbalzo e Dentalio si trovò a sedere sul letto, respirando compulsivamente, senza tregua, troppo velocemente per un vecchiaccio come lui. Poté così vedere tutti quegli schifosi mostriciattoli dirigersi verso la finestra, dove stava affacciato un drago giallo, osceno e dagli occhi verdi. La bestia li inghiottì uno ad uno per poi sputare, con tutta la forza che aveva in gola, altrettante bisce lunghe mezzo metro ciascuna. Le serpi iniziarono ad aggrovigliare il letto dei due innamorati. Dentalio era paonazzo e vibrava come un Trudy di quelli con la cordicina, mentre Dentalina non si sarebbe destata nemmeno se qualcuno le avesse mollato un peto in faccia. Il padrone di casa la scosse violentemente, urlandole nell’orecchio: niente da fare, sembrava in coma …
Il drago ruppe la vetrata che lo divideva dall’interno della casa e si allungò per scrivere sul muro, col sangue: “Fai schifo … Non riesci nemmeno a fare un po’ di prelievi fatti bene, ora sarai tu il prelevato … La Mummia”. Dentalio passò da uno stato di terrore acuto ad una vera e propria ira, così si mise in piedi sul materasso senza toccare a terra, caricò le gambe e saltò la coltre di serpenti creatosi attorno a quelle doghe. Andò in cucina correndo per prendere un pezzo di legno resistente e tornò subito in camera. Con un balzo esagerato, si ritrovò in piedi sopra alle lenzuola, così iniziò a picchiare ovunque con quell’arma, preso da un istinto omicida irrefrenabile; peccato che indirizzò per sbaglio un colpo atroce sulla schiena di Dentalina …
Ella si rivoltò a terra dalla sua parte e fu lentamente consumata dagli esseri viscidi. Dentalio, preso dallo sconforto, perse i sensi e cadde, con il corpo duro come un mattone, sbattendo la testa contro lo spigolo del letto. Per fortuna, si riprese dopo venti minuti, tutto lacero, con qualche brutta ferita sul viso. Guardò la moglie, cercando di soffocare un urlo straziante: Dentalina posava a terra con le labbra divorate, gli occhi spalancati a morto e le vesti strappate a brandelli. Appena realizzò, Dentalio si chinò sul suo corpo, sulle spalle il peso struggente delle serpi maledette. Iniziò a piangere per qualche lungo minuto: aveva perso la donna che più lo faceva vincere nella sua vita, come avrebbe potuto stare in questo mondo senza di lei? L’unica soddisfazione possibile sarebbe stata la vendetta, andando a prendere la mummia, ovunque essa si fosse rifugiata.
Casualmente, Dentalio mise la mano sotto al letto e sentì qualcosa di duro al suo tatto: fece per tirar fuori l’oggetto, era una padella di plastica. Decise di colpire le 10 serpi che gli stritolavano il corpo, stordendole. Corse rapido verso l’uscita della camera, chiuse la porta con 4-5 giri di chiave e accelerò verso l’uscita al pianoterra, con una certa dose di adrenalina nel sangue. Prese il suo giubbotto dall’attaccapanni e si improvvisò velocista, girovagando per tutto il quartiere. La prima a destra, la seconda a sinistra, sempre dritto ed eccoci a casa della bastarda! Scavalcò il muretto e calpestò senza fare rumore il giardino pieno di fiori appassiti.
Carico di frenesia, Dentalio si affacciò alla finestra dall’esterno, senza destare sospetti: la mummia guardava una partita di calcio alla televisione, come entrare a disturbarla? Il grande uomo fece un giro di perlustrazione del giardino e, nella zona anteriore, vide un utensile conficcato in un’aiuola per la punta. L’arnese era attaccato con un filo alla presa della corrente e la punta in ferro era sepolta nella terra … Quello stupido usava il trapano per solcare la terra, bravo deficiente! Il nostro amico sfilò l’attrezzo dal suolo e lo puntò sullo stipite della porta, azionandolo …
Vzzzz, e la porta si bucava; Dentalio continuò a forare, fino a quando si avvicinò l’acerrimo nemico alla serratura … Aveva attirato la sua attenzione, ci era riuscito alla grande, peccato che Dentalio iniziò a sentire qualcosa di morbido dall’altra parte della punta, qualcosa di molto assimilabile ad un cervello … La porta si spalancò e si presentò un immagine terribile: la mano fasciata della Mummia era sospesa sulla maniglia, mentre la sua testa andava in frantumi. La punta penetrava sempre più nelle sue cavità cerebrali e Dentalio restava incastrato nella porta con il braccio sinistro. Il trapano era perfettamente funzionante e il suo componente più devastante continuava a roteare a velocità stratosferiche. Con il suo movimento, l’eroe staccò la porta dai cardini e avanzò dritto verso la sala d’ingresso …
“Pensavi di farla franca, lurido pezzente?” urlò violento Dentalio, spegnendo il Black & Decker. Restò immobile, a gambe divaricate, a contemplare la poltiglia di carta confusa sul pavimento, il suo nuovo datore di lavoro, insomma. Le sue mani erano ormai deboli e lasciarono cadere l’arma del delitto sulla “nuova Mummia”: non parlava più ormai, non chiedeva più nemmeno una provetta di sangue, quella sottospecie d’uomo!
Il grande Dentalio sorrise soddisfatto, con l’ingombro degli stipiti che lo trascinava gobbo verso la cucina. Sogghignando come un cretino, aprì tutte le credenze e divorò ogni provetta a portata di mano, finché il peso della porta non lo seppellì in quella orribile mangiatoia …
Dentalio guadagnava 200 lire per ogni 10 provette da 100 cl che consegnava al suo datore, nell’arco dei giorni componenti un mese solare. Qualora, arrivati all’ultimo giorno del mese, la raccolta non avesse raggiunto quel minimo quantitativo, Dentalio non avrebbe ricevuto denaro e il pagamento sarebbe slittato al primo mese di raggiungimento dell’obbiettivo minimo. Il problema più grosso era che il sig. Dentalio aveva confezionato sì 10 provette, ma nell’arco di 60 giorni. Il lato più macabro di questa storia è che il suo datore di lavoro avrebbe dovuto pagarlo l’indomani, ma per quale motivo? Niente, saltò anche questo mese, come il precedente. Forse Dentalio avrebbe ricevuto qualche lira al termine del prossimo periodo, se fosse riuscito a non farsi trovare stecchito, consumato dalla fame e con qualche bella provettona tra le mani …
“E’ pronta la frittata di globuli con crema di piastre, tato!” Lo chiamò entusiasta Dentalina, consapevole di aver fatto anche troppo per ingolosire quello stupidone di suo marito. “Evvai grand…” Dentalio stava per ultimare la lode, quando vide la porta principale della sua baracca scaraventarsi al suolo, con una botta incredibile …
Fasciato da capo a piedi con un rotolo di carta igienica, come al suo solito a gambe divaricate, la mummia si bloccò davanti al varco appena creatosi. “Brutto stronzo, non mi dai più una cazzo di provetta da 2 mesi, ti senti intelligente?” Disse quello strano essere. Dentalio si spaventò all’istante, tremava come un ghiacciolo. “Nnnoooo …” Rispose e volò un piatto in direzione dell’intruso, lo schivò per un pelo. “Ah, tenti di uccidermi! Vedrai la tua fine stasera, muahahahha …!” Uscirono vermi da quelle fasce, vermi che infestarono rapidamente tutta la dimora. Dentalio si ritirò di corsa a letto, molto provato. Dentalina rimase invece a lavare i piatti, come se niente fosse successo. “Fifone, fifone, hai paura di un mammalucco ancora in fasce!” Lo schernì la donna. “Bene, io ho già detto tutto. Sogni sereni a tutti voi! Bye bye!” Così dicendo, la mummia svanì, nelle tenebre della notte.
Con i lombrichi sulle gambe, Dentalina salì le scale, per coricarsi sulla piazza del letto a fianco del marito. Si abbandonò subito tra le coperte calde e sognò di fare l’amore con il partner, atto fisico che forse avrebbe potuto tranquillizzare lui. Mentre l’inconscio prendeva il sopravvento, quelle brutte bestiacce marroni strisciavano tra le lenzuola, fino a quando un rumore sospetto provenne dalla finestra che dava sull’esterno ... Un sobbalzo e Dentalio si trovò a sedere sul letto, respirando compulsivamente, senza tregua, troppo velocemente per un vecchiaccio come lui. Poté così vedere tutti quegli schifosi mostriciattoli dirigersi verso la finestra, dove stava affacciato un drago giallo, osceno e dagli occhi verdi. La bestia li inghiottì uno ad uno per poi sputare, con tutta la forza che aveva in gola, altrettante bisce lunghe mezzo metro ciascuna. Le serpi iniziarono ad aggrovigliare il letto dei due innamorati. Dentalio era paonazzo e vibrava come un Trudy di quelli con la cordicina, mentre Dentalina non si sarebbe destata nemmeno se qualcuno le avesse mollato un peto in faccia. Il padrone di casa la scosse violentemente, urlandole nell’orecchio: niente da fare, sembrava in coma …
Il drago ruppe la vetrata che lo divideva dall’interno della casa e si allungò per scrivere sul muro, col sangue: “Fai schifo … Non riesci nemmeno a fare un po’ di prelievi fatti bene, ora sarai tu il prelevato … La Mummia”. Dentalio passò da uno stato di terrore acuto ad una vera e propria ira, così si mise in piedi sul materasso senza toccare a terra, caricò le gambe e saltò la coltre di serpenti creatosi attorno a quelle doghe. Andò in cucina correndo per prendere un pezzo di legno resistente e tornò subito in camera. Con un balzo esagerato, si ritrovò in piedi sopra alle lenzuola, così iniziò a picchiare ovunque con quell’arma, preso da un istinto omicida irrefrenabile; peccato che indirizzò per sbaglio un colpo atroce sulla schiena di Dentalina …
Ella si rivoltò a terra dalla sua parte e fu lentamente consumata dagli esseri viscidi. Dentalio, preso dallo sconforto, perse i sensi e cadde, con il corpo duro come un mattone, sbattendo la testa contro lo spigolo del letto. Per fortuna, si riprese dopo venti minuti, tutto lacero, con qualche brutta ferita sul viso. Guardò la moglie, cercando di soffocare un urlo straziante: Dentalina posava a terra con le labbra divorate, gli occhi spalancati a morto e le vesti strappate a brandelli. Appena realizzò, Dentalio si chinò sul suo corpo, sulle spalle il peso struggente delle serpi maledette. Iniziò a piangere per qualche lungo minuto: aveva perso la donna che più lo faceva vincere nella sua vita, come avrebbe potuto stare in questo mondo senza di lei? L’unica soddisfazione possibile sarebbe stata la vendetta, andando a prendere la mummia, ovunque essa si fosse rifugiata.
Casualmente, Dentalio mise la mano sotto al letto e sentì qualcosa di duro al suo tatto: fece per tirar fuori l’oggetto, era una padella di plastica. Decise di colpire le 10 serpi che gli stritolavano il corpo, stordendole. Corse rapido verso l’uscita della camera, chiuse la porta con 4-5 giri di chiave e accelerò verso l’uscita al pianoterra, con una certa dose di adrenalina nel sangue. Prese il suo giubbotto dall’attaccapanni e si improvvisò velocista, girovagando per tutto il quartiere. La prima a destra, la seconda a sinistra, sempre dritto ed eccoci a casa della bastarda! Scavalcò il muretto e calpestò senza fare rumore il giardino pieno di fiori appassiti.
Carico di frenesia, Dentalio si affacciò alla finestra dall’esterno, senza destare sospetti: la mummia guardava una partita di calcio alla televisione, come entrare a disturbarla? Il grande uomo fece un giro di perlustrazione del giardino e, nella zona anteriore, vide un utensile conficcato in un’aiuola per la punta. L’arnese era attaccato con un filo alla presa della corrente e la punta in ferro era sepolta nella terra … Quello stupido usava il trapano per solcare la terra, bravo deficiente! Il nostro amico sfilò l’attrezzo dal suolo e lo puntò sullo stipite della porta, azionandolo …
Vzzzz, e la porta si bucava; Dentalio continuò a forare, fino a quando si avvicinò l’acerrimo nemico alla serratura … Aveva attirato la sua attenzione, ci era riuscito alla grande, peccato che Dentalio iniziò a sentire qualcosa di morbido dall’altra parte della punta, qualcosa di molto assimilabile ad un cervello … La porta si spalancò e si presentò un immagine terribile: la mano fasciata della Mummia era sospesa sulla maniglia, mentre la sua testa andava in frantumi. La punta penetrava sempre più nelle sue cavità cerebrali e Dentalio restava incastrato nella porta con il braccio sinistro. Il trapano era perfettamente funzionante e il suo componente più devastante continuava a roteare a velocità stratosferiche. Con il suo movimento, l’eroe staccò la porta dai cardini e avanzò dritto verso la sala d’ingresso …
“Pensavi di farla franca, lurido pezzente?” urlò violento Dentalio, spegnendo il Black & Decker. Restò immobile, a gambe divaricate, a contemplare la poltiglia di carta confusa sul pavimento, il suo nuovo datore di lavoro, insomma. Le sue mani erano ormai deboli e lasciarono cadere l’arma del delitto sulla “nuova Mummia”: non parlava più ormai, non chiedeva più nemmeno una provetta di sangue, quella sottospecie d’uomo!
Il grande Dentalio sorrise soddisfatto, con l’ingombro degli stipiti che lo trascinava gobbo verso la cucina. Sogghignando come un cretino, aprì tutte le credenze e divorò ogni provetta a portata di mano, finché il peso della porta non lo seppellì in quella orribile mangiatoia …
Aveva i capelli grigi ormai, di anni ne erano passati tanti e mentre coltivava i suoi fiori colorati ritornanavano nella mente vecchi ricordi, gli amori di un tempo, le gioie, i dolori, la bellezza soprattutto della sua donna per la quale aveva sofferto tanto. I suoi occhi meravigliosi innamorati persi, la sua dolcezza infinita, tutto riaffiorava dentro il suo cuore sembrava di rivivere quei momenti. I suoi fiori erano là a fargli compagnia ma l'amore era lontano nel cielo stellato. Aveva imparato tanto dalla vita, dopo aver provato il dolore, aveva capito che avrebbe dovuto riflettersi in quegli occhi tutte le volte senza perdere tempo, avrebbe dovuto respirare il respiro di lei senza annullarsi tra le incomprensioni della vita e vivere di lei con l'alzare dell'alba e abbracciarla al tramonto e nella notte coccolarla di carezze. Questi erano i pensieri del saggio che adesso invadevano la sua mente e sentiva una morsa che lo stringeva e una fitta al cuore lo tramortiva. Avrebbe voluto che il tempo tornasse indietro per potersi immergere nel suo amore grande ma la fitta era sempre più forte, era tardi per amare, molto tardi e anche i fiori appassivano giorno dopo giorno. Si era tardi molto tardi e al saggio non riamaneva altro che restare a guardare l'appassire dei suoi fiori tra le mani.
Questo è un'esperimento per me non scrivo quasi mai racconti, o meglio non
li ho mai pubblicati ... voglio mettermi in gioco .... vi ringrazio in anticipo per
la vostra pazienza ...
Un notte, o forse un giorno, perchè se pur noi non la vediamo di giorno non sempre
dorme la luna, sentì un sommesso pianto che saliva al cielo. Osservando attentamente vide una giovane ragazza, seduta su una panchina del parco, dal suo cuore saliva al cielo il dolore ed il pianto dagli occhi copioso cadeva, sobbalzavano le spalle dai singhiozzi. Tra le mani teneva uno specchio, sembrava volerlo interrogare come la strega di Biancaneve ed invece no, perchè il suo cuore a differenza di quella donna malvagia, era colmo di bontà. Più si osservava in quello specchio più si vedeva brutta, in fondo lo dicevano “le amiche del cuore”che era bruttina e non sapeva vestirsi, la mamma le ricordava che non sapeva trattare con le persone era troppo introversa e che nessun ragazzo l'avrebbe mai voluta, amata insomma si sentiva un fallimento totale brutta insignificante e stupida.
La luna fu colpita a quella vista al sentire quella sofferenza, vana tra l'altro, perchè la ragazza era molto carina, alta, il fisico dalle forme al punto giusto, capelli neri così neri che al sole avevano riflessi blu …. e gli occhi o quegli occhi scuri profondi
da perforare il cuore ed il luccichio delle lacrime li faceva brillare come perle rare … L'estate era alle porte e la signora luna decise di regalare un sogno a quella ragazza perchè vivesse un po di gioia e si circondasse di colore; volle così sostituirsi a Cupido, sapeva che vi era un ragazzo che girovagava in macchina senza meta, sui vent'anni bruno e riccio di capelli dai tratti orientali, anche lui aveva il cuore colmo di tristezza e di confusione ma era anche un giocherellone sapeva far ridere le persone anche se l'anima sua piangeva.
Guarda un po arrivato nei pressi del parco dove la ragazza sedeva, l'auto cominciò a sbuffare a tossicchiare e si spense …. umhm!!!! il ragazzo parcheggiò diede un' occhiata al motore sembrava tutto in ordine e di auto lui se ne intendeva!
Va beh, si disse farò due passi … fischiettando iniziò a passeggiare nel parco e senti
in lontananza i singhiozzi della ragazza, la vide … le si avvicinò … le sfiorò piano una spalla e disse “Perchè piangi bella principessa?” il suo sorriso illuminò come per magia l'intorno e la freccia centrò il bersaglio.
La luna ringrazio Dio di averle permesso di fare da tramite ad un incontro così importante … Da quel giorno la ragazza si sentì davvero una principessa molto ricca, ricca d'amore cominciò una vita nuova piena di sorprese, seppellì lo specchio sotto la panchina e da allora si specchiò soltanto più negli occhi del ragazzo bruno ….
La storia continua ….
li ho mai pubblicati ... voglio mettermi in gioco .... vi ringrazio in anticipo per
la vostra pazienza ...
Un notte, o forse un giorno, perchè se pur noi non la vediamo di giorno non sempre
dorme la luna, sentì un sommesso pianto che saliva al cielo. Osservando attentamente vide una giovane ragazza, seduta su una panchina del parco, dal suo cuore saliva al cielo il dolore ed il pianto dagli occhi copioso cadeva, sobbalzavano le spalle dai singhiozzi. Tra le mani teneva uno specchio, sembrava volerlo interrogare come la strega di Biancaneve ed invece no, perchè il suo cuore a differenza di quella donna malvagia, era colmo di bontà. Più si osservava in quello specchio più si vedeva brutta, in fondo lo dicevano “le amiche del cuore”che era bruttina e non sapeva vestirsi, la mamma le ricordava che non sapeva trattare con le persone era troppo introversa e che nessun ragazzo l'avrebbe mai voluta, amata insomma si sentiva un fallimento totale brutta insignificante e stupida.
La luna fu colpita a quella vista al sentire quella sofferenza, vana tra l'altro, perchè la ragazza era molto carina, alta, il fisico dalle forme al punto giusto, capelli neri così neri che al sole avevano riflessi blu …. e gli occhi o quegli occhi scuri profondi
da perforare il cuore ed il luccichio delle lacrime li faceva brillare come perle rare … L'estate era alle porte e la signora luna decise di regalare un sogno a quella ragazza perchè vivesse un po di gioia e si circondasse di colore; volle così sostituirsi a Cupido, sapeva che vi era un ragazzo che girovagava in macchina senza meta, sui vent'anni bruno e riccio di capelli dai tratti orientali, anche lui aveva il cuore colmo di tristezza e di confusione ma era anche un giocherellone sapeva far ridere le persone anche se l'anima sua piangeva.
Guarda un po arrivato nei pressi del parco dove la ragazza sedeva, l'auto cominciò a sbuffare a tossicchiare e si spense …. umhm!!!! il ragazzo parcheggiò diede un' occhiata al motore sembrava tutto in ordine e di auto lui se ne intendeva!
Va beh, si disse farò due passi … fischiettando iniziò a passeggiare nel parco e senti
in lontananza i singhiozzi della ragazza, la vide … le si avvicinò … le sfiorò piano una spalla e disse “Perchè piangi bella principessa?” il suo sorriso illuminò come per magia l'intorno e la freccia centrò il bersaglio.
La luna ringrazio Dio di averle permesso di fare da tramite ad un incontro così importante … Da quel giorno la ragazza si sentì davvero una principessa molto ricca, ricca d'amore cominciò una vita nuova piena di sorprese, seppellì lo specchio sotto la panchina e da allora si specchiò soltanto più negli occhi del ragazzo bruno ….
La storia continua ….
Ormai erano due settimane che lo rincorrevo, quel volto, apparsomi d'improvviso sul sudicio manifesto attaccato alla porta del saloon.
Al vederlo, ero stato percorso da una scarica elettrica, squassato come da un vuoto d'aria in cielo chiaro: era stata la materializzazione di un corpo astrale fino ad allora presente solo nei miei pensieri, nelle mie brame più profonde, nelle trame più audaci dei miei ricorrenti sogni notturni.
Da troppo tempo vivevo una vita irrealizzata, condizionata dalla tragedia che aveva travolto, in pochi, brevi ma implacabili minuti, la mia quieta infanzia nel ranch paterno.
In quei pochi attimi i banditi, arrivati a viso scoperto, certo da lontano, avevano afferrato i soldi che erano in casa e, senza remore né pietà, avevano ucciso mio padre che accorreva dai campi.
Poi s'erano dileguati, nascosti dalla polvere rossa sollevata dai cavalli.
Da allora ero cambiato.
I loro volti erano rimasti stampati nella mia mente; i miei pensieri ed un sogno, ossessivamente ripetuto erano trucemente colorati dal sangue della vendetta, che costruivo dettaglio su dettaglio: come li avrei inseguiti, scoperti, guardati negli occhi, e poi come, lentamente, molto lentamente, con cinque pallottole ciascuno, li avrei crocefissi sul terreno secco della strada.
Così ero cresciuto, senza arte né parte, chiuso in me stesso, senza amici, senza donne amate davvero, senza futuro, accompagnato solo dai miei sogni irrealizzati.
Ora, da due settimane, di città in città, inseguivo la traccia lasciata dai manifesti, in cui il volto stampato sembrava chiamarmi e dirmi: sono io la persona che cerchi, trovami se sei capace, devastami il cuore se ne sei all'altezza e se ne hai il coraggio.
Avvicinandomi a Tucson mi sembrava di vedere quel volto disegnarsi nell'aria fine, di sentirne il richiamo nel sibilo del vento freddo che scendeva dalle colline.
Andai diritto verso il saloon; anche lì c'era il solito manifesto, attaccato di fresco.
Scendendo da cavallo sentii battere forte il cuore e mille pensieri turbinare nel cervello: sarei stato capace di avvicinarmi, di dire le parole giuste, fare i gesti appropriati in quell'unica occasione che mi si presentava per dare finalmente una svolta alla mia vita inconcludente, di realizzare uno dei sogni che da sempre mi tenevano compagnia nelle lunghe notti travagliate da improvvisi risvegli?
Entrai.
Era là, in fondo alla sala, vicino al pianista.
Più bella che nei manifesti che avevo inseguito, più incantevole della donna che avevo conosciuto e conquistato nell'unico sogno bello che sognavo e che ora forse poteva avverarsi, se solo avessi trovato le parole giuste.
Attraversai la sala lentamente, guardandola negli occhi; lei, sorpresa, smise di cantare.
Non so più le parole che dissi, ma erano certo quelle giuste.
Ora lei canta le ninnananna ai nostri figli.
La mia vita è cambiata, un'altra volta.
Dio voglia che sia per sempre.
Al vederlo, ero stato percorso da una scarica elettrica, squassato come da un vuoto d'aria in cielo chiaro: era stata la materializzazione di un corpo astrale fino ad allora presente solo nei miei pensieri, nelle mie brame più profonde, nelle trame più audaci dei miei ricorrenti sogni notturni.
Da troppo tempo vivevo una vita irrealizzata, condizionata dalla tragedia che aveva travolto, in pochi, brevi ma implacabili minuti, la mia quieta infanzia nel ranch paterno.
In quei pochi attimi i banditi, arrivati a viso scoperto, certo da lontano, avevano afferrato i soldi che erano in casa e, senza remore né pietà, avevano ucciso mio padre che accorreva dai campi.
Poi s'erano dileguati, nascosti dalla polvere rossa sollevata dai cavalli.
Da allora ero cambiato.
I loro volti erano rimasti stampati nella mia mente; i miei pensieri ed un sogno, ossessivamente ripetuto erano trucemente colorati dal sangue della vendetta, che costruivo dettaglio su dettaglio: come li avrei inseguiti, scoperti, guardati negli occhi, e poi come, lentamente, molto lentamente, con cinque pallottole ciascuno, li avrei crocefissi sul terreno secco della strada.
Così ero cresciuto, senza arte né parte, chiuso in me stesso, senza amici, senza donne amate davvero, senza futuro, accompagnato solo dai miei sogni irrealizzati.
Ora, da due settimane, di città in città, inseguivo la traccia lasciata dai manifesti, in cui il volto stampato sembrava chiamarmi e dirmi: sono io la persona che cerchi, trovami se sei capace, devastami il cuore se ne sei all'altezza e se ne hai il coraggio.
Avvicinandomi a Tucson mi sembrava di vedere quel volto disegnarsi nell'aria fine, di sentirne il richiamo nel sibilo del vento freddo che scendeva dalle colline.
Andai diritto verso il saloon; anche lì c'era il solito manifesto, attaccato di fresco.
Scendendo da cavallo sentii battere forte il cuore e mille pensieri turbinare nel cervello: sarei stato capace di avvicinarmi, di dire le parole giuste, fare i gesti appropriati in quell'unica occasione che mi si presentava per dare finalmente una svolta alla mia vita inconcludente, di realizzare uno dei sogni che da sempre mi tenevano compagnia nelle lunghe notti travagliate da improvvisi risvegli?
Entrai.
Era là, in fondo alla sala, vicino al pianista.
Più bella che nei manifesti che avevo inseguito, più incantevole della donna che avevo conosciuto e conquistato nell'unico sogno bello che sognavo e che ora forse poteva avverarsi, se solo avessi trovato le parole giuste.
Attraversai la sala lentamente, guardandola negli occhi; lei, sorpresa, smise di cantare.
Non so più le parole che dissi, ma erano certo quelle giuste.
Ora lei canta le ninnananna ai nostri figli.
La mia vita è cambiata, un'altra volta.
Dio voglia che sia per sempre.
“Pronto?...”, disse Silvia al suo inseparabile cellulare
“Ciao Silvia come stai?”, chiese Dario, il suo più caro amico.
“Non tanto bene, sono molto stanca e ho qualche problemino con i miei collaboratori”, disse Silvia felice di sentire la voce del suo amico.
“Ti sento dalla voce che sei un po’ giù, passo da te e mi racconti”, le disse con la sua solita dolcezza.
Dario era il suo più caro amico, a lui confidava molte cose. Parlava più con lui che con suo marito, con lui aveva un bellissimo rapporto, un misto tra amicizia, amore e affetto materno. Lui era molto più giovane di lei.
Si eravamo conosciuti ad una mostra di quadri e non avevano mai smesso di sentirsi. Anche lui era sposato e aveva qualche problema con la moglie. Assieme si confortavamo e si aiutavamo.
Spesso si era chiesta se un giorno sarebbe finita a letto con lui. Dario non era bellissimo, era molto intelligente, colto e sensibile. La sua bellezza interiore superava quella esteriore. Lui la vedeva bella, ma penso sia stata la loro grande intesa che gli facesse dire quello.
“Vieni, sono sola mio marito torna domani è ad una partita con mio figlio”, disse felice di poter raccontare i suoi problemi a qualcuno”. Quando si ha la fortuna di confidarsi con una persona fidata i racconti che escono da noi rendono più leggere le nostre pene.
“Tu sei libero oggi?”, chiese incredula.
“Il mio capo non sta bene, ha annullato gli impegni e mi ha dato la giornata libera”. Dario lavorava presso un avvocato in attesa di aprirsi uno studio suo.
“Ti aspetto, vieni”. Dario non era mai salito a casa sua era andato qualche volta a prenderla per recarsi alle mostre di pittura.
“ Ciao, come sei vestito?, gli chiesi ridendo.
“ E’ vero, sono sempre in giacca e cravatta, ma oggi ho fatto una follia, sono in tuta da ginnastica”, gli rispose ridendo, l’abbracciò e le diede un bacio.
“Parli tu che sei sempre in tuta da ginnastica”, rispose stringendola più forte e baciandola sull’altra guancia.
“Ma io lo faccio per esigenze lavorative”, rispose Silvia un po’ imbarazzata per i suoi baci. Silvia
gestiva un centro sportivo.
Si sedettero sul divano, Silvia iniziò a parlare e Dario a darle consigli. La fissava e le stava molto vicino. Ad un certo punto Silvia smise di parlare e abbassò lo sguardo.
“Cosa c’è?” , disse Dario.
“Smettila di guardarmi cosi”, disse Silvia imbarazzata.
“Sai perché ti guardo così? Perché ho voglia di fare l’amore con te”, disse Dario abbassando il tono di voce e accarezzandole i capelli.
Laura non disse niente continuò a tacere e a tenere lo sguardo basso. In realtà anche lei lo desiderava, ma si vergognava e in quel momento forse avrebbe voluto essere da un’altra parte.
Lui cercò di baciarla, lei si alzò di scatto, ma lui agilmente l’ afferrò e la fece sedere sulle sue ginocchia.
Silvia perse le forze e lo abbracciò. La mano di Dario era già tra le gambe di Silvia.
“Ti voglio bene, ma forse non è il caso siamo sposati”, la voce le tremava.
“Perché non la smetti di rompere i coglioni, è quello che vuoi anche tu, fammi sentire”, disse Dario sorridendo.
Mise la mano nei pantaloni della tuta di Silvia e infilò con molta facilità il dito dentro di lei.
“Sento amore, come mi desideri”, la sua voce era vellutata.
Tolse la mano dai suoi pantaloni e mentre la baciava, le tolse la maglietta e la lasciò con il reggiseno.
“Che bella che sei” disse con passione.
“Ma se non ho tette” , disse ridendo.
“Ne hai quanto basta”, disse mentre le toglieva il reggiseno.
In un attimo fu nuda e lui dentro di lei.
“E’ tanto che ti voglio tesoro”, le diceva mentre andava e veniva con dolcezza.
Silvia non riusciva più a rispondere.
Durò molto poco, entrambi non lo facevamo da tanto tempo.
Silvia si rivestì, aveva vergogna a rimanere nuda.
“Perché ti rivesti? Sei così bella!”, Dario l’ abbracciò e continuò a baciarla.
“La prossima volta andrà meglio, scusa”, disse lui mortificato
“Ma non rompere scemo, non me ne frega niente! L’importante è stare con te”,disse Silvia.
Ora come la mettiamo?, disse Dario.
“Tutto fermo e statico … amicizia, amore, affetto materno” disse lei abbracciandolo forte.
“ Che domande sceme faccio ….”
Il giorno dopo Silvia pensò a quanto avesse rischiato facendo salire Dario a casa sua. Se fosse entrato per qualsiasi motivo suo marito e suo figlio mentre …. Non ci voleva nemmeno pensare e si malediva per quanto fosse stata incauta.
Da quel giorno Dario e Silvia si frequentarono molto spesso. Riuscirono a vedersi inventando le scuse più fantasiose.
Silvia stava vivendo una storia che le dava molta gioia, ma nello stesso tempo i sensi di colpa erano molto forti.
Silvia non pensava che a Dario, lo amava e questo la spaventava. Aveva una vita molto tranquilla. Questo ragazzo avrebbe potuto sconvolgerla. Questo poteva succedere anche a Dario, anche se con sua moglie aveva qualche problema.
“Questa sera vado alla riunione del circolo culturale”, disse Silvia al marito. Silvia prese l’auto e raggiunse Dario in un parcheggio di un grande condominio. Scese dall’ auto ed entrò su quella di Dario. “Ciao tesoro, mi sei mancata tanto” , le disse Dario. “Anche tu” , rispose Silvia. Dario in un baleno tirò giù il sedile di Silvia e la baciò con passione. “Aspetta, non qui” , cercò di dire Silvia. Dario aveva già tirato giù i pantaloni, e cercava di togliere anche quelli di Silvia. Furono inutili i tentativi di dissuaderlo, Dario andò con la testa tra le gambe di Silvia.
“E’ pericoloso qua”, furono le ultime parole di Silvia, poi si lasciò trasportare dal piacere. Quando Dario iniziò ad usare anche le dita gemette con trasporto, Dario disse: “ Voglio sentirti urlare di piacere”.
Silvia era troppo timida per urlare, ma Dario le piaceva così tanto che per lui avrebbe fatto follie.
“Vieni vicino a me”, disse Silvia. Dario salì sopra di lei e la penetrò con forza. Era estate faceva molto caldo. “Come sei bella così tutta sudata” Silvia sorrideva e non aveva la forza di parlare, ma prese tra le mani il viso e Dario e gli disse: “Ti amo”.
Quando arrivò a casa suo marito la stava aspettando sul divano di casa. Silvia fu sorpresa perché questo non era mai successo. Il suo cuore iniziò ad aumentare i battiti. “ Ciao”, Silvia non riuscì a dire altro.
“Ciao”, disse suo marito. “Adesso mi dici dove sei stata”, continuò il marito con voce ferma e decisa.
Silvia si sentì morire, non era in grado di affrontare una discussione simile, ma cercò di mantenere la calma.
“Perché me lo chiedi?, prima di uscire te l’ho detto. E’ successo qualcosa?”, chissà se aveva usato le parole giuste …
“Sì, è successo che, appena sei uscita, la responsabile del circolo culturale ha telefonato dicendomi che la riunione sarà giovedì prossimo.”
Silvia guardò il cellulare, che per errore era in modalità silenzioso e vide una chiamata non risposta, il numero era quello del circolo culturale. Maledisse la responsabile del circolo che non trovandola telefonò a suo marito.
“Sì, va bene, ma noi ci siamo trovati per decidere altre cose”, disse Silvia con la voce tremante.
“ Non dire più balle”, urlò il marito. “ Sono venuto alla sede ed era tutto chiuso!! Dov’eri?” , urlò ancora più forte.
Silvia abbassò lo sguardo. “ Ero a casa di un’amica del circolo ci siamo trovate in poche per una cosa.” “Dimmi a casa di chi, voglio nome e cognome”, disse il marito avvicinandosi a Silvia tanto da farle paura.
Silvia non riuscì più a mantenere la calma e scoppiò a piangere.
“ Con chi ti vedi, sono mesi che racconti balle … Con chi ti vedi? Dimmelo!” Urlò e strattonò Silvia tanto da farle perdere l’equilibrio.
Silvia, in quel momento capì che il marito sapeva da tempo e seduta a terra continuò a piangere.
“ Cosa ti ho fatto? Cosa c’è che non va in me? Perché hai bisogno di un altro? Non pensi a tuo figlio?”
In effetti aveva ragione non c’era niente che non andasse in lui, lei si era semplicemente innamorata di un altro.
Silvia, continuò a rimanere a terra e a piangere.
Il marito sempre più nervoso perse il controllo e sferrò un calcio dritto all’addome di Silvia.
Silvia perse i sensi. Il marito si allontanò, le girò le spalle e continuò “ Dimmi chi è?”
Silvia non era più in grado di rispondere le violenza del calcio arrivò al fegato che lacerandosi causò una emorragia interna.
Vedendola immobile il marito si avvicinò a lei “ Non fare scene, alzati!” Silvia, respirava ancora, ma il suo pallore insospettì il marito.
“ Silvia, Silvia, rispondi”, preso dal panico cercò il telefono per chiamare i soccorsi. Si avvicinò nuovamente a Silvia, lei non respirava più.
“Pronto, 118 …. Pronto …”
Capitolo chiuso
la vita è difficile
con tanta sofferenza
i periodi belli...felici
sono stati frantumati
dalla sofferenza
dal dolore.
Ad un certo punto capisci
di esser arrivata al limite
allora devi chiudere il capitolo.
Lo devi a te stessa
chiudere con il passato.
Dimenticare gli anni meravigliosi
che non torneranno più
frantumata dentro.
Esperienze che fortificano
fanno crescere
interiormente.
Ma fanno male...
molto male.
Chiudere la pagina di una vita
chiudere un libro
che non hai finito di leggere
vorrei cancellare quel capitolo.
Vorrei lanciarmi
senza paracadute
Sento un gran vuoto dentro
Sono svuotata......
mi sento morire.
la vita è difficile
con tanta sofferenza
i periodi belli...felici
sono stati frantumati
dalla sofferenza
dal dolore.
Ad un certo punto capisci
di esser arrivata al limite
allora devi chiudere il capitolo.
Lo devi a te stessa
chiudere con il passato.
Dimenticare gli anni meravigliosi
che non torneranno più
frantumata dentro.
Esperienze che fortificano
fanno crescere
interiormente.
Ma fanno male...
molto male.
Chiudere la pagina di una vita
chiudere un libro
che non hai finito di leggere
vorrei cancellare quel capitolo.
Vorrei lanciarmi
senza paracadute
Sento un gran vuoto dentro
Sono svuotata......
mi sento morire.
Alla fine aveva deciso, si era detto: ora basta.
Era uscito dall'ufficio, al calar della sera, con chiara in testa la decisione presa: basta, basta con il segreto, con le bugie inventate al momento, basta con una storia parallela che creava troppe complicazioni ad una serena vita di coppia.
Già da qualche tempo leggeva negli occhi di sua moglie e di Angela, sua figlia sedicenne, l'aura di un dubbio, l'ombra di un'incredulità che man mano prendeva forma.
Sapeva che tutti, da sempre, lo consideravano uomo insospettabile della minima scorrettezza, offesa, deviazione dalla retta via. Eppure ora il sospetto aleggiava nell'aria, sino a pochi mesi fa tersa, di casa sua.
Certo, aveva sbagliato a non raccontare subito a sua moglie di quell'incontro; ma aveva avuto forte il desiderio di tenersi uno scampolo di vita tutto per sé, un'ora al di fuori dal corso preordinato della sua esistenza "ufficiale".
Ora basta, avrebbe detto tutto a sua moglie, avrebbe lacerato quel velo tutto personale, un po' romantico, che avvolgeva quella sua ora serale.
Sì, doveva riconoscerlo, era da aprile, da quando l'aveva conosciuta al parco che attraversava per tornare a casa la sera, che aveva improvvisamente mutato, seppur di poco, l'orario del suo ritorno: usciva dall'ufficio una trentina di minuti prima e arrivava a casa una decina di minuti più tardi.
Era accaduto in una delle prime serate tiepide di primavera; camminava lentamente, godendo la giornata allungata, il ritrovato verdeggiare delle piante e dei prati, il volo degli uccelli; dapprima il suo sguardo aveva sfiorato appena la figuretta seduta, quasi accasciata sulla panchina. Aveva sentito subito un doppio impulso: a continuare per la sua strada ma anche a fermarsi come se quella donna lo chiamasse.
Si era fermato e da quel fermarsi la sua vita aveva preso un nuovo corso.
Ora basta, si era detto ancora, aprendo la porta di casa.
Appena entrato era stato assalito dalla moglie con gli occhi arrossati di pianto, aveva visto la figlia, che piangeva pure lei seduta sul divano.
"Come hai potuto - gridava la moglie, fissandolo con il viso stravolto - so tutto, è una settimana che mio fratello ti segue quando esci dall'ufficio e vai sempre lì, in quell'appartamento del terzo piano in via Goito, da questa Clotilde nonsochè".
"Ora basta - urlava ancora - non posso, anzi non possiamo, vero Angela, non possiamo più vivere con te. Ti prego di lasciare subito, stasera stessa, questa casa. Angela ed io andiamo a cena da mio fratello, al ritorno non vogliamo più vederti, hai capito".
Lui era rimasto impietrito, quell'odio nello sguardo di lei gli era sconosciuto ed inaspettato, sembrava un'altra donna, non quella che da quasi vent'anni gli era accanto; e Angela, così distaccata, così certa della colpa del padre, così irraggiungibile, sembrava una ragazza che si trovasse lì per caso, non fosse stato per il pianto, più di rabbia che di dolore, che la scuoteva. Gli era sembrato che mormorasse, tra i singulti: cosa diranno le mie amiche, cosa...
Impietrito era ed impietrito era rimasto, non aveva detto nulla, del resto la moglie nemmeno gliene aveva dato il tempo: "andiamo, Angela" - aveva detto, senza nemmeno più guardarlo.
Erano uscite tutte e due, dalla casa, dal suo cuore e dalla sua vita.
In cucina si era versato un bicchiere d'acqua e, seduto al tavolo, aveva rimuginato sul da farsi.
Avrebbe potuto telefonare al cognato e spiegarli tutto, la situazione si sarebbe sicuramente risolta; ma non riusciva a dimenticare quello sguardo davvero cattivo di sua moglie e la distanza di Angela.
Infine aveva preparato due valigie con i suoi vestiti ed effetti personali ed era uscito.
Ormai da tre mesi vive nella camera degli ospiti di Clotilde, settantatreenne fragile signora vedova e quasi totalmente cieca.
Continua ogni sera, quando torna dall'ufficio, a leggerle il giornale, un libro o il gossip delle riviste, esattamente come le aveva promesso quel giorno di aprile, al parco, per rasserenarla della sua disperata solitudine.
Certo, un'azione gentile, ma non altruista: a lui piace quel ritaglio di tempo dedicato a Clotilde ma anche a se stesso, all'altro se stesso che, se rinascesse, sceglierebbe certamente una
vita diversa da quella che aveva condotto sino a pochi mesi prima, meno ricca di apparenza ma più piena di generosità.
Ha, per questo, perso una famiglia? si domanda di tanto in tanto. Forse si, forse no, si risponde, dipende dai punti di vista.
Ora basta, si dice ancora, pensiamo al domani.
Era uscito dall'ufficio, al calar della sera, con chiara in testa la decisione presa: basta, basta con il segreto, con le bugie inventate al momento, basta con una storia parallela che creava troppe complicazioni ad una serena vita di coppia.
Già da qualche tempo leggeva negli occhi di sua moglie e di Angela, sua figlia sedicenne, l'aura di un dubbio, l'ombra di un'incredulità che man mano prendeva forma.
Sapeva che tutti, da sempre, lo consideravano uomo insospettabile della minima scorrettezza, offesa, deviazione dalla retta via. Eppure ora il sospetto aleggiava nell'aria, sino a pochi mesi fa tersa, di casa sua.
Certo, aveva sbagliato a non raccontare subito a sua moglie di quell'incontro; ma aveva avuto forte il desiderio di tenersi uno scampolo di vita tutto per sé, un'ora al di fuori dal corso preordinato della sua esistenza "ufficiale".
Ora basta, avrebbe detto tutto a sua moglie, avrebbe lacerato quel velo tutto personale, un po' romantico, che avvolgeva quella sua ora serale.
Sì, doveva riconoscerlo, era da aprile, da quando l'aveva conosciuta al parco che attraversava per tornare a casa la sera, che aveva improvvisamente mutato, seppur di poco, l'orario del suo ritorno: usciva dall'ufficio una trentina di minuti prima e arrivava a casa una decina di minuti più tardi.
Era accaduto in una delle prime serate tiepide di primavera; camminava lentamente, godendo la giornata allungata, il ritrovato verdeggiare delle piante e dei prati, il volo degli uccelli; dapprima il suo sguardo aveva sfiorato appena la figuretta seduta, quasi accasciata sulla panchina. Aveva sentito subito un doppio impulso: a continuare per la sua strada ma anche a fermarsi come se quella donna lo chiamasse.
Si era fermato e da quel fermarsi la sua vita aveva preso un nuovo corso.
Ora basta, si era detto ancora, aprendo la porta di casa.
Appena entrato era stato assalito dalla moglie con gli occhi arrossati di pianto, aveva visto la figlia, che piangeva pure lei seduta sul divano.
"Come hai potuto - gridava la moglie, fissandolo con il viso stravolto - so tutto, è una settimana che mio fratello ti segue quando esci dall'ufficio e vai sempre lì, in quell'appartamento del terzo piano in via Goito, da questa Clotilde nonsochè".
"Ora basta - urlava ancora - non posso, anzi non possiamo, vero Angela, non possiamo più vivere con te. Ti prego di lasciare subito, stasera stessa, questa casa. Angela ed io andiamo a cena da mio fratello, al ritorno non vogliamo più vederti, hai capito".
Lui era rimasto impietrito, quell'odio nello sguardo di lei gli era sconosciuto ed inaspettato, sembrava un'altra donna, non quella che da quasi vent'anni gli era accanto; e Angela, così distaccata, così certa della colpa del padre, così irraggiungibile, sembrava una ragazza che si trovasse lì per caso, non fosse stato per il pianto, più di rabbia che di dolore, che la scuoteva. Gli era sembrato che mormorasse, tra i singulti: cosa diranno le mie amiche, cosa...
Impietrito era ed impietrito era rimasto, non aveva detto nulla, del resto la moglie nemmeno gliene aveva dato il tempo: "andiamo, Angela" - aveva detto, senza nemmeno più guardarlo.
Erano uscite tutte e due, dalla casa, dal suo cuore e dalla sua vita.
In cucina si era versato un bicchiere d'acqua e, seduto al tavolo, aveva rimuginato sul da farsi.
Avrebbe potuto telefonare al cognato e spiegarli tutto, la situazione si sarebbe sicuramente risolta; ma non riusciva a dimenticare quello sguardo davvero cattivo di sua moglie e la distanza di Angela.
Infine aveva preparato due valigie con i suoi vestiti ed effetti personali ed era uscito.
Ormai da tre mesi vive nella camera degli ospiti di Clotilde, settantatreenne fragile signora vedova e quasi totalmente cieca.
Continua ogni sera, quando torna dall'ufficio, a leggerle il giornale, un libro o il gossip delle riviste, esattamente come le aveva promesso quel giorno di aprile, al parco, per rasserenarla della sua disperata solitudine.
Certo, un'azione gentile, ma non altruista: a lui piace quel ritaglio di tempo dedicato a Clotilde ma anche a se stesso, all'altro se stesso che, se rinascesse, sceglierebbe certamente una
vita diversa da quella che aveva condotto sino a pochi mesi prima, meno ricca di apparenza ma più piena di generosità.
Ha, per questo, perso una famiglia? si domanda di tanto in tanto. Forse si, forse no, si risponde, dipende dai punti di vista.
Ora basta, si dice ancora, pensiamo al domani.






