Problemi su problemi sempre affrontati insieme in tutti quegl'anni di matrimonio.
Lui spesso non sopportava il modo irruento di lei, ma nel suo agitarsi poi lei trovava le soluzioni e alla fine lui riconosceva di avere a suo fianco una grande donna. Litigavano per cose da nulla, se ne stavano un pò in silenzio, si guardavano, e facevano l'amore.
Spesso era sesso talmente sfrenato che non aveva una benchè minima parvenza d'amore, sembrava più una guerra, e poi giacevano esanimi in quei lenzuoli che ne avevano vissute tante di quelle battaglie.
Ma quella sera fu diverso, lui l'aveva vista scendere dalla macchina sotto lo sguardo ammirato di un altro uomo, e si era reso conto all'improvviso che la sua donna era desiderata, e che se non si fosse regolato qualcuno avrebbe potuto portargliela via.
Era bella sotto quei raggi del sole che filtravano fra le nubi, penetrando fra i riccioli neri. La sua bocca con un filo di lucidalabbra che era invitante come una torta alla frutta, quegli occhi scuri splendenti e profondi coperti dagli occhiali da sole che lei portava anche quando non c'era il sole, spesso per coprire le lacrime che lui gli aveva fatto piangere.
Fu un attimo in cui lui decise che sarebbe stato più dolce con lei, le andò incontro, sfidando gli sguardi che guardavano la sua donna e lui l'abbracciò.
Sembrò che anche il cielo fosse commosso da quel gesto, una nuvola oscurò il sole e sembrò piangere su quell'amore, lui aprì l'ombrello, e la strinse a se.
Lei non desiderava altro e benedisse quella pioggia di settembre.
Lui spesso non sopportava il modo irruento di lei, ma nel suo agitarsi poi lei trovava le soluzioni e alla fine lui riconosceva di avere a suo fianco una grande donna. Litigavano per cose da nulla, se ne stavano un pò in silenzio, si guardavano, e facevano l'amore.
Spesso era sesso talmente sfrenato che non aveva una benchè minima parvenza d'amore, sembrava più una guerra, e poi giacevano esanimi in quei lenzuoli che ne avevano vissute tante di quelle battaglie.
Ma quella sera fu diverso, lui l'aveva vista scendere dalla macchina sotto lo sguardo ammirato di un altro uomo, e si era reso conto all'improvviso che la sua donna era desiderata, e che se non si fosse regolato qualcuno avrebbe potuto portargliela via.
Era bella sotto quei raggi del sole che filtravano fra le nubi, penetrando fra i riccioli neri. La sua bocca con un filo di lucidalabbra che era invitante come una torta alla frutta, quegli occhi scuri splendenti e profondi coperti dagli occhiali da sole che lei portava anche quando non c'era il sole, spesso per coprire le lacrime che lui gli aveva fatto piangere.
Fu un attimo in cui lui decise che sarebbe stato più dolce con lei, le andò incontro, sfidando gli sguardi che guardavano la sua donna e lui l'abbracciò.
Sembrò che anche il cielo fosse commosso da quel gesto, una nuvola oscurò il sole e sembrò piangere su quell'amore, lui aprì l'ombrello, e la strinse a se.
Lei non desiderava altro e benedisse quella pioggia di settembre.
11 commenti
Anarchico ti professi,
nel deserto metropolitano.
Orecchino sul naso,
capelli non piu' veri
e un tatuaggio sul petto:
mini quadro allusivo
di un occupante abusivo.
Loquela rabbiosa e fluente;
rifiuti il dialogo
con chi ha promesso
senza mantenere niente.
Le leggi dello Stato
relegate nell'immondizia:
turpiloquio sfoderi,
senza freni
con grave dovizia.
I tuoi strali truculenti
non risparmiano
una societa'
chiamata Chiesa
Per tanti perbenisti
tacciato sei di immoralita'
e malvivenza.
Ti chiamano teppista,
perche' non ti declami idealista.
Cattivo,forse,
ma anche vittima:
di una famiglia,
che non ti ha mai parlato
e ti ha sopportato;
di un lavoro dignitoso,
tanto cercato con affanno,
ma da altri accaparrato
con inganno;
di chi si professa cristiano,
ma si guarda bene
dal tenderti la mano.
nel deserto metropolitano.
Orecchino sul naso,
capelli non piu' veri
e un tatuaggio sul petto:
mini quadro allusivo
di un occupante abusivo.
Loquela rabbiosa e fluente;
rifiuti il dialogo
con chi ha promesso
senza mantenere niente.
Le leggi dello Stato
relegate nell'immondizia:
turpiloquio sfoderi,
senza freni
con grave dovizia.
I tuoi strali truculenti
non risparmiano
una societa'
chiamata Chiesa
Per tanti perbenisti
tacciato sei di immoralita'
e malvivenza.
Ti chiamano teppista,
perche' non ti declami idealista.
Cattivo,forse,
ma anche vittima:
di una famiglia,
che non ti ha mai parlato
e ti ha sopportato;
di un lavoro dignitoso,
tanto cercato con affanno,
ma da altri accaparrato
con inganno;
di chi si professa cristiano,
ma si guarda bene
dal tenderti la mano.
Tutto cominciò con un paio di stringhe da scarpe, marroni, sottili, arrotondate.
Naturalmente, anch'io, come gli altri ragazzi della scuola, la guardavo, valutavo i suoi seni, che apparivano sodi sotto la blusa accollata, ammiravo le sue lunghe gambe, forti, ma armoniose, con le quali aveva vinto la gara di salto in lungo femminile. Ma più di tutto mi piaceva la sua pelle, tenuemente rosa, con lentiggini sparse, e profumata naturalmente, come quella di un bebé di sei mesi. Bastava starle ben vicino, per sentirlo, quel leggero, delicato profumo.
Gli altri ragazzi le ronzavano sempre intorno - lei era certo la ragazza più bella ed interessante fra quelle che frequentavano il liceo - e lei domava i loro bollenti spiriti con la freschezza del suo sorriso luminoso. Io invece, me ne stavo un po' in disparte, non mi sono mai piaciuti i posti affollati, e l'ammiravo da lontano. Ogni tanto ci capitava di scambiare qualche parola, specie durante le lezioni di francese, che avevamo in comune, benché io frequentassi il liceo scientifico, lei il classico. Sedevo nel banco dietro a lei, dove ogni tanto mi raggiungeva un alito del profumo della sua pelle.
Ma per il resto, le stavo appunto distante, forse per timidezza, più probabilmente per insicurezza.
Poi arrivò il giorno delle stringhe.
Come quasi sempre accade, è la donna che sceglie l'uomo che la sceglierà; meglio ancora, sono spesso le donne che fanno il passo determinante perché una possibile storia abbia inizio.
Quel giorno, erano circa le otto e un quarto di un bel mattino soleggiato, eravamo quasi tutti fuori della scuola, in attesa del suono della campanella che chiamasse alla prima ora di lezione, quando la vidi staccarsi dalla nube di corteggiatori che come sempre l'avvolgeva, e venire verso di me sorridendo. Non era mai successo prima.
"Ciao, Francesco, come stai?" mi chiese.
"Ciao, Valeria, bene, grazie, e tu?"
"Senti, non ti offendere, ti ho comprato queste" e mi porse un paio di stringhe da scarpe, marroni, sottili, arrotondate.
La guardai interrogativamente, senza capire bene cosa stesse succedendo.
"È un po' che ho notato che le stringhe delle tue scarpe sono tutte rotte, penso che fai fatica persino a fare il nodo, e non è bello da vedere. Così ieri sono passata dal calzolaio e te ne ho comprato un paio. Voi ragazzi siete un po' pigri per queste cose!", mi disse ancora, sorridendo e continuando a porgermi le stringhe.
Io le presi e non sapevo cosa dire; non sapevo se sentirmi umiliato per essere stato colto in peccato di sciatteria, o se essere esaltato per il fatto che lei mi avesse guardato con particolare attenzione e pensato a me, andando a comprare quelle stringhe, che ora stringevo nella mano.
"Non me le devi pagare", aggiunse, sempre più sorridente,"magari sabato m'inviti a prendere un tè in pasticceria"
Sono passati ormai più di venticinque anni da quella mattina. Abbiamo avuto due figli, ed oggi il primogenito, che fa anche lui il liceo scientifico, era raggiante: pare che la brunetta che gli piace tanto gli abbia portato un CD, da mettere su quando fa i compiti.
Se tanto mi dà tanto...
Naturalmente, anch'io, come gli altri ragazzi della scuola, la guardavo, valutavo i suoi seni, che apparivano sodi sotto la blusa accollata, ammiravo le sue lunghe gambe, forti, ma armoniose, con le quali aveva vinto la gara di salto in lungo femminile. Ma più di tutto mi piaceva la sua pelle, tenuemente rosa, con lentiggini sparse, e profumata naturalmente, come quella di un bebé di sei mesi. Bastava starle ben vicino, per sentirlo, quel leggero, delicato profumo.
Gli altri ragazzi le ronzavano sempre intorno - lei era certo la ragazza più bella ed interessante fra quelle che frequentavano il liceo - e lei domava i loro bollenti spiriti con la freschezza del suo sorriso luminoso. Io invece, me ne stavo un po' in disparte, non mi sono mai piaciuti i posti affollati, e l'ammiravo da lontano. Ogni tanto ci capitava di scambiare qualche parola, specie durante le lezioni di francese, che avevamo in comune, benché io frequentassi il liceo scientifico, lei il classico. Sedevo nel banco dietro a lei, dove ogni tanto mi raggiungeva un alito del profumo della sua pelle.
Ma per il resto, le stavo appunto distante, forse per timidezza, più probabilmente per insicurezza.
Poi arrivò il giorno delle stringhe.
Come quasi sempre accade, è la donna che sceglie l'uomo che la sceglierà; meglio ancora, sono spesso le donne che fanno il passo determinante perché una possibile storia abbia inizio.
Quel giorno, erano circa le otto e un quarto di un bel mattino soleggiato, eravamo quasi tutti fuori della scuola, in attesa del suono della campanella che chiamasse alla prima ora di lezione, quando la vidi staccarsi dalla nube di corteggiatori che come sempre l'avvolgeva, e venire verso di me sorridendo. Non era mai successo prima.
"Ciao, Francesco, come stai?" mi chiese.
"Ciao, Valeria, bene, grazie, e tu?"
"Senti, non ti offendere, ti ho comprato queste" e mi porse un paio di stringhe da scarpe, marroni, sottili, arrotondate.
La guardai interrogativamente, senza capire bene cosa stesse succedendo.
"È un po' che ho notato che le stringhe delle tue scarpe sono tutte rotte, penso che fai fatica persino a fare il nodo, e non è bello da vedere. Così ieri sono passata dal calzolaio e te ne ho comprato un paio. Voi ragazzi siete un po' pigri per queste cose!", mi disse ancora, sorridendo e continuando a porgermi le stringhe.
Io le presi e non sapevo cosa dire; non sapevo se sentirmi umiliato per essere stato colto in peccato di sciatteria, o se essere esaltato per il fatto che lei mi avesse guardato con particolare attenzione e pensato a me, andando a comprare quelle stringhe, che ora stringevo nella mano.
"Non me le devi pagare", aggiunse, sempre più sorridente,"magari sabato m'inviti a prendere un tè in pasticceria"
Sono passati ormai più di venticinque anni da quella mattina. Abbiamo avuto due figli, ed oggi il primogenito, che fa anche lui il liceo scientifico, era raggiante: pare che la brunetta che gli piace tanto gli abbia portato un CD, da mettere su quando fa i compiti.
Se tanto mi dà tanto...
Quando entravo a casa sua mi sentivo protetta, più di ogni altro luogo. La casa me la ricordo perfettamente, ogni angolo, anche gli oggetti negli armadi.
Sento ancora oggi che in suo affetto era profondo e sincero. Mi accoglieva sempre con un sorriso e mi parlava con calma e dolcezza.
Per i bambini e gli adolescenti le nonne nascono nonne e a loro si cancella il passato. Per non so quale forma mentale alle nonne si nega il fatto che possano avere desideri ed emozioni come gli altri. Le nonne per i bambini sono dispensatrici di affetto senza chiedere niente in cambio.
La mia aveva i capelli lunghi che raccoglieva dietro la nuca con una serie di forcine. “Nonna perché non ti tagli i capelli?”, le chiedevo allibita. Infatti i capelli lunghi a quei tempi erano una prerogativa dei giovani e lei per me era nata nonna. “Se mi taglio i capelli poi assomiglio a quelli del “ricovero”!” , mi rispondeva decisa.
Io non gliel’ho mai detto, ma pensavo che fosse impossibile. Essendo nata nonna sarebbe rimasta così per sempre perciò non sarebbe mai andata in un “ricovero”.
Non era mai arrabbiata. Faceva la casalinga ed era bravissima nei lavoretti artigianali. Sapeva ricamare, cucire, lavorare a maglia e all’uncinetto magistralmente. E’ un’arte che mi ha tramandato, ma che ho abbandonato presto. Quando vedo qualche maglia, cappellino o sciarpa fatte a mano le riconosco e immediatamente mi viene in mente lei. La vedo seduta accanto al termosifone intenta a far passare il filo tra piccolissimi buchetti con l’ago ad uncino.
“ Bisogna sposarsi vergini”, mi diceva con convinzione. Io annuivo, ma non le facevo sapere che in realtà me ne fregavo.
Quando ero adolescente un giorno disse: “Se potessi rinascere mi farei suora”, mi prese alla sprovvista. “Perché dici così?” , le chiesi preoccupata. “ Il matrimonio è sacrificio, dedizione massima per i figli, lavoro e nessuna o poca riconoscenza”, nelle sue parole sentii profonda delusione e amarezza.
Mio nonno era molto diverso da lei, era burbero e poco propenso a segnali di affetto.
“ Hai avuto tre figli, ora sono tutti sposati” , le dissi per consolarla. “ Non sono felice per i loro matrimoni”, disse quasi con rabbia.
Una figlia avevano fatto un matrimonio “riparatore” a diciannove anni e il figlio aveva sposato una donna meschina e molto più vecchia di lui. L’altra figlia era mia mamma e probabilmente la situazione che le dava più dolore. Sposata con un uomo violento e non in grado di mantenere la propria famiglia.
Mia nonna era molto religiosa e la separazione e il divorzio non erano contemplati dalla Chiesa e, a quei tempi, nemmeno dalla legge.
Le rimaneva il suo dolore e l’idea che in un’altra vita si sarebbe fatta suora.
Un giorno trovai per caso un album con delle foto sue. Era giovanissima e bellissima accanto a mio nonno imbronciato come al solito. Me la sono immaginata giovane, innamorata e felice. Pensai: “ Se non si fosse sposata chissà come sarebbe andata la sua vita.” Mio nonno morì prima di lei lasciandola sola e tranquilla.
Fortunatamente non è mai andata in un “ricovero”, l’unica figlia rimasta l’ha accudita fino all’età di 95 anni a casa sua.
Il giorno che traslocammo, mentre i due figli rimasti e nipoti stavamo discutendo dove mettere i mobili, mia nonna girava per le stanze. Il suo sguardo non era il solito. Abbandonare una casa dove si ha trascorso quasi tutta la vita deve essere un dolore troppo forte. Ancora oggi ho il rimorso di non essermi avvicinata a lei per consolarla. Ma in alcuni frangenti non si trovano le parole … non ci sono parole.
Quando voglio sorridere ricordandola penso al giorno che mi fece vedere il corredo per la lapide che preventivamente aveva comprato per non disturbare i figli.
“Nonna nella foto non sorridi!”, le dissi inorridita da quegli oggetti che avevo tra le mani.
Lei guardò la foto, rimase in silenzio un attimo e disse: “ Che importa, non sorrido, è ovvio sono morta!”
La preparazione comincia molto tempo prima per gli educatori, studiano giochi mettono a punto il “tema del campo”. Per noi della cucina comincia 15 giorni prima con la lista della spesa. Gli ultimi tre giorni sono tutte di preoccupazione, ansie, paura di sbagliare. Finalmente arriva l’ora della partenza. Le prime ore sono cosi opprimenti che sembra di avere qualcuno sempre con il fiato sul collo. Cosi arriva la prima cena, la prima colazione, seguita dal pranzo sembra un miracolo…. Improvvisamente mi accorgo che ogni ora che passa svanisce tutto paure, ansie tutto va bene siamo coordinati tranquilli fra risate e “battute ironiche” si imbastiscono pranzi, cene, caffè, dolci ma sarebbe troppo bello se tutto fosse andato bene. Infatti arrivano gli ospiti “indesiderati” le vespe attaccano i nostri bambini… Per fortuna tutto va a posto velocemente. Siamo in cima alla montagna, a stretto contatto con la natura, le stelle, le nuvole, sono cosi vicini che potresti perfino parlarci. Un’esperienza stupenda con persone meravigliose, i nostri bambini, i nostri ragazzi. La mattina li aspettiamo per il caffè in cucina, purtroppo è già passata una settimana straordinaria, che mi ha ancora una volta arricchita di umiltà e umanità. Appuntamento al prossimo anno ( speriamo )…. Con la speranza che sia ancora una volta più bello.

Un bel giorno ecco che il suo Tommy le aveva scritto: “ciao ero in pensiero perché non ho potuto comunicarti nulla, sono stato molto male ma adesso è passato tutto, sono qui per te amore mio dolce”. Il suo cuore si riempì di gioia, finalmente poteva sentire il suono di quelle parole ma da una parte il suo cuore era triste, non riusciva a dare una spiegazione a tutto ciò. Era smaniosa, stanca, strana, allora la donna decise, un giorno che il sole era alto nel cielo, di andare in un parco bellissimo, volle sentire il contatto della natura e allontanarsi da quel computer maledetto. Si sdraiò sull'erbetta fresca, assolta da strani pensieri, la tristezza le teneva compagnia. Il canto degli uccelli la distraeva, sentì una voce che si rivolse a lei dicendo: donna che hai? Perchè questi occhi tristi? Eppure il tuo viso splende di rara bellezza? Dimmi cosa ti affligge? Era un signore anziano molto garbato, un viso vissuto, ricco di saggezza, la donna si sentì al sicuro e in breve raccontò tutto quello che gli era successo. L'anziano restò senza parole ,la guardò negli occhi e le disse: Donna come vedi ti sto guardando, questa è la cosa vera, reale, i tuoi occhi che si riflettono sui mei e sai donna sono felice di guardarti perchè incantato dalla tua bellezza adesso potrò affrontare quel lungo viaggio, ti porterò con me, non avrò paura perchè se morirò lo farò contento. Donna, si contento di aver visto la luce vera dei tuoi occhi!
La donna da quel giorno capì che la realtà è quella che di legge dentro gli occhi e niente più.
Ero molto stanca, fuori dalla finestra il paesaggio era triste, il colore grigio predominava. “ Oggi metto a posto dentro quell’armadio”, pensavo.
Dopo il trasloco niente era più al suo posto. “Sembra che le cose, durante la notte, camminino e vaghino da un armadio all’altro”, continuavano i miei pensieri imbevuti dalla solita tristezza che spesso mi assaliva.
Aprii l’armadio e caddero a terra moltissime foto. Le foto che si facevano quando ero più giovane, messe dentro bustine trasparenti in libretti colorati.
Presi un libretto con sopra la scritta IL MIO PORTO SICURO. Non avevo il coraggio di sfogliarlo. I ricordi mi aggredirono, tornai indietro di molti anni.
Avevo vent’anni. Vivevo in un piccolo paese, per frequentare la facoltà di lettere dovetti trasferirmi in una città più grande. Vivevo con una compagna di università in un piccolo appartamento in affitto.
Studiavo molto e quando uscivo, spesso, mi recavo in un negozio di libri nei presi di casa mia.
Il proprietario era un signore distinto, sempre sorridente e gentile.
Quando chiedevo spiegazioni di un libro lui spesso mi diceva: “ L’ho già letto”, mi esponeva le sue impressioni con una proprietà di linguaggio che mi affascinava.
Dai commenti sui libri passammo ad altri argomenti: la nostra vita, la musica,la poesia. Parlare con lui per me era un piacere e le mie visite al negozio divennero sempre più frequenti.
Era un bell’uomo, asciutto, capelli brizzolati, occhi neri. Mi ricordo le sue rughe profonde, forse accentuate dal sole che prendeva durante le sue numerose vacanze in paesi tropicali.
Al mio paese avevo una compagnia di coetanei con i quali ero cresciuta. Volevo molto bene a tutti loro, ma il tempo trascorreva tra i soliti discorsi e pettegolezzi.
Quando vivevo con la mia famiglia avevo un fidanzatino tanto carino, ma interessato soprattutto alla sua moto e ai suoi vestiti alla moda. Forse era giusto così … eravamo giovani. Ero io fuori tempo, a me piaceva il proprietario della libreria.
La stima e l’affetto che provavo per lui si trasformarono presto in amore.
“Ciao, come è andata oggi?”, mi diceva sorridendo appena entravo nel negozio. “ Ho studiato tutto il giorno, ora sono qua da te”, rispondevo serena.
“Sei giovane, perché passi il tuo tempo libero con me. Frequenta i tuoi coetanei, divertiti”, mi diceva con tono preoccupato. Io ero sicura che a lui facesse piacere che fossi lì in sua compagnia.
“Potrei essere tuo padre!”, era una sua frase ricorrente. Per gioco spesso entravo in negozio e,quando non c’era gente, dicevo: “ Buongiorno potrei essere tua figlia!”, assieme ci facevamo una bella risata.
Nevicava, la città ai miei occhi era meravigliosa. Non potevo fare a meno di lui, mi recai nel suo negozio. La via era deserta. “ Ciao, ti stavo aspettando cara”, mi disse con il suo solito sorriso. Lui forse non immaginava quanto lo amavo. “ Mi sono arrivati dei libri nuovi, vieni sul retro che ti faccio vedere”, mi disse con la sua morbida voce. Lo seguii emozionata, era girato verso i libri, io dietro di lui. Iniziò a parlare, ma io non lo ascoltavo. Il cuore mi batteva forte e gli chiesi di girarsi. Lui si girò piano. Appena fu di fronte a me lo abbracciai e tentai di baciarlo. Lui si girò su un lato e quasi con il fiatone disse: “ Sono sposato, ho due figli … sei giovane”, sorridendo risposi: “ Manca un pezzo alla tua frase … potrei essere tuo padre”
La passione ci travolse, i suoi baci mi rapirono. Mi prese per mano e mi portò in una zona del negozio a me sconosciuta. Una piccola stanzetta con un letto. “ A volte rimango a dormire qua”, è l’unica frase che disse poi le sue mani esplorarono ogni parte del mio corpo.
Lui era il mio direttore d’orchestra, ogni sua carezza e bacio amplificavano il desiderio e la passione che avevo per lui.
“Dopo la nascita dei miei figli mia moglie non ha più voluto fare l’amore con me”, mi confidò un giorno.
Con molta amarezza continuò dicendo: “I suoi genitori le hanno dato un’educazione molto rigida, erano legati a regole religiose medievali. Le imposizioni alle quali è stata obbligata a sottostare le hanno influenzato la vita. Le responsabilità dopo la nascita dei figli e il sesso sempre vissuto come una cosa “ sporca” le hanno fatto mettere da parte l’amore fisico. Mi vuole bene, è gelosa di me, ma alla sera nel nostro letto è come se ci fosse un muro che ci separa.”
Le sue parole, in parte, giustificavano la nostra relazione.
Il mio tempo trascorreva tra l’università e lui. Quella stanzetta diventò il mio porto sicuro. Io mi sentivo bene solo con lui, lo amavo di un amore sincero e puro.
Durante i primi incontri era molto dolce e passionale. Poi le sue prestazioni sessuali si arricchirono di richieste fantasiose.
“ Sei stupenda, mi fai provare quello che nessuna donna mi ha mai fatto provare. Tu mi porti in paradiso”, mi diceva durante l’amplesso facendomi sentire la ragazza più importante del mondo.
Un giorno prese una corda e mi legò le mani alla spalliera del letto, lo lasciai fare perché lo amavo e la cosa mi eccitava. Mi legò forte e i polsi mi facevano male. C’era poca luce sentivo le sue mani sui miei seni e la sua lingua, ero molto eccitata, ma i polsi mi facevano male allora dissi: “ Ho male, slegami!” “ Non ci penso nemmeno!”, mi rispose. A forza mi aprì le gambe e entrò dentro di me. Io urlavo, lui mi teneva stretta e mi possedeva con forza. Più urlavo più lui aumentava la foga.
Raggiunto il massimo del piacere si appoggiò a me e mi disse: “Non piangere ora ti slego”
Mi abbracciò e disse: “ Sei stata brava, ma non piangere, dimmi che ti è piaciuto”
I segni sui polsi se ne andarono dopo una settimana. Ancora oggi non so se i suoi giochi mi piacevano o mi spaventavano, sicuramente era un misto delle due cose. Forse era proprio quello che mi eccitava e rendeva la nostra relazione così unica e particolare.
Stare con lui mi rendeva felice, mi piaceva così tanto che avrei voluto che venisse a vivere con me. Ma era sposato, aveva due figli e … potevo essere sua figlia.
“Vado un mese in Inghilterra ”, gli dissi un giorno. Lui mi guardò sorpreso e disse “Perfetto!!”, lo guardai sorpresa e dissi: “ perché perfetto?” “Così potrai migliorare il tuo inglese”, mi rispose sorridendo. Lo abbracciai forte e risposi : “ Come farò senza il mio porto sicuro?”.
Lasciando da parte la tristezza dissi: “Ho portato la macchina fotografica, voglio farti alcune foto così mi terranno compagnia in Inghilterra.”
Riguardai le foto: mentre serviva i clienti, mentre metteva a posto i libri e qualcuna assieme, fatte con l’autoscatto, seduti sul letto della stanzetta. “Chissà dove sarai ora?”, pensavo mentre la tristezza mi stringeva la gola.
In Inghilterra non riuscii a mettermi in contatto con lui.
Al ritorno non lo trovai più, il negozio era stato venduto. Il proprietario del negozio vicino, che ormai mi conosceva bene mi disse: “ Ha lasciato questa lettera per te”. “ Perfetto!!” Risposi aprendo la lettera:
“Hai una folgorante carriera davanti a te come insegnante, scrittrice o giornalista ne sono sicuro e ne sono felice è quello che desidero per te. Per me non ci sarà più posto, io non c’entro niente con la tua vita. Io ho già percorso le strade che tu dovrai ancora percorrere. La nostra distanza che è data dallo spazio e dal tempo non ci ha impedito di incontrarci, ma la vita è più crudele non ci permetterà di proseguirla assieme.”
Piansi seduta sul gradino del negozio, rimasi lì per molto tempo, non avevo la forza di alzarmi.
Il proprietario del negozio vicino all’ex libreria mi guardò con il viso triste: “ Non piangere, sei giovane hai tutta la vita davanti …” Tra le lacrime risposi: “ Finisco io la frase.. avresti potuto essere sua figlia.”
Dopo il trasloco niente era più al suo posto. “Sembra che le cose, durante la notte, camminino e vaghino da un armadio all’altro”, continuavano i miei pensieri imbevuti dalla solita tristezza che spesso mi assaliva.
Aprii l’armadio e caddero a terra moltissime foto. Le foto che si facevano quando ero più giovane, messe dentro bustine trasparenti in libretti colorati.
Presi un libretto con sopra la scritta IL MIO PORTO SICURO. Non avevo il coraggio di sfogliarlo. I ricordi mi aggredirono, tornai indietro di molti anni.
Avevo vent’anni. Vivevo in un piccolo paese, per frequentare la facoltà di lettere dovetti trasferirmi in una città più grande. Vivevo con una compagna di università in un piccolo appartamento in affitto.
Studiavo molto e quando uscivo, spesso, mi recavo in un negozio di libri nei presi di casa mia.
Il proprietario era un signore distinto, sempre sorridente e gentile.
Quando chiedevo spiegazioni di un libro lui spesso mi diceva: “ L’ho già letto”, mi esponeva le sue impressioni con una proprietà di linguaggio che mi affascinava.
Dai commenti sui libri passammo ad altri argomenti: la nostra vita, la musica,la poesia. Parlare con lui per me era un piacere e le mie visite al negozio divennero sempre più frequenti.
Era un bell’uomo, asciutto, capelli brizzolati, occhi neri. Mi ricordo le sue rughe profonde, forse accentuate dal sole che prendeva durante le sue numerose vacanze in paesi tropicali.
Al mio paese avevo una compagnia di coetanei con i quali ero cresciuta. Volevo molto bene a tutti loro, ma il tempo trascorreva tra i soliti discorsi e pettegolezzi.
Quando vivevo con la mia famiglia avevo un fidanzatino tanto carino, ma interessato soprattutto alla sua moto e ai suoi vestiti alla moda. Forse era giusto così … eravamo giovani. Ero io fuori tempo, a me piaceva il proprietario della libreria.
La stima e l’affetto che provavo per lui si trasformarono presto in amore.
“Ciao, come è andata oggi?”, mi diceva sorridendo appena entravo nel negozio. “ Ho studiato tutto il giorno, ora sono qua da te”, rispondevo serena.
“Sei giovane, perché passi il tuo tempo libero con me. Frequenta i tuoi coetanei, divertiti”, mi diceva con tono preoccupato. Io ero sicura che a lui facesse piacere che fossi lì in sua compagnia.
“Potrei essere tuo padre!”, era una sua frase ricorrente. Per gioco spesso entravo in negozio e,quando non c’era gente, dicevo: “ Buongiorno potrei essere tua figlia!”, assieme ci facevamo una bella risata.
Nevicava, la città ai miei occhi era meravigliosa. Non potevo fare a meno di lui, mi recai nel suo negozio. La via era deserta. “ Ciao, ti stavo aspettando cara”, mi disse con il suo solito sorriso. Lui forse non immaginava quanto lo amavo. “ Mi sono arrivati dei libri nuovi, vieni sul retro che ti faccio vedere”, mi disse con la sua morbida voce. Lo seguii emozionata, era girato verso i libri, io dietro di lui. Iniziò a parlare, ma io non lo ascoltavo. Il cuore mi batteva forte e gli chiesi di girarsi. Lui si girò piano. Appena fu di fronte a me lo abbracciai e tentai di baciarlo. Lui si girò su un lato e quasi con il fiatone disse: “ Sono sposato, ho due figli … sei giovane”, sorridendo risposi: “ Manca un pezzo alla tua frase … potrei essere tuo padre”
La passione ci travolse, i suoi baci mi rapirono. Mi prese per mano e mi portò in una zona del negozio a me sconosciuta. Una piccola stanzetta con un letto. “ A volte rimango a dormire qua”, è l’unica frase che disse poi le sue mani esplorarono ogni parte del mio corpo.
Lui era il mio direttore d’orchestra, ogni sua carezza e bacio amplificavano il desiderio e la passione che avevo per lui.
“Dopo la nascita dei miei figli mia moglie non ha più voluto fare l’amore con me”, mi confidò un giorno.
Con molta amarezza continuò dicendo: “I suoi genitori le hanno dato un’educazione molto rigida, erano legati a regole religiose medievali. Le imposizioni alle quali è stata obbligata a sottostare le hanno influenzato la vita. Le responsabilità dopo la nascita dei figli e il sesso sempre vissuto come una cosa “ sporca” le hanno fatto mettere da parte l’amore fisico. Mi vuole bene, è gelosa di me, ma alla sera nel nostro letto è come se ci fosse un muro che ci separa.”
Le sue parole, in parte, giustificavano la nostra relazione.
Il mio tempo trascorreva tra l’università e lui. Quella stanzetta diventò il mio porto sicuro. Io mi sentivo bene solo con lui, lo amavo di un amore sincero e puro.
Durante i primi incontri era molto dolce e passionale. Poi le sue prestazioni sessuali si arricchirono di richieste fantasiose.
“ Sei stupenda, mi fai provare quello che nessuna donna mi ha mai fatto provare. Tu mi porti in paradiso”, mi diceva durante l’amplesso facendomi sentire la ragazza più importante del mondo.
Un giorno prese una corda e mi legò le mani alla spalliera del letto, lo lasciai fare perché lo amavo e la cosa mi eccitava. Mi legò forte e i polsi mi facevano male. C’era poca luce sentivo le sue mani sui miei seni e la sua lingua, ero molto eccitata, ma i polsi mi facevano male allora dissi: “ Ho male, slegami!” “ Non ci penso nemmeno!”, mi rispose. A forza mi aprì le gambe e entrò dentro di me. Io urlavo, lui mi teneva stretta e mi possedeva con forza. Più urlavo più lui aumentava la foga.
Raggiunto il massimo del piacere si appoggiò a me e mi disse: “Non piangere ora ti slego”
Mi abbracciò e disse: “ Sei stata brava, ma non piangere, dimmi che ti è piaciuto”
I segni sui polsi se ne andarono dopo una settimana. Ancora oggi non so se i suoi giochi mi piacevano o mi spaventavano, sicuramente era un misto delle due cose. Forse era proprio quello che mi eccitava e rendeva la nostra relazione così unica e particolare.
Stare con lui mi rendeva felice, mi piaceva così tanto che avrei voluto che venisse a vivere con me. Ma era sposato, aveva due figli e … potevo essere sua figlia.
“Vado un mese in Inghilterra ”, gli dissi un giorno. Lui mi guardò sorpreso e disse “Perfetto!!”, lo guardai sorpresa e dissi: “ perché perfetto?” “Così potrai migliorare il tuo inglese”, mi rispose sorridendo. Lo abbracciai forte e risposi : “ Come farò senza il mio porto sicuro?”.
Lasciando da parte la tristezza dissi: “Ho portato la macchina fotografica, voglio farti alcune foto così mi terranno compagnia in Inghilterra.”
Riguardai le foto: mentre serviva i clienti, mentre metteva a posto i libri e qualcuna assieme, fatte con l’autoscatto, seduti sul letto della stanzetta. “Chissà dove sarai ora?”, pensavo mentre la tristezza mi stringeva la gola.
In Inghilterra non riuscii a mettermi in contatto con lui.
Al ritorno non lo trovai più, il negozio era stato venduto. Il proprietario del negozio vicino, che ormai mi conosceva bene mi disse: “ Ha lasciato questa lettera per te”. “ Perfetto!!” Risposi aprendo la lettera:
“Hai una folgorante carriera davanti a te come insegnante, scrittrice o giornalista ne sono sicuro e ne sono felice è quello che desidero per te. Per me non ci sarà più posto, io non c’entro niente con la tua vita. Io ho già percorso le strade che tu dovrai ancora percorrere. La nostra distanza che è data dallo spazio e dal tempo non ci ha impedito di incontrarci, ma la vita è più crudele non ci permetterà di proseguirla assieme.”
Piansi seduta sul gradino del negozio, rimasi lì per molto tempo, non avevo la forza di alzarmi.
Il proprietario del negozio vicino all’ex libreria mi guardò con il viso triste: “ Non piangere, sei giovane hai tutta la vita davanti …” Tra le lacrime risposi: “ Finisco io la frase.. avresti potuto essere sua figlia.”
Noia mortale stare a casa da sola, decido di uscire e vado a fare una passeggiata nel boschetto. Manca poco per la primavera, nella stradina ripida ci sono una moltitudine di foglie miste un po’ secche e altre verdi. Cerco un pezzo di legno, mi serve da appoggio per la salita. D’un tratto sento un rumore…..mi fermo ascolto attentamente, si non mi sbaglio….. mi avvicino a passi molto veloci. Si sente scorrere l’acqua, dolcemente accarezza piano le sponde del fiume. Sul fondo il luccichio dei sassi attira la mia attenzione, sono di tutti i :colori bianchi, neri, marroni….Uno particolarmente trasparente mi incuriosisce. In un istante sono dentro l’acqua freddissima. Un brivido mi scuote il corpo, recupero il sasso che è cosi trasparente, che guardandolo vedo sotto l’acqua del fiume che scorre. Esco velocemente il freddo mi fa battere i denti. Torno a casa mi cambio i pantaloni bagnati, non vorrei rischiare di ammalarmi. Mi viene in mente che in cantina c’e’ un contenitore bianco trasparente, corro a cercarlo. Lo colloco su un mobile nell'ingresso, metto dentro dei sassolini multicolori, qualche legnetto,delle piantine finte di plastica, nel centro sistemo il mio sasso trasparente. Riempio di acqua il contenitore, creando quasi la realtà del fiume.
Mentre aspettavo il treno pensavo: “ Sono matta, sto facendo una cosa che non dovrei fare. Sono innamorata sto facendo una cosa per amore, ma se non lo conosco personalmente?”
Tutti pensieri contrastanti che non facevano altro che aumentare l’ansia.
Cercando di calmarmi mi dicevo: “ Ormai sei qua, è un incontro tra amici, parleremo come sempre di libri e della nostra vita”
Tutto è successo per caso per una passione comune per i libri e la poesia. I social network aiutano a creare amicizie. La nostra era diventata un’amicizia profonda, intensa, un amore tra i cavi del telefono.
L’idea di incontrarlo mi spaventava, ma dopo mesi di chat su facebook ci sembrava giusto farlo, almeno una volta, per scambiarci opinioni di persona.
Scesa dal treno sentivo il cuore in gola, anche se sapevo che il suo treno sarebbe arrivato dopo il mio, non ho resistito e gli ho telefonato.
“Ciao sono arrivata! Dove ti aspetto? C’è molta gente come facciamo? E’ in ritardo il tuo treno?”
La sua voce calma: “ Rilassati! Tra un po’ arrivo e vuoi vedere che ti trovo subito?”
Mi sono sentita una scema, in effetti ero agitatissima. Ho detto timorosa: “Scusa, è vero sono preoccupata”
Lui mi ha detto ridendo: “ Tesoro, appena arrivo andremo al bar a prenderci qualcosa”
Mi sono seduta sulle panchine dell’ingresso principale e ho cercato di stare calma.
Quando l’ho visto procedere verso di me sorridente ho pensato che sarei svenuta, ma così non è stato.
Mi sono alzata e ci siamo abbracciati. Nel suo abbraccio l’ansia se ne è andata, ma non ho detto una parola.
“Andiamo al bar” ha detto lui tranquillo.
Ci siamo seduti su di una poltroncina a due posti. C’era molta gente.
Mentre aspettavamo l’ordinazione lui mi ha chiesto: “ Come stai? Sei più calma ora?” Mi ha passato la mano tra i capelli, mi guardava sorridendo. Io ho solo avuto la forza di dire di sì, poi mi sono avvicinata al suo viso e l’ho baciato.
Erano mesi che immaginavo quel momento. Abbiamo continuato fino a quando la cameriera ci ha interrotti consegnandoci l’ordinazione.
Lui mi ha circondata con frasi dolci che ora non ricordo ero troppo emozionata per poter memorizzare.
Non ricordo cosa ho ordinato, non ricordo cosa ho bevuto. Ricordo che i baci sono continuati, la mia mano accarezzava il suo petto, poi è scesa. Non ho resistito, nonostante la gente, è arrivata tra le sue gambe.
Ho sentito quanto mi desiderava e sentivo quanto lo desideravo io.
Con molto coraggio ho detto: “Andiamo in bagno!” Lui molto più prudente mi ha risposto: “ C’è gente, come facciamo?”.
Mi sono alzata e mi sono diretta verso i bagni delle signore. Lui mi ha seguita. Abbiamo aspettato il momento giusto poi siamo entrati nello stesso bagno.
L’ho spinto sul wc chiuso, gli ho slacciato i pantaloni. Mi sono tirata su la gonna e ho solo scostato il perizoma.
Mi sono seduta di fronte e su di lui. Eravamo troppo eccitati è stato un attimo.
Lui era dentro di me. Non potevamo gemere eravamo circondati da gente.
Lui mi baciava il collo, quando ha iniziato a mordermi piano non ho resistito e ho come miagolato. Con una mossa fulminea mi ha chiuso la bocca con la sua mano forte.
Non ero più io. Ho fatto scivolare la mia mano tra le mie gambe e mentre lui si muoveva ho iniziato a toccarmi.
Il piacere mi faceva sudare avrei voluto urlare, ma la mia bocca era sigillata.
Quando sono venuta, mi sono buttata su di lui che mi ha abbracciata forte.
Ha lasciato la mia bocca, mi ha presa forte i fianchi e mi ha mossa su e giù.
Mi sentivo totalmente di sua proprietà. Quando è venuto mi ha spostata con forza. Io a stento mi reggevo in piedi. Ci siamo ricomposti.
Quando mi sono ripresa ho detto: “ Ho vergogna ad uscire”
Mi ha guardato, ha riso e mi ha detto: “ Ti amo …. sei una stronza”
Mi sfiora una spalla
la luce del mattino
raggio caldo e avvolgente
infondendo lentamente
tepore ai sensi
rasserenando la mente
Parole pesanti
già incenerite
e volatilizzate
dal sale delle goccie
scivolate dal viso
alla terra
che se ne nutre
rimandandone
in fiori odorosi e colorati
Risana i frammenti
scalfiti appena
la luce divina
e dissolve nell'aria
ombre di pensieri bui
emanando calore
Torna la quiete interiore
con volontà distruttiva del triste
un obbligo del cuore
e della mente
sentendo vincere
la forza del bene
che provo per il mio essere
la luce del mattino
raggio caldo e avvolgente
infondendo lentamente
tepore ai sensi
rasserenando la mente
Parole pesanti
già incenerite
e volatilizzate
dal sale delle goccie
scivolate dal viso
alla terra
che se ne nutre
rimandandone
in fiori odorosi e colorati
Risana i frammenti
scalfiti appena
la luce divina
e dissolve nell'aria
ombre di pensieri bui
emanando calore
Torna la quiete interiore
con volontà distruttiva del triste
un obbligo del cuore
e della mente
sentendo vincere
la forza del bene
che provo per il mio essere





