Un contadino, chiamato massaru Nittu, essendosi arricchito non molto onestamente, un giorno pensò di dare più tono al suo nome e di ricevere di conseguenza, a suo modo di vedere, più rispetto.
Diceva, infatti, rivolgendosi alla moglie: "Ormai sono un uomo facoltoso, aumento le mie ricchezze ogni giorno di più, la gente ha bisogno del mio denaro, quindi la stessa mi deve massimo rispetto. Chi parla con me da oggi deve chiamarmi Don Binidittu e non più massaru Nittu".
Così pensava e così educava i suoi due figli, Stefano e Vincenzo, ignorando che la ricchezza è solo una mera illusione, che discrimina e divide gli uomini.
La famiglia di Don Binidittu abitava in una masseria di sua proprietà ed avendo alle proprie dipendenze dei braccianti agricoli, che sfruttava in maniera indegna, adibendoli ai lavori più duri e soprattutto mal pagati, agli stessi concedeva ogni tanto di sera di sedersi insieme con lui in uno spiazzo antistante la casa per dialogare e con la scusa di quella concessione dagli stessi si faceva riverire, facendosi salutare "Voscenza benedica Don Binidittu", provando così grande e sadica soddisfazione.
Ogni sera durante l'estate tutta la famiglia era sempre seduta su un basso muretto di pietra, che circondava la casa colonica, e lui raccontava, raccontava e si vantava in maniera spavalda delle sue "gesta", che lo avevano portato in quella florida posizione di benessere, di cui tutta la predetta famiglia era già a conoscenza, ma anche gli astanti braccianti agricoli, che qualche volta erano presenti e che, ipocritamente per salvaguardarsi un pezzo di pane, assentivano coi gesti, ma non con la mente.
Un giorno verso l'ora del tramonto del sole, mentre era seduto in quel solito cortile con i suoi familiari, a cui ripeteva la solita litania sopra descritta, annoverando tutti i suoi averi, acquistati col sudore della sua fronte, ed il desiderio di accrescere sempre più le sue sostanze, si presentò a lui un povero contadino, che teneva per mano il figlioletto di cinque o sei anni; i due mostravano pantaloni e giacca malamente rattoppati, gli scarponi rotti e i visi macilenti: la fame e lo sconforto erano da loro ben rappresentati.
Con il rispetto proprio di chi non ha, ma con dignità di uomo di fronte a chi dispone, quel poveraccio si rivolse a Don Binidittu per chiedere lavoro con queste parole: "Voscienza benedica, Vossìa m'avi a scusari, si lu vegnu a disturbari, ma semu stanchi ed affamati, Vossìa m'aiuta e iu travagghiu pri Vossìa, pri un pezzu di pani sugnu lu so servu".
Toccanti le parole di quel povero contadino, chiamato massaru Liboriu - pri un pezzu di pani sugnu lu so servu -.
È proprio vero, il bisogno, la stanchezza, il dolore logorano la mente e le forze dell'uomo, che, piegato e talvolta spezzato, sommesso ed impotente cede alle angherie dei potenti.
Il mondo, purtroppo, è quello che è e i deboli per sopravvivere devono lavorare senza riposo fisico e mentale, affrontando la vita così come è. E'una dura constatazione, ma è così.
Gli uomini deboli e gli umili sono dei vinti in questo mondo ed anche questa, purtroppo, è un'amara realtà. Gli umili, infatti, sono i più esposti alle angherie, all'indifferenza ed all'ingiustizia umana, perché sono eroicamente attaccati alle proprie ferree leggi della famiglia, del lavoro e dell'onore.
"O tempora, o mores!". Esclamava Cicerone nelle sue Catilinarie, riferendosi alle cattive condizioni morali di quei tempi.
Ahimè! Purtroppo, ancora oggi non siete cambiati, o tempi, o costumi! Solo i sistemi di asservimento dei più deboli sono un po' diversi. Mutatis mutandis, la sostanza rimane la stessa, la cattiveria umana dilaga ed è sempre valido il detto: "Mors tua, vita mea".
A quelle parole supplichevoli di massaru Liboriu, Don Binidittu, alzatosi in piedi, pipa di traverso in bocca e sollevandosi il berretto sulla testa con la mano destra alla stessa stregua degli ignoranti e cafoni malandrini, guardando con disprezzo quei pezzenti, con arroganza rispose: "Amicu miu, tu sbagliasti strata, lu prontu succursu è a n'antra banna. Va cercati n'antru patruni, pezzu di vacabunnu e mbriacuni".
Sebbene offeso, lu massaru Liboriu con voce fioca e sottomessa così pregò ancora Don Binidittu: "Si propriu Vossìa nun m'aiuta, chi canusci comu a mia lu tempu di la fami, a cu l'haiu a cuntari la sorti mia e di stu picciliddu. Vossìa m'aiuta Don Binidittu caru!".
Invece d'impietosirsi quel ceffo, che dal bambino era guardato con paura, quelle parole gli suonarono offensive e quindi si adirò ancora di più e, offendendo quel pover'uomo con altre parole oltraggiose alquanto, gli intimò di andar via immediatamente e di non farsi più vedere; lo minacciò anche che gli avrebbe scagliato contro i suoi feroci cani, se fosse entrato qualche altra volta nella sua fattoria.
Il povero contadino, sentite quelle brutte parole, terribilmente minacciose, col cuore affranto, a testa bassa, riverì Don Binidittu, riprese quindi per mano il figlioletto e, trascinandosi a fatica, come un cane bastonato dal suo barbaro padrone, si allontanò fuori dalla masseria di Don Binidittu, sussurrando al figlioletto: "Si nun nn'aiutanu l'omini, figghiu miu, nn'aiuta Diu".
Ridendo a crepapelle, Don Binidittu, a cui fece coro il riso melenso dei suoi due figli e di qualche bracciante agricolo, che a suo malgrado si accodava, gridò alla moglie in maniera sgarbata, perché portasse loro del vino.
Dopo molti anni avvenne che Don Binidittu e i suoi due figli andarono a caccia, come erano soliti fare quando si concedevano qualche vacanza, attraversando monti e valli lontani dalla loro fattoria. In quelle lande allora la flora era più folta e la fauna proliferava agevolmente; pertanto, per i cacciatori gli animali erano veramente una facile preda. Infatti, i loro tascapani erano pieni di lepri, di conigli, di pernici e di tante altre cose: frutta, verdura, et cetera, perché da dove passa, talvolta o spesso, il cacciatore fa man bassa delle cose altrui; non è la norma, ma nomea ce n'è.
Felici e contenti della buona caccia, i tre, Don Binidittu e i suoi due figli, sorseggiando ogni tanto da una borraccia del buon vino rosso, s'incamminarono sulla via del ritorno alla loro abitazione, cantando soddisfatti a squarciagola: "Nun è lu veru ca la me vita è dura, a mia mi pari, amici, 'na villeggiatura".
Però ad un tratto quell'allegria si spense, perché Don Binidittu cominciò a sentirsi male e, quindi, pallido e sudato, svenne, abbattendosi a terra, forse per gli anni o forse per la fatica. I figli, disperati, lontani da casa, in quei luoghi sperduti tra i boschi e all'imbrunire, cominciarono a gridare per chiedere aiuto. Chi poteva sentire la loro voce in quelle sperdute lande? Infatti, non si scorgevano case da quel sito, dove giaceva a terra il loro padre.
Erano veramente tanto disperati e confusi Stefano e Vincenzo, che non sapevano come rianimare il padre, come potergli dare soccorso; così continuavano a gridare a squarciagola, sparando in aria colpi di fucile.
Al richiamo continuo ed agli spari dei due ad un tratto rispose da lontano una voce: "Ca sugnu, ca sugnu, staiu vinennu, staiu vinennu". Ansimante giunse subito dopo un giovane alto e robusto, che, visto quell'uomo nel predetto stato di torpore, disse ai due, Stefano e Vincenzo, di non preoccuparsi, perché la sua casa non era lontana, anzi era proprio lì, dietro la collina.
Tutti e tre a fatica trasportarono Don Binidittu a casa, lo distesero sul letto ed il vecchio massaru Liboriu, padre di quel robusto ragazzo, che riconobbe immediatamente Don Binidittu alla luce di una fioca candela, facendosi la croce, andò a bussare subito alla porta del suo padrone, che durante l'estate villeggiava per qualche mese in campagna, abitando nel piano superiore della stessa casa che ospitava massaru Liboriu e suo figlio, chiamato Nunziuzzu.
Costui, il padrone della masseria, era un vecchio veterinario, che, sentito da massaru Liboriu quanto era successo, immediatamente scese le scale e si portò a soccorrere il malcapitato. Era un veterinario, ma con l'esperienza fatta sugli animali, subito si accorse, dopo aver visitato con molta attenzione Don Binidittu, che lo stesso a causa della stanchezza, considerata anche la sua età, aveva avuto di conseguenza ipotensione arteriosa, quindi, riferendosi ai figli, li tranquillizzò, affermando che il loro padre aveva solo bisogno di riposo e che l'indomani mattina sarebbe stato bene come prima. Gli diede da bere solo qualche goccia di un farmaco e, raccomandando a tutti di lasciarlo riposare in silenzio, se ne tornò al piano di sopra.
Più tardi i due figli di Don Binidittu, massaru Liboriu e Nunziuzzu, consumarono un frugale pasto e si misero a dormire. L'indomani, al risveglio, Don Binidittu, alzatosi dal letto, si sentì di nuovo bene ed uscì fuori di casa, dove già c'erano i suoi due figli ed il figlio di massaru Liboriu, che lo accolsero festosi. "Don Binidittu - gli disse Nunziuzzu - arsira Vossìa nni fici scandari; comu si senti ora?". Don Binidittu, che aveva riacquistato le forze col riposo, subito rispose: "Mi sentu beni, figghiuzzu miu, mi sentu un liuni, ma vaiu capinnu ca va nvicchiannu lu liuni. E tu comu ti chiami bravu e forti picciutteddu?". E quello: "Mi chiamu Nunziuzzu". E l'altro aggiunse: "e to patri cu è?". Nunziuzzu rispose: "Me patri è lu massaru Liboriu Minestrafridda". Don Binidittu si fece pensieroso, ma non riuscendo a ricordare, dichiarò - nun m'arrigordu di to patri Nunziuzzu. Ma unni è ora? Arsira mi parsi, quannu mi sintiva mali, ca c'era un vicchiu cu la varva longa, ca parrava cu unu ca mi visitava -. I due figli subito gli riferirono che all'alba lu massaru Liboriu si era recato ad una sorgente per riempire d'acqua le brocche e che sarebbe ritornato molto presto.
Allora era consuetudine per tutta la gente che abitava in campagna di approvvigionarsi d'acqua in quella sola maniera, andando ad attingerla dalle varie sorgenti più vicine alla loro abitazione.
I figli di Don Binidittu e lui stesso non riconobbero il giovane robusto, figlio di massaru Liboriu, in quanto da allora erano passati più di dieci anni. Così tra loro si misero a dialogare su tante cose e su tanti fatti inerenti all'agricoltura ed alla pastorizia, ma non disdegnarono di parlare di donne.
I due figli di Binidittu si rammaricavano di non aver potuto fare vita cittadina, in quanto il loro lavoro, ma soprattutto il padre li costringeva per tanto tempo a lavorare in campagna e quindi ora si sentivano un po' attempati per fare il grande passo, mentre a Nunziuzzu dicevano che, essendo ancora giovane, poteva facilmente trovarsi una ragazza e quindi sposarsi. Anche Nunziuzzu, però, affermava di avere in atto molte difficoltà, perché abitava sempre in campagna, ma soprattutto perché gli mancavano le risorse economiche per mettere su famiglia.
A quel dialogo Don Binidittu non partecipava, ma attentamente con ostentata indifferenza ascoltava. Il suo sguardo e i lineamenti del suo viso mentre i tre dialogavano lasciava trasparire un po' di disagio; in pectore, infatti, sicuramente era un po' pentito del suo comportamento nei confronti dei figli, ai quali aveva insegnato solo a lavorare come bestie da soma e ad accumulare denaro.
Il veterinario, che si era svegliato, si affacciò alla finestra ed ascoltava i loro discorsi, poi scese dal piano superiore e, avendo visto Don Binidittu in ottima forma, gli battè la mano sulla spalla; quindi, soddisfatto del suo lavoro, si sedette su un sedile di pietra, che insisteva sullo spiazzo.
Tutti continuarono a parlare del più e del meno, mentre ad un tratto a cavallo di un mulo, che trasportava ai lati della sella quattro brocche, poste dentro ad una "sacca", fatta di verghe o succhioni di ulivo attorcigliati, due a destra e due a sinistra, si ergeva una figura di uomo con la barba lunga, che a poco a poco, avvicinandosi, delineava sempre più la sua persona, che vacillava al passo di quel mulo, che scandiva come un orologio a passi lenti e stanchi il tempo suo e del suo cavaliere.
- Eccu, me patri! - dissi Nunziuzzu.
- Eccu lu massaru Liboriu - aggiunsero gli altri due e il veterinario.
Don Binidittu guardava con molta attenzione quell'uomo mentre si avvicinava. Appena Massaru Liboriu giunse allo spiazzo Nunziuzzu gli si fece avanti, attese che il padre scendesse dal mulo e quindi cominciò a scaricare unitamente ai figli di Don Binidittu le brocche piene d'acqua. Il vecchio massaru Liboriu con un sorriso, che esprimeva grande gioia sulle labbra, ma negli occhi anche un po' di tristezza, propria di chi ricorda qualche triste evento, si avvicinò subito a Don Binidittu e gli chiese come stava.
-Beni, beni! - esclamò Don Binidittu e, stringendogli la mano con vigore, lo continuava a guardare attentamente negli occhi; lo guardava, ma non ricordava. Così subito esclamò: "Ma iu vi canusciu! Ma nun m'arrigordu unni vi vitti pri la prima vota. Aviti cori vui, massaru e anchi vostru figghiu è comu vui. Grazii, grazii assai, amici mei! Sacciu comu vi chiamati, ma no cu siti".
Massaru Liboriu allora, visto che il suo interlocutore non riusciva a ricordare, a bassa voce, propria di chi sente del passato tutto il peso, gli dichiarò:
"Iu sugnu lu massaru Liboriu, Voscienza, e staiu ca a lucariu nni stu santu omu, chi è lu vetirinariu".
- Lu massaru Liboriu è na persuna onesta - confermò il veterinario – e iu haiu fiducia ad iddu e a so figghiu Nunziuzzu.
Ma Don Binidittu replicò ancora: "Ma iu vi canusciu, ma nun m'arrigordu. E vui v'arrigurdati di quarchi cosa? Nni canuscimmu forsi a quarchi banna? Si v'arrigurdati, parrati vui".
Lu massaru Liboriu si fece coraggio e, come colui che prova indicibile dolore a ricordare il suo tempo infelice, passato nella miseria e nel vilipendio, così soggiunse: "Sissi, Voscienza, e comu si m'arrigordu, l'haiu sempri nni la menti lu passatu. Ma mugghieri di picca m'avia mortu e ristavu sulu cu stu picciliddu. Mi sintiva dispratu pri la malasorti, ma ancora forti pri putiri travagghiari, accussì vinni nni la so massaria pri addumannari a Vossìa lu travagghiu e poi mangiarimi lu scuttatu pani cu lu suduri di la me frunti onesta. Voscienza tannu nun ascutà li me bisogna, anzi m'amminazzà cu palori brutti e si di cursa iu nun mi nni iva, mi misi timuri d'assugliarinni li so feroci cani, facennu scandari a mia e atturriri di cchiù a lu me picciliddu, ca comu vidi ora è un beddu picciutteddu.
Così io e mio figlio ce ne andammo con il cuore afflitto e poi, delusi, c'incamminammo verso un orizzonte sempre più ignoto. Ma mentre camminavamo senza meta, ci venne incontro a cavallo di una giumenta bianca Don Pitrinu, lu dutturi veterinariu, che ascoltati i nostri bisogni e le nostre disavventure, mi chiese di far saltare in groppa alla giumenta mio figlio e di raggiungere assieme a lui la sua casa di campagna, dove lui stesso stava andando, offrendomi una casa e un lavoro nello stesso tempo. Da allora io e mio figlio con tanta gioia e tanta serenità, lavorando i terreni di Don Pitrinu, viviamo qui.
Lu Signiruzzu nun abbannuna mai. Come vede, Voscienza, anche Vossìa nel bisogno ha trovato il suo conforto nella nostra umile casa. Vossìa havi a sapiri ca stanotti Nunziuzzu e li so figghi hannu durmutu fora pirchì ca ci sta sulu lu lettu miu e chiddu di me figghiu".
Don Binidittu ascoltò il racconto di massaru Liboriu, che nella sua descrizione mostrava con i
gesti delle mani e con l'espressione del viso un dolore pacato, senza ribellione. Anche la sua voce era serena, solo un po' stanca: era la voce di un uomo, che conosceva troppo la sofferenza e che da tempo, dolorosamente rassegnato, aveva accettato le proprie sciagure come parte integrante della sua vita e quindi con le stesse conviveva.
Il ricordo affiorò subito alla mente di Don Binidittu, che con un groppo alla gola sommessamente esclamò: "Massaru Liboriu, iu nun sugnu un Voscienza, io sono un villano fiorito, uno sfruttatore di uomini nel lavoro e un miserabile usuraio; divenni tale perché anch'io da piccolo fui assieme a mio padre in altri tempi pure uno sfruttato. Ma io oggi m'inginocchio davanti a Vossìa massaru Liboriu e ringrazio Dio per avermi dato la fortuna d'incontrarvi per potermi pentire di tutti gli sbagli che ho fatto e i torti che ho arrecato alla gente più debole. La ricchezza mi ha tolto il bene più grande, che un uomo possiede, l'umanità. Il pensiero del mio tristo passato mi ha spinto sempre alla vendetta, perdendo così la dignità di uomo. Io vi supplico di perdonarmi e permettetemi di darvi una lauta ricompensa per quello che voi e vostro figlio avete fatto". Così estrasse il portafoglio e disse a massaru Liboriu che il denaro che c'era lì dentro era tutto suo.
Massaru Liboriu, guardando il suo benefattore, il veterinario, rispose con garbo a Don Binidittu, affermando che le cure e l'ospitalità gli erano state offerte dal veterinario, da lui e da suo figlio solo per umanità e non altro; pertanto, per le stesse non vi era prezzo che si potesse pagare col denaro, ma con lo stesso mezzo, con l'umanità.
Don Binidittu, ascoltate quelle parole, si stupì ancora di più e comprese di avere offeso profondamente ancora una volta con quel suo gesto massaru Liboriu; capì anche quanto male avevano causato a molta brava gente i suoi comportamenti malefici. Quindi, davvero pentito, Don Binidittu, ringraziò il veterinario, stringendogli la mano, e poi, avvicinatosi a massaru Liboriu ed a suo figlio Nunziuzzu, li abbracciò affettuosamente, gridando a voce alta e tremula, molto commosso: "Voscienza siete voi Don Liborio, mentre io sono degli uomini la feccia. Mi pento anche di avere dato sempre un brutto esempio ai miei figli ed oggi sono felice per essermi ravveduto grazie al vostro insegnamento ed alla vostra bontà d'animo. Oggi per me è un bel giorno: oggi è il giorno della redenzione. Vi ringrazio Don Liborio a nome mio e dei miei figli".
Quel medico, Don Pitrinu, che aveva assistito, commosso, a quanto sopra descritto, aggiunse che conosceva massaru Liboriu per le sue buone azioni verso di lui stesso e verso tanta altra gente, ma ignorava quest'altra parte del suo passato.
Rivolgendosi, pertanto, a Nunziuzzu, così si espresse:
"Tu hai conosciuto lo sconforto più grande, quello di essere cresciuto nella sofferenza senza tua madre e tuo padre è stato padre e madre per te. Ero un po' a conoscenza delle vostre sofferenze, che mi avete raccontato, e vi ho aiutato, ma oggi voglio rivelare a tutti voi apertamente che io stesso ebbi a soffrire la stessa sorte; infatti, persi mia madre a soli cinque anni e mio padre venne meno pochi anni dopo. Fui allevato in un orfanotrofio e poi fui adottato da una famiglia agiata, che mi educò bene e mi fece studiare, lasciandomi, infine, in eredità tutte le sue sostanze. Io conosco la vostra sofferenza, perché anch'io la ho in parte vissuto come voi.
Oggi vi dico, massaru Liboriu, che vostro figlio è spiritualmente anche figlio mio, se voi lo permettete. Io sono vecchio e non ho nessuno, ma voglio avere, dopo morto, un fiore che adorni la mia tomba ed una persona che ogni tanto si ricordi di me.
Nunziuzzu sicuramente non mi dimenticherà. Pertanto, io lascio a stu picciottu beddu alla mia morte tutto quello che ho con la speranza che il mio gesto, quello di massaru Liboriu e di Nunziuzzu possano servire da esempio, non solo al vecchio Don Binidittu, ma soprattutto ai suoi figli, che di quanto oggi è avvenuto qui sono stati attenti spettatori.
I potenti, i delinquenti e gli ignoranti credono con le loro ricchezze di asservire gli umili e di elevarsi sulla realtà, ma le ricchezze creano solo illusioni e fantasmi nella mente umana, spingendo solo all'odio, all'invidia ed alla guerra tra gli uomini.
Gli uomini potenti pensano che la realtà si possa superare con la forza del denaro, illudendosi che lo stesso dia la capacità di superare ogni ostacolo, ma le leggi della vita prima o poi stroncano ogni umana illusione.
Il cosiddetto vincitore sarà anche lui un vinto, perché è lapalissiana ad ogni essere vivente la verità: in questo mondo siamo tutti dei vinti".
Con le lacrime agli occhi i cinque protagonisti quel giorno compresero il valore della vita umana e quale grande rispetto si deve ad ogni uomo, sol perché lo stesso vive sulla terra.
Così si strinsero la mano con affetto e, salutandosi affettuosamente, ognuno di loro se ne andò per la sua strada, suggellando l'amicizia nel cuore.
Mentre io, che, descrivendo questa drammatica narrazione, ho assistito al fatto come se l'avessi vissuto veramente, sento forte il bisogno umano di unirmi a loro in un abbraccio intenso e spero vivamente che dalla lettura di questo mio modesto racconto anche qualche lettore possa trarre lo stesso beneficio, che derivò agli attori dalle azioni dagli stessi compiute.
Nino aveva sei anni ed, oltre a lavorare, andava a scuola, in una scuola rurale, che raggiungeva a piedi ogni mattina, attraversando campi seminati e percorrendo viottoli interpoderali limacciosi.
In una vecchia casa di campagna, adibita a scuola, con vecchi banchi molto malandati, dove la luce entrava solo da una finestra, ogni giorno perveniva con mezzi di fortuna una povera maestra con il suo scaldino, attesa con piacere dai suoi pochi alunni.
Tra i suoi compagni Nino era il più indigente, ma il suo corpo appariva pulito ed ordinato come i vecchi indumenti che indossava ben rattoppati; anche le scarpe, a suo malgrado sporche, mostravano una sommaria pulitura.
Nino non aveva libri nè quaderni, perchè la sua famiglia molto povera e numerosa disponeva solo di quel poco per sostentarsi quotidianamente. Nino non poteva scrivere nè leggere; solo ascoltava le lezioni, adoperandosi sempre ad imparare.
Un giorno, Nino, cresciuto di due anni, dopo la bacchiatura delle mandorle, sapendo che non tutte venivano raccolte e qualcuna veniva lasciata a terra o sull'albero sol per mera svista, portando con sè un lungo bacchio, andò subito per i campi a cercarne qua e là, aguzzando sempre più la vista verso terra e verso i rami.
Settembre fu per Nino faticoso, però in ottobre il ragazzo raccolse i frutti del suo lavoro onesto. Diede al padre la metà di quelle mandorle e lo pregò, dicendogli il motivo, di vendere la sua restante parte.
Turiddu chiamò subito la moglie e volle che anche lei ascoltasse attentamente quanto il figliuolo gli aveva appena detto. Stella benedisse il suo fanciullo e rivoltasi al marito così disse: " Vai, Turiddu, subito in paese, il primo ottobre è fra qualche giorno ". Turiddu comprese e si affrettò a sellare il mulo, mentre Stella ritornò ai lavori usati. La scuola si riaprì il primo di ottobre e Nino si presentò di buon mattino ad aspettare lieto la maestra, che arrivò, come sempre, allora giusta.
La scolaresca, composta di quattro alunni, le corse incontro con infantile gioia e, dopo averla salutata con affetto, Nino subito le disse:
" Maestra, quest'anno leggerò sul mio libro ed anche scriverò ciò che tu dirai, perchè ho lavorato un po' di più, dando a mio padre più dell'anno scorso e tenendo per me quanto basta per poter comprare la penna, i libri ed i quaderni. Quest'anno anch'io sarò come tutti gli altri e non molesterò più i miei compagni ".
Così estrasse dalla tasca il suo pugnetto, che mise nella mano alla maestra, pregandola con gioia di comprargli tutto l'occorrente.
La maestra, commossa, strinse al petto quel fanciullo, che dopo trent'anni per caso io rividi a Roma, percorrendo una strada principale, dov'era scritto a fianco di un portone - Dottor Nino Grigio - Pediatra.
Ho passato la gioventù a studiare. I libri mi piacevano, tanto quanto il cibo. A scuola ero bravissima, la classica secchiona. Tutte le altre ragazze uscivano, avevano fidanzati, io non socializzavo ero molto introversa. Non ero brutta, ma nemmeno particolarmente bella. I ragazzi non mi filavano, le ragazze mi prendevano in giro. Io avevo i libri, con loro ero al sicuro.
Mi sono diplomata con il massimo dei voti, mentre le altre ragazze avevano voti inferiori, ma qualche fidanzato alle spalle. Facevo finta di niente, ma era un problema. Avrei voluto anch’io un ragazzo, avrei voluto anch’io fare sesso,ma ero un orso e poco considerata.
L’ambiente universitario era decisamente stimolante e le ore passate in quella sede erano le mie ore migliori. Avrei voluto rimanerci come ricercatrice.
Ero al secondo anno e un giorno in mensa, mentre pranzavo con due compagne di corso è arrivato lui.
Ogni volta che ritorno a quel momento mi si ferma il cuore e tutte le volte penso che sarebbe stato meglio se non l’avessi mai incontrato.
Era un amico delle ragazze che erano con me. Dopo le presentazioni lui ha cominciato a parlare di un argomento di studio che io conoscevo bene, anzi benissimo. Dialogare con lui mi è risultato molto normale e dalle risposte capivo che era un mio simile, non particolarmente bello, secchione.
Per motivi di studio abbiamo cominciato a frequentarci, lui era all’ultimo anno. Stavo frequentando un uomo, non mi sembrava vero!
Un giorno mi ha invitata nelle sua camera. "Devo andare", pensavo, vuoi vedere che è la volta buona. Non era un bel pensiero, ma per me era importante uscire dal ghetto delle secchioni vergini.
Arrivata a casa sua ho iniziato a sudare, lui invece anche se apparteneva alla mia “razza” era tranquillo.
"Chissà se anche lui è vergine?", Pensavo ... che pensiero, ma era più forte di me.
Mi sono seduta sul suo letto, lui vicino a me. Quando mi ha abbracciata probabilmente mi sono irrigidita, lui molto gentilmente mi ha detto: “Calma non ho mai mangiato nessuno” . Ho riso mentre le sue labbra si posavano sulle mie. "Ma io non sono capace di baciare", ho pensato. Come se mi avesse letto nel pensiero: “Calma è tutto sotto controllo …. pensa al mare”, disse lui tranquillo. Ha funzionato perché sono riuscita a baciarlo.
Quando la sua mano è arrivata tra le mie gambe e il suo dito ha cercato di entrare dentro di me ho sentito dolore. "Cos’hai?", disse lui preoccupato. "Tranquilla, se vuoi usciamo, andiamo a cena fuori?" Continuò con molto affetto. "Che carino", ho pensato,non ce l’ho più fatta e ho pianto. Un pianto liberatorio. Forse in quel suo tenero abbraccio senza parole ho capito che lo amavo e che solo lui avrebbe potuto accompagnarmi durante la vita.
Non ci siamo più lasciati. Giorno e notte assieme. Ora avevo i libri e lui. Lui aveva i libri e me.
Quando si è laureato abbiamo fatto una bella festa io e lui. Eravamo due asociali, intelligenti,ma asociali.
Chissà perché per i secchioni- pienivoti è così difficile trovare lavoro. Dopo varie ricerche una sera mi ha detto: “ Vado in Svezia per un anno è un master che mi potrà servire per il lavoro”.
"Un anno vola, ti aspetterò", ho detto sorridendo. "Anche il lavoro sarà in Svezia", mi ha detto abbassando lo sguardo.
"Vieni con me sposiamoci ci faremo una vita nuova in Svezia.", disse lui tutto in un fiato. "Ma io devo finire gli studi ho ancora due anni", ho detto tra le lacrime. "Lascia tutto e vieni con me", mi ha risposto calmo.
Non ho dormito quella notte. "Finisco gli studi poi lo raggiungo", è stata la decisione che ho preso mentre facevo colazione.
L’addio è stato straziante. Due anni sono un tempo breve e infinito. Mentre l’aereo decollava io ero in bagno a vomitare.
Per un anno assidue telefonate, chat, videochiamate, poi più niente.
Mi sono laureata. Ho conosciuto un altro ragazzo. Per non morire di solitudine ho iniziato a frequentarlo, non lo amavo. Lui sì, il suo amore bastava per tutti e due.
Una sera una telefonata. "Ciao, sono io andiamo a cena ti devo parlare". Così, lui torna dalla Svezia dopo un anno che non si fa sentire e mi invita a cena, io ho accettato. Morivo dalla voglia di vederlo.
Lo amavo ancora più di prima. "Tieni il mio biglietto da visita", mi ha detto prima di lasciarmi. "Il lavoro che ho mi permette di mantenerti e farti fare una bella vita. Se decidi vieni in Svezia, ti sposo, lascia tutto", disse lui deciso. "Perché sei sparito per un anno?", risposi imbarazzata. "Problemi con il lavoro", mi ha risposto. "Ora è tutto a posto. Aspetto una tua telefonata".
Mentre l’auto si allontanava, guardavo il biglietto da visita. L’ho messo nella mia inseparabile borsetta.
Non l’ho più sentito e dopo ancora un anno mi sono sposata. Un matrimonio senza amore, forse nella vita ci si innamora una volta sola, forse io sono strana.
Il giorno delle nozze dopo il pranzo mia madre mi chiama: “Tesoro la tua borsetta è rimasta in macchina da noi”." Grazie mamma dammela ho dentro i fazzoletti mi servono", ho detto.
Ho messo la mano dentro, cercavo i fazzoletti ho sentito un biglietto. L’ho preso, l’ho letto.
Era il suo biglietto da visita. Ad un tratto tutto quello che era nascosto in un angolo della mia anima è esploso. Lui è ritornato prepotente dentro di me. Un dolore mai percepito mi ha accoltellata. Ora è tardi, troppo tardi.
Le lacrime scendevano senza pietà per la festosa circostanza. "Cos’hai?" Mi ha chiesto mio marito." Non hai pianto sull’altare piangi ora?" "Mi sono dimenticata … devo fare una telefonata. Un parente in America.. ho promesso che avrei chiamato", dissi tra le lacrime." Non è il caso di piangere, forse sei un po’ stanca", premuroso mio marito mi ha passato il mio telefonino. "Vado fuori c’è meno rumore", gli ho detto.
In giardino, tra le lacrime ho preso il biglietto, a fatica ho fatto il numero.
La sua voce "hello ... hello ?" Non avrei potuto parlare singhiozzavo. Ho riattaccato.
Telefonerò domani … forse ….
L'idea di conoscere il mio creatore, mi aprì la porta verso la gloria del futuro, corri a piedi nudi sulla neve ghiacciata, sentì la trasformazione di me stessa in qualcosa di nuovo.
A poca distanza sentì il dolore del vento ardente sul viso, mi fermai, perchè sentì una voce rauca e decisa, dicendomi chi sono, ma io non lo sapevo, ero appena tornata tra questo magnifico mondo da scoprire.
Vi spiego come funziona: m'iscrivo a un sito web e pubblico un testo. Pensate che sono anch'io un autore in cerca di gloria? Nulla di tutto questo: ciò che pubblico non è farina del mio sacco. Qualche tempo fa ho comprato all'ingrosso da un autore che aveva intenzione di appendere la penna al chiodo, un po' di materiale, un tanto al chilo, senza andare troppo per il sottile.
Poesie, commedie, racconti osceni, storie di vampiri e troie arrapate; insomma il genere che va di moda. Dunque m'iscrivo e pubblico qualcosa: ci sono siti in cui per commentare, basta l'iscrizione, altri in cui bisogna raggiungere un certo numero di pubblicazioni. Monitoro la situazione per qualche giorno; leggo tutto, verifico il numero di letture e commenti raggiunti da ogni autore. Scelgo i più scarsi, quelli che hanno bisogno di un incoraggiamento, che scrivono come cinesi al momento dell'arrivo nel nostro paese: in caratteri ideografici.
Scelta la preda la contatto con un messaggio privato e avanzo la mia proposta: mezzo euro per tre commenti e una ventina di letture in più. In realtà in ogni sito ho una decina di nickname fantasiosi, anche quelli acquistati all'ingrosso e a rate dagli eredi di un commentatore defunto: potrei vendere più commenti ed assicurare un maggior numero di letture, ma se poi l'autore, una volta raggiunto la testa della classifica, pensa che sia tutto merito suo e mi licenzia, che faccio? Meglio lasciarlo a bagnomaria, nella terra di mezzo della gloria letteraria.
Il lavoro non mi manca, anzi a dire il vero ne ho sin sopra i capelli: quello che mi distrugge è l'ansia di certi autori! Pretendono il commento in tempo reale e non badano a spese: per i commenti postati oltre la mezzanotte ho dovuto alzare la tariffa del 50% per scoraggiarli, ma senza grandi risultati.
Se la redazione di un sito pubblica un mio cliente di notte, mi tocca alzarmi e intervenire d'urgenza! Come faccio a saperlo? Semplice è l'autore in persona ad informarmi con tre squilli al cellulare. Ci sono notti in cui per dormire un po' in pace sono costretto a spegnerlo e ad inventare, il giorno dopo, ogni genere di scuse, per essere pagato.
Mi fanno imbestialire quelli che hanno la vena creativa dopo essere tornati dalla discoteca o che per avere uno straccio d'idea hanno bisogno di un rapporto sadomaso: dico io, visto la qualità dei loro lavori cosa cambia, se pubblicano alle dieci del mattino?
Qualcuno deve avere sparso la voce, perché a volte mi contattano anche degli autori di valore per avere un piccolo aiutino, per qualche lettura e commento in più della concorrenza. Chiedono uno sconto e in genere li accontento, anche se a volte per commentarli sono costretto a consultare il dizionario, in cerca di termini più raffinati e incomprensibili.
Non sopporto i dilettanti: guadagnerei molto di più senza tutti quei commenti interessati, quegli scambi di "amorosi sensi" tra autori. Io ti commento se lo fai anche tu: che bisogno c'è? Basto io per tutti, in cambio di un compenso da...caffé ristretto!
La pacchia però è finita: siamo sempre di più a fare questo lavoro e le tariffe sono in calo. Ci sono extracomunitari che per venti centesimi assicurano cinque commenti e una cinquantina di letture. Alcuni propongono tariffe dimezzate, da dieci centesimi per commenti in lingua originale: se vi capita, in un sito letterario di vedere una poesia napoletana commentata in bulgaro, già sapete che è un commento comprato.
Sta diventando una moda: certi autori pretendono commenti in tre lingue diverse, per dimostrare la loro internazionalità. Tra breve mi toccherà appaltare il lavoro agli extracomunitari per accontentarli.
Vi racconto la mia ultima trovata, per incrementare gli affari. Scelgo nickname di autori famosi, ad esempio Montale, Neruda, la Dickinson, Dylan Tomas e commento le poesie dei miei clienti con i loro versi. Fa sempre un certo effetto leggere il proprio nome accostato a dei veri maestri! Scelgo i versi a caso: tanto ormai si è sparsa la voce e leggono solo i commenti. L'autore non lo degnano di uno sguardo. Ecco come mi difendo dalla crisi e amplio la mia clientela.
In realtà mi piacerebbe avere anche qualche piccolo attestato. L'altro ieri ho spedito una mail a tutti i siti di scrittura dove commento: ho presentato il mio lavoro e chiesto l'indizione di un concorso per commentatori. Forse è troppo, ma magari una giuria può scegliere il commentatore del giorno, della settimana o del mese. Anch'io, come gli autori miei clienti, ho diritto ogni tanto a una vetrina: una foto in prima pagina è un'emozione che non mi dispiacerebbe provare.
Il lavoro rende: devo, però, anche pensare al futuro. Non posso fare il commentatore a vita, devo trovare qualcosa che mi assicuri una vecchiaia serena, una pensione dignitosa.
Sono andato alla C.G.I.L. per raccontare del mio lavoro: ho fatto la figura dell'extraterrestre, non pensavano che ci fosse qualcuno al mondo che campa così. Hanno preso la cosa sul serio e svolto un'indagine segreta: in tutto il paese, ci sono solo un centinaio di persone che fanno questo lavoro. Troppo poche per aprire una vertenza nazionale per la tutela dei lavoratori del commento!
Non ho altra scelta per ora, almeno sin quando non mi viene in mente qualche idea migliore, mi spettano altre notte insonni al servizio di autori ispirati da rospi, rane, principesse, politici e commendatori. Con la "D", almeno per questa volta!
Paolo e Francesca in nomination! L’annuncio di Beatrice P. conduttrice del reality “L’isola dei dannati” bastò a far rumoreggiare il pubblico assiepato negli studi televisivi, costruiti per l’occasione in una sperduta isola delle Antille e ivi trasportato con una lunga serie di voli charter dall’Italia.
Il gioco stava entrando nel vivo: nelle prime due settimane avevano dovuto abbandonare lo show, il Conte Ugolino e Bonifacio VIII, eliminati dalle votazioni del pubblico televisivo.
Un applauso scrosciante salutò i concorrenti eliminati. L’organizzazione dello show aveva fatto le cose per bene: era stata presa ogni precauzione per proteggere il pubblico. C’era un ricco buffet a disposizione degli ospiti e in modo particolare del Conte Ugolino, ogni spettatore aveva a disposizione un casco da motociclista per proteggersi il capo.
Si attendeva a minuti l’annuncio dell’altro concorrente in nomination: l’aria era elettrica, i bookmaker davano come favorito l’indovino Tiresia, inviso alla maggior parte dei concorrenti restanti a causa di certe predizioni catastrofiche.
La pausa pubblicitaria servì a tranquillizzare tutti: alla ripresa delle trasmissioni, la regia abbassò le luci in sala e inquadrò Beatrice P. In un corto abito rosso, che lasciava scoperte le lunghe gambe e ne fasciava il corpo sexy, aprì lentamente la busta con l’indicazione del secondo concorrente in corsa per l’eliminazione.
Ulisse in nomination! Il boato del pubblico in studio seguì l’annuncio di Beatrice P. Virgilio, il regista della trasmissione, chiese ai cameraman, di zummare sui concorrenti nominati. Paolo e Francesca furono sorpresi, tablet alla mano, mentre visitavano un sito web per scambisti; Ulisse, invece, era impegnato a infilarsi dei tappi nelle orecchie, per proteggerle dalla musica rap che gli altoparlanti diffondevano nello studio a tutto volume.
Beatrice diede la parola all’inviato speciale: dall’isola dei dannati, Dante A. inziò il racconto degli avvenimenti della giornata, non prima di aver dato altro materiale di pubblicazione ai settimanali di gossip, sussurrando un tvb alla bella presentatrice.
La giornata era stata movimentata da un furto: Giuda aveva richiesto ufficialmente alla regia, la prova televisiva, per scoprire chi gli aveva rubato i trenta euro che aveva nel portafoglio. I suoi sospetti ricadevano su Ulisse: forse per questo era stato il più convinto nel proporlo per la nomination.
Achille, invece, si era infortunato, sfidando Bolt, invitato appositamente per una sfida in diretta televisiva sui cento metri: la rottura del tendine lo costringeva a dover interrompere per almeno sei mesi ogni tipo di competizione agonistica. L’infortunio, però, non era avvenuto in gara: Achille era stato preso a bastonate da Tiresia, arrabbiato per aver perso mille euro puntando sulla sua vittoria.
Dante A. riferì i gossip del giorno: spifferi e voci incontrollate parlavano di una crisi in corso tra Didone ed Enea, di una rottura in vista tra i due amanti. La causa? Il solito re di Itaca, che aveva trafitto il cuore della bella regina. Le telecamere della casa, però, non confermavano la bontà della notizia.
Il successo del reality migliorava puntata dopo puntata, a differenza del programma concorrente, “Un angelo per amico”, già chiuso dopo il flop delle prime puntate.
Dante A. si apprestava ad intervistare i concorrenti in nomination, a sondarne gli umori. Decise di cominciare con l’inventore del cavallo di Troia.
-Come hai preso la notizia della nomination? fu la prima domanda.
-Nessun problema, penso di avere le carte in regola per evitare l’eliminazione. Fu la sua risposta.
-Come?- insistette l’inviato speciale
-Penso di far immedesimare il pubblico con le mie azioni. Sono un furbo di tre cotte e tra i telespettatori italiani, l’astuzia è una dote molto apprezzata. I miei avversari non hanno scampo, non c’è partita.
Dante A. rivolse le stesse domande anche a Paolo e Francesca per par conditio.
-Sappiamo, rispose Francesca, che la gara è difficile, ma pensiamo di avere qualche chance di successo anche noi. Su cosa puntiamo? La nostra è una storia d’amore immortale, anche se maledetta: cercheremo di far immedesimare gli spettatori più romantici nelle nostre emozioni.
Dante e Beatrice si schierarono apertamente per Paolo e Francesca: il pubblico in studio, invece, era diviso, come quello a casa.
La regia decise di lanciare un sondaggio. Al pubblico fu chiesto di rispondere via sms o mail a questa domanda: se dovete tradire la fiducia di qualcuno, preferite farlo per soldi o per amore?
Gli umori del pubblico si divisero quasi in parti uguali, col passare dei giorni, però, furono più gli spettatori che essendo costretti a scegliere, preferivano tradire la fiducia del prossimo per soldi.
Tiresia l’indovino, come sempre aveva puntato cinquemila euro sulla risposta perdente: arrabbiato accecò Ulisse a un occhio, anche per vendicare così l’amico Polifemo costretto dal re d’Itaca a fare la stessa fine un paio di millenni prima.
L’esito del gioco restò incerto a lungo: nel frattempo Didone ed Enea trovarono il modo di proporre a Paolo e Francesca uno scambio di coppia, ricevendone, a sorpresa, una certa disponibilità di massima. Ulisse decise di presentare domanda d’invalidità all’Inps, per problemi di vista, il conte Ugolino riuscì ad afferrare un cameraman per il cranio, uno dei pochi in studio a non avere, per ragioni professionali alcuna protezione. Il pubblico, cui non dispiaceva un po’ d’effervescenza, elmetto d’ordinanza sul capo, faceva un tifo sfegatato per il nobile toscano.
Il verdetto del pubblico televisivo sorprese tutti: sarebbero rimasti in gara Paolo e Francesca. Ulisse, il favorito dei bookmaker, per la vittoria finale, dovette abbandonare anzitempo il gioco.
La notte nell’isola dei dannati fu lunga e avvincente, per i telespettatori abbonati al reality: Enea e Francesca, Didone e Paolo, ci diedero dentro di brutto. Ulisse prima di abbandonare definitivamente l’isola, ebbe il tempo di sottrarre i soliti trenta euro a Giuda, battendolo a briscola.
Gli ascolti mostrarono un’ulteriore impennata: per i fortunati conduttori si spalancarono nuove opportunità di carriera. Dante A. fu contattato da una famosa azienda cartotecnica per pubblicizzare il suo miglior prodotto: una carta igienica di morbidezza davvero unica. Beatrice P. si diede alla politica: un noto leader di un partito conservatore, la mise in lista per diventare consigliera regionale in una regione della Padania.
analizzare ed elaborare
la noia
e rinchiuderla
come una cavia
in un laboratorio,
studiarla
fino a comprenderne
l'essenza piu' profonda.
E mi domando se gli uomini
saprebbero coltivarla
come si fa con le piante.
Allevarla come si farebbe
con un animale...
ma ho il sospetto
che non riuscirebbero.
La noia bisogna farsela amica
viverla, sentirla, talvolta cercarla
e si imparerà anche ad amarla.
E' l'unico modo per trasformare
una sensazione insopportabile
in una condizione quasi appagante.
La noia, la solitudine, l'amarezza
non sono che stati della mente
e proprio quando sono questo
che fanno piu' male.
Non vedevo nulla, il sole mi accecava ed ero felice di quello, ero troppo imbarazzata per poterlo guardare.
Con le mani gli ho accarezzato i capelli e ho accompagnato il suo viso al mio ventre. La sua lingua mi faceva impazzire, ma non osavo gemere per pudore e vergogna.
Sono troppo vecchia per lui pensavo. Lui è un ragazzo, non saremo mai una coppia. Ma lo adoravo, il suo ardore era la mia droga.
Il luogo era deserto, la sua lingua sfiorava i bordi delle mutandine del mio costume. Lo desideravo con tutta me stessa. Speravo mi togliesse il costume al più presto.
Le sue mani mi sfioravano i fianchi mentre sentivo il calore delle sue labbra tra le mie gambe.
Ad un certo punto un rumore …. stava arrivando gente. Lui si è alzato di scatto, io ho ricomposto il costume. Dobbiamo andare, ha detto, andiamo in camera staremo più tranquilli.
Lo guardavo … così giovane. Non voglio pensarci, ora andiamo in camera.
La camera era accogliente, piccola. Io faccio una doccia, ti aspetto sotto l’acqua, mi ha detto, sorridendomi e strizzandomi l’occhio.
In costume seduta sul letto, sentivo lo scrosciare dell’acqua. Avevo un po’ di sabbia addosso, mi sono tolta il costume e sono andata sotto la doccia con lui.
Sei arrivata finalmente, mi ha detto, stavo per insaponarmi, fallo tu. La sua calma e sicurezza mi intimorivano, ma ancora di più il pensiero che forse non avrei dovuto essere lì in quel momento.
Cosa fanno le donne della mia età? Lavori domestici, spesa, angeli del focolare. Io non mi sono mai sentita totalmente casalinga. Infatti non ho mai smesso di lavorare e di coltivare interessi. Non ho mai accettato di seppellire la mia anima sotto polvere, pentolini e panni da stirare. Non sapevo se avere una relazione così particolare potesse rientrare tra le cose lecite, ma da quando conoscevo lui mi sentivo meglio, potevo avere scambi di opinioni, emozioni e fantasie.
Il sesso potrebbe essere una forma di comunicazione? Il sesso tra persone che si stimano, si rispettano e si vogliono bene è così grave? In un’ amicizia particolare può rientrare anche il sesso senza compromettere la routine delle nostre regolarissime vite? Pensavo fosse possibile, infatti ero sotto la doccia con lui.
Che cos’hai? Sei strana così pensierosa! Mi ha detto sorridendomi. Niente, scusa, ho risposto tra le lacrime.
Perché piangi? Non fare così! Asciugati, io arrivo subito, andiamo a cena. Sai che ti voglio bene, devi fare solo quello che ti senti. La tua compagnia per me è preziosa.
Anche per me lo sai, ho detto più serena, ti voglio bene anch’io.
Andiamo a cena, mi ha detto con un sorriso malizioso, ti faccio bere un po’… poi c’è tutta la notte che ci aspetta …
Devo dire che a cena mi ha sorpresa, decisamente romantico e passionale. Quando ha cantato al Karaoke mi ha stupita, non sapevo di quel suo talento tenuto nascosto.
Ero contenta che la musica ci accomunasse, lui per il canto, io per la danza. Era decisamente un uomo pieno di sorprese.
Non abbiamo più parlato di quel mio pianto improvviso, forse lui capiva benissimo i miei conflitti interiori e non desiderava parlarne.
La sua promessa di farmi bere è stata mantenuta, infatti continuava a riempirmi il bicchiere, ma io versavo il vino in un vaso vicino a me.
Non amo perdere il controllo, non ero ubriaca. Arrivati in camera i battiti cardiaci forse sfiorarono l’infarto, ma lui è riuscito tranquillamente a calmarmi. Aveva un carattere meraviglioso solare, sempre sorridente, ironico. Scherzando mi ha spogliata, sorridendo mi ha confortata: “Stai tranquilla, fai un bel respiro e domani, se hai sensi di colpa, pensa di aver fatto un sogno”.
E’ stato un bellissimo sogno, un sogno d’amore.
Un anno di vita clandestina ad ogni nostro incontro seguivo il suo consiglio pensavo che non lo stavo vivendo, ma che era un sogno così mi sentivo meglio.
La nostra relazione aveva i tempi sbagliati: o lui era nato troppo tempo dopo o io troppo tempo prima. Forse era proprio la nostra differenza di età a renderci così affiatati e bisognosi l’uno dell’altro. Era una relazione non accettata dalla società. Anche il tempo ne era complice, una donna della mia età non avrebbe potuto dargli dei figli. Questa pensiero mi distruggeva, lui era giovane ed era giusto che si facesse una famiglia.
Un anno è stato un tempo breve, ma nello stesso tempo lunghissimo.
Eravamo in città diverse, relativamente distanti è stato facile non farmi più trovare. Lui ha provato a cercarmi con qualche appostamento alla scuola di danza, ma era molto intelligente e ha desistito in fretta.
Se ho sofferto? Soffrire è un eufemismo. Le mie giornate sono torturate dal dolore che per me è un compagno inseparabile, ci convivo.
Una cosa sola vorrei, con tutto il cuore, che lui sia felice.
Cenacolo al tramonto
Spregevoli e pregevoli gesti
Ricamano l’abazia
Luci che attraversano l’erosione
Rimarcano volti tesi in attesa
Lagna lenta in coro risuona
Raccolta di viscidi movimenti, dondolii
Avanti e indietro fermi postati
Tremar la terra, i cieli, i palpiti
Si copre la luna, e il buio si fa giorno
rimangono al suolo i pesi dello sconforto.




