Pensavo di essere una ragazza fortunata. Buona famiglia, scuola, sport, amici, vacanze. Invece la vita ad un certo punto mi ha spalancato una porta che avevo chiuso. Era una porta blindata, al di là della quale vi era l’orrore.
Finito il liceo, durante un' estate molto calda, ho iniziato ad avere il sonno interrotto. E’ il caldo, pensavo.
Ma i miei sogni iniziarono ad essere tormentati da mostri.
Mi svegliavo spesso e non me ne ricordavo la trama, sentivo solo una forte paura mista a schifo. Oggi posso descrivere le mie emozioni in questo modo, allora ero frastornata e non capivo il mio sconforto.
Ho iniziato a vomitare nelle ore più disparate della giornata, senza una motivazione logica.
Ero alta e magra. Persi 10 chili, anche se mangiavo regolarmente, non riuscivo più a concentrarmi, studiare e dare esami all’università era impensabile.
Piangevo spesso, sentivo un mostro che mi assaliva.
Le malattie mentali sono sempre vissute con angoscia dai famigliari perché ci si sente impotenti e sperduti.
Non serve l’antibiotico che in cinque giorni ti fa stare bene, non serve l’antinfiammatorio così il dolore si attenua, anche le malattie più gravi hanno una terapia.
I mali dell’anima sono subdoli, strani.
Io non ero matta, ero consapevole della mia sofferenza, troppo. Ho pensato di farla finita, senza un motivo logico, senza una spiegazione al mio dolore.
Il sonno se ne andò presto, aprendo le porte dell'inferno alle mie notti solitarie.
Nel silenzio più totale, ero perseguitata da immagini mostruose, deformi e repellenti.
Come atto estremo, feci blindare le finestre, in previsione di un mio possibile suicidio.
Opposi una ferrea resistenza con tutte le mia forza di volontà, sperando che fosse solo un momento della mia vita.
Purtroppo non fu cosi, arrivai al limite, tanto che alla fine fui costretta di mia spontanea volontà, con immenso piacere da parte dei miei famigliari, a mettermi in cura da uno psichiatra.
Era una donna, dolce, paziente e comprensiva, tutte doti indispensabili per la professione. Senza saperlo fui baciata dalla fortuna, a detta di tanti non tutti i medici in questo campo potevano vantare queste caratteristiche basilari.
Il percorso fu molto sofferto, tormentato, difficile.
La dottoressa con me uso il metodo del badile, scavò con costanza all’altezza del mio addome fino a raggiungere i miei ricordi sepolti sotto cumuli di altre macerie con cui li avevo ben nascosti.
Mi procurò tormento e terribili dolori, ma riuscì a riportare alla luce il cancro nero che mi stava divorando le viscere e la mente.
Quanto male in quei momenti di dialogo, mi sembrava di morire mentre la mie labbra e la mia lingua si muovevano da sole, senza che io potessi far niente per fermarle.
“Parlami di quando eri bambina”, mi chiese la psichiatra, con dolcezza.
“Ero una bambina serena, avevo tanti amici, ero brava a scuola, frequentavo un corso di danza”, risposi con una voce che sembrava provenire dal mio stomaco.
“Con chi vivevi?”.
“Con la mia famiglia e uno zio”, la mia mente in quel momento, non so come aprì una porta che non ricordavo di aver chiusa, ero con un mio familiare, una figura indistinta che mi parlava con voce dolce e suadente, ero in bagno, ero piccola, nuda e indifesa.
“Vieni sei sporca, ti devo fare la doccia ...”, mi diceva quella voce pacata.
I bambini pensano sempre che gli adulti siano giusti e che a loro si debba fare riferimento.
“Ti devo lavare bene anche dentro”, continuava la voce calda, mentre mi entrava con due dita nel mio posto più intimo, senza che comprendessi appieno l'importanza di quel gesto.
Quanto spesso la dicevo in casa quella frase, un ritornello che nessuno prendeva in considerazione: “Mi ha lavata bene anche dentro!”.
Ora comprendo quanto la pedofilia sia un mostro a cui nessuno vuole pensare, si ritiene un orrore che può capitare solo a casa degli altri, mai nella propria, il solo parlarne significava far entrare il mostro da un angolo nascosto, mai del tutto chiuso.
Nessuno voleva realmente prendere in considerazione seriamente le mie parole di bimba.
“Bisogna ascoltare i bambini, le sfumature sono importanti. Bisogna guardare negli occhi i nostri bambini, il loro sguardo spesso nasconde dolori inconfessabili”, arrivai ad urlare tra le lacrime copiose alla dottoressa, arrivati alla fase che nella terapia psicologica viene definito “consapevolezza”, mentre mi teneva fra le braccia, attenuando i miei singhiozzi.
Quel giorno dicevo alla psichiatra che non riuscivo ancora del tutto a credere che fosse capitato proprio a me, ero una bambina come tante, giocavo, facevo i compiti e crescevo, mentre il mio corpo acerbo prendeva sembianze più femminili.
“Giochiamo assieme alla Playstation nella tua cameretta”, m'invitava la voce calda e pacata.
“Gli adolescenti danno per scontato che i famigliari non possano farti del male. Nessuno insegna a loro di diffidare di tutti, anche da chi ti dovrebbe dare amore”, mi spiegò con pazienza la dottoressa.
Verissimo, adesso me ne rendevo conto, mi colpevolizzavo senza pietà, quando la colpa in realtà non era per nulla mia, mi ero fidata delle persone che avrebbero dovuto proteggermi.
Non abusare di me, per i loro porci comodi.
Ricordare quell’ episodio fu terribile, stavo rivivendo la stessa sensazione di quel momento.
“Avere un rapporto sessuale a undici anni con un familiare è come gettarsi in una fogna”, spiegai alla dottoressa, riguardo a ciò che comprendevo dal rivivere quei ricordi dolorosi.
Mi sentivo lercia e impotente, le ripetevo come un mantra.
E’ come se l’odore di fogna facesse parte di me, mi sentivo sporca sempre.
“Non ne parlavo con nessuno, pensavo che fosse normale così e basta. Ripensandoci adesso mi sembra assurdo, ma gli adolescenti sono fragili e sperduti in questa vita così complessa e tormentata.
Parliamo con i nostri figli stiamo vicini a loro non solo con beni materiali. Bisogna passare tempo in loro compagnia, ascoltarli. Niente è stupido di quello che dicono, ogni parola ha un suo peso. Ogni comportamento anomalo ha un significato. Io ero magrissima, la scusa era quella della danza, ma in realtà non avrei voluto crescere, non avrei voluto che il mio corpo cambiasse”, esplicitai alla dottoressa, durante uno degli ultimi incontri.
Il tempo passò, le dinamiche familiari cambiarono, io per sopravvivere rimossi tutto.
“Come diceva Freud, i ricordi dolorosi, a volte, li mettiamo in un angolo della nostra mente, li seppelliamo e li dimentichiamo. Il problema è che sono sempre con noi, sepolti sotto innumerevoli strati di altri ricordi messi come coperchio e possono riemergere in qualsiasi momento della nostra vita, per un qualsiasi motivo che scatena in noi una situazione di stress emotivo”, mi spiegò la dottoressa, asciugandomi le lacrime con un fazzoletto dai motivi floreali e coccolandomi come una bambina impaurita e sperduta.
La mia analisi andò avanti per più di un anno intero.
Quando i ricordi furono completamente riportati alla luce della mia coscienza, affrontai un altro percorso molto più difficile e tremendo.
Denunciai il mio aguzzino.
Il processo fu penoso e umiliante per me, fui costretta a scendere nei particolari della violenza ripetuta di cui ero stata vittima, ovviamente non avevo testimoni ed era passato molto tempo.
Il motivo principale per cui molte donne non denunciano è soprattutto la vergogna.
Dovrebbe essere il contrario, ma in genere chi subisce violenze sessuali prova una profonda e incontrollabile vergogna, si colpevolizzano per la fragilità, per l' impotenza, per l' ingenuità.
Denunciare è fondamentale, solo in questo modo i mostri non commetteranno altre mostruosità.
Sono stata meglio quando mi sono innamorata. Ho conosciuto il ragazzo che poi è diventato mio marito in tribunale. Posso dire che l’amore mi ha salvata.
La mia vita è serena.
La notte, a volte, mi sveglio sudata.
Non ricordo la trama del sogno.
Non voglio ricordare.
 












 
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Profilo Autore: Barbara  

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Commenti  

nabrunindu
+1 # nabrunindu 04-07-2013 20:15
bè, e che dire? c'è poco da commentare, il racconto è scritto benissimo.il contenuto fa solo rabbia, a volte troppe volte il mondo è pieno di mostri.brava barbara. tante stelle, ma che illuminino il cuore degli uomini. :-)
Antonia Vono
# Antonia Vono 04-07-2013 21:37
Terribile ..sì ai ragazzi bisogna dare ascolto,soprattutto ai loro silenzi.
ben descritta l'angoscia , lo sconforto e il ribrezzo..
Ciao alla prossima ,un abbraccio! :-)
Silvana Montarello*
# Silvana Montarello* 04-07-2013 22:37
Che dire...senza parole,ti capisco i ricordi cerchiamo di seppellirli ma alla prima forte emozione tornano a galla,non riesci a parlare,ti manca il fiato,qualche medico dice(sono attacchi di panico)si un panico che arriva da molto molto lontano e nessuno capisce,nessuno comprende.che rabbia complimenti barbara grande bravissima sei riuscita a tirare fuori quello che tantissime persone non riescono a fare. :-|
pierrot
# pierrot 05-07-2013 00:11
Mi ha colpito la notizia di questi giorni delle tante quotidiane violenze sulle donne in Egitto. Come uno sfogo al caos, un bottino lecito...Certo quando è possibile si deve denunciare, parlare, curare...grazie per il racconto
Barbara
# Barbara 06-07-2013 07:56
Grazie a tutti di cuore un bacio.

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