Ora sto bene, la corrente del fiume mi culla, il mio corpo ondeggia. Sono ferma qua, la mia gamba è incastrata non so dove, non vedo bene,  l’acqua del fiume non è limpida.
Vedo la luce del sole filtrare, so quando è giorno e notte. Non sono molto sotto il livello, presto mi troveranno.
La pace che provo ora non ho parole per descriverla è una sensazione che tutti prima o poi conoscono.
Forse per me ha più valore perché la mia vita, a differenza da quello che poteva sembrare, era diventata un inferno.
Sembrava perfetta la mia esistenza:  moglie, madre, casalinga. Una bella casa in campagna, orto, giardino, animali. Avrei potuto girare la pubblicità del Mulino Bianco.
Ero bravissima a scuola, mi sono diplomata senza difficoltà. Le mie difficoltà erano nei rapporti sociali, da sempre ho combattuto con la mia timidezza. Col tempo mi sono accettata : “E’ il mio carattere”, pensavo “Non siamo tutti uguali”.
La mia famiglia era molto religiosa e mi ha trasmesso la devozione per Dio e il rispetto per i sacramenti.
Ho avuto solo due fidanzati, uno alle scuole superiori che tenevo nascosto. Mi sembrava che fosse “sconveniente” avere un filarino a sedici anni.  Me ne vergognavo, ora mi rendo conto di tante cose, ma è tardi sono qua in fondo al fiume.
Il secondo fidanzato è colui che in seguito sarebbe diventato mio marito. Religiosissimo anche lui. Mi sembra superfluo dire che mi sono sposata vergine. Ci credevo, ero innamorata, credevo nella famiglia.
Dopo il diploma ho iniziato a lavorare, è stato facile per me trovare un’ occupazione avendo un curriculum scolastico ottimo.
Vivevo in una grande città. Nella mia vita tutta casa, lavoro e chiesa entrò lui, quello che poi è diventato mio marito. All’inizio era tutto meraviglioso, tutte le storie d’amore iniziano così, il difficile è far durare quel “meraviglioso”.
Per amore ho lasciato il lavoro e ho cambiato città, poi sono andata a vivere in campagna. Oggi, qui in fondo al fiume, ripensando alla mia vita, se tornassi indietro, probabilmente sceglierei il lavoro. E’ troppo facile così, tutti se potessimo tornare indietro cambieremmo qualcosa.
Ho avuto tutti i figli che il Signore ha voluto donarci. Mi spiace tanto per i miei quattro figli, ma ormai ero una mamma troppo depressa per poterli aiutare, non avevo più le forze. 
L’idea di famiglia che avevo quando ero ragazza era molto diversa da quella che ho vissuto.
Lavoro, pazienza, devozione e solitudine. E’ questa la parola che più a peso in tutta questa vicenda SOLITUDINE.
A casa, dopo aver portato i bambini a scuola, durante i lavori domestici, ascoltavo le canzoni dei  Modà. Canzoni d’amore, un amore che ormai io non conoscevo più.  Mio marito era troppo occupato nel suo lavoro principale e poi nel lavoro a casa dell’orto e con gli animali. Parole d’amore e di affetto per me non ce n’erano più.
Forse gli uomini si dimenticano che noi abbiamo anche un’anima che ad una pianta di insalata forse preferiamo una mano sulla nostra, un sorriso e una frase : “ Come va? Sei stanca?”.
Mi marito non era una persona violenta, non mi trattava male, non mi faceva NIENTE. E’ a  quel “ niente” che le donne non possono ribellarsi, non è possibile mostrare la nostra anima sofferente, se non con le lacrime.
Nella mia bella e grande casa le molte ore in solitudine e dolore mi pesavano sempre di più. Il mio carattere timido e introverso non mi permetteva di confidarmi. Io non avevo amici, solo conoscenti. Gli unici posti che frequentavo erano la scuola dei bambini, il supermercato e la chiesa.
Unico contatto sociale era il computer, facebook, una vera manna per le persone timide come me.
In  chat riuscivo a dire qualcosa di più. Anche a lui, il papà del compagno di scuola di mio figlio.
Un’amicizia fatta di piccole confidenze e affetto. Lo vedevo al mattino all’ingresso della scuola quando accompagnavo mio figlio e gli scrivevo alla sera su facebook.
A mio marito non andava che stessi al computer, era geloso. Non voleva che parlassi con altri, non ha mai capito che lo facevo perché lui non parlava più con me.
Non so come sia riuscito ad avere le mia password. E’ entrato nel mio profilo e ha letto alcuni messaggi.
Ha visto un orsacchiotto che aveva tra le mani un cuore con su scritto “Ti voglio bene”.
Si è molto arrabbiato, non ha pensato a quanto fosse semplice far contenta una donna, una moglie, una mamma, una casalinga : basta un orsacchiotto con in mano un cuore.
Da quella sera non ho più vissuto tranquilla, la sua gelosia è diventata un’ossessione, la sua ossessione per me si è trasformata in un’enorme senso di colpa che piano piano mi ha uccisa. Una timorata da Dio come me che si innamora di un altro era  inammissibile, pensavo di essere sulla bocca di tutti, ma tutti se ne fregavano di me, della casalinga sola e depressa che forse avrebbe potuto laurearsi e avere una brillante carriera sul lavoro.
Ormai il mio equilibrio si era incrinato, di notte sentivo nella mia testa voci che mi torturavano. Ho tentato di confidarmi con qualcuno, ma non ci sono riuscita le parole non mi uscivano.
Sono finita in fondo al fiume, non importa sapere se mi ha uccisa mio marito per gelosia o se la mia depressione mi ha portato a questo gesto estremo, ormai sono qua.
Le trasmissioni televisive usano la mia storia come pane quotidiano. Chissà quante donne si sono immedesimate in me, quante donne hanno pensato che la loro vita fosse un po’ come la mia.
Forse la nostra parte interiore è più elaborata e complessa di quella degli uomini, loro sono più pratici.
Non dispiacetevi  per me ora sono serena, guardate la mia foto sul profilo di facebook e ricordatemi così, sorridente, tra i fiori … per sempre.
 
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Profilo Autore: Barbara  

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Toc toc la mano bussa delicatamente sulla porta, dall’altra parte una voce decisa risponde “avanti”la porta scricchiolando si apre lentamente.
La scrivania coperta di carte e scatole di medicine, dietro un uomo alto un pò brizzolato, camice bianco, occhi azzurri, occhiali sul naso, un’espressione seria mi fa quasi paura, con un gesto della mano mi fa cenno di sedermi, butto l’occhio sulle sedie, le stesse di quelle della sala d’aspetto, “nere”
tutto fa pensare male, con voce pacata, calma inizia a parlare, poco dopo metto a fuoco quello che sta cercando di dirmi, nel giro di pochissimi minuti non sento più la voce....
Le labbra si muovono ma non riesco a seguire il discorso....
Tutta la mia vita va a rotoli in qualche secondo,
tutto va a fumo....
Anni che si frantumano in un istante,
la vista annebbiata....
Non riesco più a vedere il camice bianco....
Il buio....
Il nulla....

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Profilo Autore: Silvana Montarello*  

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Un appuntamento 
un orario 
preoccupazione 
ansia. 
Persone sedute 
con l’aria seria 
triste. 
Le sedie nere 
assomigliano all’aspetto 
di chi ci sta seduto. 
Aria viziata 
odore di medicinali 
di chiuso. 
Entra qualcuno 
un piccolo spiffero d’aria pulita, 
velocemente si richiude, 
non c'è possibilità che l’aria si ripulisca.
Attendo il turno impaziente. 
Mentre continua il via vai gente 
entrano ed escono. 
Sguardi tesi....
nervosi 
si percepisce un’aria pesante, 
finalmente è arrivato il mio turno......
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Profilo Autore: Silvana Montarello*  

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L'aria cambia sapore
Il cielo muta colore
dall'arancio al rosa
Lui inerme riposa

Anche se par tutto un dormir
in un lampo si fa sentir
ed un tonfo che lo accompagna
sembra la rovina della mia Romagna
 
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Profilo Autore: Semplicemente me stessa  

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Entrare a casa provo una sofferenza atroce nell'ingresso ad aspettarmi non vedo più la mamma, ad ogni ritorno è sempre più difficile la mente vaga lontano hai ricordi di quando vivevo in quella casa.
Il fuoco scoppiettante del camino, i giochi nei vialetti, sempre sporchi di terra, la strada ancora non era asfaltata, la frutta e verdura caricata sull'ape pronta per la mattina dopo papà e mamma si alzavano presto per andare al mercato.
D’estate l'arrivo dei parenti lontani le cene con gli zii e cugini, con alcuni di loro si era instaurato un rapporto di affetto molto intenso tornavano giù al paese per le ferie, una gioia immensa rivederli.
A distanza di tanti anni ritornare in quella casa.... ancora sento un coltello che gira dentro la ferita, che sanguina ancora.
La cucina, ha visto tante tristezze, ma anche gioie. Appeso al muro un disegno fatto in asilo sono passati quasi 18 anni ancora è appeso là.
L’ingresso un corridoio lungo una mensola dove moltissimi anni fa stazionava il telefono, i muri quasi interamente ricoperti di fotografie, vecchie e nuove, figli, nipoti, nonni, una generazione impressa stampata su quei muri.
Quanti ricordi riemergono entrando a casa.... faranno sempre parte di me della mia vita, incancellabile il ricordo di quell'unica persona che non ce più, ogni volta che apro la porta mi sembra ancora di vederla seduta su quella sedia. 
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Profilo Autore: Silvana Montarello*  

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Un sorriso vestito di blu 
 fa le feste 
e sento il freddo della neve. 
Mastico sogni 
che cambiano 
la direzione del vento 
eppure il buio 
m'illumina! 
Un canto 
carezzevole 
corona i sogni 
ed il cielo asciutto 
 ripercorre l'anima... 
Lentamente m'imbrunisco 
perché questo voglio 
e non ritrovo più 
quello di ieri... 
E' questione di tempo​​​
e  sarà  sicuramente
​   nuova alba.
​
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Profilo Autore: Rosanna D'attis  

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Ethanor rimboccò le coperte ad Arwyn e riprese a raccontare abbassando progressivamente il tono della sua voce: ”Elan, l’artigiano del villaggio, odiava i cacciatori e, ogni volta che poteva, liberava gli animali dalle trappole, soccorreva quelli feriti o imbalsamava quelli che non sopravvivevano. Amava conservare per sempre la loro bellezza. Un giorno raccolse un fagiano appena colpito dalla freccia di un cacciatore. Era troppo tardi, la freccia l’aveva trafitto mortalmente, ma Elan lo raccolse e lo portò nella sua bottega e lo imbalsamò. Quel fagiano era così bello che decise di esporlo sul tetto della sua casa. Si narra che tutte le femmine di fagiano si avvicinassero a quello splendido esemplare così ben conservato da sembrare ancora vivo, ma accadde che una femmina in particolare resto lì per diversi giorni accanto al fagiano, finché questi prese vita e insieme volarono via. Perché, mia piccola regina, se inseguiamo i nostri…” Ethanor s’interruppe bruscamente quando si accorse che la nipotina ormai dormiva profondamente. Allora indietreggiò silenziosamente fino a varcare la porta della stanzetta della fanciulla e si andò a sdraiare sul suo giaciglio accanto al camino acceso chiedendosi se anche quella notte avrebbe sognato Aylin.
         Così fu. Anche quella notte la bella e sconosciuta donna dai capelli corvini restò con lui fino all’alba, come accadeva da diverso tempo. Quel sogno ricorrente non solo era così vivido da sembrare reale, ma aveva una sua storia che si sviluppava notte dopo notte. S’innamorò a tal punto di Aylin da convincersi che da qualche parte esisteva davvero. Doveva essere così. Voleva che fosse così. Sentiva che lei viveva da qualche parte. Magari in una contea vicina. Cercò di focalizzare mentalmente i luoghi dove s’incontravano, ma per quanto si sforzasse di ricordare non conosceva nessun posto la cui descrizione potesse corrispondervi. Non poteva sapere che la stessa cosa accadeva da molte notti alla stessa Aylin.
Una mattina, dopo aver condotto Arwyn dai nonni, andò nella biblioteca del Duca Uhr dove lavorava come contabile. Cercò tra le mappe e negli appunti di viaggio dell’anziano Duca, un tempo grande appassionato di esplorazioni. Sperava di trovare qualcosa che potesse coincidere con quei posti che vedeva in sogno.
Aylin viveva in un villaggio di una contea distante diversi giorni di cavallo. Il villaggio era nei pressi di un crocevia molto frequentato da viaggiatori, avventurieri e commercianti e dipendeva molto dal loro transito. Lei gestiva una locanda insieme al marito. Un tempo aveva anche pensato di amarlo, ma ora la sua vita oscillava tra l’abitudine e la sopportazione. Per questo benediva la notte che le regalava quella vita parallela nella quale rifugiarsi. La notte sognava Ethanor, il giorno lavorava canticchiando una vecchia canzone:
 
Sto aspettando che scenda la notte
So che ci salverà tutti
Quando ogni cosa è scura
Siamo protetti dalla dura realtà.
Sto aspettando che scenda la notte
Quando ogni cosa è sopportabile
E lì nell’immobilità
Tutto ciò che senti è tranquillità.
C’è una stella nel cielo
Che guida il mio cammino con la sua luce
E nello splendore della luna
So che la mia liberazione arriverà presto
 
Ethanor restò in biblioteca diverse ore, finché non trovò uno schizzo fatto da Uhr. Si vedeva un pozzo al centro di una grande piazza e sullo sfondo nel lato destro c’era accennato un bosco di querce, il bosco dove aveva sognato per la prima volta Aylin e il pozzo si trovava proprio dove si davano appuntamento tutte le notti. L’aveva trovato! Quello schizzo fatto dal Duca lo fece sussultare. Girò il foglio di pergamena. Dietro c’erano gli appunti che l’anziano aveva scritto di suo pugno. La contea di Winnedor. Era lì che si trovava il villaggio conosciuto da tutti i viandanti con il nome di Yen Yen. Partì quel giorno stesso, dopo aver chiesto ai suoi genitori di tenere per qualche giorno Arwyn. Sua nipote era rimasta orfana quando la madre, sua sorella, ed il padre furono vittime di un incidente sulle rapide del fiume durante una battuta di pesca.
Giunse dopo alcuni giorni nella contea di Winnedor. Mai il sogno cessò di fargli compagnia, né mai abbandonò le notti di Aylin. Percorse il sentiero che costeggiava il bosco di querce e che conduceva nella piazza principale del villaggio pieno di trepidazione. Il pozzo era molto simile allo schizzo di Uhr, tranne qualche dettaglio che la pur brava mano del Duca non aveva riprodotto. Scese da cavallo e si avvicinò al pozzo. C’erano diverse donne che si alternavano a prendere l’acqua per portarla via. Una di queste alzò lo sguardo e gli sorrise. Poi fece un cenno con il capo, come ad indicare il bosco. Ethanor la riconobbe subito. Era lei. Era proprio lei. Esisteva, dunque. Montò a cavallo e si diresse verso il bosco. Il sentiero che s’inoltrava tra le querce si divideva quasi subito. Lui prese la strada che, curvando verso destra, conduceva ad una radura dove c’era il tronco della quercia più vecchia della contea adagiato sul prato. Lì si erano incontrati la prima volta nei loro sogni. Scese da cavallo e attese. Aylin giunse poco dopo. Si avvicinò a lui guardandolo dritto negli occhi. Finalmente poteva vedere bene il suo viso, sfocato nei sogni notturni. Era proprio come l’aveva sempre immaginato. Quando gli fu vicino abbastanza lo abbracciò e lo baciò come se fossero amanti da sempre. Restarono abbracciati a raccontarsi tutto per ore.
Quando Aylin si rese conto che si era fatto tardi si alzò di scatto.
“Mio marito mi starà cercando!” Esclamò preoccupata. “Che cosa facciamo ora?”
“Ci rivedremo domani” disse Ethanor.
“E stanotte nel nostro mondo” aggiunse con un sorriso Aylin.
Ethanor osservò la donna allontanarsi e si inoltro nel bosco. Non voleva fare ritorno in paese per non destare sospetti. Trovò un posto sicuro e vi si fermò a dormire.
Gli incontri durarono per qualche giorno, poi l’uomo disse che doveva rientrare a casa. Aylin lo guardò con tristezza, ma annuì. Non disse una parola. Lo baciò e tornò verso il villaggio.
I giorni seguenti furono molto duri per entrambi. Cominciarono ad avere problemi nel distinguere quale fosse la loro vita reale. Una notte Ethanor sognò Aylin che si accarezzava il ventre mentre gli sorrideva, poi si avvicinò a lui e gli sussurrò:
“Lo chiameremo Lòlindir, figlio del sogno, o Earwen se è una femmina.”
Si svegliò di colpo. Era la prima volta che accadeva. Il sogno e la realtà si stavano mescolando l’uno con altra fino a diventare indistinguibili e lui doveva trovare una soluzione, ma quale? Provò a riaddormentarsi, ma quella notte la passò in bianco.
Il giorno seguente fu per lui solo una lunga attesa della sera per poter rivedere Aylin. Quella notte la donna era seccata con lui.
“Perché ieri sei andato via così?” Disse risentita. Poi tirò fuori un biglietto dalla tasca della sua ampia gonna e lo poggiò delicatamente sulle sue gambe, prima di alzarsi e andarsene, svanendo nel sogno.
Ethanor aprì quel foglio piegato in due e lesse:
 
Desideri in attesa
 
Io voglio invecchiare con te,
vivere giorno per giorno
i nostri respiri insieme,
dividere con te
le notti in bianco
passate a cullare nostro figlio.
E quando il vento
pettinerà i nostri capelli bianchi,
abbracciati su questo tronco
ripeterci fino alla noia,
come adesso, "ti amo".
 
Aylin
 
         “Zio, zio. Sono ancora la tua regina? Zio, sveglia.” La voce della dolce Arwyn lo riporta bruscamente alla realtà.
         “Si amore mio. In questi giorni ti ho un po’ trascurata, ma sei sempre la mia regina. Oggi ti porto a giocare al lago e passeremo tutto il giorno insieme. Prepariamoci.” Le sorrise.
         “Ma il lavoro?” Chiese la bambina.
         “Al diavolo il lavoro.” Sentenzio. Aveva sempre odiato quel lavoro, ma ormai erano otto anni e si era rassegnato. Quando sua sorella e il marito erano morti lasciando sola Arwyn non aveva avuto più scelta. Doveva restare lì a badare a lei. Niente più viaggi con Uhr. Il Duca accettò di averlo come contabile, perché si fidava di lui, e si cercò un nuovo accompagnatore nei viaggi successivi. Avrebbe fatto qualunque cosa per quella bambina, ma quanto gli mancava quella vita! - Al diavolo i viaggi, al diavolo le donne - pensò. E poi tutte le volte che si era legato ad una donna aveva sempre finito per pentirsene amaramente.
         Nei giorni che seguirono l’uomo si dedicò con nuovo vigore alla sua vita di sempre salvo poi rituffarsi nei sogni quando arrivava la sera. Si disse che era stato un errore andare a cercare Aylin. Era tutto così perfetto prima che l’incontrasse di persona e doveva riportare le cose a come erano prima. Certo non faceva la vita che voleva, ma almeno aveva quel sogno e amava rifugiarvisi. Ma più i giorni passarono e più il sogno divenne breve e meno intenso, finché una notte smise di sognarla.
         Aylin, dal canto suo, faceva sempre lo stesso sogno. Lei andava nel bosco e l’aspettava per ore seduta sul tronco di quercia e poi tornava a casa delusa e amareggiata. Nel frattempo il suo ventre era sempre più gonfio e cominciava a diventare difficile nascondere la gravidanza. Tutti i tentativi di avere figli con il marito erano andati falliti e se ne era sempre fatta una colpa. Ora aveva capito che era lui a non essere fertile. Da tempo, poi, non avevano più rapporti. La sera lui, molto più grande di lei, era sempre stanco e di cattivo umore e preferiva girarsi dall’altra parte gonfio di vino e pronto a russare.
         La mattina dopo la terza notte che non aveva sognato più Aylin, Ethanor si destò di cattivo umore. Sentiva un’angoscia dentro, un vuoto che gli faceva mancare le forze. Sentiva come di aver perso la cosa più importante della sua vita, l’unica che contasse veramente. Così prese una rapida decisione. Doveva tornare da Aylin, fosse stata l’ultima volta doveva farlo.
         Il viaggio gli sembrò più breve di quello precedente. L’ansia e l’angoscia lo attanagliavano sempre più. Aveva un unico desiderio: essere il più presto possibile a Yen Yen per rivederla. Voleva dirle tante cose, forse non sapeva neanche lui cosa esattamente. Era così confuso. Voleva restare con lei? Voleva dirle che era meglio se tutto fosse tornato come prima?
La vita decide per noi quando noi non siamo pronti a decidere. Quando abbiamo un sogno, e sappiamo che quel sogno è ciò che davvero vogliamo fosse la nostra realtà, dobbiamo combattere affinché quel desiderio non resti soltanto un rifugio notturno. A volte lasciamo morire i nostri sogni perché non siamo in grado di guardarci veramente dentro e capire cosa vogliamo davvero vivere. Viviamo storie d’amore sbagliate perché amiamo la parte sbagliata di noi e quando scopriamo chi veramente siamo e cosa realmente vogliamo i nostri sogni sono già svaniti, spesso ferendo chi davvero ci vuole bene.
Quando arrivò a Yen Yen Ethanor trovò tuta la gente del villaggio radunata al centro della piazza, dove un grande falò compensava con la sua luce quella del sole che spariva dietro le montagne. Una vecchia chiedeva all’anziano marito se pensava che gli dei avrebbero mai potuto perdonare Aylin per quel gesto, una bambina domandava alla mamma il significato della parola suicidio. La piazza era tutto un brusio di voci non sempre perfettamente distinguibili, ma quello che Ethanor riuscì a comprendere fu sufficiente a distruggere la sua anima per sempre, mentre il vento diffondeva l’odore acre della sconfitta.
 
 
 
 
 
 
Liberamente ispirato al brano Waiting for the night dei Depeche Mode
 
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Profilo Autore: Renato Dentice d'Accadia  

Questo autore ha pubblicato 89 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
In queste giornate gelide d’inverno, mi avvolgo nella calda coperta di lana dei ricordi e ritorno indietro nel tempo.
 Sono lì, mi  riscaldo con un i tizzoni ardenti del braciere, fuori la pioggia impetuosa scende, bagnando tetti,
grigio asfalto, mentre dai comignoli delle case l’acre odore di fumo sale su nel cielo, disegnando nuvole nere.
Racconti narrati, di chi ha avuto un vissuto allegro, malgrado stenti e affanni, povertà e bisogni.
 Bevo e inghiotto saggezza antica, condivido sorrisi, mentre guardo le rughe numerose su un volto stanco e vecchio.
Quante di queste sere, in compagnia di nonni che mi intrattenevano con i “Vecchi cunti”.
Adesso son qui, nel presente, sola con i ricordi ancora fumanti e un sorriso nostalgico… Con nostalgia , tanta, ricordo.


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Profilo Autore: Rita Vieni  

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Giulia era una bambina di sei anni molto vivace
con due dentini da coniglietta che le rendevano
il faccino molto simpatico, era affabile generosa
e seppur bambina diceva sempre insistentemente
che da grande voleva fare la dottoressa, così poteva
salvare tutti quei bimbi malati che vedeva ogni giorno,
si perché Giulia soffriva di una grave patologia e due
 volte alla settimana doveva andare in un centro specializzato
per questa malattia, un vero calvario per una bambina di sei anni
ma lei affrontava questa cosa con tanto coraggio. Si era fatta persino
il fidanzatino si chiamava Matteo aveva sette anni ed era ammalato
di leucemia. Passavano tutto il tempo insieme in quei due giorni che
Giulia si recava al centro, per Matteo invece ormai era diventata la sua casa.
Un giorno di fine settembre Giulia si recò al centro per le solite cure
e la prima cosa che fece come del resto faceva sempre corse subito
nella cameretta di Matteo entrò tutta sorridente nella stanzetta ma era vuota
il lettino era ancora da sistemare corse subito dalla mamma per dirle che Matteo
non c’era e la vide parlare con due dottori, le stavano dicendo che il bambino
si era aggravato ed era stato portato nel reparto di terapia intensiva, appena videro
arrivare la bambina cambiarono discorsi “ Mamma, mamma Matteo non c’è
nella sua cameretta dove lo hanno portato? “  “ Stai tranquilla Giulia i dottori
 mi hanno detto che è stato portato per delle visite e presto ritornerà nella sua
stanzetta. “  Ma la bambina era molto intelligente capì subito che non era così,
riprese a correre mentre la madre e i due dottori le gridavano dove stava andando.
Conosceva il centro benissimo, le volte che ci ha giocato con Matteo a rincorrersi!
Si ricordò che un giorno mentre stavano giocando arrivarono fino ad una vetrata
li non si poteva entrare e incuriositi guardarono dal vetro, videro tanti bambini
nei lettini con delle maschere al volto e dei fili attaccati ad una macchina.
Arrivò fino alla vetrata e in punta di piedi si mise a guardare, vide Matteo
in un lettino, c’erano tanti dottori e lui era attaccato a una di quelle macchine
c’era una signora che piangeva vicino alla vetrata Giulia non la conosceva
era la mamma di Matteo, la bambina si avvicinò e le accarezzò la mano
“ Su  non pianga signora vedrà che Matteo guarirà “ la donna guardò la bambina
teneramente  “ Tu devi essere Giulia Matteo mi parla sempre di te “ la strinse forte
e cominciò ad accarezzarla piangendo ancora tanto. La prese in braccio guardarono
ancora dalla vetrata e videro uno dei medici che copriva col lenzuolo il bambino
e gli altri dottori che chinavano il capo sconsolati Matteo non ce l’aveva fatta.
 
 
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Profilo Autore: RAFFAELLO CONCA  

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Fabiana è una bellissima bambina capelli lunghi bionda e due occhi azzurri come il cielo,
già alla sua piccola età dimostra di essere una persona speciale col suo carattere allegro sempre aperta
con tutti,  i suoi genitori l’adorano tanto anche perché è l’unica figlia. Luca e Paola questi sono
 i nomi dei genitori avevano provato ad avere altri figli ma il secondo parto andò male
il bambino ebbe delle complicazioni e morì dopo pochi giorni da allora si presero cura solo di Fabiana
e non vollero provare più ad avere altri figli. Fabiana pur essendo figlia unica odiava essere viziata
o troppo coccolata ma amava profondamente soprattutto suo padre,ogni volta che lui rincasava
dal lavoro lei si nascondeva dietro la porta pronta a salirgli sulle spalle per giocare con quell'uomo burlone
che la faceva sempre divertire. Passano molti anni circa quindici Fabiana è cresciuta ,
 diventando una bellissima ragazza molto istruita, arriva al quinto liceo sempre a pieni voti,
insomma un vero orgoglio sia per i genitori che i professori e per i compagni di classe che stravedevano
per quel carattere così esuberante. Alla fine del liceo
Fabiana conosce un uomo di dieci anni più grande di lei
lavora in una fabbrica ed è separato da due anni, la ragazza si innamora pazzamente di questo uomo così bello e forte,
decide di non proseguire gli studi fra mille liti a casa coi genitori, sembra trasformata non è più quella dolce ragazza di prima, decide di scappare di casa per andare a convivere con Marco questo è il nome dell’uomo
di cui lei si è  invaghita.
Per i primi mesi le cose sembrano andare bene Marco non le fa mancare niente
tanto che i genitori di Fabiana
lo accolgono nella loro casa come un figlio. Ma un giorno di  Dicembre mancava una settimana a Natale tutto era pronto per festeggiare......
Si era deciso che si cenava la vigilia dai genitori di lei, tutto era già programmato.
Successe tutto in un attimo
Fabiana quel giorno dimenticò il cellulare a casa uscì a fare shopping con una amica.
Marco era seduto sul divano guardava la gara di moto in tv quando al cellulare di Fabiana arrivò
un messaggio l’uomo andò a leggere ,  Andrea   “ Stasera ci sei? Trova una scusa con lui che usciamo e poi... "  
Buttò il cellulare a terra che si fece a pezzi , era fuori di sé prese la bottiglia di cognac che aveva in vetrina si sedette sul divano e cominciò a bere.  Fabiana rientrò verso le 17 salutò l’amica allegramente dicendole che domani sarebbero andate dalla parrucchiera,  non fece nemmeno in tempo ad entrare che le arrivò una botta in testa,
doveva essere un martello lei cadde subito a terra ma non era svenuta fu colpita da calci su tutto il corpo riuscì a malapena a vedere chi la stava colpendo…. Era marco non capiva più niente dopo averla presa a calci se la prese in braccio e la scaraventò contro il muro la riprese in braccio e la mise in piedi e cominciò a prenderla a pugni la ragazza era piena di sangue ma ormai non sentiva più niente, marco riprese il martello e la picchiò due tre volte ancora in testa, Fabiana crollò a terra era morta ma lui continuò a prenderla a calci quando si accorse che lei non dava segni di vita capì quello che aveva fatto si mise in ginocchio sul povero corpo e pianse disperato.
Nel frattempo i vicini che avevano sentito le urla e il fracasso avevano chiamato i carabinieri che arrivarono sul posto,  fu una scena raccapricciante la ragazza era martoriata si faceva fatica pure a riconoscerla
e lui che vaneggiava  “puttana, puttana, mi tradiva il telefono il suo amante troia ti ho dato quello che meritavi” . Andrea era una cara amica di Fabiana si erano cresciute insieme e dovevano andare per una sera dopo anni che non si vedevano, a ballare……
 
                                 PER LE POVERE DONNE UCCISE DAGLI STOLTI IN UN MONDO COSI'  MODERNO
.......
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Profilo Autore: RAFFAELLO CONCA  

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