Abitavo in una grande città. E’ difficile avere rapporti umani intensi e veri in una grande città, si corre sempre, si è sempre nervosi.
Gli acquisti si fanno in enormi supermercati, dove non ci si guarda nemmeno in faccia. C’è il rovescio della medaglia, piazze magnifiche che tolgono il fiato, negozi sfavillanti, teatri, locali di ogni tipo, scuole, università. A me piaceva vivere in una grande città, tanto i rapporti umani ed intensi non mi interessavano. Ero molto introversa e bellissima.

Il mio corpo slanciato e armonioso mi piaceva e mi piaceva essere guardata, adulata dai ragazzi.

Sono figlia unica, la solitudine mi ha sempre fatto compagnia. Durante il liceo dopo la scuola mi chiudevo in camera mia, per non ascoltare i veleni che si sputavano addosso i miei genitori.

Mia madre bellissima e intelligente per non so quale strana alchimia è riuscita a sposarsi un fallito violento.

I rapporti con i ragazzi per me volevano solo dire sesso. Al liceo non avevo problemi, ero introversa, ma ho imparato presto le armi della seduzione. Ho sapientemente evitato i ragazzi della mia classe, puntavo in alto, ho avuto una relazione con alcuni professori. A casa avevo una bellissima collezione di completi intimi che indossavo con grande narcisismo e godevo delle lusinghe degli uomini che non amavo, li usavo per compiacere me stessa, perché in fondo li odiavo.

In camera mia piangevo sentendo le urla di mia madre contro un uomo che ormai era l’ombra di se stesso. I parenti di mio padre tifavano per lui. I parenti di mia madre abitavano lontano e, purtroppo, non li conoscevo.

Mia madre mi lasciò troppo presto, ero giovanissima e quasi terrorizzata a dover vivere sola con mio padre. Quando iniziò a bere ho temuto per la mia vita.

Con l’aiuto di uno dei miei amici di letto trovai un piccolo alloggio in un posto degradato della città, anche perché chi darebbe una casa a una disoccupata di vent’anni. Il mio amico garantì per me. Trovai lavoro come commessa, il mio aspetto fisico mi aiutò indubbiamente. Guadagnavo ottocento euro al mese, l’affitto era di quattrocento. E’ inutile dire che non avrei potuto farcela.

Una sera ero su internet, allo specchio guardai il mio corpo, il mio bellissimo viso, i miei bellissimi capelli. Mi feci una foto con uno dei miei completino intimi preferiti. “Userò questo", pensai. “Userò la mia bellezza per potercela fare, userò gli uomini. Loro non servono a niente, solo a farci del male. Tanto vale che mi paghino”. La mia foto andò a finire con altre su un sito di donne che come me vendevano il loro corpo. Sotto alla foto misi un “nome d’arte” scelsi Beatrice, ironicamente  in netto contrasto con la Beatrice di Dante studiata al liceo.

Comprai un altro telefonino e misi il numero sotto alla foto, su quello mi avrebbero chiamato solo i clienti.

Passarono alcuni giorni prima che arrivassero le telefonate.
Quando chiamò il primo cliente tutta la sicurezza passò e iniziai a preoccuparmi. Decisi di non tirarmi indietro e concordai l’ora dell’incontro.
Sul campanello misi un numero, scelsi il 6.

Io ero pronta con un completino da togliere il fiato, bellissima con i capelli sciolti oltre le spalle. Il cuore mi schizzava via dal petto, mi feci una camomilla. Arrivò alle 21 puntualissimo. Entrò deciso, mi disse: “ Come sei bella!” Lui era orribile. Mi sedetti sul letto perché mi mancarono le forze. “Quanto prendi?” “Per uno così chiedo una cifra esorbitante così se ne va”, pensai terrorizzata. “ Cinquecento euro” dissi con un filo di voce. “Va bene” , disse lui e mise i soldi sul tavolo.

Mi ricordo vagamente, il mio cervello non ce la può fare. E’stato tutto abbastanza veloce.

Col tempo il numero di clienti aumentò. Dove vivevo nessuno faceva caso al via vai degli uomini, in quella zona non ero l’unica a vivere così.

Riuscii anche a selezionare i clienti. Alcuni erano abituali.
Matteo era il mio cliente del venerdì.

Mi rendevo conto che la mia vita era in costante pericolo, ma guadagnavo tantissimi soldi e questo faceva allontanare le preoccupazioni.

Avendo disponibilità economiche, decisi di realizzare un mio sogno. Mi licenziai dal negozio dove comunque continuavo a lavorare e mi iscrissi all’università.

Al mattino seguivo le lezioni, il pomeriggio studiavo e alla sera lavoravo. Mi bastavano pochi clienti, ormai ero una “puttana di lusso”.

Al venerdì c’era sempre Matteo. Lui si fermava un po’ di più con me e parlavamo dei suoi problemi famigliari e del suo rapporto con la moglie.
Una sera mi disse: “ Bea perché fai questo?” “Una domanda strana per un frequentatore di prostitute”, dissi io abbassando lo sguardo. Matteo mi prese il viso e mi guardò negli occhi : “ Bea, tu hai una strana luce negli occhi, non mi hai mai detto niente di te”. “ Perché vuoi sapere di me? Non ti basta il mio corpo? La mia anima non si tocca … poi le prostitute non hanno un’anima”, dissi io gelida. A queste mie parole Matteo rimase in silenzio per molto tempo, poi disse: “ Ci vediamo venerdì ”.

Avevo una doppia vita e per mascherare la mia parte nera, evitavo di farmi amici e  parlavo poco.
Gli esami all’università stavano andando bene e mi ero ripromessa che una volta laureata avrei trovato un lavoro e avrei smesso.

Matteo non perdeva un venerdì e il nostro rapporto era ormai anche di amicizia. Una sera prese in mano uno dei miei libri dell’università che avevo dimenticato sul tavolo e disse: “ Cosa leggi di bello? Questo è un testo che conosco …  Bea, cosa fai tutto il giorno?” “ Cosa vuoi sapere? Leggo, vado in palestra, lavoro solo alla sera.”, dissi tranquilla. “ Ti sei mai chiesta come sarà il tuo futuro?” Disse serio. “ Cosa fai il missionario redentore di puttane?”, dissi io sprezzante. “
Dove vivevi, da dove arrivi?” , disse tranquillo. “Matteo, diciamo che sono una sfigata, sono una donna che ha scelto una via facile per ottenere soldi, sono passata dal mio corpo, ho seppellito la mia anima, per far questo ho usato voi  uomini che tanto le donne le disprezzate da sempre dal tempo delle caverne”, dissi tutto in un colpo con rabbia mista a dolore. Matteo si avvicinò a me: “ Non è vero che tutti gli uomini disprezzano le donne, tu sei  stata profondamente ferita, … ”, disse con uno sguardo di profondo affetto. “ Che cazzo vuoi da me!!” urlai, le lacrime presero il sopravvento. “Quando te la sentirai mi racconterai” , disse lui calmo mettendosi la giacca per uscire. “Matteo, ma non abbiamo ..” , dissi asciugandomi le lacrime. “ Non importa, abbiamo parlato ”,disse Matteo porgendomi i soldi. Io lo guardai e dissi : “ Non li voglio, ci vediamo venerdì”.

Non lo vidi più.

“Entri la candidata n. 6 la signorina Alessandra Rossi” , disse il mio professore affacciandosi alla porta. Io guardavo gli altri studenti tutti con al seguito parenti e amici. Anche per discutere la tesi io ero sola, ero ovviamente sola.

Entrai nell’aula tranquilla, guardai i miei professori schierati e incontrai il suo sguardo. Rimasi pietrificata, non riuscii più a camminare. L’eventualità di trovare un mio cliente all’università era remota, ma non impossibile. Matteo abbassò lo sguardo, il mio professore lo indicò e disse: “Signorina lei ha l’onore di essere ascoltata dal Rettore della nostra università”. Una forza sconosciuta mi portò fino alla sedia, mi sedetti di fronte ai professori, iniziai a tremare, non sentivo più nessun suono solo l’angoscia che dentro di me salì alla gola, raggiunse gli occhi e si trasformò in lacrime. Iniziai a piangere come quando ero bambina, come quando sentivo mio padre picchiare mia madre, singhiozzando. Una nausea fortissima mi fece avvicinare le mani alla bocca, iniziai a vomitare. Matteo, si alzò di scatto dalla sedia e disse. “Ci penso io”. Mi sollevò di peso e mi portò in bagno. Mi avvicinai al water e continuai a vomitare. Sentivo Matteo che dietro di me diceva:  “Coraggio, ormai è fatta!” Matteo mi reggeva  per un braccio con l’altro prese la carta igienica. Mi girai verso di lui, mi pulii la bocca con le mani, Matteo me le tolse e mi pulì con la carta. “Sapevi tutto” , dissi io con la voce rauca per lo sforzo. “ Bea, da quando è arrivata l’iscrizione, con la tua foto, ho cercato di farti parlare, ma …”, disse Matteo continuando a tenermi per le braccia. “ Lasciami, non chiamarmi Bea”, dissi io spingendolo lontano da me. “
Hai ragione, scusa ora Bea non c’è più. Lavati il viso, torna di là, fatti coraggio” “ Coraggio, coraggio… Che ne sarà di me??”, urlai.  “Chi mi sarà vicino?? Cosa serve una laurea ad una puttana??”, urlai più forte. “Calmati ti sentono”, disse Matteo preoccupato. Mi abbracciò e piano all’orecchio disse: “Chiunque di noi potrebbe avere una parte in ombra, pensa a me Rettore di un’università,  padre di famiglia che usufruiva di amore a pagamento … con una ragazza.  Siamo in due a dover urlare. Ora, lavati il viso, torna di là e discuti la tua tesi. Sei in gamba, puoi ricominciare. “Tieni” . Matteo mi mise in tasca un biglietto da visita. “ E’ una mia amica, vai da lei, cura la tua ferita”.

Tornai in aula, mi fecero anche un applauso di incoraggiamento.

All’università lasciai Bea, dalla porta principale uscì Alessandra, lessi il biglietto che mi aveva lasciato Matteo era l’indirizzo di una psichiatra.

Lo buttai via “ Le ferite dell’anima non guariscono”, pensai.

Decisi che non avrei mai avuto figli.

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Profilo Autore: Barbara  

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Ho donato un seme d'amore
ad un terreno ostile e diffidente
ed ho visto crescere
pian piano
una piantina
all'apparenza
forte e sana

L'ho annaffiata
con premura
e curata con sincero affetto
ma dopo un giorno
di vento forte
la piantina
è appassita
in poco tempo
insieme al suo bocciolo
appena spuntato

Ho raccolto la piantina ferita
ormai senza vita
ed ho notato
che era marcia alla radice
e con rammarico
ho realizzato
ciò che da subito
avevo sospettato
e immaginato
che non sarebbe mai sbocciato
un fiore bello e profumato
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Profilo Autore: Anna  

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 Giulia
( La figlia di nessuno )
 
Viveva in una grande e bella casa di un paesino dell'entroterra della bella Sicilia una donna sensibile e cordiale di nome Matilde, sposa di un gentiluomo, che aveva il vizio di giocare frequentemente a carte. La casa si affacciava sulla piazza larga e lunga, palcoscenico di quei cittadini, attori più o meno protagonisti che abitavano il paese. Il sole era la fiaccola potente del luminoso giorno, mentre di notte cornice e luce della piazza erano gli antichi lampioni. Tutte le feste, le cerimonie tristi, gli incontri ed anche molti scontri avvenivano lì.
La signora Matilde, malata di cuore, usciva raramente e più raramente passeggiava. I suoi occhi cerulei perforavano i vetri dell'imposta di un balcone e di là rubavano immagini, ricordi, attese, lontane amicizie, desideri e tra questi il più soave, il più forte a cui una donna anela: un figlio. Aveva conosciuto l'amore di cuore e di sesso, ma il frutto che lo stesso produce a lei rimase ignoto.
Una donna assolve al suo ruolo, e della suprema fatica può vantarsi, allevando ed educando poi l'essere intelligente che nel suo grembo tenne. Questo vuoto le pesava gravemente, ma lo sentiva di più pensando all'avvenire: i sentimenti, infatti, rimangono senza il loro naturale oggetto e la vita appare ogni giorno senza appoggio e senza sicurezza, poiché sarà priva di quegli esseri che rendono l'amore e l'affetto che hanno ricevuto.
Donna Matilde, così era chiamata, nella sua dolorosa solitudine, però, non si arrese e decise di adottare un figlio di quella grande e sfortunata famiglia che è l'infanzia abbandonata. Infatti, molte famiglie non hanno il calore di un bimbo, ma anche molti bimbi  non hanno il calore della famiglia. Questa maternità, però, forse più dell'altra, per donna Matilde fu fonte di tanti dolori.
Tutto è bello o così appare alla luce della fantasia, ma quando la vita è vissuta nella sua cruda realtà, allora tutto è ben diverso: la speranza è un inganno e i ricordi sono amarezze. La vita è il dramma di ogni essere vivente, che recita la sua parte finché davanti a sé il sipario non si chiude.
Viveva nella stessa casa di donna Matilde una domestica, Angelina, che sempre l'accudiva, essendo le sue forze poco valide. Un giorno la signora espresse il suo cruccio e il suo desiderio a quella donna. "Siediti, Angelina". Le disse: "Attenderai poi ai tuoi lavori. Siediti. Ora voglio parlare con te. Una domestica è una lavoratrice un po' diversa rispetto agli altri lavoratori, tu sei retribuita per il lavoro che svolgi, però tu vivi qui, dormi qui e sai quali sono i  miei affanni e i miei desideri. Tu vivi qui, vicino a me, tu fai parte da qualche anno di questa famiglia; pertanto, io ti considero non una domestica, ma un'amica vera, poiché io noto con quale premura mi accudisci, con quale zelo ed anche con affetto".
Angelina ascoltò con attenzione le gentili parole che le rivolse la signora, mentre dagli occhi della stessa tristi e luminosi cadevan giù per le gote le lacrime che adornavano il suo bel viso, che trasmetteva con grazia il grande desiderio che nel suo cuor cullava.
Si confidò la signora: "Vorrei tanto, anche se non posso dare alla luce un bimbo, che questo vuoto il Signore me lo colmasse". La domestica a quelle parole, piene di dolore e di tanto desiderio di assolvere al compito di madre, subito rispose:" Il suo sogno, signora, si potrebbe avverare, ma bisogna trovare e quindi pagare la persona giusta che di queste cose ben s'intende. Spero di potere esaudire quanto da lei sperato". Da quel momento nacque nel cuore di donna Matilde un sentimento di amicizia per Angelina, che da quel giorno fu ancora più gioviale. Gioiva il cuore di Matilde al pensiero di aver trovato un'amica, che finalmente le aveva dato una speranza.
I giorni se ne andavano più lieti, la signora di casa volle uscire e con la domestica, sua amica, volle passeggiare. Angelina in quella casa era una serva, ma più di prima fu trattata da ospite gradita; infatti da quel giorno fu ammessa a consumare i suoi pasti a tavola con la signora ed il marito della stessa. Si scherzava, si parlava e si gioiva al pensiero che un bimbo o una bimba avrebbe allietato la vita di Matilde e di suo marito, don Vincenzo. Vincenzo era un uomo docile e simpatico che voleva bene alla sua Matilde, anzi, sapendo suonare la chitarra, il banjo e il mandolino, tante volte cantava belle canzoni, accompagnando le parole con la musica di qualche suo strumento. Matilde ascoltava ed offriva il sorriso al suo consorte, che però qualche attenzione la prodigava anche ad Angelina, che con gli occhi esprimeva il suo consenso. Tra i due ci fu subito un'intesa e così germogliò un'altra storia d'amore o come tale intesa.
Angelina era nata a Roma, ma, abbandonata dalla madre, era cresciuta in un brefotrofio della stessa città, che lasciò all'età di ventidue anni, lavorando quindi in diverse città e in varie  famiglie come domestica. Un giorno s'innamorò di un giovane ed accarezzò il sogno di formare una famiglia, ma quando il sogno sembrava prossimo alla sua realizzazione, un crudele capriccio della sorte spezzò tutto e nel cuore di Angelina rimase un' inguaribile ferita. Il giovane, venuto a conoscenza della gravidanza di Angelina, non molto tempo dopo si allontanò dalla stessa e non si fece più vedere. Angelina diede alla luce una bambina, che chiamò Giulia e che affidò allo stesso brefotrofio dove ella aveva trascorso parte della sua vita.
Così volle il destino.
Ma adesso si presentava l'occasione di poter rivedere la propria figlia per sempre, di poterla avere sempre vicino e nello stesso tempo di dare la gioia di fare da mamma alla signora Matilde, nonché di avere anche le attenzioni di don Vincenzo.
Felice di quanto era accaduto, Angelina pose in essere il suo piano e, presi i relativi accordi con il brefotrofio, essendo lei la legittima madre, dopo qualche settimana si presentò alla signora Matilde, alla quale così disse immantinente: " Donna Matilde, il suo sogno si avvererà: infatti, mi è stato detto che in un brefotrofio di Roma c'è una bambina che col mio aiuto e con le mie conoscenze lei potrà subito avere qui a casa ed in seguito potrà anche adottare". Abbracciò Matilde la domestica, che le realizzava il suo sogno più ambito, e tosto, singhiozzando di gioia, le  rispose: " Grazie amica mia, tu oggi hai dato ossigeno al mio cuore, io vivrò come tante mamme ed una bimba non sarà più sola". Felice, Matilde attese con gioia il marito ed appena lo sentì rientrare a casa, commossa, ma col volto sorridente, lo informò. Don Vincenzo fu subito d'accordo, anzi aggiunse che era giusto munificare Angelina per il servigio reso alla famiglia. Matilde chiamò la domestica e  la sollecitò a vestirsi per uscire insieme con lei. Uscirono le due donne e si diressero verso un negozio di abbigliamento, dove la domestica provò dei vestiti e Matilde le regalò quello che per Angelina era il più bello. Ringraziata la padrona del suo gentile gesto, la domestica subito soggiunse:" Signora, quando lei sarà pronta, potrà andare a Roma a prendere la bambina, che si chiama Giulia ed ha cinque anni. Io ho già preso contatti con il brefotrofio". Ma donna Matilde, sfiorando con la mano la guancia di Angelina, replicò che a Roma per prendere la bambina sarebbe andata insieme con lei e con don Vincenzo. La domestica, che già si aspettava quella risposta, si avvicinò alla signora Matilde per darle un bacio e poi ritornò a svolgere i suoi quotidiani lavori.
Passarono dei giorni, durante i quali Vincenzo si occupò del viaggio e Matilde con la sua domestica della futura accoglienza della bimba. Quando fu tutto pronto partirono per Roma, mentre l'anno millenovecentoquarantotto, che era quasi alla fine, si chiuse con tanta letizia nel cuore di quella famiglia, dove una bimba, Giulia, rese felici soprattutto le due donne, che l'amarono a loro modo tanto, essendo stato esaudito il desiderio delle stesse.
Matilde amava la sua bimba e l'educava con premi e castighi. Non poté fare di più una vera mamma. La bimba era bella e vivace, cresceva nell'aiuola dell'amore.
Un giorno, però, la vera madre cominciò a poco a poco ad ingelosirsi, perché quel richiamo che la bimba rivolgeva alla signora le pesava, era greve per lei sentire pronunziare gioiosamente e spesso la parola  mamma, rivolta a persona che, sebbene fosse tanto affettuosa, era sempre un'estranea.
La parola mamma, che in sé racchiude tanti sentimenti; la mamma che Angelina non aveva mai potuto chiamare per poi sentirsela vicino durante i pochi attimi di gioia o nei  momenti di sconforto, che la vita spesso le offriva. Questi contrastanti sentimenti la turbavano sempre di più e la sua mente cercava spesso di equilibrare il tutto, ma più che la ragione la gelosia prevalse, spinta da quell'ignobile e turpe sentimento che ha nome invidia e che alberga, talvolta, nella mente di colui a cui la sorte è avara.
Più volte la domestica strinse forte al petto la sua Giulia senza proferir parole; dire figlia mia non poté osare, quella parola la poteva gridare solo nel suo cuore, dove nel profondo essa risuonava. Un attimo d'amore per Giulia or tanto le costava, così come allora le costò un attimo di sesso. Aveva fatto in modo di amare la figlia da vicino, di ricevere anche lei da quel Vincenzo un po' d'amore, ma le leggi morali della società corrotta impedivano che il vivere di Matilde nelle vesti di madre, di Angelina e di Vincenzo potesse avere una sua luce, in quanto ad ognuno di loro per certi versi il destino li fece privi di qualcosa.
Matilde, un dì amata da Vincenzo, essendo malata di cuore, non poté più onorare il talamo di Venere; Vincenzo quindi colmava quel vuoto con Angelina, che per qualche attimo si sentiva donna e, come madre, ancor più vicina alla sua bambina.
Il quadro descritto, però, se è reso palese alla gente, è un trittico, che la società condanna, pur se la stessa ne promuove i presupposti. Intanto l'invidia e la gelosia presero il sopravvento ed ebbero inizio piccole liti tra le due donne. La domestica mise in atto un suo piano; infatti faceva in modo di fraintendere tutto ciò che vedeva e quanto le diceva la signora. Cercò di convincere Vincenzo di lasciare Matilde e poi di andare via per convivere altrove con lei e sua figlia. La sua richiesta non fu accolta e quindi, sopportandosi, le due  donne cercavano di convivere.
Il comportamento di Angelina era esasperato, ma la signora Matilde, grata di quanto Angelina aveva fatto per lei, non riusciva a spiegarsi la causa di tali cattivi atteggiamenti, di quel repentino cambiamento, di quella mancanza di rispetto e soprattutto di affetto nei suoi confronti; pertanto, cercava di capirla e di non osteggiarla mai. Perplessa, Matilde volle parlarne con Vincenzo, il quale rispose che forse Angelina stava attraversando un brutto momento e che pertanto era necessario sostenerla ed aiutarla.
Accentuatasi sempre di più, quella insostenibile situazione ebbe fine con il licenziamento della domestica, che dopo pochi giorni per intercessione di Vincenzo nei confronti della moglie fu riassunta.
La pace familiare si sconvolse ed anche Giulia a volte riprendeva la domestica, rimproverandole la sua cattiveria ed anche la sua mancanza di sensibilità verso quella persona gentile che era anche malata di cuore.
Un giorno Matilde, salendo all'ultimo piano della casa, dove c'era una grande terrazza, sentì un brusìo in una stanza, si fermò ed ascoltò; capì che le voci dialoganti erano quelle di Vincenzo e di Angelina, ma non comprese di che cosa stessero parlando. Ad un tratto, però, sentì schioccare un bacio e percepì anche qualche parola d'amore che i due si scambiarono. Sentì anche che la domestica diede dei soldi a Vincenzo, il quale, avendo il vizio del giuoco, molte volte perdeva e poi per pagare i suoi debiti ricorreva ai risparmi di Matilde e talvolta a sua insaputa vendeva qualche suo gioiello.
Accortasi dell'intesa che c'era tra la domestica ed il marito, con garbo richiamò separatamente Vincenzo ed Angelina. Tanto fece per sua indole buona e per evitare che la sua Giulia ne venisse a conoscenza. Ammise Vincenzo quanto gli era successo e le disse che sarebbe  andato via al più presto, informandola che Angelina era la madre di Giulia e che l'avrebbe portato via con sé. Esterrefatta di quanto aveva appreso da Vincenzo, Matilde chiamò la domestica, che, scoperta per le sue malefatte, non ebbe un comportamento civile e quindi con grida esasperate e parole degne di lei rese noto l'intrigo amoroso ed anche Vincenzo, accorso, perché spinto dalle grida assordanti di Angelina, rimase attonito e non si oppose punto, anzi in quell'occasione non ebbe pentimento.
Proprio in quel giorno, in cui compiva i suoi dieci anni, Giulia conobbe la sua triste storia e quella intrecciata dalla madre; infatti, ascoltando, seppe  che la sua vera madre era Angelina e che Vincenzo era il suo amante. La bimba fu subito chiamata dalla domestica e, portata al cospetto di tutti quanti loro, alla stessa Matilde chiese se voleva restare con lei ovvero andare con Angelina e con Vincenzo. Ma la bimba senza nessuna esitazione, avvicinandosi a Matilde ed abbracciandola, subito rispose:"Mamma, sei tu la mia mamma. Io resterò con te per sempre, io non ti lascerò mai". Ma Angelina si oppose e così, presa la bambina per un braccio, la strappò a Matilde e la portò via repentinamente insieme con Vincenzo.
Le due giovani madri avevano rispettivamente sognato di formare una famiglia e per questo ognuna di loro aveva sacrificato ogni cosa. Ma ben presto l'orrenda realtà si era presentata.
Rimase sola Matilde ed addolorata si distese nel suo letto amico, dove pochi mesi dopo avrebbe giaciuto per sempre. La bimba venne a conoscenza della morte di Matilde ed avrebbe voluto vederla per l'ultima volta, ma le fu impedito dalla madre ed anche da Vincenzo, che dalla gente di paese furono male giudicati per la tresca ordita alla signora, che con la morte pose fine al dramma. Accompagnato in silenzio da moltissimi dolenti, il feretro passava da quella strada, dove Giulia era andata ad abitare, e la stessa era già pronta dietro i vetri di un balcone con gli occhi in pianto e la tristezza in cuore a dare il suo ultimo saluto a quella donna, che per lei non fu madre naturale, ma lo fu di più sol per sentimento.
Accortasi Angelina che la bimba singhiozzava gridò alla stessa di togliersi di là e di non affacciarsi mentre il feretro passava, ma la bimba alle parole di Angelina non diede ascolto e rimase lì con gli occhi fissi, senza singhiozzare. Allora la madre, scuotendola alle spalle, le ordinò di andare nella sua stanzetta, dove spingendola con rabbia la chiuse. Lì c'era una piccola finestra dalla quale Giulia si affacciò e poco dopo, spinta dallo sconforto, ad un tratto gridando forte: "Tu sei la mia vera mamma, io muoio con te", e saltando disperatamente dalla finestra morì di schianto tra il clamore e le lacrime di tutti gli astanti.
Povera bimba, mi hai straziato l'animo, profondamente mesto, perché profondamente umano. Non conoscesti la giovinezza ed il tuo mondo, già tetro, forse nel brefotrofio sarebbe stato più limpido, fuori ti si oscurò del tutto. Non avesti un attimo di felicità, sentisti solo la necessità di soccombere alla morte, che talvolta sembra l'unica risoluzione dell'assillante binomio vita-infelicità.
Talvolta nel mondo cerchiamo un bene che non c'è e, non riuscendo a trovare nel nostro intimo la luce, ci assale l'angoscia, il tormento che scaturisce da tormento sempre uguale e sempre rinnovantesi; la tristezza avvilisce l'animo, sino a trascinarlo al limite della disperazione. Nascere, talvolta, è una sciagura e spesso ogni altro dolore che sopraggiunge ravviva gli altri che sono in dormiveglia.
La bimba lottava i suoi contrastanti sentimenti, che nei suoi dieci anni aveva accumulato, però la sua resistenza venne meno. La bimba era stata abbandonata, un perpetuo dissidio agitava la sua vita, poi aveva conosciuto l'amore della mamma: una punta di luce e di vita, che aveva presto perduto, e in breve tempo aveva conosciuto anche l'odio, che poi l'aveva separata da tutti gli affetti familiari.
Non aveva più nessuno.
Quando viene meno la speranza che sorregge l'uomo, s'interrompe l'illusione, fiaccola della vita, e tutto muore.
La morte di Giulia, però, produsse un benefico effetto; infatti, raffinò l'animo di quell'essere che un dì la partorì e che dell'errore commesso presto si accorse. Il dolore di avere perduto per sempre la figlia le diede tristezza senza fine e, abbandonandosi al ricordo, l'odio svanì, prevalse il pentimento, ed il sentimento del sublime amore ammorbidì il suo cuore aspro ed irascibile, esasperato dalla cattiveria umana, che anche lei, purtroppo, aveva conosciuto.
Angelina, quindi, dopo una lunga e profonda meditazione sentì l'esigenza di intendere e sopportare le vicende della vita con umiltà religiosa e, dopo un lungo dialogo con Vincenzo, decise che il suo ruolo di domestica l'avrebbe espletato solo per missione al servizio di un'altra famiglia più grande: quella dei poveri e dei sofferenti. Quindi fu accompagnata da Vincenzo in un convento di suore e dopo aver preso i voti fu inviata come missionaria tra quelle popolazioni bisognose, doveper tanti anni visse e dove poi morì.
La vita di ogni uomo è già predeterminata dal momento in cui viene alla luce. Gli uomini credono di poter cambiare il destino, di poterlo superare, talvolta, con la forza dei loro sentimenti, ma le leggi della vita inesorabilmente stroncano anche i sentimenti. La vita è la vita e l'uomo finisce per accettarne le leggi nella loro durezza; con eroica pazienza, infatti, logora le proprie forze giorno per giorno contro l'ostilità della sorte.
Or voi siete sotterra, attori di questo piccolo mondo, ma il dolore di chi ascoltò questo dramma, che un dì un vecchio del paese visse e quindi raccontò, non si è spento.
Anch'io, che non vissi questa lontana storia, ricordandola ed oggi descrivendola, piango le sventurate, mentre le lacrime, bagnandomi le gote, chiudono la narrazione e la sua triste fine.



 
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Profilo Autore: Gino Ragusa Di Romano  

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Il cardinale bevve qualche sorso, poi cominciò il racconto degli ultimi tre giorni del conclave.
"Come lei certamente avrà letto sui giornali, in conclave sono entrati due gruppi di cardinali che vogliono risolvere la crisi della Chiesa, ben nota a tutti noi, in modi diametralmente opposti. In breve, un gruppo, chiamiamolo pure conservatore, ritiene che la Chiesa debba recuperare i fasti e le tradizioni di cento anni fa, compreso l'uso della lingua latina nella liturgia. L'altro gruppo, chiamiamolo progressista, pensa invece che la modernizzazione della Chiesa debba invece essere molto più sostanziale, adattandola ai modi espressivi più attuali, venendo incontro alle richieste di un ruolo paritetico delle donne all'interno della Chiesa, ad una visione della sessualità più flessibile e, probabilmente, punta alla nomina di un papa africano o latino-americano. Noi cardinali elettori siamo 117 e, per l'elezione, ci vuole una maggioranza di voti dei due terzi, cioè almeno 78 voti. I due gruppi, in tutte le votazioni effettuate nella prima settimana, hanno sempre raccolto ognuno circa un terzo dei voti in favore del loro candidato, gli altri voti sono stati dispersi in pochi nomi e, principalmente, in schede bianche. Naturalmente, fra una votazione e l'altra, si è cercato di trovare soluzioni diverse, quasi sempre incentrate su un candidato di transizione, che spostasse in un tempo futuro la soluzione del problema di base. Ma non si è ottenuto nulla e la situazione è rimasta congelata per lunghi giorni."
Il cardinale tacque, come a riprendere fiato, bevve ancora un sorso d'acqua, fece un lungo sospiro, mi guardò e continuò:
"Qui entra in scena lei, con un vero "coup de teatre". Un mattino, prima che iniziasse la prima votazione, un cardinale chiese la parola e disse: "Eminenti fratelli, sono imbarazzato a dirvi ciò che debbo dirvi e immagino che mi ascolterete con pietosa indulgenza. Ma questa notte ho fatto un sogno, anzi, meglio, ho avuto una nitida visione, in cui, avvolta in un fascio d'abbagliante luce, una voce dolce, ma decisa, mi diceva di votare il nome di Alfonso Carlo Cipriani, perché in lui sta la possibilità di rinascita della Chiesa di Cristo, e di comunicare questo consiglio a tutti voi. Io non so chi sia questo Alfonso Carlo Cipriani, ma sono deciso a votarlo, ed invito tutti voi a fare come me"
Aveva ragione, lo guardammo con pietosa indulgenza e nella successiva votazione la situazione ripeté lo stallo precedente, salvo che c'era un voto a nome Cipriani.
Ma il mattino successivo altri cinque cardinali ci dissero di avere avuto la stessa visione raccontata il giorno prima, ed erano anche loro convinti che quel nome andasse votato, anche se non sapevano chi fosse quella persona. Ora, sei cardinali, alcuni di essi ben noti per il loro acume e la loro fede, ci obbligarono ad affrontare il problema seriamente e così si cominciò a discutere. C'era chi affermava che poteva trattarsi di una allucinazione collettiva, ma così in realtà non appariva. Altri dicevano che le vie del Signore sono imprescrutabili e che quelle visioni fossero da attribuirsi allo Spirito Santo, che, come forse lei sa, è colui che c'ispira e ci guida nella scelta del Vicario di Cristo. La discussione non arrivò ad alcuna soluzione, si procedette perciò alla successiva votazione, ed ecco che il suo nome ottiene un terzo dei voti: molti cardinali, sia progressisti che conservatori, avevano votato il suo nome, una situazione davvero unica, imprevista ed anche insidiosa: come si fa a votare qualcuno che non si sa chi sia?!"
Il cardinale prese di nuovo fiato, ed anch'io ero scosso dal racconto: possibile che lo Spirito Santo, a cui io peraltro non credo, fosse il suggeritore del mio nome? 
Il cardinale soggiunse:
"Vede, dottore, anche il fatto che in così breve tempo oltre trenta saggi cardinali si fossero convinti a votare un signor nessuno, mi perdoni la definizione, era un evento del tutto anomalo. Su questo fiorì un nuovo, acceso dibattito, durante il quale fu però chiaro che sempre più cardinali si convincevano del intervento diretto dello Spirito Santo. Infatti, nella successiva votazione, avvenne il fatto che mi ha portato qui: sul suo nome si raccolsero poco più di novanta voti; insomma, lei era stato eletto Papa. Anch'io ho votato per lei,  Se dovessi dirle esattamente il perché, non lo saprei fare. Sono stato inspirato a farlo, ecco, e sono ancora molto, molto confuso, come se fosse stato un altro a votare e non io."
Il cardinale sembrava esausto, bevve ancora, poi si rilassò e mi guardò." Ho condensato gli avvenimenti, ma in pratica le ho detto tutto. Ora tocca a lei prendere in mano il pallino, come si dice."

Mio padre tacque, era pallido, stanco.
"Francesco, capisci in che situazione mi sono trovato?"
"Sì, papà, una cosa pazzesca; ma come è possibile, a quel livello, votare uno sconosciuto?! E poi?"
"Senti, se non ti spiace, vorrei riposarmi, il racconto è ancora lungo, ci possiamo ritrovare qui fra un'oretta, cosi mi sdraio un po'."
"Certo, papà, chiamami quando vuoi, tanto so che in ogni caso il Papa non l'hai fatto!"
"No, ed ogni tanto mi dispiace, chissà cosa avrei potuto combinare?! Ciao, ci vediamo più tardi."
Ci rivedemmo dopo circa un'ora, papà si era ripreso, anzi sembrava tutto pimpante e voglioso di continuare il racconto.
"Dove eravamo arrivati? Ah, si, mi era rimasto in mano il pallino."

Toccò a me prendere tempo, servirmi dell'acqua, alzarmi, fare un giro per il soggiorno e poi risedermi sulla mia poltrona.
"Cardinale De Vlaeminck, non vedo alternative, mi tocca seguirla a Roma, pronunciare il mio no e poi tornarmene qui, anche se la vita non sarà più la stessa, con questo nuovo peso mentale e di coscienza  che mi accompagnerà per il resto della vita."
"Si, dottore, credo che sia la cosa migliore da fare. Non credo nemmeno che io debba scusarmi a nome mio e dei miei colleghi cardinali per quanto successo, siamo stati anche noi vittime di qualcosa  più forte di noi. Quando crede che potremo partire, un aereo privato ci attende a Tessera?"
"Mentre aspetto che torni mia moglie, preparo un valigino, poi credo che potremo andare."
Ad Ada dissi che dovevo partire, che non si preoccupasse, di non fare domande a cui in quel momento non avrei potuto rispondere e di dire, se qualcuno avesse notato la mia assenza, che ero a Milano da mia madre, che stava poco bene. Ada era impaurita e perplessa, ma disse che andava bene, guardando con sospetto il cardinale che le sorrideva con occhi buoni.
In effetti, poche ore più tardi eravamo già all'interno della Cappella Sistina, dopo aver attraversato lunghi corridoi e salito erte scale all'interno dei palazzi vaticani. Non ti dico l'emozione di trovarmi in quel luogo unico al mondo, specie in quel momento, tutto bardato per il conclave. Dentro c'era un brusio che ricordava uno sciame d'api sopra l'arnia e tutti quei cardinali bianco-porpora che si muovevano di qua e di là, come formiche nel formicaio. Quando si avvidero del mio arrivo, però, tutto si fermò come d'incanto, tutti gli sguardi si rivolsero verso di me e calò il silenzio. Il cardinale De Vlaeminck ed io attraversammo tutta la cappella, andando incontro al maestro di cerimonie e al segretario del conclave. Essi erano già stati informati sul colloquio a casa nostra e del nostro arrivo, quindi diedero senza indugio avvio alla cerimonia dell'accettazione della nomina. Tutti i cardinali si erano seduti nelle loro cattedre, i cui baldacchini erano tutti abbassati; di solito ne restava solo uno alzato, quello del cardinale eletto, ma questa volta io non ero seduto su una cattedra, anzi ero in piedi davanti a De Vlaeminck, che ben presto mi rivolse la frase di rito: 
"Acceptasne electionem de te canonice facta in Summum Pontificem ?"
Nella vita di ognuno di noi, anche nella storia dei popoli, nella storia dell'umanità intera, ci sono dei momenti topici, determinanti, di soluzione di continuità, che Stephan Zweig chiamava "Sternstunden", ore stellari, in cui l'asse della storia personale, o dei popoli, o dell'umanità muta improvvisamente l'angolo di rotazione e stravolge la realtà precedente.
Quello fu uno di quei momenti. 
Io tacqui per almeno quindici secondi, sono lunghi, sai, poi chiesi a De Vlaeminck: 
" Prima di rispondere, mi è permesso dire qualcosa ai cardinali qui riuniti?"
Il segretario, il cerimoniere e De Vlaeminck si guardarono perplessi, ma poi De Vlaeminck disse:
"Prego, dottor Cipriani, parli pure."
Io mi spostai verso il centro della cappella, in modo da poter essere ben udito da tutti e dissi parole che non ricordavo d'aver pensato, ma che mi sgorgarono dalle labbra senza indecisioni.
"Grazie, cardinale De Vlaeminck e grazie anche a voi, cardinali elettori.
So che mentre ero in viaggio verso Roma, voi avete avuto tutte le informazioni su di me, sulla mia vita ed anche sulla mia non proprio positiva opinione su ciò che voi siete e rappresentate.
Anch'io, durante il viaggio verso Roma, ho pensato molto a quanto accaduto tra queste mura di stupefacente bellezza. Già lo sapete, non credo nello Spirito Santo, tuttavia devo riconoscere che qui è avvenuto qualcosa di poco spiegabile, una specie di corrente mentale, che, come una ragnatela, un 
web neuronico, ha condizionato la volontà e le decisioni della maggior parte di voi. Vogliamo chiamarla "ispirazione dello Spirito Santo"? Come ipotesi per me va bene, quindi inquadro il mio pensiero in quest'ottica e mi chiedo: ma cosa vuole davvero lo Spirito Santo? Sa di certo che io non accetterò mai d'essere Papa. Allora perché mi ha voluto qui, attraverso questa improbabile elezione?"
Mentre parlavo, sentivo che i cardinali mi ascoltavano con grande attenzione e rispetto - a pensarci bene, se avessi risposto sì alla precedente domanda rituale, tutti loro avrebbero dovuto prostrarsi ai miei piedi e riconoscermi totale obbedienza - così continuai  parlare con grande serenità.
"Io una risposta me la sono data e voglio proporla alla vostra considerazione. Credo che si voglia da me che io indirizzi il vostro voto. Per essere più chiaro, non che sia io a dirvi chi votare, la scelta finale deve essere vostra, ma forse si vuole che io restringa, secondo mie scelte a monte, i nominativi su cui voi eserciterete la vostra scelta; insomma, uno screening preventivo secondo miei parametri, da non mettere in  discussione con voi.
Prima di andare oltre, tuttavia, e dirvi come intendo attuare tale screening, chiedo che voi vi esprimiate con il voto su questa mia idea. Se il voto sarà favorevole con una maggioranza almeno pari a quella con cui sono stato eletto, allora vi dirò come intendo procedere."
Inutile dirti il clamore che le mie parole scatenarono in tutta la Cappella Sistina. Per almeno un'ora le discussioni s'intrecciavano da una parte all'altra della cappella, gruppi di cardinali s'avvicinavano e poi s'allontanavano dopo aver scambiate parole anche accese, spesso coglievo su di me sguardi interrogativi, alcuni furiosi, altri pieni d'approvazione. De Vlaeminck, essendo considerato fra i più saggi di loro, era chiamato a destra e a manca per consiglio o chiarimenti. Io mi ero seduto su una sedia e attendevo, mi era abbastanza indifferente ciò che avrebbero deciso, in fondo stavo cercando solo di aiutarli a trovare una via d'uscita ragionevole al disastro che avevano creato.
Alla fine fu deciso che avrebbero votato la mia proposta; voto segreto, naturalmente: avrebbero dovuto scrivere sì o no sul biglietto che il cerimoniere consegnava loro.
Beh, accadde che solo poco più della metà dei voti fossero favorevoli, un numero ben lontano da quello con cui mi avevano eletto Papa.
Li guardai perplesso, tutto sommato anche un po' deluso, perché ero convinto che la mia proposta fosse buona e più intelligente che non la loro elezione del sottoscritto a Papa; mi alzai e dissi al cardinale De Vlaeminck che non era il caso di perdere altro tempo e che ero pronto a rispondere alla domanda di rito. Gli chiesi anche se riteneva che la domanda dovesse essere ripetuta o se potevo rispondere subito. Mi disse:
"Meglio ripetere tutta la liturgia, dottore." Così, di nuovo, lui, il cerimoniere ed il segretario si disposero davanti a me e egli mi chiese:
"Acceptasne electionem de te canonice facta in Summum Pontificem ?"
Stavo per aprire bocca per pronunciare il mio sonoro "no", quando un grido, proprio un urlo d'animale ferito, giunse da una delle cattedre cardinalizie:
"No, no, fermatevi,"gridava il cardinale che era stato per tanti giorni il candidato dei conservatori, "vi prego, fermatevi ed ascoltatemi. Ho peccato. Sì, ho peccato d'orgoglio, di superbia, d'arroganza. Non ho accettato che uno sconosciuto decidesse chi potesse essere degno dell'onere papale, un onere che io volevo tanto caricarmi sulle spalle, insieme agli onori e al potere che ne derivano. Le mie sottigliezze dialettiche hanno convinto o condizionato molti miei amici cardinali e così si è giunti a questo disgraziato risultato di voto. Ma ho sbagliato, il dottor Cipriani ci ha proposto una via d'uscita ragionevole, anche lui sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, a cui dice di non credere, e noi dobbiamo fare come dice lui. Cardinale De Vlaeminck, eminenti fratelli, in nome di Dio, ripetiamo la votazione, poiché quella precedente è stata inquinata dal mio peccato d'orgoglio."
Nuovo clamore sotto le magnifiche volte della cappella, ma stavolta di durata più breve. Si arrivò alla ripetizione del voto e alla fine solo una decina di "irriducibili" negò il sì alla mia proposta.
Da quel momento la situazione fu tutta in mano mia. Chiesi di avere la scheda personale di tutti i cardinali, con tutte le informazioni sulle loro carriere, le loro opere, le loro prese di posizione su vari argomenti. Non fu un problema, quei documenti erano già in possesso dei cardinali per agevolare le loro scelte. Dissi poi che mi sarei preso il tempo necessario per consultarli e fare la selezione dei papabili secondo le mie idee. Avrei poi consegnato i nomi prescelti a De Vlaeminck, avrei atteso che uno di essi fosse eletto, poi avrei pronunciato il mio rifiuto e me ne sarei tornato a casa. Non ci furono discussioni, tutti ormai avevano accettato tale procedura del tutto anomala. 
Non impiegai molto a fare le mie scelte, avevo due priorità ben precise in testa: prima di tutto volevo un Papa abbastanza giovane, che avesse tempo per realizzare un vero rinnovamento all'interno della Chiesa; ciò mi permise di non prendere nemmeno in considerazione i cardinali di più di sessantotto anni e ridusse ad una trentina le schede da studiare.
Altrettanto importante, per me, il secondo parametro: la Carità. Pensavo ad un Papa che mettesse questo valore come priorità assoluta della sua azione: parlo della carità del cuore, dei sentimenti, dello spirito, dell'azione verso il prossimo, dell'indulgenza, della compassione, in una parola, purtroppo abusata, dell'Amore verso l'altro da te. Non più un Papa di potere ma un Papa d'amore non solo a parole, ma nel proprio sentire e nelle azioni quotidiane.
Studiando le schede, trovai sei profili che sembravano rispondere ai miei due criteri prioritari.
Comunicai a De Vlaeminck i sei nomi che avevo scelto e poi tutto si svolse rapidamente. Con due sole votazioni, ad ampia maggioranza, fu eletto l'attuale Papa. Subito dopo, io pronunciai il mio no, lui pronunciò il suo sì ed io tornai a casa la notte stessa, impegnandomi a non raccontare nulla se non a te, quando ne avessi ravvisata la necessità. Durante quel conclave, alcune norme furono infrante o bypassate e forse anche per questo motivo non se ne è mai saputo nulla, a differenza di altre occasioni. 

Mio padre si appoggiò con più forza allo schienale della sua poltrona, era visibilmente emozionato per quel racconto fatto dopo 15 anni, poi mi chiese: "Cosa ne pensi di questa storia?"
"Fantastica, nel vero senso della parola; però anche bellissima e, alla fine, siete stati tutti bravi, tu ed i cardinali. E la scelta che avete fatto, del nuovo Papa, veramente azzeccata, la Chiesa non è mai stata in auge come ora, proprio per il rinnovato messaggio di amore che il Papa ha saputo far esprimere ai suoi vescovi e ai suoi sacerdoti, anche tramite il proprio esempio."
"Bene, Francesco. Ora tieni per te questa storia, sarebbe un peccato macchiare qualcosa che ha funzionato così bene." E se ne andò a riposare.

Epilogo

Mio padre ci lasciò poche settimane più tardi, con grande serenità e forza d'animo. Ada ed io ci mettemmo naturalmente in moto per organizzare i funerali: papà mi aveva detto che, pur non essendo credente, non aveva nulla in contrario a funerali religiosi, se ciò avesse fatto piacere a Ada o a me. Ma poche ore dopo che avevamo parlato con il parroco della nostra cittadina, arrivò a Ada una telefonata dal Vaticano: era il Papa in persona; Ada non sapeva nulla della storia del conclave, perciò, confusa, passò a me la telefonata. Io dissi subito al Papa che conoscevo la storia e lui, tranquillizzato, mi disse:
"Dottor Cipriani, lei capirà certamente l'importanza che suo padre ha avuto nella storia recente della Chiesa e l'affetto ed il rispetto che noi tutti, vescovi e cardinali, che abbiamo vissuto quei lontani momenti, abbiamo per lui. Inoltre, penso che sia giunto il momento di rendere noto quello straordinario avvenimento. Infine voglio dare a suo padre un riconoscimento, purtroppo postumo, particolarmente importante e significativo. Ecco perché chiedo a lei e alla moglie di suo padre di concedermi la possibilità di esequie solenni in San Pietro, officiate da me e da alcuni dei cardinali. Solenne, in questo caso, significa una cerimonia alla pari di quelle svolte in onore di Papi deceduti, quindi anche con la presenza di capi di Stato o loro rappresentanti. In fondo, anche suo padre è stato, potenzialmente, un Papa."
"Santità,"risposi" dovrò raccontare a Ada il motivo di questo suo desiderio e poi La richiamerò per darle una risposta."
Il Papa si disse d'accordo, mi diede il numero di telefono diretto del suo segretario e mi salutò.
Raccontai tutto a Ada; lei, che ricordava quei lontani giorni d'assenza del marito, per i quali non aveva avuto alcuna spiegazione, fu subito d'accordo per i funerali in San Pietro e, pratica come sempre, aggiunse:
"Però dovremmo pagare il viaggio e la permanenza a Roma dei parenti più legati ad Alfonso che vorranno venire al funerale."
"Non ti preoccupare, risolveremo anche questo problema.", la rassicurai.
Subito dopo la stampa, a cominciare dall'Osservatore Romano, iniziò a divulgare la storia, che lasciò stupefatta l'opinione pubblica di tutto il mondo. Ci furono le più diverse, talvolta assurde, interpretazioni dell'accaduto. Certo, l'intromissione determinante di un laico, addirittura non credente, in uno dei momenti più delicati della vita della Chiesa, creava perplessità sulla validità stessa della elezione del Papa. Da una parte si esaltavano il rispetto verso la fede altrui e la serietà morale del laico e quindi del laicismo in generale, dall'altro si commentava, in vario modo, l'inaspettata umiltà della Chiesa ad accettare l'evento straordinario in virtù di una Fede forte e salda .
Tutto ciò, la storia e le sue possibili interpretazioni, furono raccontate, con voce commossa ed emozionata, dal Papa, durante i funerali in San Pietro. Egli concluse così la sua omelia:
"Alfonso non era credente, non credeva nella natura divina di Cristo, tanto meno credeva nella missione divina della Chiesa di Roma. Eppure, proprio a lui dobbiamo il ritorno della Chiesa al vero messaggio di Cristo, al ripudio del potere e della politica come priorità dell'azione del Vaticano, sostituiti dal messaggio d'Amore espresso innanzi tutto con l'esempio del comportamento di chi questa Chiesa rappresenta a tutti i livelli. E' vero che anche i non credenti possono vivere come santi ed essere proclamati tali, ma non è la santità che voglio riconoscere in Alfonso. Ho voluto queste solenni esequie perché ho riconosciuto nel pensiero e nell'azione decisiva di Alfonso il marchio di Padre ispiratore di una nuova Chiesa di Roma e qui lo proclamo, Urbi et Orbi. Preghiamo per lui e per la nostra Nuova Chiesa. Amen."

 Fine
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Profilo Autore: Falug  

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Prologo

Poche settimane prima di morire, mio padre mi chiese di raggiungerlo nel suo studio, perché doveva parlarmi. Stante la situazione - eravamo consapevoli entrambi che non aveva molto da vivere - ci andai con trepidazione.
Lui era seduto sulla poltroncina di fronte alla sua amata scrivania di jacarandà, ereditata da suo nonno, io mi accomodai sulla sedia che fronteggiava la postazione del computer.
Stanco e dimagrito, cercava di stare seduto dritto, mentre, guardandomi fisso, mi diceva:
"Francesco, devo raccontarti una storia che troverai incredibile. So che mi crederai, perché sai che in genere non racconto favole e perché sai che ora non ho tempo da sprecare."
"Certo, papà," gli risposi, un poco sorpreso, agitandomi sulla sedia."Dimmi tutto."
Lui tacque per un po', quasi a riordinare le idee, poi cominciò:
"Forse ti ricordi il conclave, quindici anni fa, che nominò l'attuale Papa?"
"Si, ricordo," dissi,"mi pare che fu piuttosto lungo."
"Due settimane."Precisò con sicurezza."Due settimane che non ho mai potuto dimenticare né raccontare."
"Anzi," riprese dopo un attimo "prima che me ne dimentichi, ciò che sto per dirti è assolutamente, assolutamente, hai capito, segreto. E' stupefacente che in quindici anni nulla sia trapelato ed io te ne voglio parlare ora perché tu non sia colto di sorpresa se invece, in futuro, qualcosa venisse fuori. In tal caso sarai tu a decidere come comportarti. Anche a Ada non ho raccontato  nulla, anche se lei sa che allora qualcosa d'importante mi accadde."
Ada è lamia matrigna,  seconda moglie di mio padre, anche lei vedova come lui, quando si sposarono.
" Stai tranquillo, papà, terrò ciò che dirai solo per me.", lo rassicurai.
"Bene, allora ecco la storia.", disse, e cominciò a raccontare.


Il racconto

Quel giorno ero sceso in giardino per vedere se era arrivata posta. Mentre ero piegato sopra il muretto per raggiungere la cassetta delle lettere, vidi arrivare lentamente, come se cercasse un numero civico, una nera limousine, una Mercedes, se ricordo bene.
Proprio mentre richiudevo la cassetta della posta, l'auto si fermò davanti a casa: c'erano l'autista davanti e due persone dietro. Lo sportello posteriore dalla parte della strada si aprì e ne scese un giovane, che s'affrettò ad aprire lo sportello che stava davanti a me. Incuriosito, mi ero fermato a guardare, un po' sfacciatamente, ciò che accadeva.
Dalla vettura uscì, faticosamente, anche per l'alta statura, un bel vecchio, elegantemente vestito, capelli bianchi, barba corta, ben curata. 
Scusa se mi dilungo in questi ricordi, cercherò d'essere più conciso, ma è la prima volta che ne parlo e voglio riviverla tutta, questa storia, non più solo col pensiero, questo lo faccio spesso, ma anche con le parole.
"Lei, per caso, è il dottor Cipriani?" mi chiese il vecchio signore, guardandomi con attenzione.
"Sì, certo, lei...?"
"Mi perdoni se non mi sono fatto annunciare, sono il dottor De Vlaeminck e ho bisogno di parlare urgentemente con lei."
"Non mi pare di conoscerLa."dissi.
"La prego, mi faccia entrare e le spiegherò tutto."
"Si accomodi, prego." Dissi, aprendogli il cancelletto di casa.
"Tu, Albert, va intanto a mangiare qualcosa con Aldo," disse il vecchio signore al giovane. "poi torna qui ad aspettarmi."
"Sì, emin.., dottore."
Il vecchio lo fulminò con lo sguardo, poi entrò. A me non era sfuggito quel "emin" ed ero al colmo della sorpresa e della curiosità.
Lo feci accomodare in salotto, scusandomi per il disordine, il piccolo Alessio era da poco andato via con la nonna Ada; gli chiesi se volesse bere qualcosa.
"Volentieri, dottore, dell'acqua naturale, non troppo fredda."
Portai da bere e mi sedetti sulla mia solita poltrona, alla destra del dottor De Vlaeminck.
Lui mi guardò con evidente curiosità per un paio di secondi, poi disse:
" Dottor Cipriani, io sono il cardinale De Vlaeminck, decano del collegio dei cardinali, ora riunito in conclave a Roma."
"Il suo nome, infatti, mi aveva ricordato qualcosa. Ma non dovreste essere rinchiusi nella cappella Sistina sino alla nomina di un nuovo Papa?" chiesi, un po' in imbarazzo per quella autorevole ed inaspettata presenza in casa mia.
"Proprio così, dottore, e noi il nuovo Papa lo abbiamo eletto."
"Mi scusi, non lo sapevo. Eppure ho visto due ore fa il telegiornale e non ne hanno parlato."
"Non lo sa ancora nessuno." Disse il cardinale, che sembrava imbarazzato anche lui. "Dobbiamo prima avere l'accettazione da parte dell'eletto e lui non è uno dei partecipanti al conclave."
E mi guardò fisso di nuovo. Io fui assalito da un inatteso brivido, che il cardinale rafforzò con le successive parole.
" E' lei, che è stato eletto, dottor Cipriani.", disse con dolcezza.
Benché ormai me lo fossi immaginato, rimasi come fulminato da quelle parole. Guardavo il cardinale come per verificare se davvero lui fosse lì o se si trattava di un sogno ad occhi aperti, come a volte ne faccio prima di addormentarmi. 
Ma egli era lì, in carne ed ossa, con un sorriso triste sulle labbra sottili.
Dopo qualche secondo, mi alzai e mi rivolsi a lui con improvvisa veemenza:
"Cardinale, fosse anche vero ciò che mi ha appena detto, trattasi di pura follia. E le dò subito quattro motivi per cui tale nomina è sicuramente nulla: primo, non sono credente, non credo nel cristianesimo, non credo nelle religioni in genere. In particolare, penso che la Chiesa cattolica sia una delle istituzioni più sanguinarie ed ipocrite mai create dall'uomo. Ovviamente non sono un prete, infine sono felicemente sposato ed ho un figlio."
"Dottore, si calmi; capisco il suo sconcerto e forse anche il suo timore. Tuttavia, nessuna di queste ragioni è sufficiente per annullare la sua nomina. Già in passato abbiamo avuto papi che non erano preti, che erano sposati ed avevano anche numerosi figli legittimi e bastardi. Il fatto che lei non sia un buon credente e che anzi disistimi la nostra Chiesa, sarà probabilmente il motivo che la porterà a non accettare la nomina, null'altro."
"Sicuro, cardinale, non accetterò mai di fare il Papa, anche se qualche volta ho sognato di diventarlo per poter distruggere dalle fondamenta la Chiesa, o, nel migliore dei casi, rivoltarla come un calzino per riportarla alle origini, alla spiritualità delle prime comunità nate poco dopo la morte di Cristo. Sa, come capita che, a volte, si sogni di far saltare per aria il Parlamento convocato a Camere riunite, per poter sostituire completamente ed in un sol colpo una classe politica corrotta e incompetente."
"Capisco, dottor Cipriani, ma qui non siamo in un sogno ad occhi aperti, ma in una quasi irreale realtà. E' necessario che lei venga con me a Roma, in conclave, per accettare o rifiutare la nomina, altrimenti il conclave è paralizzato, non sapremmo come procedere."
"Scusi, cardinale, può avere prima di tutto la cortesia di spiegarmi come mi avete coinvolto in questa pazzia?"
"Ha ragione, dottore, è giusto, anzi necessario, che lei sappia perché il suo nome è stato votato da più di due terzi dei cardinali elettori, che oltretutto nulla sapevano di chi lei fosse e come la pensasse sulla nostra Chiesa." Tacque, poi aggiunse: "Le chiedo però di darmi la sua parola che non racconterà ad alcuno quanto sto per dirle, deve rimanere segreto."
"Cardinale, sa bene che non ho alcun obbligo di segretezza, né intendo per ora assumerlo; se vuole raccontarmi, bene, se no pazienza." Poi aggiunsi: "Sa, ora sento anche una forte rabbia per la situazione in cui, per qualche strana ragione, mi avete cacciato. Sono un uomo semplice, vivo serenamente con poche cose e poche persone care ed improvvisamente mi trovo a poter essere uno degli uomini più potenti della terra, basta che risponda sì ad una breve domanda in latino!" 
Dopo qualche secondo di silenzio un po' teso, il cardinale disse:
"Le racconterò ciò che è successo in questi ultimi tre giorni di conclave, poi lei mi dirà se accetta di mantenere il segreto. Conto che lei lo farà. Sono forse una bestia sanguinaria, come ci considera lei, ma penso di conoscere bene gli uomini."
"Certo, cardinale, per poter manipolare gli uomini bisogna appunto conoscerli bene. Ma ora mi racconti, presto tornerà la sua automobile."
"Posso avere prima un altro bicchiere d'acqua, per favore?"
Andai in cucina, presi una bottiglia d'acqua minerale, la svuotai in una caraffa di vetro e la posai sul tavolino di fronte al cardinale De Vlaeminck, dopo aver riempito i due bicchieri usati prima.
"Ecco, si serva a suo piacere."
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Profilo Autore: Falug  

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Venisti da me

improvviso, intenso, incontrollabile

una mattina di festa

di un dolce mese di anni fa.

Rimanesti  a lungo nel mio corpo

mentre la mia mente cercava spiegazioni

e il mio cuore tristemente

si lasciava andare allo scorrere delle ore.

Mi salutasti lentamente

lasciandomi libera nella luce.

Ti ho visto poi ritornare poco tempo fa

ospite insistente, sgradito, paralizzante.

Ti ho ascoltato, cercato d'interpretare,

vissuto come un giogo leggero...

Ora, ti prego, non tornare più.
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Profilo Autore: Cry  

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Rimasi incita giovanissima. Avevo vent’anni. Ero innamorata del mio ragazzo. Quando seppi la notizia della mia gravidanza  il mio cuore impazzì, non riuscii a piangere, sudai e i pensieri mi si accavallarono. Prima di parlarne con il mio ragazzo aspettai un giorno intero. Il giorno più lungo della mia vita.
Ero al primo anno di università, il mio ragazzo  era al terzo. Oltre all’università avevo un lavoretto in nero. Non c’era posto per un figlio. Non c’era posto per chi seguiva solo la sua parte razionale , per chi era  proiettato verso  l’arricchimento materiale.
Dopo lo sconcerto iniziale pensai  alla vita dentro di me, al miracolo che ogni donna era fortunatamente destinata a far compiere, lo sconcerto si tramutò in una forza che non pensavo di avere,una forza che oggi chiamerei “ la forza dell’amore”.
Prima di parlarne in famiglia ne parlai al mio ragazzo. Forse sentii le frasi più dure e dolorose della mia vita.
Lui non ne volle sapere, anzi disse : “Scegli, o lui o me”. Ancora oggi non so come l’essere umano possa arrivare ad una decisione simile. Io lo amavo, lui era tutto per me, dopo l’università l’avrei sposato.
Mi rassegnai, per consolarmi mi ripetevo sempre che gli uomini non possono capire.
Da sempre solo le donne sono madri, solo le donne hanno la fortuna di avere il dono d’amore più grande: dare la vita.
Scelsi di tenere il bambino. Nacque  Davide. Il padre non lo riconobbe.  Fortunatamente i miei genitori mi aiutarono , ma non mi confortarono. Anche per loro fu una scelta da folle.
Fu durissima. Studiavo, lavoravo e bambino. Per anni alla notte sognai il mio ex ragazzo. Sognavo di quando mi diceva che mi amava. Se mio figlio non mi avesse dato la forza , forse sarei morta di dolore.
Non volli sapere di altri uomini per anni, ero concentrata su di mio figlio che amavo sopra ogni cosa.
Con l’aiuto dei miei genitori riuscii a laurearmi e fortunatamente trovai  presto lavoro come insegnante.
Il mio passato segnò il mio rapporto con gli uomini, a tutti dicevo che ero sposata, così da non creare le circostanze per situazioni sentimentali stabili.
La prima relazione l’ebbi  quando mio figlio era già alle scuole medie. Dissi che ero sposata, lo vidi un po’ di volte tanto da farmi tornare alle mente cosa significasse avere un rapporto sessuale. Durante l’amplesso mi tornava alla mente il viso del mio primo amore e il dolore era inconsolabile. Non mi feci più trovare.
Alessandro era un mio collega di scuola, insegnava lettere . Anche a lui dissi che ero sposata. Con lui passai molto tempo  in sala professori. Non era un bell’uomo, ma quando parlava mi rapiva,aveva un cultura vasta ed era in grado di sostenere qualsiasi argomento. Io imparai moltissime cose da lui. Scriveva poesie, me le scriveva su dei fogli che io tenevo e rileggevo a casa in solitudine e piangevo. Lui riuscì a togliere un po’ di ghiaccio che circondava il mio cuore.
Lui aveva qualche anno più di me e mi disse che era single per scelta. Ci vedemmo tutti i mercoledì, mio figlio aveva l’allenamento di pallavolo fino a tardi e ad Alessandro riferivo che al mio  finto marito dicevo che ero in palestra.  Lui mi portava in un’ appartamento che in seguito scoprii che  era di sua madre.
Con me era dolcissimo e romantico, mi circondò di affetto e amore.  Le sue poesie mi tenevano compagnia quando ero sola e riusciva sempre a commuovermi.
Di Alessandro mi innamorai perdutamente .
Ero  pentita di aver inventato di avere un marito, avrei voluto confessare la mia menzogna spiegandone le motivazioni, ma una sera al ristorante cambiò tutto. Lui si allontanò per andare in bagno. La sua giacca rimase sulla sedia e dalla tasca si intravedeva un foglio, pensai che fosse una delle sue bellissime poesie.
La curiosità fu troppo forte , presi il foglio, portava la data del giorno prima : “ Oggi è il nostro anniversario di matrimonio. La vita ci ha regalato tante cose piacevoli, ma anche molti dolori.  Noi continueremo la nostra strada assieme aiutandoci e confortandoci come sempre. Ti starò sempre vicina. Ti amo con tutto il cuore.”
Rimisi a posto il foglio e decisi di non dire niente. Non so come riuscii a rimanere calma per il resto della sera, inventai una scusa per non fare l’amore con lui. Arrivai a casa stremata, lui probabilmente mi aveva mentito, ma anch’io non avevo la coscienza a posto. Decisi di indagare per sanare ogni dubbio.
A scuola, dalla segreteria, riuscii facilmente a reperire il suo vero indirizzo.
Durante una sua ora di lezione andai a casa sua e con un coraggio che non so da dove provenisse suonai alla porta.
Aprì la porta una signora robusta, con bellissimi occhi verdi. “Scusi dovrei lasciare questo opuscolo pubblicitario per la moglie del prof. Alessandro”, dissi con voce tremante. “Sono io”, rispose tranquilla. Quello che mi colpì fu la straordinaria somiglianza con il marito, se mi avesse detto che era la sorella ci avrei creduto. “ Signorina per la pubblicità c’è la cassetta” , mi disse sempre con calma. Le sorrisi e me ne andai senza darle risposta pensando che avesse un bel carattere.
Telefonai a lui immediatamente e gli chiesi un incontro per l’ora di pranzo perché avrei dovuto parlargli di una cosa molto seria.
 A tavola con lui, iniziai a parlare della scuola, mi tremavano le gambe. Lui tranquillo mi disse :“Tesoro, c’è qualcosa che non va? Cosa devi dirmi?”
I miei pensieri iniziarono a correre veloci. Ripensai alla mia vita, a mio figlio ora grande e bellissimo che amavo molto, all’amore che mi dava lui, alla vita serena che ero riuscita a costruirmi, agli uomini della mia vita meravigliosi dispensatori  di dolore.
Alle sue poesie che all’improvviso mi sembrarono ridicole, alla signora così somigliante a lui, alla sua ingenuità nel lasciare una lettera d’amore  così esplicita nella giacca, alla situazione quasi paradossale nella quale io avrei dovuto confessare di non essere sposata e far sapere a lui che ero al corrente del contrario.
Tutto mi sembrò ridicolo, assurdo, comico. Iniziai a ridere, a ridere sempre più forte. “Cosa c’è da ridere” , disse lui con una faccia che mi fece ancora più ridere. Ormai avevo le lacrime agli occhi, non riuscivo più a trattenermi. La signora sulla porta, la lettera nella tasca della giacca … vai con le risate. Le sue bugie, le mie … vai con le risate. “Cosa c’è da ridere calmati, ti stanno guardando”, disse lui preoccupatissimo. Cercai di calmarmi e asciugandomi le lacrime dissi “ Volevo dirti …” e vai con le risate. Volevo dirti … che a Torino c’è un’importante mostra di pittura di Renoir” “Allora cosa c’è da ridere ?”, disse lui serio. Volevo chiederti se andremo a vederla … ecco è questo che volevo dirti ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah.




 
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Profilo Autore: Barbara  

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Urlavo
tutta la mia rabbia
di donna impotente
verso la tua supponenza, 
la tua arroganza,
la tua meschinità'.
Urlavo
ma non una parola usciva
dalla mia bocca.
La paura di perderti
era questo il problema.
 
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Profilo Autore: gabriella guerra  

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Per lui era il mese più malinconico dell’anno: novembre con i suoi colori e le sue tristi feste. Non sarebbe andato al cimitero per il disagio che sentiva dentro, ma gli spiaceva per suo padre che aveva tanto amato.

Parcheggiò distante dall’ingresso perché vi erano tantissime auto in sosta. L’interno era un magnifico giardino fiorito.

“Che tristezza”, pensava. “E’ bello che i nostri cari siano così amati anche dopo, ma che senso ha?”, immerso nei suoi pensieri arrivò davanti alla lapide di suo padre. Erano loculi in una zona nuova del cimitero, era al terzo piano.
Si trovò in compagnia di una ragazza che era di spalle di fronte alla lapide di una giovane donna. Cambiò i fiori nel vasetto, pulì la lapide con uno straccio che si era portato da casa , ma si sentiva osservato. Si girò lentamente in un movimento quasi automatico. La ragazza lo stava guardando. Ci fu un attimo di silenzio in cui i loro sguardi si incrociarono. Lei era molto bella con i capelli castani molto lunghi che le incorniciavano il bel viso con occhi grandi e limpidi. “Ciao, era tuo papà?”, disse la ragazza sorridendo. “ Sì rispose, e tu …” , disse lui molto a disagio. “ Io sono qua per mia mamma”, la ragazza indicò la foto. Il ragazzo si avvicinò un poco tanto da notare nella donna ritratta una straordinaria assomiglianza con la ragazza. “Ti ha lasciata molto giovane”, disse lui sempre più a disagio. “ Sì, troppo presto”, disse la ragazza sempre sorridendo. “Ora vado” , disse lui guardando la ragazza e rendendosi conto della sua bellezza e del suo sguardo fisso su di lui. “Ciao,a presto”, disse lei sempre sorridendo. Il ragazzo si girò fece qualche passo. “Come ti chiami?”, chiese lei all’improvviso. “ Mi chiamo Luca” , disse il ragazzo girandosi verso la ragazza che continuava a sorridere . “Tu come ti chiami? , disse lui sentendosi quasi obbligato a fare la stessa domanda. “Ariel” ,disse lei con gli occhi sempre più luminosi. Luca rimase qualche secondo a guardarla rapito poi disse : “ Hai un bel nome”.

Se ne andò di fretta, pensando a quella bella ragazza che continuava a guardarlo. Arrivò in auto e prima di mettere in moto, si fermò un attimo a pensare a quell’incontro, forse avrebbe potuto parlare ancora un po’ con Ariel, ma il suo sguardo lo aveva messo a disagio. Maledì la sua stupida timidezza, mise in moto e tornò a casa.

Luca, chiuso nella sua camera era immerso nei suoi soliti pensieri : “ Ho una laurea che non mi ha portato da nessuna parte. Tanto studio, mille domante, corsi, concorsi, ricorsi. Sono un fallito, non posso neppure aiutare mia madre che da quando non c’è più mio padre è in difficoltà. Soliti discorsi ,in Italia c’è crisi. Non mi hanno voluto neppure come commesso, barista, lavapiatti. Sarà anche per il mio aspetto da “secchioneromanticointellettuale” e il luogo comune che chi studia tanto non è adatto ai lavori manuali.”

Il giorno seguente era al bar, per una colazione veloce prima del consueto giro per agenzie. “Questo mio vagabondare quasi quotidiano alla ricerca di un lavoro è umiliante” , pensava Luca sconsolato. “Tre anni fa mi laureavo, quanti anni dovrò ancora aspettare? Come vorrei poter aiutare mia madre! Sarò costretto a fare domanda di lavoro all’estero”, immerso nei suoi pensieri Luca non si accorse della ragazza seduta al suo fianco al banco del bar. “Ciao”, disse la ragazza sorridendo. Luca si girò di scatto e rimase per qualche secondo muto. “Sorpreso? Io abito qui vicino”, disse,sempre sorridendo,la ragazza incontrata qualche giorno prima al cimitero. “ Ciao, sì un po’ sì, non ti ho mai vista qua prima”, disse Luca quasi balbettando. “Non ci facevi caso”, disse la ragazza ridendo e mangiando di gusto una brioches. “ Ti vedo pensieroso, cosa c’è che non va?”, disse la ragazza con molta tenerezza . Luca rimase sorpreso della domanda e imbarazzato dal fatto che trasparisse il suo disagio. Colto da un impeto di liberazione si confidò con la ragazza fidandosi di lei senza un preciso motivo. La ragazza lo ascoltò con lo sguardo dolce e disse: “ Sei giovane, hai una laurea, tieni duro ce la farai sicuramente è solo questione di tempo” Luca si stupì delle parole della ragazza, aveva all’incirca la sua età e così disse: “ Parli come una persona di grande esperienza, ma … tu cosa fai nella vita?” Ariel rise, ci pensò un attimo e disse: “ E’ una figura professionale nuova … diciamo che io sono … una specie di assistente sociale.” Luca rimase in silenzio, la guardò … era così bella e sorridente che per un po’ dimenticò i suoi problemi e rimase con Ariel per tutta la mattina. “ Questa mattina non lavori?”, chiese Luca. La ragazza, lo guardò sorrise, il volto le si illuminava ogni volta che sorrideva e disse: “ Sto lavorando!”

Da quel giorno Luca incontrò Ariel ogni volta che andava in quel bar. Con lei completò vari curriculum vitae, in seguito agli arguti consigli di Ariel fece domande di lavoro presso aziende a lui sconosciute. “Senti Ariel, come fai a sapere tutte queste cose? Mi fai sentire uno scemo” , disse Luca un mattino dopo aver ascoltato i suoi preziosi consigli. Ariel rise di gusto e disse: “ Fa parte del mio lavoro”.
 Luca pensava spesso ad Ariel al suo sorriso, alla sua bellezza, ai suoi disinteressati consigli. “Sei stata molto gentile con me, ti vorrei invitare a cena, ma ….” , disse Luca sconsolato. “ Ariel sorrise e disse: “ Certo, andiamo e pago io. Troverai presto un lavoro, poi le prossime le pagherai tutte tu!”. Continuò a ridere. Luca in quel momento pensò che l’amava, ma gli sembrava tutto strano, era una sensazione che provava dal primo giorno che l’aveva conosciuta.

Andarono a cena, Luca l’accompagnò a casa in auto e la dolcezza di Ariel lo rese come tramortito tutta la sera. Sotto casa di Ariel parlarono ancora del loro futuro, Luca le accarezzò i suoi bellissimi capelli e disse: “Spero di vederti presto, ma non per parlare di lavoro” Ariel rise, come sempre e disse: “Nei prossimi giorni sarò molto impegnata … diciamo per una nuova missione”. Luca continuava a non capirci niente, Ariel scese all’improvviso dall’auto. Luca non riuscì a darle un bacio.

Non la vide più, non la sentì più. Andò a casa sua, sul campanello era sparito il nome. Nel frattempo Luca trovò un lavoro, un ottimo lavoro. Ora il suo cuore aveva un altro dolore: dove era sparita Ariel?

Luca tornò al cimitero , si avvicinò alla lapide della mamma di Ariel e vide che vi erano due foto. Rimase per un attimo senza fiato, sentì le gambe cedergli, non riuscì per qualche secondo a respirare. L’altra foto era quella di Ariel. Guardò la data e si accorse che era antecedente alla data in cui l’aveva conosciuta. Si girò per un po’ verso l’uscita, si mise le mani sul viso, inspirò profondamente e poi si girò nuovamente verso la lapide. Tutto era come prima mamma e Ariel morte con un mese di differenza un anno prima del loro incontro.

“Conoscevi mia mamma e mia sorella?”, disse un ragazzo sopraggiunto accanto alla lapide. Luca si fece forza e disse: “ Sì, ero amico di Ariel”, disse Luca quasi in apnea . “Hanno avuto un incidente stradale, mia mamma è morta sul colpo, mia sorella è rimasta in coma un mese poi non ce l’ha fatta”, disse il fratello di Ariel “Ma saprai già tutto”,continuò il fratello di Ariel. “Sì, Sì ora vado mi dispiace ciao”, disse Luca quasi scappando.

“Così sono andate le cose” , disse Luca alla sua più cara amica e collega di lavoro Marta durante la pausa pranzo. “Quando sei nato?”,chiese Marta a Luca “ Il 31 ottobre 1980.” , rispose Luca guardandola strano. “Tutto torna”, disse Marta. “ Cosa torna? Che sono pazzo!”, disse Luca preoccupato. “Lei ti aveva avvisato quando ti aveva detto il suo nome, secondo la tradizione cabalistica ebraica Ariel è un angelo che protegge i nati dal 31 ottobre al 4 novembre.” “Io sto impazzendo”, disse Luca abbassando lo sguardo e ripensando a tutte le frasi strane di Ariel, infatti tutto tornava. “Ariel è il mio angelo custode!”, disse Luca sempre più perplesso. “E’ stano però i nomi degli angeli che finiscono con -IEL- dovrebbero essere essenze energetiche maschili” , disse Marta sorridendo. “Senti Marta dimmelo, pensi che sia matto!”, disse Luca sudando. “Luca, in particolari momenti della nostra vita, in cui tutto ci sembra più difficile,il nostro cervello mette in atto meccanismi per proteggerci. Non sei matto, hai passato un brutto momento, Ariel ti è venuta in soccorso, la tua sensibilità e fantasia ti ha aiutato.” Marta parlò tenendo la mano di Luca. “Mi sono immaginato tutto, con chi parlavo da solo?”, disse Luca sconsolato. “ Può darsi”,disse Marta accarezzando il viso di Luca. “Povero me …”,disse Luca scuotendo la testa. “Non dire così, non capita a tutti di parlare con un bellissimo angelo”, disse Marta ridendo. “Grazie Marta per aver ascoltato questo esaurito”, disse Luca baciandola sulla guancia e alzandosi dalla sedia. “Hai fatto l’amore con il tuo angelo?”, chiese Marta facendosi coraggio. “No, te l’ho detto “, disse Luca incuriosito. “Meglio così non è carino portarsi a letto un angelo”, disse Marta abbassando lo sguardo. Luca rise e si girò per tornare al lavoro.

“Luca!”, disse Marta. Luca si girò. " Io non sono un angelo!”, disse Marta con un sorriso malizioso.

 

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Profilo Autore: Barbara  

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"Fili"
 

Prese le sue cose, i guanti, la penna e disse buonasera

Non avrebbe mai firmato quell’accordo ma io ci avevo provato

Il suo profumo era ancora nella stanza quando mi accorsi

Che avevo potuto vedere più da vicino i suoi occhi

Gli uomini spesso non guardano i particolari

Eppure le donne sono fatte di essi

Particolari scarpe, cappelli, orecchini. Soprabiti

Trucchi, anelli…sorrisi…

Si le donne non sorridono mai a caso

E prima che lei si inasprisse

Aveva regalato un sorriso anche a me

Uomo come tanti

Dovevo rivederla i suoi disegni erano davvero belli

Ed io che lavoravo ormai solo per i soldi

Io non mi ero accorto che nelle sue creazioni

Ci fosse ancora quella sana inventiva e creatività

Presi il telefono e incominciai a far girare i numeri sulla cornetta

Poi pensai sicuramente sarà ancora per strada magari a prendere un caffè

Quello che stupidamente non le ho offerto io

Maledetti soldi, mi hanno reso così distaccato dalla vita sociale

Accesi allora un sigaro e decisi di aspettare

Quando senti dei passi nelle scale e leggeri pugni alla porta

Era lei che tornava, pensai forse ha cambiato idea

Ma lei entrò nella stanza come un vento fuori stagione

Disse.. devo aver lasciato qui la mia agendina

Avevo altri appuntamenti oggi e non voglio certo far tardi

Io annunciai un "mi perdoni se non le ho offerto nemmeno un caffè"

E lei …ora triste…rispose…avrei voluto più attenzione

Questi disegni sono la mia vita, quello che ho imparato è tutto qui

Io risposi .. mi scusi non so più riconoscere una donna di classe

Tante sarte come lei pur di vendermi un loro capo

Sarebbero capaci di liberarsi del proprio…

Lei mi guardò…infastidita disse io non sono una di quelle e si girò come per andar via

Io le presi p un braccio e dissi….amiamo lo stesso lavoro

E da buon sarto le chiedo di ricucire lo strappo che c’è stato fra di noi

…mi ascoltò …bevemmo del tè….e poi ...

Paralammo un po’..lei ritrovò l’agendina che le era caduta nella fretta di andarsene, io mi sentivo ancora in colpa per il modo prepotente con il quale avevo giudicato i suoi disegni, lei non ritornò più sull’argomento mi chiese solo se poteva lavorare con me. Le mie mani erano sempre più lente e la mia vista non era delle migliori, odiavo il fatto che non avrei potuto più cucire da solo, ma il commercio doveva continuare, i soldi, quei soldi erano sempre di meno e prima che mi decidessi a trovare qualcuno che mi aiutasse avevo speso anche gli ultimi risparmi.

A lei dissi di si…era l’unica che mi aveva mostrato passione oltre che talento…il mio nome in città aveva ancora un grande valore molti della Parigi bene si vestivano da me.

Farai il sarto, così diceva mio nonno, ma io ci ridevo su e dicevo "nonno tu lo dici per le donne" ma poi ho scoperto negli anni di aver vestito molti più uomini, ho ancora la foto del mio primo giorno nella sartoria di Birsan Bell un americano con la mania delle stoffe, io non gli ho mai visto cucire niente ma era bravo nello scegliere le tinte e i ricami…mi mandava sempre a comprare del filo….filo corri …fil fil alla francese

 

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