Un riflesso grigio-azzurro mi stupisce, lo guardo a lungo, esco per farlo entrare negli occhi.
Mi ricorda tante cose, sguardi che amo, riverberi del cuore quando il sentimento si mischia col sole.

E' una luce quasi musicale, un arpa o un liuto, quello del cuore.
Quello che tengo dentro lo sapresti vedere solo tu, ma sei lontano.
Forse mi sbaglio, sei qui, dove la risacca lambisce il mare del passato che con l' onda sempre ritorna.

Sto sorridendo, lo vedi ?
Il riflesso ora è dentro me, ormai fa parte della tavolozza di colori che la mia anima  guarda per iniziare la giornata.

Elaborare la sofferenza e tramutarla in poesia, non è una sfida ne un proposito.

E' un messagio, non so da dove viene, ma basta guardare i tuoi occhi e scopro che lì ce n'è tanta...di poesia
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Profilo Autore: nicoletta  

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Mi ricordo come fosse ieri quando ero solo un ragazzino tatuato con i capelli lunghi e il sorriso sul volto, quando l'amicizia era splendete e un abbraccio da un fratello era sempre presente, avevo tutto una persone completa giovane sensibile e amata,e ora mi ritrovo a 45 anni schiavo di un sistema corrotto che ti permette di vivere solo come un fantasma, le ore passano lentamente il caporeparto strilla la mia autostima cala la testa calda che ero un tempo si è raffreddata, oh melissa amore mio come ho permesso al mondo di trasformarmi in questo modo atroce, non sono più l'uomo che ti aveva fatto innamorare mi guardo allo specchio i capelli sono caduti dal troppo stress la pancia è aumentata, i tatuaggi sono sbiaditi la vita ha vinto contro un ragazzo di periferia.
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Profilo Autore: lasetta  

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Non cercavo amore, affetti o altro. Viaggiavo per le vie del mondo come uno che non vuol sentire, né vedere. Volevo trascorrere il mio tempo nell’effimero, godendo solo di quel che il mondo offriva. Ma non è possibile che l’uomo non cerchi niente. Da quando è nato, l’esplorazione, la ricerca e quindi l’acquisizione sono state le sue prime iniziative. Probabilmente anch’io mi sono assoggettato a queste prerogative, solo che non mi piaceva riconoscerlo e mi rifugiavo nel mio mondo, pieno di ricordi e di favole. Un sognatore…distaccato. Non che mi dispiacesse…anzi ! Mi potevo trasformare al bisogno nell’uomo duro, fascinoso, gioviale, divertente a secondo delle esigenze che mi si proponevano. Pensai addirittura di amarmi da solo e non solo perché il cuore aveva smesso di battere o avesse deciso di farlo, quando, memore di antiche delusioni, aveva smesso di credere in se stesso. Per questo non mi ero accorto di lei, non in modo determinante. E invece avrei dovuto capire tutto dalle sue parole, dai messaggi “subliminali” che mi mandava mascherati da scherzi, frizzi e lazzi, ma che andavano dritti al centro del bersaglio, mentre io, credevo di menare la danza in un gioco in cui  ero perdente prima di cominciarlo. Aveva deciso tutto lei e, con grande intelligenza, aspettava la mia presa di coscienza. Non forzò nulla, lasciò che tutto avvenisse naturalmente, perché doveva avvenire ! Per fortuna caddi nella sua trappola e ripresi quel vigore dei primi anni della mia gioventù ed ora sogno ad occhi aperti, senza nevrosi, senza doveri, senza ossessioni, di essere me stesso, realmente io. Lei, ora e qui e mi guarda divertita, quasi aspetti una risposta alle precise domande che i suoi occhi mi pongono. Le dirò che ha rigenerato un cuore arido, che mi ha recuperato dal limbo dove mi  ero nascosto, le dirò…le dirò semplicemente : Scusa, tesoro, avevo il cuore altrove !
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Profilo Autore: Bronson  

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Era bella. No, ancor di più. Non ricordo bene. Mettiamoci d’accordo e diciamo “eccezionale”. Si eccezionale forse è l’aggettivo giusto…o no. Beh per uno studentello universitario, imbranato come me, al primo anno di studi e di problemi sessuologici, sicuramente, era eccezionale a dir poco. La conobbi nel posto meno indicato alla sua bellezza, vicino ai cassonetti dei rifiuti ! Nulla di strano per me, sfortunato per natura. Si, perché, quando si parla d’incontri, in tutte le narrazioni si sente di cieli azzurri, notti stellate, orizzonti fantastici, albe dorate e tramonti romantici, e invece a me capitò presso i cassonetti ! E solo perché, dovendo fare il cavaliere, mi offersi di vuotare le sue buste di spazzatura, non prima che una di esse, si aprisse e versasse il suo contenuto su una delle mie scarpe. Pazienza. Lei rise divertita, fu con quell’episodio che mi acquistai la sua simpatia. Mi disse in seguito che vedermi scalciare per eliminare la spazzatura dal mio piede le ricordò la festa di Pamplona dove i tori circolano tra la gente scalciando e tirando cornate. Non ho mai capito l’accostamento alle cornate, però di calci, in effetti….. Poi, successe un fatto che non vi racconto per non tediarvi, e lei, impaurita, si strinse a me, io le cinsi le spalle con le mie braccia e…la tenni per qualche interminabile minuto aderente al mio corpo. Così come avevo fatto ai tempi della prima comunione con una cuginetta impaurita da un sorcio ! Voglio dire, non fu la stessa cosa, a dire il vero, c’erano differenze sostanziali, era solo per rendere l’idea che non ci avevo speculato, in quella situazione.

Oddio sentivo un certo sommovimento alla bocca dello stomaco, ma quella sera avevo mangiato pesante. Quello che mi resta difficile dimenticare è proprio il contatto in se. La morbidezza di quel corpo, la sinuosità, le protuberanze che premevano contro i miei addominali. Quando la lasciai per rientrare a casa mia, puzzavo…odoravo del suo profumo, intenso, sensuale, sicuramente inadatto sull’abbigliamento di un uomo. In più dovetti dar conto agli amici che condividevano l’appartamento con me, sia della puzza che proveniva dalla mia scarpa che del profumo che proveniva dai miei abiti. Inoltre, vista la nomea di sfigato che mi portavo dietro, nulla valsero le mie asserzioni di aver passato i minuti precedenti accanto a una donna…spettacolare. Ma se ne sarebbero accorti da li a poco. Infatti, nel pomeriggio successivo, Geraldine, si,così si chiamava la ragazza, di origini francesi ma nata a Genova, fece trillare il campanello di casa e chi aprì se la trovò davanti, in tutto il suo fulgore. Cercava di me e sarebbe rimasta per ore davanti la porta se io non l’avessi sentita pronunciare quelle parole, perché l’amico che aveva aperto era rimasto incollato al battente della porta, inebetito. Era venuta a chiedermi di passare un po’ di tempo con lei. Nel frattempo, attirati dal timbro femminile, squillante della voce della ragazza, erano arrivati i rimanenti due residenti nell’appartamento e tutti erano li, di fronte a noi ad osservarci, se per osservarci intendiamo che guardavano lei, sbavando. E rischiai un accoltellamento allorquando risposi negativamente alla sua richiesta, causa studio. Il più caro fra loro, stratega nelle situazioni più intricate, stabilì immediatamente un piano senza che io potessi replicare. Sarei dovuto uscire con lei e proporle una seratina in cui lei avrebbe dovuto portare un’amica. Finalmente, un pomeriggio uscii con lei. Andammo al parco e sedemmo su un prato verde, complice una primavera incipiente. Mentre parlava, raccontandomi della sua vita con molti particolari, da cui si sarebbe potuta astenere, tirò su la gonna, già corta di per se, lasciando scoperte le gambe. Che spettacolo, ragazzi ! Il risultato fu che, attorno a noi cominciarono a ronzare tanti “mosconi” cui non sapevo dare torto. In più volle mostrarmi il posto dove aveva preso una botta poco prima che uscisse di casa e che si trovava all’altezza dell’elastico degli slip. Fui costretto a coprirla immediatamente, la mia pressione cresceva in fretta ma , a causa della mia stranezza, non mi impediva d’essere lucido. La verità era che, tra noi due, sapevo che prima o poi sarebbe successo, era troppo attraente per uno come me. Prima o poi, la belva che si nascondeva in me, dopo anni di astinenza coatta, si sarebbe scatenata. Fu allora che appresi che, di professione, faceva la mannequin, l’indossatrice. Non poteva essere altrimenti, troppo bello il suo corpo, le sue movenze. Restammo li, lei a parlare ed io a cercare di evitare di guardare quelle gambe perfette, poste sotto i miei occhi e il io naso. Concludemmo col fissare l’appuntamento per una seratina tutta nostra e lei si mostrò en contenta di portare un’amica per il mio amico al sabato successivo. Anche se avesse dovuto lavorare, sarebbe bastato che fossimo passati a prenderle per le 22,00 al posto di lavoro. Detto, fatto. Alle 22 del sabato successivo, il mio amico ed io eravamo nella sala dove lei aveva sfilato. Mi vide e m i raggiunse, trafelata, mi prese per mano e mi portò verso i camerini. Che bambola, pensai, che voglia un piccolo anticipo ! Invece esordì dicendomi che avremmo dovuto fare a meno della nostra seratina perché era arrivato il suo fidanzato. Un fidanzato, c’è pure un fidanzato ! Non me ne aveva parlato mai ! Ma allora perché ostinarsi ad uscire con me ? Me lo disse in tono ansioso, forse che era già li ? Mi guardai attorno in cerca, quasi, di una via di scampo che lei stessa mi offrì pregandomi di entrare in un camerino non prima di aver detto poche parole all’amica che l’occupava. Quando entrai, salutai ed in primis non vidi nessuno, poi rimasi sbalordito, e dico poco, l’amica di Geraldine era davanti allo specchio di una piccola toilette per il trucco, e fin qui, niente da dire, ma che fosse completamente nuda era pure una certezza ! Mi venne incontro, mi salutò con due caldi baci e mi pregò di accomodarmi su una poltroncina rossa nell’attesa che lei fosse pronta. Da quel momento io non sollevai più la testa, mentre lei ridacchiava divertita. Che situazione ! Cercai in tutti i modi di tirar giù il maglione, di abbottonare il giaccone per non mostrare le mie di…protuberanze, ma non credo di esserci riuscito bene. Alla fine, quando finalmente si rivestì tra un sogghigno e uno sguardo sardonico, uscimmo e mi accompagnò all’uscita dove mi lasciò dandomi un bacio al fulmicotone, dopo avermi abbracciato, stile anaconda. Il mio amico mi osservava trasecolato, ma anche lui era andato in tilt, non riuscendo a capire come mai, io, che sarei dovuto uscire da la con Geraldine, ne uscissi, gratificato, con un’altra donna. Un fatto buono per le mie quotazioni come playboy, un po’ meno per la mia serenità. Rividi Geraldine giusto il tempo che desse qualche spiegazione alle mie curiosità, poi i nostri incontri si diradarono fino a terminare per inedia. Non mi feci più trovare da lei e, l’aver perso l’attenzione di sì bella ragazza, non mi costò più di tanto. Tranne una sera, in cui pensai che stavo tradendo le mie promesse. Mi telefonò dicendomi di stare male fisicamente, una scusa, pensai, ma ben architettata. Non potevo sottrarmi, però. Ci andai e la trovai a letto ma solo per una banale influenza in via di remissione. Mi sedetti sul bordo e le presi il polso. Questo mi mise in condizione di osservarla da vicino. Indossava un pigiama che non nascondeva nulla all’immaginazione, ma proprio nulla ! Mi sentii un po’ turbato da quella visione e m’imposi di mantenere un minimo d’aplomb. Lei se ne accorse e mi chiese di sdraiarmi accanto a lei, cosicché il mio aplomb finì nella spazzatura. Lottai dentro di me per evitare quella situazione, oh si che lottai e resistetti, oh si che resistetti…un paio di secondi ! Infine cedetti, mi sdraiai e mi rivolsi verso di lei, che nel frattempo si era già rivolta verso di me. Le nostre bocche erano, ora vicine ed io capii che stavo capitolando. Desiderio e passione si erano impossessate di me, delle mie strutture esterne, ma sentivo la mancanza di qualcosa che ancora mi tratteneva, che non mi faceva soddisfatto di quello che stavo per fare con quella meravigliosa creatura che era una macchina costruita, progettata per l’amore. Intanto le labbra si accostavano sempre più e lei si predispose ad accogliere le mie dischiudendo le sue. Momenti magici, ma proprio nel momento topico, accompagnato da un miagolio quasi indignato, dal poco spazio che ancora ci separava, fuoriuscì un gatto, un bell’esemplare di siamese inferocito. Era il gatto di Geraldine che ci aveva provocato quello spavento. Mi alzai visivamente spaurito e, quasi temessi potessero essercene altri, di gatti, dico, e sollevai le coperte. La sorpresa non fu di trovare la mia amica senza gli slip ma fu di trovare le lenzuola piene zeppe di peli di gatto. Ecco il fatto di essere stato uno sfigato, all’epoca, non comportava che avessi dimenticato il senso della pulizia inculcatami, dopo infinite battaglie, da mia madre. Per cui mi venne il voltastomaco per quello che stava per accadere e, senza dir niente, me ne andai e anche di corsa. Quella fu l’ultima volta che vidi la mia amica. E la vicenda finì li.

A me restò un dubbio, però. Che desiderio, passione, sono indispensabili in certe situazioni, ma che mancasse qualcosa è inevitabile. A me quel qualcosa non era chiaro. Lo scoprii in seguito, quando fui più maturo, mancava l’Amore ! ! !

 

 
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Profilo Autore: Bronson  

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ROCCO HUNT, uno sfigato giovincello, si propone di trovar zitella, enunciando a se stesso: “ Che AMEN sia, questa perdura desolazione”!
INFINITE VOLTE ha sofferto questo assurdo avverso.
GUARDANDO IL CIELO, un mai… e dimenticato BLU,
IL DILUVIO UNIVERSALE è una grana lancinante.
Prodotto un MEZZO RESPIRO dice: “ORA O MAI PIU’…” tentando SEMPLICEMENTE di fermare, o una o un’altra ragazza.
Non tutto sembra che vada bene. La prima approcciata, asserisce fermamente: “VIA DA QUI che LA BORSA DI UNA DONNA mollata in testa, spedisce indietro, con un vistoso bernoccolo.
Provato e… ancora offeso ritorna amaramente, come sempre, verso casa.
Nel VINCERE L’ODIO battente da tempo, FINALMENTE PIOVE un incontro amorevole, nei pressi dello STADIO. NESSUN GRADO DI SEPARAZIONE si prospetta e le risuona col cuore: “DI ME E DI TE è scritto nel libro del Fato” continuando con parole profonde: “UN GIORNO MI DIRAI, consapevole di quando starai vivendo, NOI SIAMO INFINITO nello scorrere sotto CIELI IMMENSI”.
Proferisce tra sé… “QUANDO SONO LONTANO dai tempi bui, è proprio vero che IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI (e pensare che ha camminato solo mano nella mano). Lui già…
Non furono più SOGNI E NOSTALGIA non avrebbe mai più nutrito… per un passato cotanto sgradevole!
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Nel racconto sono inseriti i 15 testi finalisti, il testo vincitrice delle Nuove Proposte e i 5 testi che sono andati allo spareggio dell'appena concluso FESTIVAL DI SANREMO.
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Profilo Autore: Rocco Michele LETTINI  

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Mentre frugai tra gli attrezzi nel garage, un rombo lontano annunciò l’arrivo imminente di un temporale. Finalmente la trovai : la vecchia pala di nonno, ancora intatta dopo tanti anni.  Edda mi aspettò in macchina; per piegare quella donna ci sarebbe voluto un esercito di mercenari. Preso tutto l’occorrente ci dirigemmo verso Mesero.

Quella che una volta si chiamava via Terzi, non è nient’altro che una strada abbandonata nei pressi dell’autostrada. Poco prima del grande ponte, che permette l’ingresso anche nella Milano-Malpensa, in mezzo ad un prato vi è una casa abbandonata. Fui sicuro che quella doveva essere stata la casa di Fabienne, poiché si trattò dell’unico edificio presente in quell’area. In passato la notai mille volte percorrendo quel tratto, pensando a quanto sarebbe stato bello “esplorarla”; ma in quel momento non fui tanto felice di scoprire i misteri che nascondeva quella vecchia casa.

Svoltando a sinistra poco prima del ponte, battemmo la strada che costeggiava la dimora. Parcheggiai tra le erbacce, attento a non far precipitare la macchina in qualche voragine. Aiutai nonna Edda a scendere e ad affrontare il terreno difficoltoso. l’immenso prato ricco di fossi e vecchi tronchi caduti, venne illuminato dalla mia torcia. Edda reggendosi al mio braccio barcollò leggermente, senza mai cadere.

“Dobbiamo fare presto!”. Disse con il fiatone.

Il forte vento soffiò spietato contro i nostri corpi, quasi volesse fermarli nell’avvicinarsi alla casa; i lampi illuminarono i muri e le finestre, le quali risero della nostra impotenza contro lo forze della natura. Superato l’argine di un canale asciutto, entrammo dalle mangiatoie.

Feci un sussulto : a terra vi era la salma di un gatto prossima alla decomposizione.

Evitando il piccolo cadavere, giungemmo nel cortile. Al centro padroneggiava un grande ulivo;  al suolo vecchi attrezzi agricoli,  una vettura data alle fiamme, mobilia distrutta e varie macerie.

“Dove sarà la bestia imbalsamata? Qui è come cercare un ago in un pagliaio!”. Dissi illuminando il piano superiore della casa.

Nelle stanze al piano inferiore, le porte non esistevano più. I loro muri trasudavano umidità, con il soffitto che dava segni di un imminente cedimento. I locali di sopra dovevano essere stati abbandonati di recente, essendo i mobili ancora intatti. I fogli a terra diedero conferma : una ricetta medica portava la data del 22 aprile 2009.  Le scale ricoperte di edera, scricchiolarono ogni volta al nostro passaggio. La torcia andò ad ispezionare ogni angolo della casa, senza illuminare la famosa creatura imbalsamata. Terminando di perlustrare l’ultima stanza rimasta, ritornammo nel cortile sconfitti.

“Eppure ci deve essere…”. La voce incominciò ad abbandonarmi.

Edda si chinò a terra; temetti un attimo per la sua salute ovviamente sbagliando.

“Questa pietra sembra molto antica…”. Vociferò roteando nelle mani un grande sasso bianco.

Alzandosi, lo strinse come se non volesse lasciarlo andare più; il vento fece uscire bianche ciocche di capelli dal suo foulard nero.

“Tomas…”. Seguì un tuono.

“Questi sassi fanno male sul corpo di un uomo… tagliano le carni, le lacerano…”.  Chiuse gli occhi; io immobile continuai a farle luce.

“Tanto tempo fa, le questioni si risolvevano rapidamente. I criminali venivano giustiziati dal popolo.

Quella notte un raduno di braccianti, contadini e negozianti forzò il portone di questa casa. Furono decisi a prendere d’assalto la dimora di Ubaldo Pagani”.

“Oh, nonna… ma cosa?”.

“Qui abitava il figlio del povero Ubaldo. Egli si divertiva a gironzolare tra le lapidi del vecchio cimitero, alla ricerca di giovani donne. Prima del tramonto, Clementina portò i fiori freschi a mamma Adelaide, ma ben presto scese il buio e si ritrovò sola tra le tombe.”

“Cosa successe?”.

“Una botta inferta alla nuca le fece perdere i sensi. Alcune donne la ritrovarono il mattino dopo, distesa a terra; un lago di sangue tra le gambe, gli occhi ancora spalancati ad urlare il terribile terrore…”

“Dio, è orribile!”.

“Tutti gli indizi portarono a lui : il matto di Cascina Terzi; il figlio del Pagani. Una tempesta di sassi, scagliati violentemente contro il suo corpo… Bozhe moi! Quanto sangue! I pezzi della sua carne cosparsi nel terreno… Si! Luigi Pagani, tu sei morto qui!”. Il sasso volò via dalle mani di Edda, cadendo nell’erba alta, sotto ad un capanno degli attrezzi. Raggiungendo il punto, sobbalzai alla vista  della testa di un animale.

“Eccola! C’è solamente la testa…”. Il capo imbalsamato, somigliante a quello di una volpe, mostrava segni di decadimento.

Afferrai la pala e scavai. Edda prese la torcia, mentre velocemente tentai di scavare più profondo possibile. Iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia, accompagnate da lampi e tuoni magistrali.

 “Ci siamo!”.

Fece comparsa nel terreno un lenzuolo bianco.

Le mie mani luride di terriccio lo aprirono : gettai un grido. Il cranio marrone rimase intatto alla caduta, cosiccome gli altri miseri resti.

“Eccoti bastardo!”. Feci uscire la tanica dallo zaino.

Riordinando le ossa nel lenzuolo, lo cosparsi di benzina.

“La luce purificherà quest’anima dannata una volta per sempre…”. Disse Edda alle mie spalle, addentrandosi nell’ adorabile gesto di giungere le mani.

“Non potete sconfiggere il male!”. Ci voltammo di scatto.

 Davanti ai nostri occhi vi era un’alta figura bagnata dalla pioggia, allungata dal capello in testa e resa ulteriormente sinistra dal lungo mantello alle spalle.

“Skoro! Brucia!”. Urlò nonna Edda.

Cercai nervosamente la scatola di fiammiferi nella tasca, ma quella sinistra figura ci fu addosso in mezzo secondo. Il suo pugno mi scaraventò a terra. 

“Nonnaaaaaaa!”. Tentai di alzarmi, ma il piede destro non rispose agli impulsi. Le grida di Edda si confusero con quelle dell’orribile essere che una volta scagliatosi sopra di lei,  le strinse il collo.

Con uno sforzo enorme arrivai finalmente ad estrarre la scatola di fiammiferi dai jeans. Ne accesi uno, buttandolo sopra il lenzuolo. Le fiamme si alzarono alte e voraci. 

Il mostro cessò di soffocare Edda, portando le mani al viso. Il volto illuminato dalle fiamme era bianco, segnato da orrende cicatrici, la bocca contorta in un grido di disperazione e gli occhi verdi a grondare sangue.

Tappai le orecchie; fu come udire il lamento di mille bestie torturate. Il suo corpo si sciolse sul vestito di Edda, scomparendo in macchie bianche simili alla colla.

Cercando di riprendermi da quella terribile visione vidi il fuoco espandersi; le fitte di dolore al piede divennero insopportabili, ma mi precipitai a sollevare nonna Edda e a caricarla sulle mie braccia. Grazie ad un miracolo, raggiunsi finalmente la macchina.

“Ce l’abbiamo fatta… andiamocene!”. Le dissi distendendola sul sedile.

“N-no… ce l’hai fatta giovanotto!”. Aprì leggermente i suoi occhietti azzurri.

“Cosa?”.

“E’ giunto il mio momento…”.

“No, ma che dici? Sei solo svenuta e…”

“Hai avuto un coraggio immenso… da tempo sapevo che questa sarebbe stata la mia ultima notte…”.

“Come? Tu sapevi che…”.

“Si, ma io muoio felice… stai vicino alla mia bambina…”.  Svenne di nuovo. Adagiai il suo corpo per il meglio, chiudendo la portiera e mettendo in moto. Guidai a tutta velocità verso l’ospedale, ma appena Edda se ne si accorse posò la sua fredda mano sulla mia stretta al cambio.

“No! Tomas, portami a casa tua. Tu vai da Silvia, ora lei ha bisogno di te…”.

“Ma… io…”.

“Rispetta le mie ultime volontà e fa come ti dico!”.

Sterzai a sinistra all’improvviso, superando la piccola rotonda all’entrata di via Lorna Maitland. 

Entrando nella stanza degli ospiti, la distesi sul letto pulendole il nero vestito.  Mi sorrise.

“Ora và… lei ti aspetta!”.

Ricambiando il sorriso, tirai  le coperte lasciandole scoperto solamente il viso. Era vero : Silvia mi aspettava. 

Con la furia di un toro, "sfondai" le porte della Rianimazione. Gli infermieri del turno di notte tentarono di bloccarmi, ma con una forza che non avvertii mai più in vita mia li spintonai lontano.

“Nonnaaaaaaaaaa!!!!!! Nonnaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!”. Quelle grida mi parvero familiari.

Tre infermieri e un dottore tentarono di domare la sua furia, mentre lei come impazzita si staccò i tubi da tutto il corpo.

“Tomaaaaas!!!!!”. Mi notò immediatamente entrare imperterrito dalla porta.

L’ abbracciò riuscì a calmarla; nel mondo esistemmo solamente noi due.

“Tommi, dov’è?”. Mi chiese alzando gli occhi lucidi.

“E’… a casa”.

Il dottore si irritò : “Posso sapere come è entrato? Si allontani dalla paziente è ancora debole e…”.

“Quando si è svegliata?”. Il mio sguardo sembrò intimorirlo.

“Io… beh, è uscita dal coma circa mezz’ora fa. L’infermiera di guardia l’ha vista alzarsi a sedere e gridare “nonna”. I parametri sono ritornati nella norma, il battito regolare… è un evento inspiegabile!”.

“Già, inspiegabile per voi…”. Bisbigliai voltandogli le spalle.

“Portami da lei Tommi!”. Silvia mi guardò supplichevole, con già un piede giù dal letto.

“Ma lei non può lasciare l’ospedale! E’ ancora …”.

“Io sto benissimo!”. Ribatté Silvia decisa ad abbandonare il letto.

Conseguì una isterica discussione, nella quale però trionfò la volontà del dottore. Con sforzi immani rimisero Silvia a letto, cacciandomi letteralmente fuori dalla stanza.

In quella lunga notte, decisi di giocare tutte le carte disponibili. Aspettando pazientemente la quiete scendere nel reparto, mi nascosi nel bagno accanto alla stanza di Silvia. Aprendo la finestra del bagno accantonai le mie vertigini, appoggiando i piedi sul minuscolo cornicione. Con una forte nausea, picchiettai sulla finestra di Silvia; sapevo che in quel momento era ancora sveglia. Lei balzò giù dal letto, sorpresa di vedermi appollaiato a quaranta metri di altezza. Aprì la finestra; per fortuna l’infermiera nella stanza sprofondò in un sonno dal quale, come si suol dire, “neanche le cannonate l’avrebbero svegliata”.

Alla faccia della sorveglianza, il reparto parve deserto; inosservati raggiungemmo gli ascensori. Silvia scalza e con ancora indosso la camicia da notte, non smise mai di abbracciarmi, nemmeno in macchina durante il breve tragitto di ritorno. Entrata in casa, corse su per le scale aprendo la porta della stanza degli ospiti. Con tutte le forze in corpo andò a stringere il corpicino di nonna Edda sul bianco letto.

“Nonna… sono Silvia! Sono qui, rispondimi!”.

Edda voltò lentamente la testa e aprì gli occhi.

“Moya devochka… il mio viaggio è stato così lungo e non potevo chiedere di meglio che fossi tu l’ultima persona che sarei stata in grado di vedere.”

“No! Non dire così! Tu vivrai, starai qui da noi!”. Edda scosse il capo accennando un timido sorriso; stanca e tremante, la sua mano piena di anelli andò a toccare quella di Silvia. 

“Il mondo ora è tuo… è vostro! Hai un giovanotto valoroso al tuo fianco… LAskovaya moyA, vivi!”. La mano rugosa andò ad asciugare le lacrime di Silvia, per poi cadere sul letto.

Il pianto di Silvia echeggiò in tutta la casa; con il viso nascosto nel lenzuolo e la mano stretta di nonna, emise lunghi singhiozzi che non sembrarono conoscere una fine. Osservai tutta la scena alle suo spalle; portando più volte le mani al di sotto degli occhi. Credo che quella fu la prima volta che Silvia mi vide piangere. Delicatamente la feci alzare, stringendola ringraziai la buona anima di nonna Edda se in quel momento potevo ancora sentire il suo calore. 

Denunciai la morte di Edda all’ospedale; i dottori scoprirono ben presto della fuga di Silvia. Al sorgere di grane giudiziarie, versai una distinta somma di denaro al reparto Rianimazione. I “pezzi grossi” fecero scomparire la denuncia per incanto.

Gli esami successivi confermarono che l’ematoma nel cervello di Silvia si assorbì magicamente. Il suo caso venne archiviato come uno dei tanti “miracoli” buoni per far salire gli indici d’ascolto dei telegiornali.

Appena Silvia venne dimessa legalmente, partimmo per Mosca. Esaudimmo l'ultimo desiderio di Edda, seppellendo la sua salma al cimitero Novodevicij.

Silvia appoggiò il ginocchio a terra nella neve, i rossi capelli erano ricchi dei fiocchi che cadevano spietati dal cielo. Andò a posare la rosa rossa ai piedi della lapide. Le mie mani infreddolite appoggiate alle sue spalle vennero riscaldate dalle sue munite di guanti neri.

“Da svidànija babushka…”.

Quanti fiocchi di neve sui nostri capelli…

FINE 

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Profilo Autore: luke676  

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Il sig. Smith un uomo di mezza età, un attore, un comico, faceva ridere tutta la sua cittadina. Faceva ridere chiunque incontrava. Gli amici e i parenti adoravano il suo modo di fare buffo e le sue battute.
Portava sempre con sé la sua valigetta rossa, una valigia ormai logora, fatta di cartone e chiusa tramite un grande elastico. Dentro di essa c’era il mondo! C’erano i costumi di scena, i suoi mille copioni, le foto della sua figlia adorata e della sua cara mogliettina, ormai defunta da più di vent’anni ma che lui non aveva mai potuto dimenticare….
Una sera il sig. Smith esce da un teatro di fretta, voleva andare a casa al più presto, era stanco, esausto dalle prove precedenti un grande spettacolo che doveva fare nel week-end per beneficenza a New York. Non era mai uscito dalla sua piccola città, era preoccupato di andare a New York ma anche contento di fare qualcosa di diverso. Aveva comprato una macchina fotografica nuova per fotografare i grattacieli di cui tanto aveva sentito parlare. Ma ora la sua priorità era andare a casa a riposare. Sta per attraversare la strada quando una gip incomincia a sbandare e a girare su se stessa, il sig. Smith non sa cosa fare, se tornare in teatro, chiedere aiuto, attraversare di corsa la strada, o aspettare. Decide di aspettare davanti all’ingresso del teatro… ma tutt’a un tratto la gip gli si catapulta addosso.
Il sig. Smith urla e poi sviene. Giace a terra sembra morto. Tutte le persone che hanno visto la scena e i colleghi del teatro gli si avvicinano, chi piange, chi urla, chi chiama l’autombulanza, chi prega… Il conducente della gip a parte qualche graffio sta bene ma si sente terribilmente in colpa per quello che è successo. Aveva perso il controllo della gip a causa della strada ghiacciata.
Dopo qualche ora il sig. Smith si sveglia in ospedale, nota che aveva un braccio ingessato e la testa bendata. C’era un’infermiera vicino a lui. Vuole chiedere cosa sia successo, (perché lui non ricordava assolutamente nulla dell’accaduto) ma la sua gola non emette nessun suono, benché si sforzasse, nulla, nessun suono, e così si spaventa e inizia a piangere disperato, si strappa la flebo, vuole andare a casa, l’infermiera chiama immediatamente il medico.
Il medico spiega al sig. Smith che ha avuto un trauma cranico e ha un piccolo ematoma nel cervello nella zona del linguaggio, ma quando si riassorbirà potrà nuovamente parlare. E’ solo questione di tempo, e di pazienza.
Arriva la figlia, gli amici e tutto il paese, e il conducente della gip a trovarlo in ospedale. Tutti gli mostrano affetto e gli stanno vicino ma lui è devastato, è distrutto dal dispiacere che non può parlare, non può più farsi una bella risata e non può più far ridere nessuno. Il suo mondo ora è il silenzio. Ha paura che la voce non torni più. E per un attore comico questa è la peggiore tragedia che gli potesse capitare.
I giorni passano lenti, dopo un mese e una settimana toglie il gesso, un po’ di fisioterapia e il braccio va a posto, ma la voce non torna. I medici gli dicono di pazientare ancora, l’ematoma si è riassorbito, la voce dovrebbe tornare, è questione di giorni, lo rassicurano.
Gli amici pensano che se prenderebbe di nuovo uno spavento come il giorno dell’incidente la sua voce potrebbe tornare e così fanno di tutto per farlo spaventare, usano ogni mezzo, richiamano persino il signore della gip e ricreano l’incidente, ma nonostante tutto il sig. Smith rimane muto, muto come un pesce.
Il povero sig. Smith si incupisce ogni giorno di più, è senza lavoro, è senza una speranza, e passa le sue giornate a bere e a dormire, le bollette e i debiti aumentano, e lui si sente finito, fnito come uomo, come padre, come attore.
Ma un giorno alla figlia gli viene una grande idea.
Va di corsa dal padre e gli dice: “Papà, perché non fai il mimo, non c’è bisogno della voce per fare questo lavoro!”. Lui inizialmente boccia l’idea della figlia, ma poi ci pensa sù e dice a se stesso: “Provare non costa niente”. E così scrive al suo manager e caro amico di vecchia data di questa idea. E il manager l’accoglie al volo.
E così il sig. Smith di nuovo con la sua valigetta rossa viaggia per la sua cittadina e nelle città limitrofe e riscuote più successo facendo il mimo che prima quando era un comico.
Decide di arricchire i suoi spettacoli anche con piccoli numeri di prestigio. E questo alla gente piace. I giornali parlano di lui. E il suo successo è sempre più in salita… Incomincia ad andare in giro per il mondo, New York, Madrid, Parigi, Atene, Roma… Tutti conoscevano il sig. Smith!
Era felice, molto felice, appagato per il suo nuovo lavoro, ma gli mancava la sua voce, gli mancava farsi una bella risata, canticchiare sotto la doccia…non sopportava l’idea che sarebbe rimasto muto per sempre. Tra una tourné e l’altra andò da ogni tipo di dottore, logopedisti, foniatri, neurologi, psicologi ecc. ecc. Per avere una speranza, una soluzione. Prese ogni tipo di medicinale ma la voce sembrava ormai perduta.
Tornò poi per un breve periodo nella sua cittadina, ci fu grande festa tutti lo accolsero, ma lui era così triste e non apprezzò nulla di quello che potessero fare per lui. Maltrattò tutti. Voleva rimanere solo.
E lo accontentarono, nessun amico lo andò più a trovare, nessun cittadino lo salutò più, tutti pensarono che peccava di orgoglio, che il successo gli aveva dato alla testa! L’unica che gli stava vicino era la figlia, capì che dietro il comportamento di suo padre c’era tanta sofferenza.
Un pomeriggio uscì vestito elegantissimo, doveva andare ad un matrimonio, non aveva alcuna voglia di andarci, il suo passo era così lento e svogliato. A metà strada decise di tornarse indietro, ma quando attraversò la strada, un trattore quasi lo investì, frenò a soli 2 centimetri da lui, e il sig. Smith urlò, urlò a gran voce, incominciò a imprecare e a sbraitare contro il contadino alla guida del trattore. Poi all’improvvisò si inginocchiò e scoppiò a piangere, perché la sua voce era tornata e così abbracciò il contadino, lo baciò sulle guance, gli baciò le mani, lo ringraziò, cominciò a saltare, a urlare, sembrava impazzito, e se ne andò per la sua via.
Il contadino pensò fra sé e sé:
“Io sarò un contadino
e non ho di certo un cervello fino,
ma questo cittadino è un po’ sciocchino!
Lo stavo per investire
e lui prima inveisce
e poi si mette a saltare e a gioire?!?
Io volevo chiedergli perdono
ma in un attimo in mezzo alla strada rimasto solo sono.
E’ sparito,
quel pover uomo
dove sarà finito?”
Poi vide a terra la valigetta rossa, spaccata a metà, vide le foto, i copioni e capì che era il grande mimo Smith e comprese anche perché aveva avuto quella reazione. Perché le era finalmente ritornata la voce! E pensò: “come ho fatto a non riconoscerlo?!?”
Il sig. Smith una volta a casa, telefonò a tutti, proprio a tutti, parenti, amici, conoscenti… diede a tutti la buona notizia. Poi si mise a cantare, a recitare, a urlare, a ridere da solo delle sue battute … era euforico come non lo era stato mai!
Ma ad un certo punto sentì dodici rintocchi della campana della cattedrale, ed esclamò: “E’ mezzanotte, nooo, mi sono dimenticato del matrimonio, dovevo fare il mimo questa sera, noooo!”. Chiamò subito il suo manager e gli disse: “Mi scusi sig. Denver, ho recuperato la voce, ora posso parlare, ma a causa dell’euforia ho dimenticato che dovevo venire al matrimonio di sua figlia. Mi può perdonare?”. Ma il manager rispose infuriato: “Mia figlia sapeva che doveva venire un mimo questa sera al suo matrimonio, e non è venuto, che figura ho fatto davanti a lei e a tutti gli invitati! Lei è licenziato. Ha fatto un grande errore questa sera! Non può porvi rimedio alcuno”.
Il sig. Smith disse: “Ma ha compreso che ho di nuovo la mia voce e posso fare qualsiasi cosa, posso di nuovo recitare, sarò non solo un mimo ma di nuovo un grande attore?”.
Ma il manager replicò: “Lei è finito come attore e mimo, per l’affronto che mi ha fatto, non lavorerà più, nessuno lo assumerà più! Parlerò solo male di lei”. E gli chiuse il telefono in faccia!!!
Il sig. Smith con mezzo sorriso esclamò: “Beh, non si può avere mica tutto dalla vita!”.
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Profilo Autore: Maddalena Clori  

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Giulia, ragazzina dai capelli rossi e con grandi occhi verdi, esile, fragile, un po’ bruttina.

Aveva un sacco di amici e amiche.

Era bello stare in sua compagnia. Trascorrere dei bei momenti a ridere, a scherzare insieme a lei.

Tante cose sapeva fare. Era creativa. Hobby ne aveva tanti! E molti sogni nel cassetto…

Un giorno incominciò a mangiare così tanto da scoppiare …

Passò del tempo. Era così ingrassata che dovette cambiare tutto il guardaroba, non le entravano più i suoi bei vestiti.

Giulia si rese conto che doveva dare una svolta positiva alla sua vita….

Decise di far qualcosa.

E così si alzava la mattina presto per correre nel parco. Ritornava in fretta a casa a prendere i suoi libri per andare a scuola. Nel pomeriggio i compiti e poi faceva chilomentri in bicicletta.

Non si arrendeva, voleva tornare l’esile ragazzina.

Molto tempo è passato. Il suo corpo era cambiato, un po’ di chili li aveva persi.

Era stanca ma felice!

La scuola finì e Giulia si impigrì. Stava sempre sul divano a guardare la T.V., e riprese a mangiare. Le sue porzioni erano sempre più grandi!

Arrivò settembre e Giulia a scuola non voleva più andare. Non aveva il coraggio di farsi vedere così dai compagni e dagli insegnanti.

I genitori la convinsero che la scuola doveva frequentare.

Giulia col passare dei giorni si chiuse sempre più in se stessa. Pensava che non sarebbe più tornata ad essere né magra né la ragazza spensierata e allegra di prima.

Un giorno in biblioteca si sedette al suo fianco un ragazzino (anche lui ciccione). Era moro e ricciolino. Con le sue lentiggini era proprio simpatico.

Si chiamava Angelo.

Giulia si sentì attratta da lui. Era bello che qualcuno l’ascoltava.

E diventò ben presto una grande frequentatrice di quella biblioteca!

Angelo e Giulia si frequentarono sempre di più. Erano così allegri, spensierati. Ben presto tutto il paese li soprannominò: “200 chili di simpatia”.

Facevano i compiti insieme, giocavano, scherzavano, andavano al cinema.

Erano inseparabili ormai.

Erano così uguali!

Angelo un giorno d’estate confidò a Giulia che voleva dimagrire, non si era mai visto magro. Aveva avuto sempre sin da bimbo il problema del sovrappeso ed era desideroso di vedersi almeno per una volta diverso. E poter rallegrare anche i suoi genitori, che tante volte per il suo bene gli avevano detto di dimagrire. Giulia gli disse che era una buona idea e che lo avrebbe aiutato e non solo, avrebbe rincominciato anche lei la dieta!

E così ogni giorno ginnastica, porzioni di cibo sempre più piccole… i due non scherzavano mica, stavano facendo sul serio!

Dimagrirono. La loro lotta contro il sovrappeso ebbe risultati.

Giulia ritrovò la stima di se stessa e scoprì cos’era il vero amore. Per lei Angelo era il principe azzurro.

Per Angelo lei era la sua dolce Principessa.

Angelo e Giulia col tempo si sposarono.

Oggi hanno due figli e la sera rimboccando le coperte ai loro piccoli raccontano la storia dei due ciccioni!

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Profilo Autore: Maddalena Clori  

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Alzandomi dal letto, notai la porta della stanza degli ospiti ancora chiusa; un silenzio vuoto e insopportabile dominava in tutta la casa. In cucina mi gettai a peso morto sulla sedia, come reduce da una maratona. Appoggiai svogliatamente i gomiti al tavolo accendendo una sigaretta. La porta al piano superiore si aprì;  finalmente quel fastidioso silenzio mattutino scomparve. Edda scese le scale a chiocciola lentamente reggendo il corrimano. I suoi capelli ora erano sciolti lungo l’azzurra vestaglia; lisci e bianchissimi le arrivavano fin sotto la schiena.

"Che nottataccia caro Tomas…".

"Anche per me". Risposi passandomi la mano tra i capelli. "Non sono riuscito a chiudere occhio...".

"E' normale... neanch'io, la tensione è tremenda : ti prende, ti consuma ed è difficile scacciarla... ma a tutto c'è un rimedio, vedrai andrà tutto bene".

"Senti che andrà tutto bene?".

"Non posso esserne ancora certa, ma ci sono buone probabilità. La tua aura è buona e combattiva : è un arma efficace contro gli spiriti maligni".

Durante il pomeriggio, nonna Edda contattò Brandani. Grazie all'invenzione dell'opzione "vivavoce", ascoltai l'intera telefonata. Il tono di voce del Brandani si fece triste quando nonna le spiegò ciò che era accaduto a Silvia, invitandoci a raggiungerlo l'indomani nella sua dimora in via Salesina 3 a Milano. L'appuntamento fu fissato per venerdì 5 settembre alle ore 18.00.

Edda ed io ci mettemmo in viaggio alle ore 17.00, persuasi di imbatterci nell'odioso traffico meneghino. La pioggia caduta imperterrita in mattinata lasciò spazio ad una lieve foschia che fece sembrare la città un amabile sfondo adatto ad un film poliziottesco.

Immaginai anche che all'interno di un appartamento in stile eclettico, ci fosse Valentina Rosselli impegnata a scattare foto per il suo ultimo servizio.

Giungemmo alla villa di Brandani alle ore 18.10 : un miracolo visti gli ingorghi nei quali ci imbattemmo. L'immensa villa rinascimentale padroneggiava nella vasta campagna : un angolo di paradiso distaccato dal chaos metropolitano. Più che una villa sembrava una piccola città!

Un uomo di bassa statura, abbastanza corpulento, dalla testa pelata ovale e dai baffi sottili, fece comparsa nel sentiero che conduceva alla villa. Con aria rilassata aspirò la pipa adagio, con boccate lente e ritmate emettendo una nuvola di fumo che si confuse con la foschia.

"Ecco Stefano!". Esclamò nonna Edda.

Brandani vestiva un'elegante smoking nero abbigliato ad una bianca camicia con tanto di papillon, pantalone nero, senza risvolto, e scarpe di vernice nere. I suoi modi erano gentili ed educati,  in tinta con il bon-ton francese.

Il saluto che si scambiò con Edda fu decisamente affettuoso con tanto di abbraccio e baci sulle guancie. Subito dopo il suo sguardo allegro e allo stesso tempo esaminatore, si spostò verso di me.

"Piacere di conoscerti Tomas". La sua stretta di mano così forte e decisa mi scosse in tutto il corpo.

Il raffinato medium ci fece strada verso l'entrata principale della sua reggia. Quella maestosa dimora era arredata con mobili antichi, probabilmente acquistati per una fortuna (sicuramente il conto in banca di Brandani avevi sei o sette zeri), quadri dell'ottocento e numerosi reperti da museo.



Fu anche la prima volta che nonna Edda mise piede nella villa;  così Brandani, nelle vesti di esperta guida turistica, la illustrò in breve. Camminammo per stanze immense dal soffitto alto, salimmo lunghissime scalinate e visitammo quello che lui definiva "il suo piccolo regno", ovvero la biblioteca. Un vero e proprio labirinto di scaffali straripanti libri appari' ai nostri occhi. Circa dieci scaffali includevano volumi di astrologia, alchimia, fisica e chimica; ben altri dieci riguardavano le scienze occulte. Fu inevitabile che Brandani ed Edda si soffermassero un attimo a discutere di letteratura. Ovviamente l'argomento principale riguardò la letteratura russa. Prese il via una piacevole discussione sulle varie opere di Gogol' e sulle fiabe di Alexander Afanasyev (e di conseguenza anche sulle sue "fiabe proibite"), nella quale intervenni dicendo che trovai "Anime Morte" abbastanza interessante ma un po’ noioso. Nonna mi guardò sorridendo con fare materno, mentre l'occhiataccia di Brandani risultò decisamente minacciosa. Riuscii a risollevare la mia posizione sfoggiando la mia passione per la letteratura norvegese. I nomi di Hamsun e Vesaas fecero ritornare la luce negli occhi di Brandani; disse che "Misteri” di Hamsun fu uno dei romanzi più belli che gli capitò di leggere in vita sua. Mentre discutemmo tra quelle montagne di scaffali, dalla porta fece ingresso una elegante signora vestita con un tailleur beige. Il taglio di capelli mi  rimandò alla mente Alida Valli in "Occhi Senza Volto"; il suo corpo piuttosto magro ed esile camminava leggero verso di noi. Mano a mano che si avvicinava alla nostra postazione, decifrai il suo volto lievemente sciupato dai segni del tempo (ad occhio e croce le si davano circa quarantacinque anni) ma comunque delicato e grazioso.

"Permettete che vi presenti mia moglie Sonia". Disse Brandani con fare entusiasta.

Gli occhi nerissimi di Sonia mi fissarono amorevolmente, mentre dalle sue labbra carnose uscirono cordiali parole : "Il piacere è tutto mio".

L'argenteria che portava al collo e alle mani era degna di una distinta nobildonna.

"Mi dispiace interrompervi, ma il rinfresco è pronto... quando volete favorire". L'invito di Sonia risultò molto allettante, poiché incominciai ad avvertire una certa fame nonostante il lieve "disagio" di trovarmi in ambiente poco consono alle mie frequentazioni.

Nella stanza in cui si tenne il rinfresco (rinfresco? cena di capodanno!) spiccava un grande e lungo tavolo bandito di gustose specialità : un piatto con tutti i tipi di salumi e formaggi; pasta fredda; storione, caviale, tagliata di carne; uova sode, insalata di pomodori e sicuramente altre cose che non ricordo. La domanda che mi porsi fu se tutto quel ben di dio era davvero opera di Sonia, oppure di una servitù altamente qualificata. 

Mentre gustammo le prelibatezze di casa Brandani (mi parve strano non fosse presente un taciturno cameriere a servire), mi furono poste domande riguardanti i miei studi, la mia famiglia e il mio rapporto con Silvia. Sonia e Stefano mi ascoltarono attentamente mentre spiegavo loro il mio difficile rapporto con gli studi di chimica alla scuola superiore. Cercai di mostrarmi cordiale vincendo la timidezza tra gli sguardi incoraggianti di nonna Edda che sembravano dire :

"Dai! Non avere paura di parlare! Sei intelligente, fallo capire anche a loro!".

"Non è mai troppo tardi per capire quale sia il proprio scopo nella vita". Disse Brandani sorseggiando del vino rosso.

"Mi sembra che tu abbia le idee molto chiare Tomas”. Proseguì. “Fa piacere trovarti qui ad assistere ad una dimostrazione medianica. Devi amare molto Silvia vero?".

Chinai la testa sul piatto, disegnando con la forchetta una linea dritta tra gli avanzi di prosciutto : "Si...".

"Bene. Ammiro i giovani coraggiosi! E' purtroppo raro trovarne al giorno d'oggi".

Accettai con entusiasmo il complimento, mentre vidi Sonia alzarsi e accingersi a sparecchiare la tavola.

“Edda, Tomas. Il momento è giunto. Vogliate seguirmi”. Disse Brandani avanzando verso una porticina al lato sinistro del salone da pranzo.

Sonia indaffarata a formare pile di piatti, non proferì parola. Quando Stefano chiuse la porta alle nostre spalle, provai quasi invidia per lei ma il pensiero di Silvia mi risvegliò dalla tensione.   

All’interno della stanza l’ambiente risultò sobrio; al centro vi era un tavolo rotondo e la luce venne discretamente ridotta. Brandani andò a sedersi alla destra di Edda. Riunimmo le mani sul tavolo sovrapponendo i mignoli.

“Fabienne, noi ti invochiamo per chiedere consiglio… dacci una risposta”.

Il tono della voce di Brandani fu fermo, impassibile. Immobile in quella posizione, sentì correnti di aria gelida investirmi in tutto il corpo; eppure tutte le finestre erano chiuse.

Dio, quanto tempo passò! Sono certo che trascorsero circa trenta minuti.

Finalmente sentimmo l’affannoso e rauco respiro di nonna Edda diventare affrettato e cambiarsi in suoni gutturali.  Successivamente apparve una sostanza grigiastra che, modellandosi dapprima in forma simile ad una arancia,  diventò poi ovale e infine si staccò dalle mani di Edda e si mostrò un poco al di sotto di esse. In testa a quella strana forma spuntarono biondi capelli finissimi, mentre la forma stessa andava rischiarandosi, diventando bianca e trasformandosi sotto i nostri occhi in una squisita figuretta dalle forme delicate e perfette. Era nuda, alta circa venti centimetri. I lunghi capelli biondi le ricoprivano il petto e i fianchi.

Brandani invitò la figuretta a muoversi per darci prova della sua vitalità. Mosse la testa, si rigirò da un fianco all’altro, si fece vedere in volto e di profilo. Potemmo riconoscere chiaramente il volto di una piacente donna giovane, raggiante quasi di luce propria con due occhi azzurri e una bocca vermiglia.

La materializzazione rialzò il corpo reggendosi soltanto con le braccia, spostandosi al centro del tavolo. Con una vocina delicata ma ben udibile si presentò dicendo di chiamarsi Fabienne.

“Chi mi chiama?”.

“Esseri umani a cui hai dato segnali del male che ti ha consumato…”. Brandani esordì mantenendo il tono di voce calmo.

“Voi dovrete essere molto coraggiosi…”.

“Dacci consigli spirito benevolo…”.

“Gèvaudan…”

“Cosa significa?”.

“Nel cortile della casa in cui ho vissuto c’è una bestia imbalsamata che i contadini soprannominarono la bestia del Gèvaudan… lì sono seppelliti i suoi resti”.

“Dove si trova questa casa?”.

“E’ in via terzi a Mesero, poco prima dell’imbocco per la A4.”

“Cosa dobbiamo fare con i suoi resti?”.

“Cospargerli di luce finché lui trovi la pace e abbandoni il corpo di quella giovane che tiene prigioniera”.

“Come sei morta Fabienne?”.

La materializzazione di Fabienne incominciò a contorcersi e a produrre suoni tormentati, per poi ritornare accanto alle mani di Edda e scomparire all’improvviso. 
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Profilo Autore: luke676  

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Non c’era tempo da perdere. Come di rito, baciai Silvia sulle guancie prima di lasciare la stanza, altrettanto fece Edda.

Una volta a casa, ebbi timore a salire le scale e ad aprire la porta rimasta chiusa per una settimana. Appena girai la maniglia, tutto si presentò come l'avevo lasciato : i vestiti sparpagliati sul letto, a terra la valigia ancora aperta e quel diario maledetto sul comodino.

Edda si guardò intorno esaminando ogni angolo della stanza, finché non giunse ad afferrarlo. Restai in silenzio, con la paura che da un momento all'altro i suoi occhietti azzurri si rivoltassero e dalla sua bocca uscissero nubi bianche dalle mille facce.

"Tranquillo, non sono nelle condizioni per una materializzazione".

"Ma... io non ho detto niente".

Dimenticai per un attimo che Edda possedeva la facoltà di percepire tutte le sensazioni delle persone, inclusi i pensieri.

“Mmmm… Fabienne.”. Nonna si accorse della firma presente nel diario. Accarezzando la copertina, chiuse gli occhi.

"Riesco a vedere una casa...". Per fortuna la sua voce risultò invariata. "Una grande casa, a due piani... al centro un giardino, degli alberi di ulivi..."

"Cos'altro vedi?". Domandò la mia voce tremante.

"Vedo... una bambina, vestita con una camicetta bianca e la gonnellina nera, ai piedi porta calze bianche e sandali neri... in testa ha un fiocco bianco a stringere i suoi biondi e lunghi capelli... è felice : fa rimbalzare la palla a terra, ma non rimbalza bene sul terreno spigoloso... ma lei è felice : la rincorre ridendo spensierata".

Subito dopo emise un gemito lasciando cadere il diario. Arrivai appena in tempo a sorreggerla inginocchiandomi al suolo.

"Nonna! Nonna!". Gridai spaventato scuotendo il suo corpo leggero.

"Oh... come urli giovanotto!". Finalmente rinvenne aprendo lentamente gli occhi. 

"Oh nonna, ci sei ancora!".

"E' l'inconveniente principale di noi medium : quando terminano i nostri contatti, il nostro corpo si svuota...".

La accompagnai in salotto aiutandola a distendersi sulla poltrona. Dopo averle offerto un bicchiere d'acqua, vidi il suo volto riacquistare vitalità e i suoi occhi brillare nuovamente di luce vispa e attenta.

"Pensi che la bambina che hai visto possa essere Fabienne?".

" Ti rispondo di si!".

"La casa che hai visto... dov'è?".

"Non so dirtelo, la mia visione è stata breve... potrebbe essere ovunque...".

"Abbiamo la certezza che si trova in Italia : il diario è scritto in italiano".

"Non è detto : potrebbe trattarsi di una ragazza che viveva all'estero con genitori italiani".

“Fabienne è…”.

“Passata nel regno dei morti, sì”.

Decisi di chiudere il discorso visto il suo affaticamento e, osservando il mio orologio da polso, le proposi di cenare. Edda accettò volentieri, cucinando con il mio aiuto una zuppa di cavoli.

La serata proseguì "in compagnia" del diario di Fabienne. Mi recai ancora una volta in quella stanza a recuperare il diario disteso sul pavimento; ma una volta ultimato il mio compito, sgattaiolai fuori dalla porta come un bimbo impaurito.

Con il “caro vecchio” tremore alle mani, sfogliai le pagine successive a quelle che lessi ad alta voce nell’appartamento di Silvia. Edda si mise comoda in poltrona, giunse le mani appoggiandole alla lunga gonna nera, pronta ad ascoltare. Tentando di assumere una posizione confortevole nel divano di fronte, iniziai la lettura :   

"20/06/1976 :

Oggi pomeriggio Sandra mi ha proposto di fare serata al Piraniah. Forse "mi farà bene" come ha detto lei... Sandra ha ragione : devo smetterla di pensare a questi orrendi incubi. Lei se la ride e non capisce anzi, oggi mi ha pure detto : "smettila scema!". Io non sono scema, ciò che vedo è reale! Perché nessuno mi crede?".

Dopo il punto interrogativo il foglio appariva usurato da "scarabocchi" inflitti violentemente con la penna.

"Piraniah...". Bisbigliai con fare pensieroso. "Credo sia una discoteca ma... aspetta! Ricordo che mia madre me ne parlò di quando la frequentava da giovane! Si! Il Piraniah si trova, cioè si trovava perché ora credo proprio non esista più, in zona Novara, quindi non lontano da qui!".

"Bene! Abbiamo la certezza che la ragazza soggiornava in Italia." Affermò Edda.

"24/06/1976 :

Non riesco più ad ascoltare musica, a leggere, a cucinare : la mia mente è nelle sue mani. Maledetta a me che ho deciso di prendere la Graziella e percorrere quella dissestata strada di campagna... ma si sa : ognuno ha bisogno di pace interiore quando l'anima duole... lui è apparso in cima alla collinetta tra le due betulle... dio mio, che ribrezzo! Sfortunatamente ero abbastanza vicina alla collinetta da poterlo scorgere in pieno. Il nero mantello, il cappello sgualcito, gli abiti usurati; il volto esangue, i lunghi capelli neri e quei terrificanti occhi verdi che puntavano dritti alla mia persona... si! Era lui : l'uomo che rende schifosamente insonni le mie notti."

Nonna Edda schiarì la voce : "La descrizione coincide perfettamente a quanto mi ha detto Silvia più volte... non ci resta che evocare lo spirito di Fabienne".

"Ma... come?".

"Da anni conosco un uomo...". Rispose calma. "Il suo nome è Stefano Brandani; è un famoso medium di Milano... siamo rimasti in contatto da quando lasciai l'Italia e ho partecipato con lui a diverse sedute ed esperimenti di ipno-magnetismo... è una brava persona, sicuramente ci darà una mano".

L'idea di partecipare ad una seduta spiritica mi terrorizzava, poiché da sempre nutrivo un certo timore riguardo le conseguenze che potevano arrecare all'uomo se non eseguite con le adeguate precauzioni. Ma la vita in gioco era quella di Silvia, e al mio fianco vi era la più esperta e famosa medium russa, quindi accettai l'idea di contattare Brandani. 
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Profilo Autore: luke676  

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