Apriva un locale, intorno le dieci di sera, all'angolo di due portici soffusi. Nelle lampade pendenti cadeva un morbido calore, toccava terra, risaliva sugli intonachi scrostati. L'insegna era piccina, la porta pure era piccina, di vetri sottili come, quelli dei vetusti casolari, al crepuscolo lontani. La città era silente, per le strade e le piazze non v'era nessun passo di gente. Tutto era lì, oltre la porta piccina, dall'insegna sul muro, la dicitura "I Giovani Alati" incisa. Di giorno il locale era chiuso, dai vetri, poco curati, calavano a sipario tediose tende, come a teatro rosse, pareva un timido negozietto in abbandono. E teatro lo era sul serio, teatro della vita di sera, il bancone delle bevande acceso sui tavolini tutt'attorno dispersi, sparsi. Non vi ero mai stato, finché una sera Lucien non mi condusse al suo solito modo, senza inganni, senza affanni, facendo apparire il fatto assolutamente naturale, casuale.
All'ingresso una modesta targhetta obbligava a lasciare le proprie personalità all'appendi abiti attiguo, con certezza che fossero ben custodite al costo di un solo denaro. Così ogni studente, di notte in fuga, lasciava lì appese tutte le sue maschere, ed entrava se stesso. Ero tranquillo con Lucien, ero certo che non mi sarebbe accaduto nulla, dentro quel teatrino senza personaggi. Piena era la sala, buia e soffusa, che, dalla gran folla, restammo per molto altro tempo in piedi, all'angolo del banco. Tutti i giovani alati erano in quella stanza ed io lo sapevo, che ognuno di quegli individui non era nessuno, proprio come Lucien ed io. La densa coltre di fumo di sigaretta nazionale si univa all'odore floreale d'altri tabacchi, ai vapori di narghilè fluttuanti, e al sapore di bevande forti.
Domandai dell'acqua, ma il signore barista si rifiutò, allora scelsi una bevanda, ma egli declinò di nuovo. Venne in mio soccorso Lucien: "la vita è bella solo quando è vita e basta" disse, e funzionò. Poteva essere una sorta di parola d'ordine o che so io. Di seguito Lucien mi presentò a tantissime genti, sicché cessai col perdermi fra tutti quei volti e strette di mano sincere. Solo camminando solitario notai che quell'ambiente possedeva una pianta circolare, senza porte ne finestre, tant'è che mi agitai non poco quando realizzai che pure l'ingresso già non esisteva più. Inutilmente mi posi in sua ricerca, finché non incontrai nuovamente Lucien in motteggio con due alti giovani gagliardi. Asserì fissando il mio volto sconvolto e agitato. Gli giustificai le mie paure, consegnandogli le prove della stanza scevra di uscite, di entrate, o di finestre. Lui commentò, quasi privo d'interesse: "Questo è un cerchio!" Disse, "non v'è modo di uscire".
Egli allora intuì e prese sul serio la mia preoccupazione, allorché prese congedo dai due alti ragazzi, afferrò con dolcezza la manica della mia camicia e mi condusse in disparte, per quanto fosse stato possibile. Così rispose e che graziosa voce possedeva!
"La vita è un cerchio, taluni amano danzare nel cerchio, altri provano l'ardente desiderio di spezzarlo. Si può spezzare il cerchio, credimi". Non mi aveva affatto reso le idee più chiare, sicché trascorsero un'infinità di ore prima che mi accadesse un rivoluzionaria e inaspettata sorpresa, giacché le mie mani avevano passato, milioni e milioni di volte, ogni tratto del muro, senza mai trovarvi nulla. Poi, all'ennesimo tentativo, apparve dal nulla una maniglia d'ottone, che afferrai ed aprii senza indugio. Era una porta, incredibile! Non appena aperta vi trovai gli scalini di legno, che conducevano verso il basso, verso un altro bizzarro ambiente. Attraversai la soglia. Avevo spezzato il cerchio della vita, ora mi rimaneva soltanto di scendere.
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Camminando su intrecci di liane sospese nel vuoto, incedo funambola e tentennante. Sotto di me baratri, salite, discese e poi un incolmabile vuoto, ricco di similitudini o simulacri. Fra santi imprecanti e madonne deperite e afflitte, cerco acqua nei deserti e calore negli animi freddi. Ora voglio scherzare coi tumultuosi temporali della mia anima e burlarmi dei miei timori. Merli dal becco giallo intrecciano fili d'erba per farne nidi. Anch'io odorando verdi aspettative, depongo le mie speranze. Qualcosa di nuovo m'induce a camminare su archi di luce. Così lontani mi paiono vecchi carri di cartapesta, che continuano invano a sfilare, mostrandomi antiche allegorie. Rivedo volti mascherati, ma non ne sono più attratta. M'incammino sul mio tappeto di cristalli e riflettendomi in essi, finalmente ritrovo la mia immagine. Indosso un paio d'ali e non temendo più il vuoto, comincio a colmare di floride certezze, tutti i miei domani.
Verso la metà di marzo mi trovavo in viaggio per New York. Allora non avevo molti soldi e sapevo che nella cittadina di Deweyville avrei potuto domandarne un po' a un vecchio amico conosciuto per corrispondenza ai tempi dell'università.
Deweyville sembrava essere uscita da un romanzo illustrato in bianco e nero, coi tetti delle case che pungevano il cielo da quanto si spingevano vertiginosamente verso l'alto, strette strade aggrovigliate sembravano soffocarne gli arti e i movimenti, come costretti alla camicia di forza. Deweyville pareva piccola a vedersi, ma attorno a sé si dispiegavano ampie campagne puntate da radi, ma numerosi, casolari. Domandai di Arthur entrando in un grazioso locale sulla via principale. Il barista, gentilissimo, sosteneva di conoscere bene il mio amico e mi indicò la direzione in maniera molto dettagliata e precisa. La sua abitazione non era poi così distante dal bar, qualche strada più avanti, subito accanto ai giardini pubblici. Pensai che da quella finestra lassù potesse godere di una meravigliosa vista su gli alberi già in fiore e sui tappeti di margherite, e che il profumo delle piante e il suono della fontana fresca fossero allietanti l'estate. Fu divertente incontrarlo di nuovo, dopo tutti quegli anni e cercai di non arrivare subito al punto circa il mio bisogno di denaro. Al contrario lo ascoltai molto raccontare della sua casa della quale era orgoglioso, lasciai che mi mostrasse le fotografie appese alla parete.
"Non pensavo avessi un figlio" dissi sinceramente stupito.
"Già" rispose lui "purtroppo sua madre non è più con noi, voleva fare la scrittrice e l'hanno arrestata. Ha provato a lavorare di nascosto ai suoi scritti, ma l'hanno scoperta".
"Che legge strana!" commentai.
"Già!" disse Arthur "strana, ma indispensabile e giusta. Gli artisti combinano solo dei guai con le loro idee".
"Ma non ti manca tua moglie?" Domandai.
"Non faccio altro che pensare a lei ogni istante. Ma sapeva che, se avesse continuato con quel suo sciocco romanzo, prima o poi sarebbe successo. Io non ho potuto difenderla per via di Thomas, il nostro bambino. Avrebbero portato via anche me se mi fossi opposto e lui sarebbe rimasto solo o in una di quelle case sociali" si interruppe un istante e tese l'orecchio in direzione della cucina "Ah! Il caffè è pronto! All'italiana come so che piace a te!" lo seguii nella cucina ben arredata e soffusa. Gustai il complicato gorgoglio della moca sui fornelli, osservando incantato il vapore che appannava le piastrelle bianche sul muro. "Me la regalò il mio barbiere che era stato in Italia e in Francia per un lungo periodo. Anche tu sei stato in Italia, se ben ricordo".
Annuii con la testa spinto, dentro una ridda di pensieri e bellissimi ricordi, appartenenti a un periodo ormai passato.
Circa un'ora più tardi tornò a casa suo figlio, che bambino stupendo e bizzarro. Era certamente più maturo della sua età, un'anima rara. Vestiva bene ed era assai educato e rispettoso. Quando varcò la soglia si annunciò levandosi le scarpe.
Quando mi vide in cucina allungò la mano: "Io sono Thomas" e sorrise un po' stanco del giorno di scuola. Mi presentai e lui afferrò una mela dal canestro di vimini sul tavolo spoglio e si rivolse a suo padre: "andiamo al tendone stasera, vero papà?" io osservai la scena senza capire di cosa si stesse parlando.
Arthur allora gli si avvicinò, appoggiando affettuosamente la mano sui capelli biondissimi. "Certo che ci andremo!" e Thomas accostò per un attimo la testa al ventre di suo padre, e in seguito scoppiare in un entusiastico: "evvai!" io continuavo a non capire e Arthur se ne accorse, così si rivolse a me bonario: "intendeva dire il circo, c'è n'è uno fuori paese. Cosa bella il circo!"
"Già!" disse il bambino "e verrà anche il tuo amico, non è vero?"
"Se lo vorrà" rispose Arthur pregandomi con lo sguardo di venire "c'è da divertirsi al circo". Risposi che mi sarei trattenuto fino al giorno seguente se non avessi recato disturbo, e che li avrei accompagnati volentieri al circo.
"Ottimo!" esclamò Arthur "chissà dopo quanto tempo avrò occasione di rivederti quando tornerai a New York" Lasciammo che Thomas si preparasse per la serata, e dopo cena partimmo in macchina verso la zona rurale di Deweyville, a est. Thomas era eccitatissimo e, mentre Arthur guidava, non faceva altro che parlare con me "che cosa bella! Andiamo al tendone! Sei mai andato al tendone?".
"No" risposi.
"Ah!" borbottò Thomas "allora stasera vedrai per la prima volta una cosa meravigliosa! Vero papà? Ci sono delle persone stranissime...ah! Ci sarà anche quell'uomo che sembra una bestia? La volta scorsa è stato il primo a entrare in scena, è spaventoso, lo devi vedere! C'è n'è un altro poi...ricordi papà quello che nuota senza gambe e senza braccia? E quello che ha sei dita?" febbricitante Thomas continuò a ricordare ciò che in passato aveva visto in quel circo. C'era della ingenua follia in quello che considerava meraviglioso e lo giustificai dell'essere bambino.
Era grande ed occupava un intero piazzale su di una zona rialzata, fronzoli dappertutto e disegni barocchi su tutta la superficie, tesa dai tiranti piantati al terreno. Era di un rosso spento, sporco, e sulla punta scolorito. Un gigante rosso che troneggiava dalla collinetta sul retro di Deweyville, illuminato da finissimi bagliori, dei lampioni e dalle case di sera.
Un ambiente sereno, giocoso, allegro ricoperto di luci, fiaccole e delicata musica d'orchestra, ma non posso non ammettere che il tutto, mischiato assieme, risvegliava in me un senso amaro di inquietudine. Poco prima che iniziasse lo spettacolo un leone ruggì da dietro le quinte e mi parve che fosse lo stomaco del gigante rosso, che gorgogliava in attesa di divorarci tutti. Il presentatore che salì sul palco, probabilmente il proprietario, era uguale al tendone: grande, tutto decorato e vestito di maschere e fronzoli, e rosso di capillari stracciati su tutto il viso. Apparve ogni genere di cosa su quel palco: dapprima i clown e talentuosi e stanchi equilibristi, gli elefanti, le tigri magre e il leone, poi una cantate ungherese spezzò la serata, aprendo il secondo tempo. Momento che tutti sembravano attendere con ansia, il vero motivo per cui tutta quella gente aveva pagato il biglietto.
"Ci siamo!" disse Thomas inclinato in avanti sul bordo del sedile di legno. Apparvero allora, uno alla volta, i deformi artisti circensi, ovvero le più orrende mostruosità della natura umana. La donna gallina e quella barbuta, i nani, l'uomo elefante, il mezzo ragazzo, l'uomo farfalla, tutti presentati dal gigante rosso con cattiva e ironica allegria, percepibile, palpabile da ogni spettatore, ma così ben inserita nel contesto da perderne ogni valore morale. Tutti ridevano e io desideravo uscire e vomitare. Guardai Arthur e suo figlio urlare di gioia, inconsciamente contenti di non essere loro su quel palco. Poi Arthur sfogliò un piccolo opuscolo che aveva raccolto all'ingresso e disse "ah...siamo alla fine, alla parte decisivamente più bella e interessante!".
"La perla di vetro, papà?" Thomas non stava più sullo scranno. Li guardai entrambi con un grosso punto interrogativo sulla fronte. Quale mostruosità poteva appagarli più di quelle appena viste? Non potevo immaginarmi nulla di più orribile su quel palco, eppure sembrava esserne l'attesa climax di tutti gli spettatori.
Con grandissimo stupore e perplessità salì sul palcoscenico un uomo, scevro di qualsiasi deformazione, un normalissimo uomo.
Tutti quanti applaudirono e si alzarono di fronte a quell'anima mesta, esile, un po' trasandata. Non capivo, e per la prima volta attesi con curiosità l'arrivo del gigante rosso che ne raccontasse la tragica novella.
Tutti quanti applaudirono e si alzarono di fronte a quell'anima mesta, esile, un po' trasandata. Non capivo, e per la prima volta attesi con curiosità l'arrivo del gigante rosso che ne raccontasse la tragica novella.
"Signori e signore! Ho il piacere di presentarvi il figlio rinnegato di Dio, l'uomo più deforme di tutti, perché, come ben sapete, ciò che è invisibile all'occhio ha certamente più spessore e importanza. Vi assicuro che quest'uomo è deforme dentro, in ogni sua bizzarra molecola, ma in un luogo è assai più storpio! Nella mente! Esatto signori! Quest'uomo è un artista! E il peggiore di tutti gli artisti, perché è poeta! È così che vi presento la perla di vetro!" si inchinò prendendo congedo. E la folla si alzò improvvisamente in piedi con rumorosi applausi, battendo piedi e mani sul legno per accentuare il sonoro clamore. La perla di vetro, sotto il gioco delle enormi dita del gigante rosso, che tentavano di afferrarlo, strattonarlo e ucciderlo, fuggiva con immobile e impassibile grazia.
Partii per New York la sera stessa, prendendo congedo con brevissimi saluti e vane promesse. Non domandai ad Arthur nemmeno un nichelino, a costo di essere arrestato per un aver pagato il biglietto dell'autobus. Me ne andai scontento e ancor di più deluso del genere umano, pensando al piccolo Thomas già traviato e perduto a quella giovane età.
Una nuvola di fumo grigio che sembra mutare il suo colore infrangendosi contro la superfice Lcd dello schermo del portatile. Sta in quello sbuffo tutto il malcontento della sua insonnia. Le giornate passano, tutte tremendamente uguali tra loro, tutte tremendamente piatte. Un lento stillicidio di 24 ore, tra una notte bianca e l'altra.
Quando non riesce a dormire, dopo essersi girato e rigirato sul letto, dopo aver riflettuto vacuamente sulla sua vita, senza trovare l'ombra di una spiegazione, un motivo specifico tra i tanti per cui dovrebbe perdere il sonno, si arrende avviandosi barcollante al suo portatile.
Allora la tenute luce del marchingegno elettronico pervade l'oscurità della stanza mentre un lento ronzio irrompe nell'assoluto silenzio. Nell'attesa che la macchina si avvii è solito recarsi alla finestra, per scrutare il silenzio.
Sono due i silenzi che ama ascoltare.
Il primo: quello di una città addormentata, sotto le stelle, tra le luci dei lampioni, il vulcano sullo sfondo come controfigura immobile dell'imprevedibilità della vita.
Il secondo? Quello di una casa ormai vuota.
Il suo sguardo vaga puntualmente alle finestre di quella casa, cerca di abituare i suoi occhi al buio per poter scorgere l'interno. Quante volte quelle finestre erano state teatro di uno scambio di sguardi carico di sesso? Tante, molte.
Si rivede spesso in quella casa vuota, camminare nudo dalla camera da letto alla cucina, aprire il frigorifero per bere qualche sorso d'acqua, tornare poi al letto gettando uno sguardo al culo di lei, quel culo di marmo, nella penombra della stanza.
Amava quel culo, non amava lei.
Almeno questo è quello che si ripeteva quando in quella casa poteva camminarci. Ora però, che di quella dimora può ammirare soltanto le ombre proiettate dal buio, ora che non ci sono sguardi che rispondono al suo, ora che le sue voglie sono sue soltanto, la sicurezza di amare quel culo, quel culo e null'altro, svanisce come per magia.
Di solito è a quel punto che il suo corpo rabbrividisce, per un brevissimo momento, prima che lui getti con un gesto il mozzone di sigaretta giù dalla finestra, spazzando via con quel movimento anche i pensieri; almeno fino a domani, almeno fino alla prossima notte insonne.
Quando non riesce a dormire, dopo essersi girato e rigirato sul letto, dopo aver riflettuto vacuamente sulla sua vita, senza trovare l'ombra di una spiegazione, un motivo specifico tra i tanti per cui dovrebbe perdere il sonno, si arrende avviandosi barcollante al suo portatile.
Allora la tenute luce del marchingegno elettronico pervade l'oscurità della stanza mentre un lento ronzio irrompe nell'assoluto silenzio. Nell'attesa che la macchina si avvii è solito recarsi alla finestra, per scrutare il silenzio.
Sono due i silenzi che ama ascoltare.
Il primo: quello di una città addormentata, sotto le stelle, tra le luci dei lampioni, il vulcano sullo sfondo come controfigura immobile dell'imprevedibilità della vita.
Il secondo? Quello di una casa ormai vuota.
Il suo sguardo vaga puntualmente alle finestre di quella casa, cerca di abituare i suoi occhi al buio per poter scorgere l'interno. Quante volte quelle finestre erano state teatro di uno scambio di sguardi carico di sesso? Tante, molte.
Si rivede spesso in quella casa vuota, camminare nudo dalla camera da letto alla cucina, aprire il frigorifero per bere qualche sorso d'acqua, tornare poi al letto gettando uno sguardo al culo di lei, quel culo di marmo, nella penombra della stanza.
Amava quel culo, non amava lei.
Almeno questo è quello che si ripeteva quando in quella casa poteva camminarci. Ora però, che di quella dimora può ammirare soltanto le ombre proiettate dal buio, ora che non ci sono sguardi che rispondono al suo, ora che le sue voglie sono sue soltanto, la sicurezza di amare quel culo, quel culo e null'altro, svanisce come per magia.
Di solito è a quel punto che il suo corpo rabbrividisce, per un brevissimo momento, prima che lui getti con un gesto il mozzone di sigaretta giù dalla finestra, spazzando via con quel movimento anche i pensieri; almeno fino a domani, almeno fino alla prossima notte insonne.
Sopiti pensieri e piccole gioie, giacciono in scatole di latta e in album ingialliti dal tempo. Le mie narici si nutrono di quel vecchio odore. Se ne impregnano, fino ad inebriarsene, per poi barcollare satolle fra profumati ricordi. Un vento di maestrale spazza via vecchie tele tessute da instancabili ragni e scopre tesori sepolti. Quanti amori e sospiri nei giardini della mia infanzia! Ora so che posso dar vita alla mie falene notturne. Improvvisamente volo sulla mia altalena sospesa fra le nuvole e mi ritrovo sorridente e felice a remare con le gambe al vento. Come allora, spero di raggiungere il punto più alto. Finalmente volo e vado su, sempre più su e giungo lì, dove comincia il mio mondo. Ci ritrovo il libro di favole che avevo abbandonato da bambina. Ho smesso di leggerlo, quando ho cominciato a sentirmi donna. Lo divoro con la stessa vorace meraviglia, di chi pensa che la magia sia realtà. Ora riesco a guardare con gli stessi occhi di allora e penso di non aver perduto quella ruspante autenticità, che rende folle un savio. Di caratteri dorati mi tingo le labbra e mi diverto a raccogliere il mio carico di memorie, senza lasciare nulla al caso. Ora voglio solo volare, perché sento di somigliare sempre di più ad una farfalla. Prendo dardi di luce dalla mia faretra, sperando di colpire cuori miseri, ma noto che le mie frecce hanno la stessa forza dei sassi quando penetrano l'acqua. Se solo si potesse scrivere nell'aria. Le emozioni potrebbero assumere caratteri indelebili! Ma ahimè, tutto svanisce. Amo la mia limitata capacità alare, che mi consente di volteggiare facilmente e di non fare ombra a nessuno. Adoro le mie fragilità. Di un'immensa leggiadria si colorano le mie ali, mentre dialogo con le foglie carezzate dal vento. Volteggio, mi mimetizzo con la natura e mi poso sui fiori, perché so, che è così che fanno le farfalle...
· Ciao…scusa….ho inavvertitamente cliccato sulla tua icona, posizionata sopra quella di un caro amico. Scusami per il disturbo. Prometto che non succederà più !
· Aspetta, non andare via ! Sento la tua voce calda e serena, non voglio perderti. Lo so che potrà sembrare la solita, banale scusa per attaccare bottone. Non è così. Vivo d’amore, di sentimenti, di tenerezze e la tua voce ha queste caratteristiche.
· Ma dai, matto, lasciami andare, non ho tempo. Devo finire un lavoro per l’ufficio e ho altro da pensare.
· Non scherzo, benché un po’ matto lo sia davvero ! Sento la tua voce, è difficile che mi succeda, ma la sento. La voce della serenità, quella dei sentimenti celati che non si ha nemmeno l’idea di averli, ma, invece, regnano sovrani dentro di noi sotto una coltre di normalità.
· Ma che dici ! Come fai a sentire la mia voce se non ho la webcam e nemmeno il microfono ? Dai, fammi continuare ad essere gentile con te sparendo con un saluto ,un caro saluto anche se non ci conosciamo.
· Vedi ? Sei una persona ricca…di bontà. Non faresti del male nemmeno ad una mosca come non lo faresti ad un pachiderma come me ! Per questo io t’adoro.
· Ma…ma…sentilo ! Lui mi adora…ma se nemmeno mi conosci ! Che ne sai di me e di come sono. E quel che sono lo dico solamente al mio uomo.
· Lascialo ! Ci sei o sei andata via ? Ti ho detto lascialo perché ormai non potrai amare che me.
· Ahahahahah…mi fai ridere e non sei affatto simpatico, ora chiudo perché mi sono incavolata.
· Non mi dispiace, non volevo fare un torto a nessuno, tantomeno al tuo uomo…come lo definisci tu. E non puoi chiudere perché ora stai parlando con la mia anima non con un essere umano qualsiasi. Io ti amo e non posso fare a meno di dirtelo. Ormai sono entrato nei meandri del tuo cuore e non ne uscirò più.
· Ma sentilo ! Addirittura mi ama…ma cosa ti sei bevuto oggi ? Ciao, vado…
· Non puoi.
· Come non posso ? Vorresti segregarmi nelle tue oscure stanze ,agnello sacrificale delle tue perversioni ?
· No, ti offro il mio cuore e tutto l’amore del mondo. Ma tu hai già sentito dentro te dove vorrei portarti solo che sei ancora dubbiosa perché non predisposta a un tale evento.
· Sei troppo sicuro di te, addirittura spocchioso. Sei solo ?
· Si, certo, sono solo.
· Ma che hai capito, scemo di tre cotte! Dicevo se sei solo, se hai una donna, un affetto.
· Non ce l’ho al momento, al momento ci sei e resterai solo tu. Gli affetti fatui non fanno parte dei miei desideri.
· Ah ! Scusa, signor Casanova se ho fatto una domanda stupida ! Di certo, volendo, ne troveresti milioni di donne…
· Sarcasmo disarmante il tuo. In effetti potrei averne tante, ma ora ci sei tu ed il mio mondo finisce ora, con te.
· Sei pure romantico, questa l’ho gradita, anche se non la condivido. Ma tu, parli di qualcos’altro che non sia amore con altre persone ?
· Che fai, stai incominciando ad interessarti a me ?
· Giusto, scusa, mi sono lasciata andare. Ok, vado via.
· Non puoi andare, la curiosità è una brutta bestia…..
· Non sono né curiosa né pettegola…e di chi. poi, dovrei esserlo ? Tu sei solo un sognatore mentre io sono una realista.
· Beh, un progresso l’ho fatto, finalmente ! Da matto a sognatore è un bel passo. E, lo dici tu, sto diventando una realtà per te. Perchè io ti parlo e tu mi rispondi col cuore.
· Oggi te la sei presa col cuore. Ma lo capisci o no che sono innamorata, c’è già un uomo nella mia vita.
· Anche nella mia ci stanno molte donne, tutte le donne ma ora voglio solo te.
· Ora sei sgarbato ed arrogante. Mi tratti come una cosa…un giocattolo che vorresti tutto per te.
· Tu sei già mia ed io tuo. Non in un sogno ma nel cuore, spingi la porticina, aprilo e staremo assieme, per sempre.
· Tanto lo so come finirebbe ! Vorresti uscire con me per conoscermi ed inevitabilmente, inavvertitamente finiremmo a fare ginnastica sul letto di casa tua. Poi ognuno per se e Dio per tutti.
· Intanto ti sei posta un dubbio, cominci a cedere ? Io non ti conosco, non so se sei bella o brutta, alta o bassa se i tuoi attributi fisici mi aggradano o meno. Ti voglio solo per quel tuo scrigno dei sentimenti che celi dentro te così ben fornito di quei meravigliosi sentimenti colà rinchiusi. Sono un puro ?
· Che ne sai dei miei sentimenti tu, mica sei il mio uomo ! Se ne avessi di così mirabili sarebbero per lui e per nessun’altro.
· Eppure ancora non lo hai aperto ed essi sono ancora dentro.
· Beh, poco per volta….
· No, tu non lo ami, ti attrae e nemmeno molto. Quando arriverai a metà del tuo percorso con lui, guarderai dentro e scoprirai che sono ancora tutti li mentre solo il tuo corpo sarà modificato. Lascialo, io ti farò capire cos’è l’amore vero, quello che desideri e per cui metteresti in ballo tutti i tuoi sentimenti che sono la ragione per cui si ama veramente.
· …e dovrei dare il mio cuore a te…uno sconosciuto !
· Ma che dici, tu ancora non mi conosci perché non vuoi conoscermi, ma sai benissimo che io sono l’Amore. Detto questo, ti lascio andare ai tuoi impegni.
· Ormai….è tardi, penso che oggi non uscirò più. Parlare con te mi ha stremato, non ho più voglia di fare niente.
· Resterai qui con me ?
· Si….a chiacchierare…Ma spiegami meglio, cos’è l’amore per te ?
· Aspetta, non andare via ! Sento la tua voce calda e serena, non voglio perderti. Lo so che potrà sembrare la solita, banale scusa per attaccare bottone. Non è così. Vivo d’amore, di sentimenti, di tenerezze e la tua voce ha queste caratteristiche.
· Ma dai, matto, lasciami andare, non ho tempo. Devo finire un lavoro per l’ufficio e ho altro da pensare.
· Non scherzo, benché un po’ matto lo sia davvero ! Sento la tua voce, è difficile che mi succeda, ma la sento. La voce della serenità, quella dei sentimenti celati che non si ha nemmeno l’idea di averli, ma, invece, regnano sovrani dentro di noi sotto una coltre di normalità.
· Ma che dici ! Come fai a sentire la mia voce se non ho la webcam e nemmeno il microfono ? Dai, fammi continuare ad essere gentile con te sparendo con un saluto ,un caro saluto anche se non ci conosciamo.
· Vedi ? Sei una persona ricca…di bontà. Non faresti del male nemmeno ad una mosca come non lo faresti ad un pachiderma come me ! Per questo io t’adoro.
· Ma…ma…sentilo ! Lui mi adora…ma se nemmeno mi conosci ! Che ne sai di me e di come sono. E quel che sono lo dico solamente al mio uomo.
· Lascialo ! Ci sei o sei andata via ? Ti ho detto lascialo perché ormai non potrai amare che me.
· Ahahahahah…mi fai ridere e non sei affatto simpatico, ora chiudo perché mi sono incavolata.
· Non mi dispiace, non volevo fare un torto a nessuno, tantomeno al tuo uomo…come lo definisci tu. E non puoi chiudere perché ora stai parlando con la mia anima non con un essere umano qualsiasi. Io ti amo e non posso fare a meno di dirtelo. Ormai sono entrato nei meandri del tuo cuore e non ne uscirò più.
· Ma sentilo ! Addirittura mi ama…ma cosa ti sei bevuto oggi ? Ciao, vado…
· Non puoi.
· Come non posso ? Vorresti segregarmi nelle tue oscure stanze ,agnello sacrificale delle tue perversioni ?
· No, ti offro il mio cuore e tutto l’amore del mondo. Ma tu hai già sentito dentro te dove vorrei portarti solo che sei ancora dubbiosa perché non predisposta a un tale evento.
· Sei troppo sicuro di te, addirittura spocchioso. Sei solo ?
· Si, certo, sono solo.
· Ma che hai capito, scemo di tre cotte! Dicevo se sei solo, se hai una donna, un affetto.
· Non ce l’ho al momento, al momento ci sei e resterai solo tu. Gli affetti fatui non fanno parte dei miei desideri.
· Ah ! Scusa, signor Casanova se ho fatto una domanda stupida ! Di certo, volendo, ne troveresti milioni di donne…
· Sarcasmo disarmante il tuo. In effetti potrei averne tante, ma ora ci sei tu ed il mio mondo finisce ora, con te.
· Sei pure romantico, questa l’ho gradita, anche se non la condivido. Ma tu, parli di qualcos’altro che non sia amore con altre persone ?
· Che fai, stai incominciando ad interessarti a me ?
· Giusto, scusa, mi sono lasciata andare. Ok, vado via.
· Non puoi andare, la curiosità è una brutta bestia…..
· Non sono né curiosa né pettegola…e di chi. poi, dovrei esserlo ? Tu sei solo un sognatore mentre io sono una realista.
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· Oggi te la sei presa col cuore. Ma lo capisci o no che sono innamorata, c’è già un uomo nella mia vita.
· Anche nella mia ci stanno molte donne, tutte le donne ma ora voglio solo te.
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· Tu sei già mia ed io tuo. Non in un sogno ma nel cuore, spingi la porticina, aprilo e staremo assieme, per sempre.
· Tanto lo so come finirebbe ! Vorresti uscire con me per conoscermi ed inevitabilmente, inavvertitamente finiremmo a fare ginnastica sul letto di casa tua. Poi ognuno per se e Dio per tutti.
· Intanto ti sei posta un dubbio, cominci a cedere ? Io non ti conosco, non so se sei bella o brutta, alta o bassa se i tuoi attributi fisici mi aggradano o meno. Ti voglio solo per quel tuo scrigno dei sentimenti che celi dentro te così ben fornito di quei meravigliosi sentimenti colà rinchiusi. Sono un puro ?
· Che ne sai dei miei sentimenti tu, mica sei il mio uomo ! Se ne avessi di così mirabili sarebbero per lui e per nessun’altro.
· Eppure ancora non lo hai aperto ed essi sono ancora dentro.
· Beh, poco per volta….
· No, tu non lo ami, ti attrae e nemmeno molto. Quando arriverai a metà del tuo percorso con lui, guarderai dentro e scoprirai che sono ancora tutti li mentre solo il tuo corpo sarà modificato. Lascialo, io ti farò capire cos’è l’amore vero, quello che desideri e per cui metteresti in ballo tutti i tuoi sentimenti che sono la ragione per cui si ama veramente.
· …e dovrei dare il mio cuore a te…uno sconosciuto !
· Ma che dici, tu ancora non mi conosci perché non vuoi conoscermi, ma sai benissimo che io sono l’Amore. Detto questo, ti lascio andare ai tuoi impegni.
· Ormai….è tardi, penso che oggi non uscirò più. Parlare con te mi ha stremato, non ho più voglia di fare niente.
· Resterai qui con me ?
· Si….a chiacchierare…Ma spiegami meglio, cos’è l’amore per te ?
Immature pagine senza scrittura né carattere. Povere immagini prive di contenuti e lusinghiere, mi indicano diverse vie da percorrere. Con badili e ruspe, divelgo lo strato di terra che separa due diverse realtà. Senza alternativa, scendo tutti i gradini che mi conducono giù in fondo, oltre la materialità terrena. Osservo affascinata un domani indefinito, che si mostra maledettamente attraente. Le mie vesti impacciate desiderano rimanere incollate al corpo. Si attorcigliano, si contraggono, ma poi, sconfitte, scivolano miseramente rassegnate su un anonimo pavimento di un insignificante motel. I miei lunghissimi capelli si adattano a divenire fragili abiti che lasciano intravedere seni ancora turgidi e curve sinuose. Emozioni contrastanti si alternano, nella vana ricerca di una saggia risposta, che stenta a palesarsi. Smorfie di dolore si susseguono sul mio volto, mentre si compie un incontro qualsiasi con un tizio qualunque. Mani nodose e vogliose perlustrano in maniera lasciva parti nascoste del mio corpo. Misteri svelati e intimità scoperte. Sento spingere ed affannare dentro di me, mentre un corpo senza nome, dalle miserrime parvenze umane, consuma un ingordo banchetto, in sintonia con la propria solitudine. Il tutto si conclude e una figura indefinita, senza anima né faccia, paga e va via. Un'improvvisa nausea mi pervade, mentre un sapore di mandorle andate a male mi amareggia la cavità orale. Si è concluso il primo di tanti squallidi e fortuiti incontri. Mentre la mia mente rammenta arcobaleni, aurore e ridenti cascate, lo specchio impietoso mostra un corpo venduto e null'altro. Attorno a me tutto tace ed io rimango in compagnia dei miei spettri e della mia incolmabile solitudine.
A capo chino, ma senza piegarmi troppo, comincio ad entrare nell'antro dei miei desideri. È un posto bellissimo, pieno di colori e al mio tocco, tutto suona e si illumina. Mi lascio sollevare dal respiro di leggiadre ballerine e dal ticchettio di orologi e carillon. Nel mondo che vorrei, ritrovo i personaggi delle mie favole, come ad esempio la bellissima Biancaneve, che ama tanto il suo principe azzurro e vive con lui perennemente felice e contenta. C'é anche Pinocchio con la fata turchina! Quante volte, da bambina, dopo aver detto una bugia, mi toccavo il naso, temendo che mi crescesse per davvero e quando smettevo di dire bugie, perdevo anche un po' di fantasia. Persino Peter Pan é cresciuto e assieme a lui sono svaniti tutti i miei sogni e un'isola che non c'é, ma che vorrei tanto ritrovare. Ora ho solo voglia di rientrare nel piccolo mondo, per cercare la mia bimba smarrita. Voglio appisolarmi con lei sotto un fungo, aspettando che mi sveglino gli gnomi e se smarrisco la bussola, mi lascio guidare dall'istinto. Desidero addentrarmi lentamente e spero di non dovermi riflettere in specchi deformanti o vedermi costretta a combattere con draghi dalle narici infuocate. Ho necessità di ampliare i miei orizzonti e voglio affrontare i miei limiti e polverizzare i miei fantasmi. Spero solo di essere all'altezza. Non so ancora bene, quale statura voglio raggiungere. Comincio con l'arrampicarmi sui muri, sulle montagne e anche sugli specchi. Ho tanta voglia di sfidare l'impossibile! Il pensiero vola ed insieme ad esso, anch'io comincio a planare. Indosso ali piumate, perché sono tinte d'azzurro come il cielo e io, di celeste voglio vivere. Non mi muovo, ma i miei pensieri si, ed io li seguo. Disegno cerchi nell'aria con nastri d'argento e ballo tra le nuvole, cingendomi di seta. Mi materializzo ovunque. La mia ubiquità mi consente di essere dappertutto ed io mi ritrovo contemporaneamente in templi buddisti e ai piedi delle piramidi egizie. Quando miei doppi, si sbizzarriscono e divengono occhi di fuoco, io vedo oltre. Giungo sulla cima di un monte e provo a vedere giù per capire se posso volare e per quanto tempo. Come Icaro, mi munisco di ali posticce, atterro sui fiumi o prati e su tutto quello che mi affascina. Il mio desiderio non é quello di guardare dall'alto verso il basso per un senso di superioritá, ma é solo voglia di ampliare la mie prospettive. Poter guardare giù, come fanno gli uccelli é meraviglioso. È come se dal paradiso, si potesse guardare oltre le nuvole, nelle case e finanche nelle persone. Piccole formichine affannate e laboriose, appaiono gli uomini, se li guardi da un'altra prospettiva. È una visuale più ampia. Sei infinitamente felice quando voli. Se tutti avessimo le ali, saremmo costretti a guardare su, giù e tutto ci apparirebbe ampio, enorme e non si smetterebbe mai di guardare. Io nel frattempo, continuo a smarrirmi nel mio piccolo mondo, sperando di ritrovare tutto ciò che col tempo ho perso...
Ero stanca e volevo solo dormire con la mia bambola. Ricordi? Tu me l'avevi regalata! Mi avevi detto, prendendomi in braccio come fanno tutti i papà, che volevi donare una figlioletta alla tua bambina. Io ero felice e stringevo forte al petto la mia piccola creatura, che aveva gli occhi grandi come i miei. Quegli occhi enormi che spiccano sui volti paffuti dei bambini.I piccoli hanno gli occhi così immensi...! Si spalancano meravigliati sul mondo come fiammelle accese nel desiderio di immagazzinare mille e più emozioni. Col passare degli anni, gli occhi si rimpiccioliscono e si allarga il cuore, sede di ricordi e sentimenti. Il mio cuore è già enorme e gonfio, ma non per amore. I miei occhi sono gonfi di pianto e allargati, ma non di gioia e conoscenza. Sono a letto nella mia stanzetta e non riesco a dormire. Tu, mamma, non sei qui. Sei innamorata del tuo compagno e della tua camera dipinta di rosa. E' tutto troppo rosa dentro e fuori di te e tu non riesci a vedere le oscure ombre che stanno oltraggiando il tuo mondo fatto di tinte tenui e teneri colori. Io ho iniziato a piangere. Non verso lacrime capricciose; semplici e innocenti lacrime di bambini. Piango di paura e perplessità. Sono troppo piccola per capire un'infinità di cose. Dov'eri mamma, mentre il lupo cattivo era intento a cogliere un frutto troppo acerbo. Il sole era occupato a riscaldare la mela sul ramo che emozioni e calore avrebbero maturato. Col tempo sarebbe divenuta una frutta gustosa, e avrebbe perso quel sapore, agre e pungente, che solo le cose raccolte troppo in fretta hanno. Mamma tu non sai che, mentre sei fuori per lavoro, lui mi tocca e mi dice di stare buona e tranquilla, di non parlarne con te. Io voglio parlarti. Devo raccontarti che la mia amichetta di banco mi ha rubato il disegno che avevo fatto per la maestra. Devo farmi spiegare un'infinità di cose da te. Lo fanno sempre le bambine con le loro mamme. Perché non posso dirti che quando sei fuori, lui mi tocca e poi si fa accarezzare il sedere e in mezzo alle gambe. Perché non posso parlarti di quando lo sento arrivare e il cuore mi batte forte e la mia piccola bambola, mi scivola dalle mani. Lo sai mamma che, appena tu esci, lui è già lì? Viene da me, ma non mi rimbocca le coperte e non mi porge la bambola per farmi dormire tranquilla. Non mi bacia sulla fronte come solitamente fanno i papà. Voglio dirti, mamma, che quando mi ritraggo, lui mi sorride promettendomi in regalo una bambola più bella. Improvvisamente si apre la porta d'ingresso. Sta accadendo ora. Mi hai ascoltato mamma. Mi divincolo dalla sua morsa e a piedi nudi percorro il corridoio per venirti incontro. "Mamma!" è l' unica parola che riesco a pronunciare, e intanto tremo. Forse ho freddo, oppure ho paura. Non lo so. Capisco solo che ti ringrazio per essere lì con me e in quel momento. Il tuo volto, interdetto e stanco, coniuga mille espressioni e intanto un uomo, il tuo uomo, appare come un orco uscito da un incubo. Improvvisamente, tutto il rosa di cui andavi fiera si tinge di tinte scure. Osservi stupita, colui che amavi definire il tuo leale compagno. Dinanzi a te, un essere spregevole e disgustoso si espande miseramente, fino ad esplodere in un mare di infinito e miserabile sudiciume.
Sono trascorsi diversi anni da allora, ma ancora rammento la faccia del mostro, quando con i suoi bagagli, si allontanava da noi, portando con sé le nostre speranze calpestate e i tuoi sogni, andati miseramente in frantumi. Un pesante macigno. Ricordo di un passato da cancellare. Basterà seppellire stupore, paura e tanto infinito disgusto? Non lo sappiamo. Intanto seguitiamo a camminare...
Sono trascorsi diversi anni da allora, ma ancora rammento la faccia del mostro, quando con i suoi bagagli, si allontanava da noi, portando con sé le nostre speranze calpestate e i tuoi sogni, andati miseramente in frantumi. Un pesante macigno. Ricordo di un passato da cancellare. Basterà seppellire stupore, paura e tanto infinito disgusto? Non lo sappiamo. Intanto seguitiamo a camminare...





